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26 marzo 2015 4 26 /03 /marzo /2015 17:00

Non è stato un inverno semplice, no.
Non voglio drammatizzare, c'è di peggio, per carità. Ci sono pargoli che stanno male sul serio, al di là dei virus di stagione che ci siamo beccati noi senza sosta e sono ben altra cosa.
Però, cazzo.
Da gennaio ad oggi Emma sarà stata bene dieci giorni, comincia a diventare stancante ed anche abbastanza ridicolo, oltre che frustrante per lei. 
Povera piccola, lei vorrebbe solo ridere e giocare, ma questi virus proprio non la lasciano in pace. Complice il primo anno di asilo e la innata sua capacità di scambiare il ciuccio con chiunuqe gli stia simpatico (ragazza generosa, se continua così non credo che il padre sarà molto contento), ci siamo presi un carnet di malattie stagionali di tutto rispetto, arrivando ad essere incoronate molestatrici numero uno del povero pediatra della Asl.
Bronchiti, tonsilliti, raffreddori, virus intestinali, influenza: l'album delle figurine delle malattie stagionali è ormai completo e questo fa di noi dei veterani assoluti.
O, almeno, questo credevamo.
E invece no, proprio no.

Quando tutto lasciava presagire uno scivolare lento verso una primavera fatta di primule ed altalene, risate e ginocchia sbucciate, ecco qui che ci siamo di nuovo. L'espediente? L'ultimo, maletdetto richiamo del vaccino esavalente, che nel giro di dodici ore scarse ci ha fatto ripiombare nell'inverno. Non è che sto tempo del piffero aiuti, eh. 
Fatto il vaccino lunedì la febbre alta ha bussato ancora alla porta della nostra casetta sulle colline del lago, facendo svenire propositi e sogni di gloriose passeggiate.

E' colpa del vaccino.
Sono i denti.
E' l'ennesima influenza.
Sono stati i vaccini cattivi. Cattivi cattivi.
E' la gola.
E se fossero le orecchie?

I pareri sono variabili e discordanti, in realtà arrivati a questo punto non credo abbia più importanza a patto che passi il prima possibile. E se è vero che tutto è iniziato con quello stramaledetto richiamo, mi pare evidente che non possa essere solo quello.
Il pediatra, piegato dalla mia attività di stalkeraggio, mi ha prescritto per la pupa pure un antibiotico da usare qualora la febbre non voglia passare.

 

Noi, intanto, aspettiamo alla finestra.

 



 

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23 marzo 2015 1 23 /03 /marzo /2015 08:00

L’altro giorno discettavo davanti a cornetto e caffè con due mia amiche, esperte a livello mondiale, e con mia sorella di principi azzurri.
Esistono?
Non esistono?
Sono estinti o sono sempre stati frutto dell’immaginazione?
E' un fenomeno sopravvalutato?
Non ce n'è uno etero manco a pagarlo?
La calzamaglia sfina parti che non dovrebbe?

Ma soprattutto, è necessario che abbiano la sta cavolo di calzamaglia celeste? Un articolo di abbigliamento che, diciamolo, imbarazzerebbe anche Rocco Siffredi, signora mia.
Ad ogni modo, se è vero che nel tempo ne ho diffusamente parlato più e più volte, fino a sancirne la morte ufficiale con l’avvento di Matteo Salvini tra gli uomini desiderabili, è anche cosa nota che non se ne smette di parlare nemmeno tra le nuove generazioni.
Nuove e nuovissime generazioni, direi.

Oggi, nel 2015, epoca che dovrebbe definirsi moderna, al cinema fanno Cenerentola. Giusto per drogarci tutte, mamme, figlie, nonne e zie. 
Il Principe Azzurro con i suoi annessi e connessi tira più di Mr. Grey, o forse sono due facce della stessa medaglia. 
Psicologia femminile for dummies. 

La figlia treenne di una mia amica è ossessionata (non per volontà della madre, tutt’altro) da principi e principesse, tanto da implorare il genitore maschio di indossare la calzamaglia azzurra tanto agognata in occasione del Carnevale. Anche no. ANCHE NO. Però lei lo stesso s’è vestita da principessa, con lo scettro e tutto il resto e anche se per il momento il principe Azzurro è il suo papà, presto le cose cambieranno. In peggio.
O meglio, dipende.

All’affermazione serafica Il principe azzurro non esiste, le risposte al tavolo del bar sono state diverse:
Non esiste e non è mai esistito. 
Fanculo al Principe Azzurro. 
Io ci credo ancora.
Quest’ultima affermazione fatta dalla più sgamata delle mie amiche, quella che proprio non ti immagini che possa cedere alle lusinghe della favola e invece anche sì. Perché forse le lusinghe di un mito senza tempo colpiscono anche chi si crede cinica, o magari perché la speranza è l'ultima a morire.

Cosa rende così speciale questa figura che, tutto sommato, negli anni dovrebbe essersi usurata quel tanto che basta da rendere ridicola la sua palandrana celeste? In fondo di lui Cenerentola non sapeva nulla e se lo è beccato a scatola chiusa. E se gli puzzava il fiato di sigaretta? E se c'aveva sei dita ad un piede? O la erre moscia? E se gli passava montagne di panni da lavare e stirare e voleva pure le camicie con i polsini a modino?

L'arcano è facile da spiegare: il fascino del Principe Azzurro sta tutto nel ti prendo e ti porto via e ti risolvo tutti i problemi, lo affermo da sempre.
Sarebbe bello che, dopo una vita tra frequentanti ed esseri più o meno abietti, arrivi lui col suo sorriso da igiene dentale appena fatta che ci dice: "Abbèlla, salta su che ora ci penso io a te!" e cloppete cloppete verso il castello, vissero tutti felici e contenti.
No, non funziona così. 
Perchè minimo il Principe al Castello c'ha una madre odiosa ai livelli della suocera della Principessa Sissi e di certo c'ha una montagna di panni da stirare. Che poi io non stiro, sia chiaro, quindi sono fuori dai giochi.
Forse il Principe Azzurro non esiste, o forse semplicemente non è colui che ci toglie le castagne dal fuoco e ci blandisce con un sorriso smaltato di fresco e tante belle parole senza costrutto.

Il Principe Azzurro è quel povero disgraziato che ci ama anche struccate e coi capelli all'insù. 

Che ci sopporta quando scleriamo perché la nostra casa sembra colpita da uno tsunami e tutto il mondo sembra nero.
Che ci cazzia se stendiamo i panni senza scienza e poi piega le mutande al contrario e i calzini spaiati tra di loro.
Che ci fa ridere anche quando no.
Il Principe Azzurro non è quello che indossa la calzamaglia, ma colui che andrebbe a piedi a prenderti la luna anche se non gliel'hai mai chiesta.
Esiste, ma non in astratto. Come diceva mia nonna "Il tuo non te lo tocca nessuno" e io lo credo davvero. Ci vuole solo un po' di fortuna nell'incontrarlo e non pretendere che indossi per forza calzamaglia, corsetto e cappello con la piuma. 

O almeno, non ventiquattro ore al giorno. 

 

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19 marzo 2015 4 19 /03 /marzo /2015 07:48

In fila all'Inps per una pratica che mi sta uccidendo l'anima, non posso fare a meno di lasciarmi andare ad amare riflessioni sulla gente e sul mio paese in generale.
Sarà che è un posto maledetto, pieno di gente incazzata, di bambini che piangono, di odori sgradevoli e di burocrazia, sarà che fare la fila non piace mai, ma come potrete immaginare non si tratta di riflessioni allegre.
Ho dovuto pure pagare il parcheggio all'esterno, perché per venire a sbrigar rogne che sono generate dalla burocrazia devi pure prendere le ferie e pagarti il parcheggio.
Mica vorrai credere che per far valere un sacrosanto diritto ti srotolino il tappeto rosso sotto i piedi?

Il futuro è l'anziano.
La gente in fila da sempre il peggio di sè, ma tu anziano pensionato perché mi vuoi per forza passare avanti a prendere il numero,? Sì, è illogico che diano i biglietti a mano e non ci sia un totem , ma è così per tutti e noi qui in fila non è che stiamo facendo un rave party. E se continui ad insistere, caro anziano col capello, sappi mi troverò costretta ad informarti che mia nonna mi ha insegnato sì il rispetto per la vecchiaia, ma anche a sputare in un occhio a chi cerca di fregarmi.

Burocratese mon amour.
Siamo un paese fatto al 99% di burocrazia, arma numero uno per non farti capire una mazza di quello che fai, e all'1% di stronzaggine travestita da piaggeria. 
Ho visto gente compilare moduli, fare la fila, parlare con l'operatore, tornare in fila a riempire moduli e ricominciare da capo all'infinito. 
Per me sono ancora lì e ci resteranno fino alla pensione (se gliela danno)

Immigrati. Ma perchè?
Tanti bambini piccoli, stamattina. Di tutte le nazionalità. E sì, anche stranieri. E mi son messa a guardare queste mamme che vengono da lontano, ma sono uguali a me. Ragazze giovani, mamme che guardano i propri figli come io guardo Emma ed hanno per loro gli stessi sogni che ho io: la felicità, un futuro tranquillo, tutto il bene del mondo. Da lontano, vengono. Sono arrivate in Italia magari da poco, oppure ci sono nate non lo so. Ad ogni modo son arrivate qui e sono in fila pronte a litigare con l'uomo allo sportello proprio come me. 
Mi sono scoperta a pensare che queste mamme sono davvero disgraziate, cercavano il meglio per i propri figli e sono arrivate in Italia, magari da molto lontano. In Italia. No, dico, io manderei mia figlia a scuola d'inglese a tredici mesi pur di assicurarle una fuga da questo cazzo di paese, e tu sei arrivata qui. Ma chi te lo ha fatto fare? Ma perché proprio qui? hai battuto forte la testa? Ma ti rendi conto, sì?Mah.

 

E poi?
Poi è arrivato il mio turno, ho trovato una persona gentile e forse (ma dico forse) ho pure risolto.

Ma mica finisce qui secondo me...

 

 

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16 marzo 2015 1 16 /03 /marzo /2015 08:00

Il Progetto Invitro è un progetto pilota per incentivare nei bambini sin da piccolissimi l’amore per i libri e la lettura. Un progetto bellissimo e importante, che per ora riguarda cinque province (Biella, Ravenna, Nuoro, Lecce e Siracusa) più la mia regione, l’Umbria.
Ecco, in genere qui le novità arrivano sempre per ultimo, invece stavolta no.
In che cosa consiste? In una serie di eventi per i più piccini certamente, ma anche nella divulgazione materiale di libri selezionati. Ad esempio ad ogni step di crescita il pediatra della Asl regala libri. A me è successo alla visita di controllo di un anno ed Emma, che è ossessionata dai libricini, glieli ha strappati di mano riservandogli un raro, per il pediatra, sorriso.
Ovviamente la diffusione continua in scuole e istituti per l’infanzia tramite progetti e forniture di materiali, e questo mi sembra bellissimo.  Naturalmente si tratta di libri selezionati attentamente e divisi per fasce di età, accattivanti e ben presentati.
Piccoli lettori di domani crescono.
Una vera fortuna poterne usufruire.

Bello, no?
Accade però che in sede di comitato di gestione del nido (Ricordate? Sono rappresentate dei genitori classe lattanti.  HIP HIP HURRA'!!) esce fuori che un genitore ha fatto una protesta formale che dura da un po’, ma che per fortuna non ha trovato terreno fertile, sull’inadeguatezza di un testo fornito proprio dal progetto e che è stato scodellato senza tante ulteriori spiegazioni all’asilo. In fondo, trattasi sempre di un libro per bambini fascia 0-3, mica di Hegel.
E di che libro si tratta, vi chiederete voi? 


L’infanzia di Cicciolina illustrata?
La guida allo scaccolamento del naso?
Scambisti di ciucci?

No, questo: Il libro della famiglie di Todd Parr.

Ad una prima visione sembra innocuo, però se lo guardate bene bene vi renderete conto della sua pericolosità sociale. Un libro infimo e strisciante, che afferma in maniera diretta e non controvertibile che tutte le famiglie, qualunque sia la loro composizione sono ugualmente piene d’amore.

Ma proprio tutte le famiglie.

Alcune famiglie sono grandi, alcune famiglie sono piccole, in alcune famiglie tutti hanno lo stesso colore, in altre hanno tutti colori diversi, ma si amano e abbracciano tutte. Alcune sono vicine, altre lontane, alcune hanno solo la mamma o solo il papà, altre due mamme o due papà. Ma si amano tutte.

Capite bene che questo è un messaggio assolutamente non idoneo a bambini piccoli ed innocenti, è un indottrinamento bello e buono.
Perdincibaccolina.

Tanto più che una educatrice si è sentita in dovere di dire (scatenando l’ira mia e delle mie colleghe che sono grandiose, voglio dirlo) che alla rimostranza del genitore aveva risposto di non conoscere il contenuto del libro, ma che ora che lo sa non lo condivide.

Che poi  è un libro per bambini, mica I peccati di Peyton Place. Che mai potrebbe esserci scritto? Anche se non aveva letto, non è che poteva esserci qualcosa di scabroso?
Ah, già. Siamo un paese cattolico.
Sì sì.
E per fortuna che dello stesso autore maledetto non è stato proprosto il più scabroso Il libro dell’amore, altrimenti chissà cosa sarebbe successo. 

Ironia a parte, mi rendo conto che non è facile essere genitore, ma più in genere non è facile proprio essere umani senzienti ed intelligenti. Aiutare i nostri figli a crescere è compito nostro ed è impossibile non cercare di plasmarli secondo le idee e concetti che riteniamo più opportuni per farli diventare grandi nel modo giusto.
Appunto.

Chissà cosa avrebbe pensato quel genitore se gli fosse stato imposto il tanto vituperato dai media gioco del rispetto triestino?
Ma soprattutto, chissà se questo genitore fa vedere ai propri figli i Teletubbies.

 

Tante coccoleeeeeeeeeeee!

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12 marzo 2015 4 12 /03 /marzo /2015 08:00

Si parla tanto di lavoro, soprattutto di quello che non c’è o non c’è più. Trovare lavoro non è mai stato difficile come in questo momento, mi rendo conto, ma credetemi: anche chi deve dare una prima scrematura ai curriculum inviati ha i suoi bei problemi.
Io, ad esempio.
Se è vero che chi è preposto a questo ruolo in genere impiega circa otto secondi a leggere un cv e a scartarlo (Sarà una leggenda? Sarà verità? Restiamo sul vago, manteniamo un alone di mistero) , è anche vero che i casi umani passano tutti da qui.

Dopo la prima puntata, ecco ancora altre cose da non fare assolutamente se volete essere richiamati per un colloquio

Studi non finiti
Non è un peccato non aver terminato un corso di studi, non è un disonore non aver terminato l’Università, ci mancherebbe. Ma non ce lo scrive, per cortesia. Ci fai una brutta figura, sembri una persona che molla davanti alle difficoltà e non dai una bella prima impressione. Non ci scrivere nulla, bello di zia, o al massimo scrivici che stai ancora studiando (se non ha 50 anni, ovvio).

Problem solving de’sta cippa
Va molto di moda, più o meno dall'avvento degli yuppies, scrivere nei curriculum parole senza senso in inglese. la preferita in assoluto dall'italiano medio è problem solving.
Ora, cosa mi dovrei aspettare da te, candidato molto molto esperto in problem solving? Che se mi si fulmina il neon dell'ufficio me lo sai cambiare? Che se mi si spezza un'unghia mi sai rifare il gel? Che salvi i gattini che non sanno scendere dagli alberi? Che se finisce il toner della fotocopiatrice ci pensi tu? Ecco, ora che lo dici, in effetti, a guardarti meglio sei uguale a Clarke Kent.

Meritocrazia
I telegiornali li guardiamo tutti, vero? E si parla moltissimo di meritocrazia, la cui mancanza sono perfettamente d'accordo essere uno dei problemi maggiori dell'Italia attuale. Ma tu, candidato mio, non puoi scrivere che credi nella meritocrazia e che fino ad ora sei stato vittima di abusi e angherie dai tuoi attuali e precedenti datori di lavoro. Non ti renbde figo, non ti rende simpatico, ma soprattutto dai l'impressione di uno che piange in un angolo quando il bullo a ricreazione gli ruba la merenda. 

Bridge&burraco
No, ma è bello che tu abbia hobby, interessante. Ma il fatto che tu sia campione indoor di burraco dal 2008 e che ora ti dedichi con passione al bridge come esperienza di vita non aumenta le tue possibilità di ottenere un colloquio.
Anzi.

Una foto parla di te.
Ho già detto che non sono fanatica delle foto nei curriculum, ma se la metti deve essere la foto giusta. Tu, signora cinquantenne che metti una foto in canottiera con le tette rifatte in bella mostra, che mi vuoi dire? E tu ragazzetta che mi mandi un selfie in cui sei chiaramente stesa sul letto e nuda, che mi vuoi dire? Ma soprattutto, tu che mi guardi con uno sguardo che Dexter sembra il placido postino di Fargo, mi stai minacciando?

Invocare Dio o peggio la speranza
Non mi piacciono i cv in cui il candidato si getta in panegirici sulle sue caratteristiche personali (attitudine a lavorare in team fa il paio con problem solving, IMO) e sulle attitudini che ritiene di avere. Ma pregare Dio che gli faccia ottenere un posto di lavoro è patetico, invocare la speranza di migliorare la sua vita, ridicolo.

Ma il più odioso di tutti è lui: il manager di successo. Per sua stessa definizione, sia chiaro.
Rampante persino nella fotografia (dove troneggia un voluminoso riporto), manda un curriculum per un ruolo inferiore, sciorinando tutte le retribuzioni lorde annue dal 1998 ad oggi, elencando premi ed incentivi ricevuti con cifre esatte manco fossi il fisco e millantando CUD da guiness dei primati. Ma soprattutto scrive il curriculum di tre colori diversi, evidenziando in giallo le parti che (lui) ritiene più interessanti.

 

Che faccio... archivio?????

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9 marzo 2015 1 09 /03 /marzo /2015 18:10

No, ma sono viva, eh.
Sono viva e sto bene.
Io.
Oddio, abbastanza bene, non esageriamo che poi il diavoletto della sfiga mi sente.

E’ che l’arma batteriologica di secondo livello che vive con me da quasi quattordici mesi e che rallegra le mie giornate con i suoi sorrisi da faccia quadrata è riuscita ad infettare chiunque potesse trovarsi nel raggio d’azione di un suo starnuto.

Tutti sono caduti come mosche.
Tranne me, ovviamente.
Bronchite.
Influenza.
Ricaduta dell’influenza.
Virus intestinale.
Tutti in rapida sequenza dal suo compleanno in poi, alla faccia di quelli che “dopo l’anno cambia tutto”. Ma andatevela a piglià dove dico io, altroché.

Ad un anno cambia tutto, e magari sarà anche vero.
Emma è sempre più bambina e meno neonata, capisce tutto o quasi (e comunque sempre quello che le pare) e trotterella felice per casa quando il virus intestinale gliene lascia la forza. Povero amore di mamma.

Passerà, dicono, è solo un momento. 
Poi tutto rientrerà nella normalità e potresti (ADDIRITTURA!!!) tornare ad avere una vita sociale o il tempo per truccarti ed asciugarti i capelli senza strozzarti con lo spazzolino.
Passerà, dicono, e crescendo tua figlia si ammalerà di meno e riporterà a casa meno germi.

Ne sono certa, passerà. 
Per il momento il mio umore è sotto le scarpe, vedo tutto nero e mi sento come in una puntata di TWD. Vorrei solo giornate luminose con Emma per mano, scampagnate e momenti felici, risate con gli amici e corse a perdifiato tra i fiori. 
E invece cacca. Non metaforicamente parlando, chiaro.
Posso farcela? Certo, anzi DEVO farcela. Me lo ripeto come un mantra da ieri. Devo farcela soprattutto a non ammalarmi pure io, sennò impazzisco. Anzi, facciamo che mi ammalo quando tutti sono in salute, così dormo 72 ore filate.
Ripensandoci, me ne basterebbero anche otto.
O sei.
Dai, facciamo cinque e non ne parliamo più.

Tanto passa, vero?

 

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Published by Phoebe - in mammaphoebe
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6 marzo 2015 5 06 /03 /marzo /2015 08:00

Non so come mai, ma sempre più spesso le mia avventure e le mie riflessioni si manifestano all'interno di un supermercato. Sarà perché a causa di influenze e malanni assortiti della gnocca la mia vita si va riducendo sempre più nel triangolo casa/spesa/lavoro (vita sociale, dove sei??), sarà perché stare in fila alla cassa senza far nulla stimola i miei neuroni a trovarsi un hobby. O magari è solo il caso, per dire.

E proprio ieri sera mi sono ricordata all'ultimo momento che mi mancava il tonno per fare l'insalata per il pranzo da portar via in ufficio e così mi sono fermata al volo in un supermercato in cui non vado mai. Non c'ho nemmeno la tessera, per dire, e io ce l'ho di qualunque cosa. Giuro.
Non ci vado mai ma senza un motivo specifico, questione di abitudini o solo di opportunità, insomma. Fattostà che mi sono fermata, ho preso al volo la scatoletta mancante e sono andata alle casse. Una sola cassa aperta (sgrunt) e la fila (doppio sgrunt) anche se il supermercato sembrava semideserto. Forse, ho iniziato a pensare, la mia mancata frequentazione ha un perché di fondo.

Mentre mi guardo intorno metitabonda, il mio sguardo incrocia la cassiera.
La guardo ancora, con sempre più attenzione.
Non ci posso credere, è proprio lei. O almeno, sembra lei. Stesso taglio di capelli di trent'anni fa, stessa corporatura a bastone che ne faceva la bambina più sgallettata del quartiere, stessi occhi.  La fila scorre e mi avvicino quel tanto che basta per leggere il nome sul cartellino: è lei., è L., la mia amichetta d'infanzia, la mia prima migliore amica.

Da bambina, prima che mia nonna cambiasse casa, lei e i suoi fratelli maggiori erano i compagni di scorribande nei campi, spalle d'eccezione nell'organizzazione di teatrini e spettacoli itineranti, complici nella violenza involontaria sugli animali tipica dell'infanzia.
Io e L. eravamo le uniche due femmine e passavamo moltissimo tempo insieme. Praticamente coetanee, non c'era giorno in cui non si combinasse qualche piccolo guaio, specie d'estate.

Poi mia nonna si trasferì. Non lontanissimo, ma quel tanto che bastava negli anni Ottanta per rendere impraticabile una frequentazione tra due bambine di otto anni. All'inizio fu dolore, disperazione, mancanza folle. Poi la vita va avanti, specie a quell'età,e  sono venute altre amicizie e altre avventure.

E ora eccola qui, L., davanti a me. Mi dico che mi riconoscerà, sfodero il mio sorriso migliore, le porgo la scatoletta di tonno. Lei mi guarda, mi sorride e mi fa: "La tessera ce l'ha?
No, la tessera non ce l'ho.
Ecco i soldi e allora ciao.

Non mi ha riconosciuto e io non ho saputo dire nulla.

Il tempo passa, i ricordi sbiadiscono e vengono soppiantati da nuove abitudine. La vita corre e ci trascina, trasformando una migliore amica in un nome su un cartellino.


Mannaggia.
 

 


 

 

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2 marzo 2015 1 02 /03 /marzo /2015 14:00

Non è stato tanto freddo quest'inverno, è vero.
Non ci ha fatto tremare, non ci ha esasperato con neve e brina, non è stato cattivo.
Ma è stato lungo.
Immensamente lungo.
E piovoso. 
Maremma pluviometro.
Forse perché Emma da ottobre s'è presa all'asilo tutti i germi che sono stati classificati dal 1900 ad oggi? Forse.
Ma sono stanca, infreddolita, gonfia e pure con la ritenzione idrica.
Sono stufa della sinusite, del raffreddore e delle orecchie tappate. 
BASTA.
Voglio il sole, quello tiepido che fa nascere le gemme, spuntare le primule e sgranchire le ossa.
Il sole di primavera, quello che ti fa venire voglia di mangiare l'insalata a pranzo, di correre in palestra e di dormire dopo pranzo.
Sono stufa di uscire con cappello, sciarpa e guanti. Ho voglia di un giacchettino leggero, di prendere Emma per mano ed andare a provare la sua nuova andatura in riva al Lago senza paura di un vento gelido a folate. Portarla sull'altalena e vedere la sua faccia impaurita trasformarsi in un sorriso sdentato.
Voglio sedermi su una panchina e guardare il sole che luccica sulla superfice del Lago.
Voglio vedere la luce in fondo al tunnel dell'inverno.

Voglio la primavera.



 

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25 febbraio 2015 3 25 /02 /febbraio /2015 18:00

L'ho già detto che essere madri non è automatico.
Nasce tua figlia e tu non sai nulla, in special modo se è il primo o se non hai avuto contatti diretti e duraturi con un poppante. Non sai nulla, ma non dal punto di vista pratico: quello si impara.
Si impara a cambiare un pannolino, ad allattare, a prenderlo in braccio. Si impara persino a fargli fare il ruttino.

Quello a cui non si è pronti è il lato psicologico di tutta la faccenda. Piange? L'ho cambiata, ha mangiato... Eorachecazzofaccio? E poi: come sarà il mondo per mia figlia? Farò bene? Farò male? Moriremo tutti? In che guaio mi sono ficcata?
E lui sta lì che ti guarda serafico, più simile a BabyBua Cacca&pipì che ad un bambino. Mangia, dorme, caca: stop. La paura la puoi dominare, la vita tutto sommato ti sembra facile.
Almeno per me è stato così, Emma da lattante era una bellissima bambola di porcellana con un sorriso sdentato che sembrava dire: "Ah mà, tranquilla! Peace&Love!"

Poi un giorno ti rendi conto che tua figlia non è più una bambola, ma che tutte le migliaia di milioni di sinapsi che nei mesi sono andate crescendo e formandosi nella sua testolina hanno fatto BOOM! e l'hanno resa un animaletto senziente (o quasi). 
Funziona così, vero? In genere davanti ad un documentario scientifico impostomi con la violenza dall'Amoremio dormo ed assimilo per osmosi. Forse.

C'è un giorno in cui scopri che tua figlia ti capisce. Non parla, ma ti capisce. 
Ti guarda con i suoi occhioni nocciola e te ne rendi conto: ti capisce. 
Non è più una bambola, ma un essere vivente dotato della sua (piccola) autonomia che trotterella libero per casa con l'andatura precaria e buffa che l'indossare un pannolone comporta.
Un giorno le chiedi: "Mi
 porti il mattoncino arancione?" e lei te lo porta. il giorno dopo la vedi infilare anelli nel supporto della piramide ed è meraviglia. da un lato ti senti la mamma di Einstein, dall'altra è panico: cresce. Non solo, cresce e capisce, comprende. Presto parlerà ed esprimerà le sue opinioni, e se ha ripreso alla mamma ciò non porterà a nulla di buono.

Non dovrei essere sorpresa di ogni piccolo passo, di ogni manifestazione di intelligenza anche minima. Cresce, è naturale, ma mi sembra tutto estremamente meraviglioso ed eccezionale, la limite del miracolo.
Eccola lì, una personcina in miniatura di tredici mesi che inizia ad esprimere gusti ed inclinazioni: odia il prosciutto cotto e ama i libricini da sfogliare, specie quelli da aaccarezzare. Ama i pupazzetti di gomma e schifa i giochi troppo rumorosi. Non vuole essere troppo toccata, la signorina, e le smancerie non sono il suo forte.

Fa impressione pensare che l'ho fatta io.
Sì, un po' anche suo padre, ma insomma diciamocelo: il lavoro grosso l'ho fatto io.
Cacchio.

Mica sapevo di essere così brava! 

 

 

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23 febbraio 2015 1 23 /02 /febbraio /2015 14:00

Tempo fa girava su FB un gioco particolare: ogni giorno, per un certo numero di giorni, si doveva indicare nel proprio status tre cose belle che, nonostante le rotture di balle quotidiane, erano accadute nella giornata.
Ora, già il fatto di dovere mi esclude categoricamente dalla questione. Io a scuola ero quella che se la maestra dava un libro da leggere obbligatoriamente per le vacanze manco lo compravo.
Magari ne leggevo altri sei, ma quello lì manco morta. Anarchy in the Trasimeno Land. Poi l'alto tasso di zucchero che anche no. Ma soprattutto non c'ho avuto voglia, non lo trovo divertente e, di base, io faccio quel che mi pare. 
Ecco.Troppo buonista. 
Vorrei invece elencare le cose che odio, tre cose che mi fanno valutare male l'essere umano medio e rivalutare i gatti. Non tre cose astratte e qualunquiste, tre a caso accadute oggi, per dire.
Un giorno a caso.

Uno.
Tu, omino pensionato col cappello che mi vedi andare verso il banco della Coop deserto, perché tiri la volata col carrello facendomi la piega ai capelli dalla velocità pur di arrivare prima di me alla colonnina coi numeri? Cos'hai di tanto urgente da fare a casa e soprattutto perché mi guardi in cagnesco come se un torto te l'avessi fatto io?
Spero davvero che la bresaola ti vada di traverso mentre guardi la Clerici alla Prova del cuoco. Guarda che non ho preso il acrrello, ma posso sempre tirarti in testa il cestino con dentro i limoni ed i pomodori, chiaro?

Due.
Gentilissima operatrice della TRE, io con la sua compagnia ci sto bene, davvero. Mi trovo bene, il costo è adeguato, mai un problema. Certo, cercate sempre un po' di fregarmi mettendomi in fattura qualche optional del cavolo, ma siccome io sono una ttenta è difficile che uno dei vostri giochetti la passi liscia. Mi trovo bene, dicevo, ma se non la smette di fracassarmi il fracassabile offrendomi telefoni che non mi servono, contratti che non ho richiesto ed invitandomi a compilare via telefono estenuanti e lunghissimi questionari di qualità, giuro che disdico tutto e torno al telegrafo.

Tre.
Si è rotta la macchinetta del caffè in ufficio. Rotta nel senso di rotta. Rotta proprio. Niente caffè. NIENTE CAFFE'. Non nelle prossime otto ore, almeno.
Maledetta macchinetta distributrice di caffé, affidabile come una promessa elettorale e cara come se dentro ci fossero due brasiliani che tostano e  macinano i chicchi a mano.
Rotta. Vi rendete conto? Ma se riesco ad aprirla col cacciavite e a sniffare la polvere va bene uguale secondo voi? Fa effetto? No perché affrontare le follie quotidiane della gente senza caffè è impossibile, incostituzionale e certamente incivile.
Specialmente col mio pessimo carattere, maremma caffeina. 

 

Ah, buon lunedì.

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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Il tarlo della lettura