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9 febbraio 2016 2 09 /02 /febbraio /2016 18:15

Odio gli adempimenti burocratici.
Li odio tutti, indistintamente.
Ma odio ancora di più quelli che potrebbero essere svolti da casa con un click e che invece vengono strutturati come stanze della tortura e che ti obbligano prima di tutto a chiedere un permesso dal lavoro e poi a romperti le palle per un tempo sufficientemente lungo da causare la morte di almeno un paio di cellule del tuo cervello.

Uno di questi è la pre-iscrizione alla scuola dell'infanzia, Vorrei capire come e perché per la scuola primaria e la media basti un modello on line e per andare alla vecchia scuola materna no. Quale criterio è stato scelto? Non si sa. Non è dato sapere.

Dobbiamo andare al Centro Didattico competente e fare la fila. Evviva, evviva. 
E allora meglio andarci in compagnia, coinvolgendo un'altra mamma/amica, Erica,  nella mia stessa situazione. L'unione fa la forza, dicono, e di sicuro sconfigge la noia.

Ora, il Centro Didattico di cui sopra altro non è che un ufficio presso la scuola primaria princpale del mio paese alias il lager che costituiva le mie ex scuole medie rimesso a posto. 
Un effettaccio a tornarci.
Mannaggia brutte le scuole medie.
Sono abbastanza certa di aver visto passare il vicepreside Torchia mentre stavo lì in attesa fuori dalla porta.
Le scuole medie, mah.

Alla fine l'addetto si accorge della nostra presenza e ci fa entrare. 

- Buongiorno, iscrizioni alla scuola dell'infanzia?
- Eh, sì.
- Per lei? 
- No, guardi, io ho dato.
- Ah, ah. Si vede. Nome  e cognome?
(SGRUNT!) E declino le generalità di Emma al simpatico impiegato. Sorvolo sul fatto che ha chiesto sia a me che alla mia amica prima le generalità del padre e poi le mie come se ci fosse una scala gerarchica e che ha fatto battutine sulla mia età ("Ci ha pensato, eh?")
- Dunque, dove la vuole pre-iscrivere?
- Alla scuola del paesello.
- Ah, bene. E' la prima, sa? Non credo avrà problemi anche se è anticipataria.
- Benissimo.
- E' vaccinata?
- Sì sì. Oddio, le manca ancora il trivalente, ma ogni volta che prendiamo app...
- Sì, sì, come crede. Tanto è una autocertifcazione, firmi qui.
- Aehm.
- E la religione cattolica?
- Cosa?
- La vuole?
- Cosa?
- L'insegnamento della religione cattolica. Accetta?
Nella mia testa si sono aperti diversi scenari, tra i quali spiccava mia madre intenta a picchiarmi in testa con una padella antiaderente di 28 centimetri di diametro. Che fare? Aderire e piegarmi oppure... Oppure? Per mia fortuna Erica, prontamente al mio fianco, mi ha riportata alla realtà con una gomitata.
- Allora, qui c'è fila! Cosa scrivo?
- Eh, scusi, sì. Ma scriva sì, poi alle elementari deciderà lei.
- Come crede, tanto...
- Tanto che?
- No, dicevo, tanto voi moderni...

Ho preso il foglio e mi son messa di lato, per far spazio alla mia amica.
ma con una strana sensazione in fondo al palato, mista di buono e cattivo. In fondo quel che volevo l'ho ottenuto, mia figlia a settembre si iscriverà alla scuola dell'infanzia del paesello come desideravamo io e l'Amoremio e di questo ne sono stata felice, ma ho anche la consapevolezza che la strada sarà lunga e costellata moment critici in cui finirò a litigare con maestre e genitori poco moderni.

L'ho già detto che mi proporrò sempre come rappresentante di classe?

 

 

 




 

 

 

 

 

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4 febbraio 2016 4 04 /02 /febbraio /2016 14:30

Scena 1 - L'ottuagenario pervertito

In pausa pranzo mi ritrovo a fare la spesa in un piccolo centro commerciale vicino all'ufficio e prima di andare alla Coop mi fermo a prendere un caffè al bar accanto. Siccome la compagnia non è molta e la televisione rimanda "La vita in diretta" che anche no, decido di dilettarmi nel mio hobby preferito. farmi i fattacci degli altri. 
Il mio sguardo vaga, il luogo e la compagnia non favoriscono il mio hobby, ma alla fine la mia attenzione cade su un attempato astante seduto ad un tavolino che smanetta sullo smartphone. 
Incuriosita dall'ottuagenario internauta mi avvicino con nonchalance e riconosco i colori inconfondibili di Facebook. 
Apperò, mio padre non sa neanche scrivere un sms... 
Mi avvicino ancora e scopro che il simpatico vecchietto sta surfando tra le foto di discinte signorine dai nomi inequivocabili di Tatiana Love o Katarina Birikina. Con maestria anche, eh. 
Di primo acchitto sono inorridita e la signorna Rottermeier che è in me è insorta con la bacchetta di giunco in mano. 
Poi mi sono chiesta: chi gli avrà insegnato? Un nipote? Un compagno di tressette? Una accompagnatrice compiacente? In gamba, ad ogni modo.
E ancora: poraccio, magari è solo. Senza nessuno, senza una compagnia, si trascina in attesa di... ok, ho riposto la signorina Rottermeier in fondo al mio ego e sono andata a far spesa.

L'ho ritrovato dopo, dietro di me alla cassa con una spesa (lo sapete, vero, che ho la fissa di guardare la spesa degli altri?) decisamente non da pensionato single: sogliole fresche, melanzane, pancetta, pomodori. 
Mi vedo la sua anziana moglie che gli fa l'amatriciana. 
Per dire.

 

Scena 2 - Il nonno allegro

Sono di nuovo al supermercato.
Sì, la mia vita è davvero emozionante.
In spregio alla mia avversione per le bottiglie di plastica, ho comprato una confezione da sei di Ferrarelle che no ho messo sul nastro. Alle mie spalle sento una presenza. Vicina, troppo vicina. Mi volto e mi ritrovo a tre millimetri dal naso un vecchietto molto stagionato, dotato di un importante paio di bretelle rosse, che cerca vistosamente di passare: "Mi scusi, mi scusi" mi dice allegro.

"Enzo!!" gli intima stizzita una signora altrettanto stagionata in coda dietro di me e che presumo sia la moglie "Ma dove vai! E chiedi permesso, poi! Lo scusi, sa..."
"E' che mi metto alla fine del nastro, che sto più comodo!" gongola fiero della posizione raggiunta.
Vabbè, abbozzo. "Ma si figuri, non fa niente E' che c'ho l'acqua che è pesante e blocca anche il traffico! Ci dovrebbero venire gli uomini a comprarla!!"
La signora annuisce, la cassiera ridacchia.
"Vede," mi dice il vecchietto "deve fare come me: io l'acqua non la bevo: fa la ruggine!!! Bevo solo il vino che faccio da me".
Ecco, a posto.

 

Solo a me sembra che il futuro sia l'anziano??


 

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1 febbraio 2016 1 01 /02 /febbraio /2016 10:00

Sono nata il 7 gennaio di ormai diversi anni fa, in quel favoloso momento dell'anno in cui terminano le feste, cominciavano i saldi e gli scolari rientravano a scuola.
Ero una bambina buona, tranquilla e molto ostinata. 
Un no era un no, e io alla materna non c'era modo di farmi cambiare idea. Così, dopo due anni di incresciosie mattinate in cui non volevo andare alla materna (allora non aveva ancora il pomposo nome di scuola dell'infanzia) neanche sotto tortura o minaccia, due anni in cui finsi diverse malattie, emicranie e anche un piede rotto,  mia madre decise di rimischiare le carte in tavola e di tentare una strada nuova per non finire a psicofarmaci: mi feci fare la primina, anche conosciuta all'epoca come prima privata.

All'epoca non c'erano regole serie come oggi per gli anticipatari nati fino al 30 aprile dell'anno successivo a quello dell'iscrizione in corso; se si voleva prendere questa strada la via era tutt'altro che agevole. Occorreva andare a ripetizioni, ovviamente a pagamento, e poi sostenere un esame che portava il bambino direttamente in seconda elementare. Ripeto, una strada per niente agevole anche perché inserire un bambino direttamente in seconda non era facile.
Ma mia madre, nonostante i gufi del paese e le voci bisbiglianti che prospettavano per me un sì tristo avvenire, era determinata e decise che questa sarebbe stata la mia strada.

Così, insieme ad un'altra bambina dai lunghi capelli e degli occhi nocciola, cominciai ad andare a ripetizioni il pomeriggio dalla maestra Tonina, una signora piccola piccola dagli occhi vispi e dalla propensione innata a tirarmi le guance. Io che all'asilo mi annoiavo tantissimo e mi sentivo diversa dagli altri bambini, in quei pomeriggi mi divertivo tantissimo e molto soddisfatta di me. Sembra strano ma questa sensazione me la ricordo ancora, come la gioia della volta in cui riuscii a leggere per la prima volta una frase intera.

Mi ricordo anche l'esame, con i fogli con le cornicette disegnate preparati per giorni e giorni, le raccomandazioni della maestra Tonina che fossero perfette ed il patma: "Ce la farò?".
Mi ricordo anche il primo giorno della seconda elementare, il grembiule blu e la paura di non conoscere nessuno.

Inutile dire che tutti i miei problemi svanirono con l'ingresso alle elementari: io a scuola stavo bene e mia madre finalmente trovo il brivido delle mattine senza pianti, senza false malattie e senza sbattimenti.

Il caso ha voluto che anche la gnocca sia di gennaio, proprio come la sua mamma. E quindi? Quindi niente, le regole sono cambiate, il mondo è cambiato e forse (in questo caso specifico) non in peggio. Non ci sono esami, ripetizioni e cornicette da fare, ma solo una domanda al circolo didattico.  

E così a settembre, col grembiulino rosa e lo zainetto sulle spalle, Emma entrerà alla scuola dell'infanzia.
Cosa pensate, che io mi commuova?

No, no.

Chi, io?

Sniff, sniff...

 

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29 gennaio 2016 5 29 /01 /gennaio /2016 08:00

Interno giorno.
Io, mia madre, mio padre e la gnocca.

Emma gioca con mio padre, stravaccato sul tappeto a fare le costruzioni e con l'espressione ebete di tutti nonni

Emma: "Mio nonno!!!!" esclama abbracciandolo sorniona mentre mio padre si scioglie come un budino.
Io: "Emma, lo sai che il tuo nonno è anche il mio papà?"
Aggrotta le sopracciglia. Continuo: "E la nonna e anche la mia mamma! Hai capito?"
Emma: "No."
Io: "Come no?"
Emma: "No. No. No. Mio nonno, mia nonna!"
I miei genitori sghignazzano, compiaciuto del senso di possesso della creaturina nei loro confronti.
Io: "Emma, certo. Sono il tuo nonno e la tua nonna, ma anche il mio papà me la mia mamma. Capito?"
Emma mi guiarda malissimo e sbattendo i piedi esclama: "NO, NO, NO!!!! Mio nonno, mia nonna, mia mamma!"
Io: "Emma, invece sì"
Emma: "NO!"
E attacca a piangere disperata, come se le avessi tolto i parenti dallo stato di famiglia.
Mio padre: "Ecco, l'hai fatta piangere. Vieni qua tesoro, il nonno è solo tuo" e se la prende in braccio coccolandosela, mentre la ruffiana tira su col nasoe  se lo compra con due spicci sussurandogli : "Mio nonno."
Mia madre? Mia madre sghignazza.

I nonni...

 

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25 gennaio 2016 1 25 /01 /gennaio /2016 11:00

L'influenza di stagione sta arrivando, arriverà, eccola... cazz, è arrivata!
Da venerdì Emma ha una specie di bronchite che nel fine settimana le ha portato febbre alta, malessere generale, mammismo al cubo, tosse col fischio e insonnia genitoriale. Niente di grave, eh.
Ma insomma, ad andare a spasso si sta meglio.

Oggi, lunedì, dopo più di una settimana  va un po' meglio ed ho anche scoperto che c'è una specie di epidemia in giro. Benissimo. 
Gli zombie stanno arrivando, sappiatelo.

Ad ogni modo, sopravvivere alle malattie infantili ed a un nano lagnoso e inappetente si può, magari adottando qualche piccolo correttivo alla vita familiare.

1) Tenere le medicine necessarie sempre pronte. Non si sa mai, i nani sono traditori e sono sempre pronti ad ammalarsi di sabato pomeriggio. O durante un ponte. O a Natale, mannaggiaallaputtana. E voi se non c'avete la Tachipirina che fate? E il Nurofen? E i fermenti lattici? Io, da buona maniaca del controllo, ho anche le gocce per le orecchie, lo spray e lo sciroppo per la tosse. TUTTO DOPPIO. L'ho già detto che non si sa mai? E che sono maniaca del controllo?

2) Niente panico. Non è ebola, non è una nuova infezione che trasforma in zombie, non è pleurite: è influenza. Una rogna immane, siamo tutti d'accordo, ma passerà. Prima o poi. Non fatevi prendere dai patemi d'animo, dalle pezzoline bagnate sulla fronte e dalla manina tremula di vostra figlia: tachipirina in giuste dosi e balla la macarena (voi no).

3) Adeguatevi alla nuova condizione. Speravate in un fine settimana rilassante? In una gita fuori porta? Inutile arrabbiarsi perché l'influenza mura in casa e tutti i piani sono andati a remare da soli: accettare il proprio status è l'unica cosa da fare. Volevate un fine settimana ruggente e vi trovate a guardare la Pimpa? Pigliatela in allegria, andrà meglio la prossima volta. 
Fate scorta di beni di conforto, come serie tv e strufoli al miele: aiuta. Non la dieta, ma in genere aiuta.

4) Siate stalker del vostro pediatra. Devo aggiungerte altro? Pure a Natale l'ho chiamato per fargli gli auguri, secondo me se mi incontra per strada cambia direzione. Poveraccio.

5) Tenete duro, rafforzate le difese immunitarie e ammalatevi SOLO a prole guarita. Io sono arrivata a sniffare tachipirina, pur di non cedere. Ammalati tutti no, non ce la posso fare.

Insomma, dicevo:poi passa. 
Ci vuole un po' ma poi passa.
E si torna ad una vita normale, all'asilo, alle corse ad ostacoli la mattina, a fare tuttto di... etciù!!!!!! 
No, no, no, non io!

Etciù!

Dicevamo?


 

 

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14 gennaio 2016 4 14 /01 /gennaio /2016 08:00

Dormire per me è stato sempre un piacere, una coccola a me stessa. Fin da bambina, il momento di andare a dormire non è mai stato una punizione, ma la piacevole conclusione della giornata.
Come un orsacchiotto in letargo, la domenica era l'unico giorno in cui potevo rimanere a letto ancora un po', rintanata sotto le coperte, mentre il mondo scivolava via e si sgranchiva le giunture senza di me. 
Io potevo sognare ancora altri cinque minuti, solo altri cinque minuti. 

Dormire è sempre stato un piacere, un momento di bellissimo oblio ed Emma ha ereditato da me questo aspetto del carattere. 

Peccato che io, quasi contemporaneamente, lo abbia perso nel mare agitato della maternità ritrovandomi a passare notti agitate nonostante intorno a  me tutti dormano saporitamente.

Tutte le sere mi addormento abbastanza velocemente, leggo un po' e non certo quanto vorrei, sento la pesantezza farsi strada tra gli occhi e le gambe pesanti. Ecco, ora mi giro e dormo. Bum! Tutte le sere credo che sia la volta buona, quella notte in cui riuscirò finalmente a riposarmi e poi verso le tre, puntuale come il Cappellaio Matto all'ora del tè, eccomi qui: SVEGLIA.
No, non sveglia, peggio: in un insondabile dormiveglia, dove ripercorro tutta la giornata passata e quella futura, analizzo le cose da fare, mi fisso su un adempimento immaginario che non ho svolto (Avrò pagato tutte le tasse? E le bollette? Oddio, il 730? Mi staccheranno l'acqua?) e comincio e rigirarmi nel letto. Ancora. E ancora. E ancora.
Cerco di rimanere silenziosa per non svegliare né l'Amoremio né Emma, ma tutti i tentativi per tornare a dormire sembrano inutili. 
Provo a raccontarmi una storia. Niente.
A contare le pecore. Niente.
A fare training autogeno. Niente di niente.
I pensieri negativi si insinuano tra le coperte e mi sale l'ansia. 

Finché non suona la svegia.

 

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12 gennaio 2016 2 12 /01 /gennaio /2016 13:00

Sono stata recentemente in un negozio di giocattoli che in genere non frequento mai, non solo perché non a prezzi accessibili, ma perché preferisco sempre comprare su Amazon e non portare Emma in luoghi che possono generare conflitto.
Se vi state chiedendo quale genere di conflitto si possa generare in un negozio di giocattoli, è più che evidente che non avete prole al seguito, altrimenti stareste già annuendo con veemenza.

Insomma, cercavo un paio di scarpe per la bambola che ho regalato ad Emma per Natale e di cui la poveretta è sfornita con grande disappunto della proprietaria (che è già in fissacon le calzature, poverammè), quando mi sono accorta che in questo negozio di giocattoli gli scaffali erano ben divisi in due sezioni distinte: quelle contrassegnate con il rosa - giochi da bambina, mentre quelli con l'azzurro - giochi da maschio.

Ora, io non voglio stare a sindacare sulle politiche di mercato, né sulle credenze educative dei genitori, ma in tutta sincerità vorrei farvi una domanda: Peppa Pig dove la mettereste? E Masha? Perché un puzzle con uno di questi due personaggi deve essere considerato da femmina mentre uno coi Paw Patrol sono da maschio? Lascia stare che a mia figlia fanno schifo e che non li vuole nemmeno vedere quei cagnacci, ma mi sembra una destinazione giusta? E i lego sono da maschio? Solo se hanno temi da maschio, ovviamnete. Quelli con le principesse sono da femmina, ma a mia figlia piace il trenino: come facciamo?
Ma soprattutto perché quegli adorabili dinosauri che si dovrebbero decorare la cameretta di un maschietto non possono decorare anche quella di una femminuccia?
E la Pimpa? La Pimpa dove va? Che poi la Pimpa è il cartone animale gender per eccellenza, è chiaro. In fondo è un cane che si comporta come un bambino e che vive insieme ad un uomo attempato con i baffi di cui non si capisce nemmeno il lavoro. Cosa li lega? Un'adozione? Una sperimentazione genetica finita male?  E perché Armando non ha una fidanzata?

Ma torniamo a noi. Questa divisione mii è sembrata davvero poco credibile, oltre che poco fruibile sia ai genitori che ai bambini. Un bambino che vuole una cucina per giocare allo chef deve girare tra i banchi delle femmine? E una bambina a cui piacciono le macchinine si deve sentire un maschiaccio?

Io trovo che i bambini siano creature semplici, Che non si facciano tante domande, ma che vadano direttamente a quello che trovano di loro gusto o meno. E' giusto incatenarli in queste convenzioni sociali? E' giusto mettere un'etichetta al gioco, l'attività più pura e bella dell'esistenza? 

Un bambino non deve essere libero di giocare con quel che vuole?
 

Attendo commenti.

 

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8 gennaio 2016 5 08 /01 /gennaio /2016 15:00

Casa Phoebe, ora della nanna.

- Dai Emma, ora bisogna dormire. Facciamo la nanna insieme. Vuoi che ti racconto una favola?
- No.
- Coccole?
- No.
- Aehm...
- Osssso?
- Sì, Orso è qui.
- Pimpi? Nanna?
- Sì, anche la Pimpa fa la nanna.
- AAAAndo???
- Sì, anche Armando fa la nanna.
- Moniiiia? Nanna?
-Sì, amore, anche la tua maestra fa la nanna.
- Iaia?
- Sì, anche Catia, l'altra tua maestra. 
- Annaaaaaaaaa?
- Sì, anche la cuoca Anna fa la nanna.

- Asciiiiii?
- Ashley fa la nanna.
- Ioia?
- Vittoria fa la nanna.
- Attta?
- Marta fa la nanna.
- Assscia?
- Asia fa la nanna.
- Pallo?
- Anche Paolo fa la nanna, ora dormi.
- Sì.

Dopo tre minuti.
- Papa?
- Fa la nanna.
- Nonna? 
- Fa la nanna.
- Nonno?
- Fa la nanna.
- Zizza?
- La zia dorme.
- Toto? 
- Tobia fa la nanna.
- Gato?
- Anche il gatto fa la nanna.
- Giuuuugia?
- Anche Giulia fa la nanna, dormi!

- Dado?
- Anche Davide dorme.

- Mmmmm... Dado pizzzzzaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!
Questa associazione che il cervello di mia figlia fa tra il ragazzo di mia sorella e la pizza è tutta da studiare. 
- Emma mettiti giù e chiudi gli occhi, sennò lo dico al dottore.
- NO. 
- Lo chiamo?
- NONONO.

Si mette giù, chiude gli occhi e in venti secondi dorme.
Tutte le sere, ma non prima dell'appello.
Tutti devono dormire e devono essere tranquilli, sennò non sta serena. 

Piccoli maniaci del controllo crescono?

 


 

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7 gennaio 2016 4 07 /01 /gennaio /2016 19:00

Io e il mio compleanno abbiamo da sempre un problema concettuale: io non piaccio a lui e lui non piace a me.

Non si tratta di una presa di posizione, né la paura dell'avanzare dell'età. Semplicemente sin da piccola ho sempre trovato fastidioso un giorno in cui dover essere felice ed allegra per forza. Un giorno che, tra l'altro, per tradizione è sempre carico di aspettative; in tutti i romanzi rosa, il giorno del compleanno della protagonista succede qualcosa che la fa svoltare, o eventi che dovrebbero cambiare il corso della sua vita. Io, mai.

Da piccola per me era il giorno in cui si tornava a scuola, e già questo lo rendeva inviso ai miei compagni di classe. Ah, sei nata il giorno in cui si torna a scuola, mi dicevano ("Semmai il giorno in cui cominciano i saldi abbello! avrei risposto poi con gli anni). 
Come se non bastasse, con l'arrivo della pubertà prima e della adolescenza poi si è trasformato nell'obbligo di fare festa e di organizzare qualcosa di memorabilmente figo che potesse essere ricordato come la festa dell'anno per tutta la settimana successiva. E se poi alla mia festa non fosse venuto nessuno? Se non si fossero ballati i lenti? E se i miei compagni se fossero annoiati?  
Insomma, diciamo che l'otto gennaio l'ho sempre visto come uno scapato pericolo. 
E dire che io sono una che adora preparare ed organizzare eventi e feste fin nei minimi dettagli, ma solo per lavoro o per gli altri. Farlo per me mi genera un'ansia indescrivibile e se possibile, appena raggiunta l'età della ragione e della possibilità di decidere in autonomia, ho detto anche no.  No allo stress di organizzare feste, sì al piacere degli amici.
Senza fretta però, che siamo appena usciti da un tunnel di feste.


Eccoci qui, siamo arrivati ai 40.
QUARANTA.
C'è chi dice che i 40 siano i nuovi 20, ma per me che sono già nata un po' vecchia questo non è che abbia molto significato. Non mi sento diversa da ieri, né più vecchia né più saggia, nemmeno più scafata. Uguale, ma proprio uguale, a ieri.
Segno dell'età: dieci anni fa festeggiai i miei trenta con i miei amici in montagna, con quello che fu il più grosso ubriacamento collettivo della nostra compagnia di amici. Alle cinque del pomeriggio. Con la grappa ai frutti di bosco. Una storiaccia, per carità. Oggi invece lo festeggerò in pigiama con la gnocca, guardando la Pimpa.

E, in fondo, mi piace così.

 

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5 gennaio 2016 2 05 /01 /gennaio /2016 08:00

Io ho sempre avuto un pessimo carattere, di quelli con il collegamento bocca-cervello davvero troppo corto ed una lingua che non ha esitato nel corso degli anni a mettermi ripetutamente nei guai. Anche grossi, eh. 

Ma la maternità mi ha migliorato. Sì. Giuro. E' vero. Mi ha addolcito. Sì, sì. Oppure è che ho talmente tante cose da fare che parlare con gli idioti penzola al numero 421 della mia lista di cose da fare e quindi mi tocca soprassedere.

Ero in farmacia a fare la mia solita scorta paranoica di medicine estemporanee per Emma (no, niente psicofarmaci, tranquilli: solo Tachipirina e Nurofen da tenere in casa che, si sa, i bambini si ammalano sempre la domenica, signora mia!) e stavo aspettando il conto, quando accanto a me compare una mia conoscente in evidente stato di gravidanza in attesa di pagare il ticket. 
Ora, potrei dire tante cose su questo soggetto, ma mi limiterò a dire che l'ho bloccata su facebook e sul resto taccio.
Ad alta voce e con la grazia che l'ha sempre contraddistinta sin dalla più tenera infanzia, si lamenta delle tasse da pagare e svocia a tutta bocca: "Mah... sai che faccio? Ora vado in Marocco e torno qua col gommone, così oltre a non pagare mi danno pure i soldi."

Ora, a me è salito un acido che nemmeno uno tsunami di Gaviscon avrebbe potuto arginare. Non solo per la cosa in sé, ma per tutto il contesto. Avrei voluto rispondergli in maniera colorita e degna, e nella mia testa si sono fatte strada diverse possibilità:

1) Opzione piccolo borghese. Vorrei spiegarti con calma il perché quello che vai affermando con tale sicumera è una castroneria senza pari, viste le attuali condizioni socio-economiche mondiali. Fermo restando il fatto che il concorrere alla spesa pubblica secondo le proprie posibilità è più che giusto.

2 ) Opzione socio-politica. Vorrei farti capire, qualora fosse possibile, che la situazione mondiale attuale prescinde dal tuo piccolo orticello di tre metri quadrati. Ci sono persone disperate, in fuga dalla guerra, che hanno perso tutto. Ma anche persone che vengono semplicemente a cercare un futuro migliore, perché nel paese dove vivono non hanno prospettive. I marocchini, come li chiami tu in senso dispregiativo, nel 99% dei casi starebbero a casa loro, se potessero. Credimi, tesoro bello de'zia, l'Italia non è un parco giochi, nemmeno per loro. 

3) Opzione Sgarbi. Capra!! Capra!!! 

4) Opzione Montessoriana. Che caspiterina opperdincibacco pensi di insegnare a tuo figlio? Ma sotto la messa in piega che c'hai, un esercito di mucche al pascolo che guardano il treno? Un neurone solo che a forza di sbattere sulle pareti della scatola cranica come una maracas si è rincittullito?

5) Opzione bullismo delle medie. Tu sul gommone non ci puoi andare: lo fai ribaltare.

6) Opzione arcobaleno. Ma certo che c'è gente che si preoccupa tanto delle famiglie con genitori dello stesso sesso e delle adozioni agli omosessuali, quando gli idioti non li controlla nessuno invece. 

Tutte queste opzioni facevano allegramente a gomitate nel mio cervello, mentre l'acido mi saliva in gola alimentando la mia ernia iatale. Il fatto che questo personaggio fosse anche incinta ha solo aumentato il mio senso di nausea: è così che nascono? Cioè, Salvini è nato così? 
Poi, invece, sono stata zitta.
Zitta perché non volevo metter su teatrini né sterili polemiche, ché come dice mio padre far nascere arance nel deserto non si può. Zitta perché erano le sette e da undici ore non vedevo mia figlia ed i suoi giganti occhi nocciola, quindi tu essere inutile rimani nella tua ignoranza. 

Io vado oltre (ma con un po' di reflusso però...)
 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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