24 aprile 2014 4 24 /04 /aprile /2014 10:16

L'amore di una mamma è un sentimento totalitario, violento, dittatoriale. Non lascia spazio al dubbio, è fatto d'istinto. Agisce contro la tua volontà, contro la razionalità che tanto andavi sbandierando fino a pochi mesi prima.
L'amore di una mamma è una forza che può spostare le montagne, trasformare una gattina in leonessa, arrivare fino alle nuvole.
L'amore di una mamma è primordiale, ti fa dimenticare teorie e logica.

L'amore di una mamma è esagerato, troppo per essere calcolato, sproporzionato. Un sentimento che riempie il cuore, che fa vivere più veloci e con la forza di cento braccia.
L'amore di una mamma provano a spiegartelo, ma non ti sembra possibile che sia davvero così. Pensi che le tue amiche che provano a raccontarlo siamo esagerate, forse un po' esaurite e di certo dominate dagli ormoni, ma poi scopri che non è così.

 

E lo realizzi guardando tua figlia dormire, con il ciuccio che le penzola  dalla bocca e la manina stretta al tuo indice.
E all'improvviso niente conta più di lei, niente è più importante della sua felicità. Vorresti stringerla forte e dirle che andrà tutto bene, che sarà sempre felice perché tu ucciderai tutti quelli che la faranno soffrire.
Ma non si può.

Puoi darle solo quel piccolo conforto che è il tuo dito da stringere.
 

Oltre che tutto il tuo amore.

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14 aprile 2014 1 14 /04 /aprile /2014 09:10

Diciamoci la verità: lo shopping per bambini mi sta prendendo la mano. Lo so, mi avevano avvertito in tanti, ma non ci avevo dato peso. Sbagliavo. H&M o Zara diventano posti del demonio appena tu, mamma di una bimba appena nata, scopri che per poco più di nove euro puoi comprare cosette piccolissime e deliziose. Proprio come la mia Emma, insomma.

Ecco, io e mia sorella NON dobbiamo andarci mai più.
O almeno non più di una volta al mese, ecco. Uscivamo giusto da H&M ridendo e chiedendoci come alcune donne con più di venti anni e con una taglia di reggiseno superiore alla prima possano vestirsi lì senza cadere nella terribile rete di Enzo & Carla, quando mi sono sentita osservata.

Ecco, all'improvviso il mio sguardo si è incrociato con uno sconosciuto, un incontro di una frazione di secondo, come mille. Poi, dopo circa trenta secondi, il mio cervello ha registrato. No, non è possibile: LUI. L'unico uomo sulla faccia della Terra che non sono in grado di perdonare. E per me è parecchio, eh, considerando che son riuscita ad essere più magnanima di Gandhi. Ma forse dipende solo dal fatto che ho saputo perdonare relazioni finite male, non amici traditori.

Sono convinta che nel lungo periodo un amico che ti ferisce nel profondo faccia molto più male di un amore finito, forse perché da una amicizia vera ti aspetti comprensione, complicità e rispetto senza i legacci dell'amore. Ti aspetti una condivisione, un porto sicuro fatto di chiacchiere e caffè, una fratellanza che va al di là del vedersi tutti i giorni.

E quando un amico che pensavi un fratello ti pugnala fa male, parecchio.

E dopo tanto tempo resta solo la rabbia di aver riposto male le proprie mani ed il proprio tempo.

 

Ad ogni modo eccolo lì, talmente ridotto male ed invecchiato da essere irriconoscibile. Dire che il tempo sia stato impietoso è riduttivo: è stato proprio stronzo.

E io che avevo sempre affermato che se l'avessi rincontrato l'avrei preso a schiaffi in faccia pubblicamente, possibilmente strappandogli anche gli occhi, ho guardato mia figlia che cincischiava ignara con il suo ciuccio preferito e mi son detta: ma 'sti cazzi.

E ce ne siamo andate. Perché, a pensarci bene, la mia vita va bene così e non mi importa del male passato.

 

Certo, perdonare è una cosa diversa, sia chiaro...

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11 aprile 2014 5 11 /04 /aprile /2014 09:17

Stare a casa in maternità ti trascina in una realtà diversa da quella a cui sei abituata. Le tue attività quotidiane, il tuo lavoro, le cose che prima costituivano la tua realtà quotidiana svaniscono all'improvviso, sostituiti da nuove e diverse incombenze. Anche i problemi e le ansie sono completamente diverse, anche se non meno opprimenti. Solo diverse, come è diverso il modo di vivere.

Prima ero combattuta tra leggi da applicare, conteggi da fare, gente da accontentare, progetti da seguire, poi all'improvviso la tua vita si riduce alle 4 P: “Pannolino – Poppata – Passeggiata – Pisolino” in loop continuato.

Stop.

La tua vita all'improvviso si riduce a questo, e io me ne sono resa conto giusto quando mi sono trovata a raccontare con enfasi all'Amoremio l'evento più eccitante della mia giornata: Emma che fa la cacca. Tanto per confermare una tesi, insomma. La vita di una neo-mamma è limitata anche negli argomenti da trattare, si sfiora la pazzia.

E lui invece mi raccontava i preparativi per una riunione, per un progetto da presentare, gente da incontrare, eventi da organizzare.

All'improvviso mi sono sentita ferma al palo, mentre la vita continuava a scorrermi accanto ed il mondo si fosse dimenticato di me. Come se fossi ferma ad aspettare un autobus che non passa mai. Eccomi qui, inchiodata a fare la mamma a tempo pieno, con una creaturina tra le braccia che dipende da me in tutto, che non sa come esprimersi e che non so capire davvero.

Avrà fame?
Avrà sonno?
Oddio, non l'ho ancora messa nel lettin
o!

Piange, oddio piange.
Le faranno male le orecchie?
O è la pancia?

Datemi un traduttore, per la miseria. E dire che nel mio lavoro ero brava, ma chi me l'ha fatto fare di impelagarmi in una cosa così che, diciamolo, non fa per me? Non sono capace, dai, via.

Ed ecco che una strana sensazione si è impossessata di me, come se la vita continuasse a scorrere senza di me, come se non fossi così importante e basilare come credevo. Come se questo non fosse solo un periodo transitorio della vita, ma il mio destino.
Mi sono sentita soffocare, quasi vittima di un'ingiustizia.
Sola.
Sopratutto sola.

 

Ma poi mia figlia inizia a piangere e corro a vedere che c'è, se è scoppiata l'Apocalisse zombie o cos'altro. Niente, la prendo in braccio, le rimetto il ciuccio (Santo subito l'inventore del ciuccio!) e lei si riaddormenta abbracciata a me. Le scivola il ciuccio dalla bocca, rimanendo in bilico tra le sue labbra ed il mio petto.
Ride, la porcellina.

 

E io sono felice.

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9 aprile 2014 3 09 /04 /aprile /2014 08:08

Stando in maternità ho molto tempo libero, specie col bel tempo è impossibile stare in casa senza impazzire e non sarebbe nemmeno giusto.
E' primavera, c'è il sole e tutto risplende di promesse da mantenere più avanti.
E allora via, al parchetto, su e giù con l'ovetto finché la pupa non si addormenta, stravaccata al sole su una panchina a leggere Andrea Vitali giusto il tempo del pisolino pomeridiano. Certo, se uno poi s'annoia a leggere, c'è tutto un mondo da osservare, un mondo che chi lavora tutto il giorno ignora:

- Coppiette abusive ammiccano al tavolino del bar
- Coppiette abusive nascoste non troppo bene al limitare del parco
- Ragazzine vestite troppo leggere che fanno la posta ai ragazzini
- Ragazzini che giocano a pallone come se non ci fosse un domani, totalmente ignari delle coetanee acchittate a festa come alberi di Natale
- Pensionate arzille che ti rifilano la ricetta del brodo che ti fa venire più latte, ma anche molto colesterolo
- Uomini adulti in pantaloncini ed infradito (argh!) che portano a spasso i cani delle mogli.
- Due ragazzini tredicenni o giù di lì che cercano di dar fuoco ad un grillo, mentre io gli strillo dietro promettendogli di fare la stessa fine.
- La neve dei pioppi, una delle poche cose a cui non sono allergica, grazieaddio. Ma bastava anche meno.
- Il mio lago a fare da sfondo, bellissimo quest'anno grazie alla pioggia esagerata.
- Il lungolago, immutato da vent'anni, in attesa disperata di restyling.

Ma soprattutto tanta, troppa gente che non lavora. Gente che ciondola al bar col bicchierino in mano, sfogliando pigramente il quotidiano appoggiato al tavolino, l'occhio un po' perso, forse aspettando una novità che non arriva mai. Gente che vedi lì la mattina, ma anche il pomeriggio, quasi fosse una occupazione come un'altra. Una sorta di pit stop della vita, in attesa di ripartire. O forse un parcheggio, in attesa che qualcuno gli ridia la speranza, cosa non facile.

Non riesco a non distogliere lo sguardo, potrebbe capitare a tutti e anche a me e non fa piacere ricordarselo. Eppure solo stando a casa, uscendo dalla vita attiva, mi sono resa conto del mondo intorno a me. Un mondo che inizia a fermarsi e a cui occorre trovare rimedio il prima possibile.

Ma sarà possibile?

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3 aprile 2014 4 03 /04 /aprile /2014 16:38

Vado a fare spesa in un supermercato vicino casa, nuovo e dotato di ampio parcheggio, comodo per andarci anche con Emma. Ed infatti siamo io, la pupa e mia sorella, calata al 100% nel ruolo di zia a tempo pieno. Parcheggiamo, sono le cinque ed il supermercato è quasi vuoto, la giornata primaverile. Accanto all'ingresso, tra i carrelli e la porta, vedo una macchina parcheggiata. Nel posto deputato ai disabili.
Passando io e mia sorella non possiamo fare a meno di notare i passeggeri, una famiglia il cui membro più piccolo peserà 90 kg. A dieci anni. Il padre è un energumeno con una circonferenza di panza importante. Mi cade l'occhio sulla targa, che recita CE, ma non è rilevante ché i cafoni non hanno ahimè provenienza specifica.
E niente tesserino.
"A me sembrano tutti liberi e spediti, che ne dici?" commenta mia sorella a bassa voce spingendo l'ovetto.
"Certo, pure troppo" e aggiungo poi a voce volutamente troppo alta "Bell'esempio che si dà ai figli, eh!!!". E per essere più chiara, guardo in faccia l'energumeno che mi guarda truce, come se la villana fossi io.
Se si avvicina giuro che lo centro in mezzo agli occhi con la mucca della Fisher Price che canta "Nella vecchia fattoria" in modalità ossessiva.
Ma lui desiste, lasciando la mucca nelle mani di mia figlia. Peccato. In fondo la odio quella maledettissima bovina.
Io mi chiedo, perché? Perché con uno spiazzo gigante a disposizione ed in una giornata di sole parcheggiare proprio lì, nel posto più comodo e per questo deputato ai disabili. È solo pigrizia? O ignoranza? Oppure è spregio per le regole, voglia di rivalsa? Ma verso chi o cosa?
E soprattutto, mai che compaia un vigile urbano quando serve. Mai. Eppure quando andavo all'università ed ero costretta a parcheggiare in ZTL per carenza assoluta di parcheggi, vigili ed ausiliari del traffico (che siano maledetti per sempre) sbucavano dai tombini, cazzo. Non che sia giusto nemmeno parcheggiare in ZTL, per carità, ma ero costretta dal l'impossibilità di infilare in tasca la mia auto.
Se ve lo state chiedendo, la risposta è no. No. Ho rigato la fiancata dei villani, mi sono trattenuta.

Ve l'ho detto, no, che la maternità mi ha ammorbidito...

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31 marzo 2014 1 31 /03 /marzo /2014 07:48

… dormire otto ore consecutive è più difficile che ricordarsi tutti i decimali del pi greco dopo il 14.

… non puoi fare la pipì nel momento del bisogno, ma solo quando si crea l'occasione.

… guardare film o telefilm in cui ci sono bambini vittime di violenze o disturbati vi sconvolge in un modo che prima non conoscevate e che manda la Miss Cinica che è il voi a remare lontanissimo (“Guarda i fiori, Lizzie, guarda i fiori”).

… fare la doccia si trasforma da un momento di igiene personale quotidiano ad un insostituibile momento di beata solitudine, meglio di qualsiasi SPA tu abbia mai frequentato prima.

… il tuo corpo non è più tuo, specialmente le tue tette.

… specie se all'inizio, ogni piccolo malanno ti terrorizza, ti toglie quel poco sonno e ti rende vicina al baratro della disperazione. Poi passa. Ma torna, eh.

… la tua preoccupazione non è più “sono grassa?”, ma è “avrà mangiato abbastanza?”.

… non sei più sola, e non è detto che questo ti piaccia.

… scopri che il sesso va fatto quando si presenta l'occasione, in luoghi di casa che (quasi) mai avresti immaginato ed in orari che mai avresti pensato, ma che va bene anche così.

… e vedi l'Amoretuo cantare venti volte consecutivamente l'inno nazionale con una intonazione che nemmeno Peppa Pig e la faccia da ebete, hai un po' paura.

… ci sono giorni in cui vedi la tua vita allontanarsi a passi da gigante, mentre tu sei inchiodata alla routine poppata/pannolino/nanna senza vederne la fine.
... diventi la stalker del pediatra e temi che ti metta sulla sua blacklist o ti denunci per molestie.

… e tua figlia piange, a volte vorresti solo che smettesse o che in alternativa ti spiegasse che diavolo ha, ma non può farlo e allora inizi a capire cosa intendevano le tue amiche con la frase “Ti viene voglia di buttarlo giù dalla finestra”.

 

… e tua figlia ride nel suo sorriso a zero denti, ti scordi tutto, ma proprio tutto.

 

Ed è l'unica cosa che conta...

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28 marzo 2014 5 28 /03 /marzo /2014 16:01

Dei sacrifici che una madre deve fare e della rinuncia transitoria all'alcol ho già parlato. Una rinuncia transitoria e per di più controversa, tanto che alcune teorie vogliono che in gravidanza un bicchiere di vino faccia sangue e che durante l'allattamento una birretta sia d'aiuto.

Ma una rinuncia più grande, immensa direi e che si manifesta sin dall'inizio della gravidanza è un'altra: la rinuncia alle droghe. Intese, ironicamente, come medicine. Le medicine serie, intendo. Che cosa avevate pensato? Ma vi sembro il tipo? AH!

Vi sembra cosa da poco? Anche a me, all'inizio.

Poi ti viene un mal di testa, di quelli forti che non ti fanno pensare né articolare una frase di senso compiuto. E tu puoi prendere solo una tachipirina. E con moderazione, anche. Una TACHIPIRINA. Del paracetamolo, insomma. Una cosa così blanda da poter essere equiparata alle mentine. E così un mal di testa che prima stroncavi a martellate di ibuprofene, all'improvviso dura cinque giorni. Cinque lunghissimi giorni in cui veleggi nel cattivo umore e nel fastidio.

E se sei come me ed hai la sfortuna di soffrirne spesso, béh è una tortura vera e propria.

Poi ti viene il raffreddore. Normale, no? Anche qui niente aspirina o affini, niente prodotti bomba specifici, nemmeno uno Zerionol. E nemmeno uno schifosissimo spray che non sia omeopatico.

Che diciamolo, l'omeopatia, le acque termali, l'acqua di mare, la propoli: cazzate. Volete mettere una medicina fatta come si deve? Una che funzioni davvero e che sia efficace ORA?

Datemi un actigrip, un ibuprofene, un vicks ma anche solo un fottutissimo sciroppo per la tosse che mi faccia tornare a respirare, sentire e parlare come un essere umano e non come se non avessi fatto le adenoidi a tre anni.

E invece nulla, una tachipirina. TACHIPIRINA. E poco conta se ne puoi prendere una carriola: è efficace come lo spray all'acqua termale. E non mi dite di fare i fumenti, io li odio. Mi sento soffocare, non respiro e poi puzzano. Peggio ancora l'aerosol, lo odio all'ennesima potenza, è uno strumento costruito dal demonio in persona. E poi mi annoia.

Dalla nascita di Emma sono al secondo terribile raffreddore, corredato da tosse ma mal di gola. Superaccessoriato come si deve, insomma, ché io le cose fatte male non le riesco a fare.
Ora dico io: la scienza progetta di far andare l'uomo su Marte e ancora non è riuscito a creare delle medicine per il raffreddore che possano essere prese anche da donne incinta o in allattamento?
Ma scherziamo? E' chiaramente tutte una macchinazione delle grandi aziende farmaceutiche multinazionali, le stesse che hanno causato la caduta dei capelli in massa, le scie chimiche e che promuovono l'inserimento del microchip sottopelle per i neonati. Maledette. La pagherete.

Aspettando che mi passi questo tremendo raffreddore, ne prendo nota nella lista di cose da rinfacciare a mia figlia adolescente, insieme alla morte dei miei addominali ed al mio primo capello bianco.

 

Ah, i sacrifici di una madre...

 

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26 marzo 2014 3 26 /03 /marzo /2014 08:19

Gli italiani, oltre ad essere tutti allenatori di calcio provetti e ad avere un romanzo nel cassetto senza leggere manco un libro all'anno, sono anche tutti educatori ed esperti in pedagogia e puericultura. Non lo sapevate? Eppure è proprio così, e tutte le neo mamme prima e poi devono fare i conti con questa realtà, che comprende sia la categoria degli amici e/o parenti sia i conoscenti, ma ahimè si estende in maniera virulenta ed incontrollata anche e soprattutto agli estranei.

Non è troppo coperto? (Ma...)
Ma non sentirà freddo? (...)
Lo prendi troppo in braccio, poi chi lo fa scendere? Guarda che poi t trovi male! (Gufo)
Dorme nel lettone? Ah, male... Fino a dieci anni poi chi lo smuove? (Gufo al quadrato)
Ma l'acqua gliela dai? No? NO? Ma è gravissimo! Non lo sai che il latte è salato? (Devo commentare?)
Di nuovo in braccio? Ahi, ahi, ahi! Diventerà mammone! (Ma ha due mesi?!)
Se piange non lo prendere subito, fallo sbattere un po' che per strillare gli viene la voce bella. (Ma chi è che ti ha cresciuto, Priebke?)
E il ciuccio? Non lo prende??? Ma glielo hai forzato? (Guarda, ora l'affogo)
E il ciuccio? Lo prende? Gli verranno i denti storti! (...)
Sempre attaccato alla tetta, secondo me non è normale. (Mangia, non è che pomiciamo, eh)

Dorme? Ma dorme? (Scuotendo il pupo) ma dorme proprio! (Sì, fino a tre minuti fa)

E quando lo svezzi? (Ha due mesi!)

Non ninnargli l'ovetto, sennò si abitua e si rammollisce. (Questa poi...)

E ogni quanto dorme? E ogni quanto mangia? (Aspetta, ora gli cronometro la giornata)

Ma non lo coccoli troppo? (Eh, vabbè)

E questi sono solo alcuni esempi, a cui vi pregherei di aggiungere la vostra esperienza personale che, sono sicura, sarà varia in maniera direttamente proporzionale all'età del pargolo.
Insomma, alla gente in generale Tata Lucia gli spiccia casa: sono tutti esperti. E non c'è luogo che si salvi o argomento che non sappiano trattare, attenzione, e si devono impicciare assolutamente di tutti.  
E tu devi tacere perché, lo sai bene, hanno molta più esperienza di te che non sai nulla. 
Neofita, tzè.
La cosa divertente è che questi esperti in genere non hanno figli oppure hanno tirato su degli esemplari talmente bizzarri che non li prenderebbero nemmeno al Grande Fratello. O al circo dei freaks, che poi è la stessa cosa.

Secondo questa gente coccolare un neonato è la peggior cosa che una madre possa fare ed ascoltare le necessità del proprio pargolo solo se vuole tirare su una mammoletta senza spina dorsale né autonomia. Dovrebbe invece disinteressarsi e basarsi semplicemente sulle mere necessità corporali del neonato, ma piegandole alle necessità genitoriali.

Ora, non dico che una debba necessariamente impazzire e diventare una chioccia, ma anche sì e soprattutto non penso che ninnare il proprio figlio neonato lo trasformi in qualcosa. In qualunque cosa.

Eppure tutti, proprio tutti, si sentono in diritto di impicciarsi e di provare a farti sentire la peggior madre sul pianeta. E ci riescono pure, questo è certo, almeno all'inizio quando la gestione della vita quotidiana è sconvolta dall'ingresso di una nuova parte in causa e gli ormoni non si scordano mai di fare la loro parte. Poi un vaffanculo non lo rimediano solo per (troppa) educazione, ma a volte giustamente sfugge.

Perché in fondo la mamma lo sa sempre, per istinto sa sempre cosa è giusto fare e se sbaglia la prossima volta farà meglio e suo figlio la capirà. Non lo credete anche voi?

 

Mi chiedo però se un giorno anche noi neo mamme ci trasformeremo in questa gente e come zombie andremo alla ricerca di poveracce a cui succhiare il cervello?
Oppure a forza di subire saremo immuni da questo virus?

 

Ai posteri l'ardua sentenza...

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24 marzo 2014 1 24 /03 /marzo /2014 08:19

Ho sempre odiato l'ufficio postale per evidenti e logici motivi, quindi ho fatto in modo di domiciliare tutte le bollette per non doverli frequentare in maniera eccessiva.

Anche perché non posso nemmeno lamentarmi della lentezza del mio ufficio postale, visto che al mio paesello non c'è l'ADSL e siamo tutti ridotti all'antenna sul tetto.
In genere vado alle Poste solo in tre casi, nessuno dei quali divertenti:
1) il ritiro di qualche amena raccomandata, di cui il postino si è premurato di lasciarmi il tagliando nella cassetta delle lettere scordandosi sistematicamente di indicare il mittente, giusto per farmi venire l'ansia
2) il pagamento della Tarsu/Tares o vattelappesca come si chiama adesso
3) telegrammi di condoglianze.

Dovendo esperire all'incombenza n.3, già di per sé non bella, decido di andare all'ufficio postale del paesello accanto, più grande e più veloce. Immagino. Sbagliando.
Già devo parcheggiare in bocca alla luna e va bene, scendo l'ovetto, carico mia figlia e via. Arrivo davanti all'ufficio postale e un idiota ha parcheggiato il SUV sul vialetto d'accesso alla rampa, costringendomi ad un giro assurdo per un marciapiede costellato da radici sporgenti e buche immense. Io auguro al guidatore di SUV di morire male, Emma ride: beata lei.
Arrivo dentro, decisa a fermarmi solo se la fila non fosse stata eccessiva. Tre persone in fila e quattro sportelli vengono valutati dal mio neurone attivo come "poca fila", perciò mi avvicino alla colonnina per la stampa del numero.

Ora, vorrei porre la vostra attenzione sulla suddetta colonnina. Non so voi, ma non so mai che scegliere, mi mette ansia. Tipo: un bollettino da pagare è un servizio postale o un prodotto? È il telegramma? Ansia. 
Stampo un numero a casaccio e attendo fiduciosa.
Emma dorme.

Passa mezz'ora e non s'è mosso nulla. Niente. Io, da brava studentessa secchiona, ho fatto i compiti e compilato il modello per il telegramma in ogni sua parte.
Dopo altri dieci minuti di immobilismo, la fila dietro di me è aumentata, la gente rumoreggia e l'impiegato del quarto sportello si sente in dovere di chiudere per fumarsi una sigaretta.
Emma apre un occhio. Ohi ohi.
Dopo ulteriori dieci minuti in cui non succede nulla, io comincio a credere di essere di Candid Camera ed Emma inizia a piangere, presa dalla noia. E giustamente, direi. Mentre provo a ninnarla disperatamente mi rendo conto che molti di quelli in fila vorrebbero mettersi a piangere come lei. Forse pure io.
Dopo cinque minuti interminabili in cui mia figlia non smette per un secondo di piangere disperata, scatta il numero e la signora con lo chador prima della fila viene da me e mi dice:"Vada lei con la bimba, facciamo a cambio di numero".
Commossa accetto, ringrazio e corro allo sportello, lanciando il modulo alla cotonatissima ed imbalsamata impiegata. Tentando di infilarle il ciuccio in bocca e di consolarla, dico ad Emma: "Dai amore mio, mamma ha quasi fatto". La mummia biondissima dall'altro lato sbotta:"Per fare le cose ci vuole il tempo che ci vuole, i figli piccoli non ci si dovrebbero portare!"
Ma brutta stronza. "Appunto, ci vuole il tempo che ci vuole, non un'intera era geologica!" mi sento dire con un tono di voce un po' troppo alto. Emma smette di piangere, la gente in fila dietro ride, alla mummia compare sulla fronte un nuova ruga.
"Sei euro e trenta" mi dice a denti stretti. Pagando penso che la prossima volta mando dei fiori ché risparmio di sicuro, pure in salute.
E poi che Renzi c'ha ragione a voler licenziare una valanga di statali, io questi li manderei tutti a lavorare in miniera, l'animaccia loro. Nelle miniere di sale di Sassuscrittu, porca puttana.

Mentre macino amaro il mio scontento e imbocco una strada diversa da quella cui sono venuta perché più ombreggiata.
C'è il mercato settimanale, cazzo. Vabbé, proseguo tra camioncini della porchetta e banchi vari, fin quando mi imbatto in un banco posizionato male, troppo vicino al marciapiede e che mi impedisce il passaggio. Vorrei precisare che il marciapiede è così alto da poter scongiurare senza ombra di dubbio il rischio tsunami del Trasimeno e che l'unica rampetta per salire si trova DOPO il banco.

Provo a passare, ma niente. Il proprietario del banco, un ragazzo che avrebbe un disperato bisogno di Chris Powell se ne sta appoggiato ad uno stipite a braccia conserte e guarda. Ovviamente, con tempismo perfetto, Emma riattacca a piangere. Riprovo a passare con l'ovetto, invano, e mi maledico mentalmente per non essere ancora riuscita a procurarmi una fascia da Mammalice. Ma quanto sono tonta?

Sto per inveire in cirillico contro di il ciccione che ha messo il banco a schifo quando dal bar a fianco esce Alì, il mio panettiere pakistano oggi in libera uscita, che corre in mio soccorso, prende in braccio Emma che dopo due moine gli sorride e mi offre pure il caffè.

Ora, se c'è una morale in questa giornata non lo so, di certo c'è solo che viviamo in un paese che ha dimenticato l'educazione ed il rispetto verso il prossimo. Posso solo immaginare quello che una persona con disabilità debba provare ed è veramente degno di un paese del terzo mondo.
Ecco cosa siamo diventati.

O forse siamo sempre stati.

Ora vi lascio. Nella cassetta delle lettere ho trovato il tagliandino per ritirare una raccomandata...

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20 marzo 2014 4 20 /03 /marzo /2014 08:07

Tra i sacrifici che una buona futura madre deve affrontare, un ruolo non marginale ce l'ha l'astensione dall'alcol.
Parliamoci chiaro, qui non di parla di ubriacature moleste né di dipendenze, ma siamo italiani ed un bicchiere di vino a tavola ogni tanto ci sta bene. Rosso ovviamente, ché i miei nonni erano contadini e sulla nostra tavola non manca mai una bottiglia di vino dei colli umbri.

Il tutto vietato giustamente qualora si sia in dolce attesa, anche se io supportata dal mio ginecologo in bicchiere di vino a settimana in occasioni particolari l'ho sempre bevuto. Il vino rosso fa sangue in fondo, lo dice la tradizione popolare e non potrà sbagliare del tutto.

Anche se la stessa tradizione dice che la birra fa latte, pensandoci bene, e la questine mi sembra alquanto ambigua.
Anche se magari è vera. 
Sarà vero?

Ad ogni modo, ora che allatto ogni forma di alcol è bandita. E giustamente, direi, perché tutto quello che ingurgito finisce nel latte e nella pancia di mia figlia. Non vorrei già cominciare male, via.

Certo che non è divertente, né tanto meno è consolante pensare che è tutta salute e risparmio di calorie inutili.
Ripeto, non parlo di abuso, anche se a volte penso che il mio aumento di peso ingiustificato dopo i trent'anni sia una ritorsione del karma per tutto quello che ho bevuto nella mia vita precedente. Un po' come se tutte le calorie mi fossero esplose all'improvviso per farmela scontare, insomma.
Me lo dicevano le mie amiche già mamme, ma io non avevo dato peso alla cosa: che sarà mai in confronto alla gioia immensa della maternità?
Poca cosa, in effetti.
Però.

Mi basterebbe uno spritz con due patatine, per dire, io che ora all'aperitivo prendo un succo di frutta ACE che fa tristezza anche al cameriere. O un bicchiere di vino con la carne. O la birra con la pizza. Rossa. La birra, eh.
Senza considerare che io stessa produco un limoncello degno di nota ed un liquore ai corbezzoli che è il mio vanto e la mia gioia, nonché la goduria dei miei commensali.

Anche se, ora come ora dopo tutti questi mesi, credo che mangiare un boero mi renderebbe completamente ubriaca.

Ma passerà, finirò di allattare (l'ho già detto che sono una mucca a tempo determinato?) e in fondo si tratta di una abitudine salutare che non può farmi che bene.

In fondo c'è anche chi è astemio per scelta o necessità.

E poi è la volta che dimagrisco, magari.
 

Magari...

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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