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30 luglio 2015 4 30 /07 /luglio /2015 09:00

Sin da bambina sono sempre stata considerata complicata. Non mi piaceva giocare con gli altri bambini (a meno che non potessi dirigere tutto io), inventavo storie per me e le mie bambole giocando da sola per pomeriggi interi, mi piaceva costruire il mondo come volevo che fosse, eliminando tutto quello che non andava.

Facevo finta che fosse sempre tutto perfetto, senza urla, litigate o problemi da risolvere. Senza malattie a portarsi via la mente di mio nonno. No, non era vero. Il mondo era bello, io lo sapevo, e me lo sarei costruita come volevo.

Gli anni sono passati, la bambina timida e solitaria si è trasformata in una donna che troppo spesso cerca di affermare la sua personalità, anche con mezzi poco canonici.

Ma certi giorni, no.
Certi giorni è troppo faticoso.
E' troppo e basta.
Certi giorni mi sembra di esser caduta in un buco nero fatto di terra argillosa. E mi arrampico, mi graffio, ma non riesco ad uscirne nemmeno applicandomi al massimo e mi sale l'ansia, mentre le pareti mi si sbriciolano intorno.

Certi giorni mi sento all'angolo, inchiodata con i piedi al pavimento. 

C'è stato un giorno, lo ricordo bene, un giorno in cui mi son detta: "La mia vita è perfetta, non posso desiderare di più". E poi niente, l'attimo è passato e io sono rimasta qui a guardare il mondo che corre velocissimo. 

Domani magari sarà un giorno migliore. Sì, certo, lo cantava Cremonini, ma non so se nemmeno lui c'ha mai creduto veramente. Magari sì.

Magari è vero.

Magari domani smetto di vedere tutto nero.

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29 luglio 2015 3 29 /07 /luglio /2015 09:00

Molti mi chiedono perché me la prenda così tanto contro chi non veda la naturalezza delle unioni tra persone dello stesso sesso. In fondo la loro legalizzazione in Italia non riguarda qualche mio parente stretto o un amico caro.

A parte il fatto che per perseguire una ingiustizia non dovrebbe essere necessario averne titolo, quello che più mi lede il sistema nervoso è il pregiudizio ed il cinguettio sociale che lo precede e contraddistingue.

In seconda battuta, la mia incazzatura deriva dall'ignoranza che dilaga in questo paese ed alla sua ipocrisia. Oggi anche il peggior cristiano della penisola si erge a paladino della morale, rivendicando l'univocità della parola famiglia come se ne fosse l'unico fiero detentore. 

E non posso fra a meno di pensare che, in questo paese che dimentica e che copre le storture con un colpo di spugna e servendo in tavola una bella ciotola di spaghetti, i nonni o i bisnonni di quelli che ora predicano contro le famiglie diverse erano quelli che negli anni '40 e '50 ce l'avrevano con il tipo di famiglia che oggi è il mio. Sono quelli che mi avrebbero chiamato donnaccia per strada, puttana sottovoce e rovinafamiglie al bar prendendo il caffè con gli amici prima della partita di briscola.

Prima l'unica famiglia accettata era quela generata dal matrimonio cattolico, unico ed indissolubile, ed i figli nati fuori da questo inscindibile vincolo erano reietti, figli di NN  o comunque di serie B. Se poi lui o lei avevano alle spalle un matrimonio... anatema!!!!! Divorziare? Roba da andare all'inferno per direttissima, macchia incancellabile, diffida sociale! Dove mai andremo a finire?? E' la morte della famiglia!!! 
Vi suona familiare?

Poi, dopo lotte e lunghi periodi in cui i più facoltosi sganciavano denaro alla Sacra Rota per eliminare il vincolo o facevano legittimare da giudici progressisti sentenze di divorzio ottenute in altri paese, nel 1970 anche l'Italia ha avuto la sua legge sul divorzio.

Prima piano piano, poi sempre più velocemente, è diventato un fatto normale. Grazie alla legge, ad un referendum, ma anche alle telenovelas brasiliane. Tutto normale, quasi banale.

Ed eccomi qui, nel 2015. Compagna di un uomo divorziato, madre e matrigna tutt'altro che odiata. Eppure non mi hanno ancora lapidata, anzi. Anche se solo cinquant'anni fa sarei stata additata per la strada come un male della società, come Rita Pavone o la Dama Bianca. Esempi glamour, c'è poco da dire.

Eppure quello della matrigna cattiva era un mito difficile da scardinare, proveniente dalle favole, dall'inconscio nascosto di ogni babino che vive dentro di noi. Matrigne cattive, che vogliono il cuore delle figliastre per metterlo in una scatola o che abbandonano i poveri pargoli nel bosco per farli mangiare dai lupi. 
Brutte persone, insomma, ma sempre vestite bene. E' un must.
Esiste una donna più fashion di Grimilde?

Eppure niente, il loro mito è finito, destinato a rimanere confinato nelle favole di una volta. 

E allora mi chiedo, cosa risponderò ad Emma quando tra trent'anni mi chiederà: "Ma davvero neggli anni '10 c'era tutto sto casino contro le unioni civili? Mamma mia, che ridicolezza!!" Perchè non solo nel frattempo sarà diventata l'ennesima consuetudine italica che nessuno mai si era sognato di avversare.

Pensateci.

Ma soprattutto si accettano scommesse su chi sarà additato a nuovo mostro.
 


 

 

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27 luglio 2015 1 27 /07 /luglio /2015 09:00

Qualche giorno fa sui social è comparsa l’immagine che trovate a sinistra. Come molte immagini, anzi solo come quelle più belle, racconta una storia. La sua storia è quella di una bimba di un campo profughi di Feldkirchen ander Donau, in Austria, che gioca con l’acqua che i pompieri dei vigili del fuoco della città stanno spruzzando su di loro per gioco, per vincere la calura improvvisa che sconvolge anche l’Austria.
Un’immagine bella, un sorriso che regala speranza anche dove di speranza se ne trova poca. Vivere in un campo profughi, in Austria o in Libano, non è comunque divertente, sentirsi inchiodato in una realtà non propria, senza una lingua comune, scaraventati lontano da tutto quello che conoscevano prima e che, molto probabilmente, non esiste nemmeno più.

Una bella immagine, un gesto felice e semplice sia per i pompieri che l’hanno compiuto che per i bambini, liberi per un giorno di giocare e di sentirsi come i loro coetanei.

Mi direte: “Ok, e quindi?

E quindi sui social è scattata la cattiveria umana, spesso nascosta da nickname e da finti acronimi. Come? Non ho fatto gli screenshot per decenza (e anche mancata voglia, lo ammetto), ma ve li riporto integralmente, spero vi fiderete.
Che possa il mio disgusto essere il vostro.

“Bella foto, ma poi diventano grandi ed entrano nelle case a rubare”
“Ci dovrebbero spruzzare un po’ d’arsenico insieme all’acqua, allora sì!”
“Pensate anche ai pensionati”
“Siete buonisti del cazzo”
“Vi meritate che vi stuprino tutte, puttane comuniste che non capite niente"
“Ora mettete mi piace, ma quando vi verranno a rubare in casa che farete?”
“E ai disoccupati italiani chi li rinfresca?”
“Tanto l’acqua non la pagano loro”
“Questa ride, mentre tanti italiani non c’hanno più un cazzo da ride”

 

Ma la più bella è: “E i pompieri quando ci vanno a rinfrescare i vecchi del centro anziani?” Mi sono trovata a dover rispondere: “Spero mai, perché se agli anziani gli spruzzi l’acqua con la pompa mentre passano col deambulatore magari gli rompi un femore. Non è meglio un ventilatore?”

E via andando.

Ora, posso dirlo che non ce la faccio più?
Posso dirlo che la mia fiducia nell’umanità vacilla? Che ci meritiamo l’estinzione, l’eruzione di un vulcano, una brutta morte?
No, sta brutto. Non siete convinti? E allora beccatevi questa. Bello vedere un che mette nella sua foto del profilo un bambino scrivere che se una bimba siriana muore perché le hanno buttato l’insulina è una in meno da mantenere?

Basta.
Voglio diventare un gatto.
Un cane.
Un pappagallino.
No, un pappagallino no, che puzzano.

 

Azz… sono diventata razzista pure io! 

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24 luglio 2015 5 24 /07 /luglio /2015 08:00

Spesso di un viaggio, di un amico, di una persona cara ci restano solo le foto.
Scattate per caso, magari. A volte in una posa buffa o con una espressione idiota ma che resta lì, impressa in un attimo che non passa più.
Sono importanti, le foto, e forse per questo i ragazzini non possono far a meno di farsi i selfie e metterli in rete, quasi fossero una prova della propria esistenza, un ci sono forzato ed ineluttabile.


La foto di sopra racconta la storia di ragazzi che vogliono aiutare altri ragazzi, in partenza per Kobane, città curda siriana che resiste allo stato islamico dell’Isis, dove avrebbero voluto costruire una biblioteca, ripiantare un bosco, mettere in piedi un campo giochi. Volevano partire per aiutare gli abitanti di una cittadina martoriata da mesi di lotta assurda.
Ragazzi con un sogno, un’ideale: aiutare chi resiste all'arrivo del Medioevo. 
Partivano da Suruç con la speranzo di aiutare il prossimo.
Speranza spazzata via da un altro adolescente di vent'anni che si fa saltare in aria in mezzo a loro.

 

La ragazza della foto sotto, invece, era Arin Mirkin, morta il 5 ottobre scorso negli scontri contro i miliziani dell’Isis.
Arin era una giovane e bella ragazza curda con gli occhi verdi, madre di due figli, comandante di un'unità femminile di combattenti capace di uccidere in battaglia 15 jihadisti e di distruggere un blindato in battaglia. Arin si è fatta saltare in aria avendo ormai finito le munizioni pur di difendere la sua città, Kobane e di non cadere prigioniera del nemico. Una giovane donna che ha lottato contro un nemico cieco, l’Isis, che vuole imporre la sharia a tutto il mondo, che vede nella diversità il male, che butta armi chimiche contro i curdi siriani ed iracheni che non vogliono piegarsi. Un califfato fantasma, senza testa apparente, che applica il Corano in un modo che, se potesse, Maometto verrebbe diretto giù dal paradiso a prenderli a schiaffi.

O forse, come sempre, la religione è solo la scusa per il potere.
Arin è morta per le sue figlie, per il suo popolo, lottando.
I ragazzi di Suruç sono morti per cercare di cambiare il mondo.

 

Spero che mia figlia da grande somigli loro almeno un po’.

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22 luglio 2015 3 22 /07 /luglio /2015 14:00

C’era una volta una pecorella un po’ distratta che, in una notte piena di stelle, perde il sentiero e si smarrisce nel bosco. Intorno, il buio fa paura, la pecorella è spaventata e si sente persa. Finché qualcosa si accende, rischiarando il cuore di improvviso sollievo: sono gli occhi belli e pieni sogni di un lupo bambino grazie al quale il tempo deserto della notte si fa caldo di compagnia.”

Questa è la tremenda sinossi di un libro bandito dalle scuole materne e dai nidi di Venezia (E, Miodddddio, mi auguro presto da quelle di tutta Italia, signora mia!) e che, secondo l’esimia esperienza del nuovo sindaco Brugnaro lede le menti di poveri bambini indifesi e li fa diventare certamente omosessuali.

E non è l'unico libro che è stato eliminato, grazie al cielo, signora mia!

Che ne dite dell'orrido Piccolo Uovo, che racconta di un uovo che sta per schiudersi, ma non sa ancora quale sarà la sua famiglia. Gira quindi il mondo per conoscere tutte le possibili realtà lasciandoci, alla fine del libro, con la curiosità di scoprire come sarà, al momento della nascita, la sua famiglia. Tra l'altro con le illustrazioni di Altan, che adoro.

Questi e altri 48 libri sono finiti nella lista di epurazione del sindaco di Venezia, che ha pensato bene di compiere questo come prioritario atto dovuto da primo cittadino. Non eliminare i passaggi delle grandi navi che devastano Venezia a benefici dei turisti villici. No, no.

Eliminiamo libri alla scuola per l’infanzia. Poi verranno le elementari, le medie e le superiori? A quando il rogo?

Cos’hanno di scandaloso questi libri? Parlano di omosessualità? Di sesso? Ci sono scene di nudo? Cosa? Cosa?

No, parlano di amicizia, accoglienza, ascolto. Stimolano la capacità di relazionarsi con gli altri e di comprendere gli adulti, la profondità dell’amicizia, la diversità, il coraggio, la capacità di reagire a un sopruso, il dialogo, la costruzione dell’identità, la presa in carico, la cura, l’attenzione, il rispetto.

Tutte cose che, a sentire il sindaco Brugnaro, devono essere insegnate a casa dai genitori e non alla scuola dell’infanzia. Che, evidentemente, per il sindaco è poco più di un parcheggio in cui mamme (snaturate) che non hanno smesso di lavorare appena procreato lasciano i figli. Le stesse madri (doppiamente snaturate) che vanno al lavoro otto ore al giorno e li vanno a riprendere la sera, evidentemente per il loro tornaconto personale, per far carriera. Ovviamente.

Ora, signor Brugnaro, io vivo in Umbria dove c’è il Progetto InVitro, dove la lettura (almeno sulla carta) è incoraggiata. Il che è sepre un bene, anche se lei sembra essere convinto del contrario, perché leggere anche all'asilo nido apre la mente e ci rende persone migliori.
Lei legge, caro sindaco? 
Tra l'altro. mia figlia ha educatrici eccezionali, di cui mi fido ciecamente e che nel tempo le hanno insegnato tante cose, non solo pratiche come mangiare da sola o riordinare i giochi (come vuole lei, eh), ma anche la condivisione, la comprensione dell’altro, la conoscenza del proprio corpo e dello spazio, lo stare in mezzo agli altri e la curiosità di conoscere.

Sì, ha solo 18 mesi la gnocca.

E a dire il vero io voglio che cresca in un mare di libri, giusti ed  inadeguati, belli e brutti, scritti bene e scritti male.
Ma con la capacità di scegliere lei per lei, e nessun altro.

Senza roghi.

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17 luglio 2015 5 17 /07 /luglio /2015 09:00

Partiamo da un presupposto: sono stordita dalla nascita e con la vecchiaia non è che si migliori, dicono. Non aiuta nemmeno lo stress portato da una gnocca di 13 kg, seppur buonissima. 
E l'imprevisto è dietro l'angolo.

UN MESE PRIMA.
L'Amoremio alle porte del fine settimana becca un virus intestinale. Ora, come potranno testimoniare tutte le donne del mondoche sono diventate madri, avere un bambino malato è brutto, ma se si ammala il proprio compagno è nettamente peggio.
Dopo una notte in bianco, sabato mattina ci svegliamo tutti e tre con facce livide, anche se Emma ha dormito tutta la notte. Colazione, (poca) conversazione, pianificazione della giornata... e all'improvviso la gnocca si trasforma in Linda Blair ne "L'esorcista". 
Panico.
L'inconfondibile odore che emette poco dopo, poi, rivela una sconfortante verità: il virus intestinale è arrivato.
Posso morire in un angolo?

Cominciano sei ore di inferno in cui:
- l'Amoremio con 38 di febbre fa la spola tra il divano e il bagno, bianco come un cencio e con in faccia l'espressione del condannato al braccio della morte.
- Emma evacua con alternanza perfetta dall'alto e dal basso, piangendo (povera stella mia) ogni volta che le passa un crampo alla pancia.
- Io cerco invano di accudire i malati e, contemporaneamente molesto il pediatra via sms maledicendo le gionate festive.

Poi, una luce in fondo al tunnel: mia madre mi ricorda che il nostro medico di base risponde anche il sabato e che, nei tempi antichi, era anche pediatra. La chiamo e mi faccio prescrivere le medicine (per l'Amoremio)  e mille rassicurazioni sul fatto che passerà tutto presto (per la gnocca).

Approfittando di un momento di calma, scappo e vado in farmacia con una lista che nemmeno l'ipocondriaco più stressato. Prendo tutto, controllo, faccio passare la tesserina del codice fiscale, allungo il bancomat al farmacista... e niente, il vuoto.
Il PIN del mio bancomat, dopo dieci anni, è sparito dal mio cervello. Sparito, volatilizzato, perso nei vuoti tra le sinapsi del mio cervello. Bye bye, ciao ciao, auf wiedersehen. Ricordo solo vagamente il movimento della mano sui tasti, ma niente di più.
PIN ERRATO.
Al secondo tentativo il farmacista, che mi coosce bene, mi invita a fermarmi, rilassarmi e riprovare domani. O lunedì.
Pago con la carta di credito e esco dimessa.
Come è possibile? Come si può scordare un numero dopo dieci anni?
Ah, ma tornerà. Tranquilla. Ti tornerà in mente!
Certo, certamente, certino.
Sì, sì.

Per dirlo alla maniera di Oxford: col cazzo!!!  
Sono passati giorni senza vedere la luce, senza che mi tornasse in mente quel maledetto numero. Niente. Svenito. Cancellato. Andato. PERSO.
No, non l'avevo segnato.
No, il foglietto con cui me lo mandarono dieci anni fa non ce l'ho più.
No, non serve concentrarmi.
NO, NO, NO.

 

Ad oggi sono qui, una donna senza bancomat che fissa la cassetta delle lettere sperando che il postino le porti le agognate novità e e che la banca si sbrighi a riemettere la nuova tesserina.

Giuro che il nuovo PIN me lo tatuerò sul polso, anche solo per non sentirmi dire dall'Amoremio (ah, nel frattempo LORO sono guariti) quanto sono svanita e poco pratica.

 

E a voi, è mai capitato?

 

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15 luglio 2015 3 15 /07 /luglio /2015 09:00

La nascita di Emma per me è stata un piccolo grande miracolo, non mi sembrava possibile che io potessi fare qualcosa di così bello e grande, magico quasi. 
Ecco, la nascita della gnocca per me è stato un evento soprannaturale, quasi che mia figlia fosse Raperonzolo ed il suo arrivo un insperato dono magico.

E invece lei è qui, cresce e corre libera e spensierata come tutti i bambini del mondo dovrebbero essere. Ma soprattutto, con mio ingiustificato stupore, mi capisce.
Quando parlo, lei mi capisce. MI CAPISCE, avete presente? 
Lo so che ha quasi diciotto mesi, che è normale, che deve esser così, che ha un giusto sviluppo neurologico. Però capitemi: lei era quel gattino minuscolo che mi si attaccava alla tetta per mangiare, così piccola che avevo paura di romperla in mille pezzi. Lei era quella col pianto da interpretare, quella del Ma che c'avrà? Boh, saranno le coliche, no? e giù a ninnarla come se non ci fosse un domani.

E lei, la stessa lei ma quaranta centrimetri più alta, ora mi guarda con grandi occhi nocciola e sbattendo le sue ciglia lunghissime afferma: "Cacca". Inarca il sopracciglio e mi prende per mano, portandomi a cambiare il pannolino.

E' sempre lei che sproloquia seduta sul seggiolone, cercando di esprimere concetti aulici incomprensibili ai maggiori di due anni, ma che evidentemente nel suo mondo rivestono una certa importanza. E che terminano tutti con "Gnam gnam". 

La gnocca, la mia Emma, la Memi, lei insomma, ci prova: vuole comunicare. E questa è una magia gigantesca, che mi riempe di stupore e di commozione, da vera mamma mammoletta che riprende col cellulare ogni virgola della vita della propria prole per imporlo ad amici, colleghi e conoscenti. Anche agli estranei, a volte. Aehm.

Ma che posso farci se è bellissima e speciale?
Cresce, ed è palese, lo si vede ad occhio nudo. Ma quello che passa nel suo cervello resta per me il più grande dei misteri, il frullio nella sua testolina rimane per me una magia che non si può raccontare né spiegare. 

Una magia fatta di sinapsi inesplorate, di collegamenti impossibili e di mondi abitati da fate e folletti che vorrei capire ed incontrare.
E quando cerca di parlare, di dirmi qualcosa e io non capisco, lei si incazza e io continuo a non capire e mi viene da ridere e lei si spazientisce e sbuffa, non posso far a meno di commuovermi ancora.

E pensare all'adolescenza...

 

 

 

 

 

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13 luglio 2015 1 13 /07 /luglio /2015 10:15

Cari genitori,

quando portate i bambini al mare non li portate nella jungla ai confini del mondo conosciuto. Non li depositate in un luogo oscuro, in una terra franca in cui le regole non valgono ed il rispetto verso gli altri e l’educazione vale quanto una dracma bucata. Cari genitori, mi dispiace per voi ma li depositate in un luogo libero, sì, ma in cui le regole devono comunque valere.
Almeno quelle basilari.

Se io vieto a mia figlia di buttarsi sotto l’ombrellone altrui e depredarlo della ruspa gialla che tanto anelava, tu perché devi permettere al tuo riccioluto pargolo treenne di depredare i giochi di mia figlia sbattendoli in ogni angolo della spiaggia mentre facciamo il bagno in mare? Senza considerare la tua vaghezza al nostro ritorno, che ha permesso alla tua progenie di continuare a giocare con il depredato senza batter ciglio né balbettare scuse appropriate. La prossima volta la ruspa, cara signora mia, gliela sequestro e la faccio pilotare a mia figlia verso il suo ombrellone, che lei è una gran fan del Sig. Toro.

Io capisco che i bambini sono bambini, signora mia, ci mancherebbe. Ma alzare sei metri cubi di sabbia per fare capriole e ruzzoloni e farli atterrare sulla faccia di mia figlia NON FA RIDERE nemmeno un po’. Che i suoi due mostri non si vengano poi a lamentare quando, tra vent’anni, lei non gliela darà manco morta. E farà benissimo. 

Ma soprattutto, cari genitori, al mare i bambini si sfiniscono, si caricano a molla e finiscono per trasformare giornate piacevoli in gironi danteschi. Urli, strepiti, capricci a non finire e simpatia a manetta. Se tutto ciò è generato dalla propria discendenza può anche (anche) venire tollerato, ma altrimenti genera nel proprio vicino di ombrellone la stess benevolenza della sabbia nelle mutande. Per evitare queste spiacevolezze, le strade sono due: 
1) far dormire i propri figlia la mare dopo pranzo, come faccio io con Emma che si schianta almeno due ore all'ombra godendosi la brezza marina, 
2) volare verso casa alla velocità di un supereroe, pregando che la macchina anestetizzi il brutto momento caratteriale dei propri figli.

No, rompere le palle non è una terza opzione, specie quando i figli altrui russano alla grande e io mi sono messa in testa l'idea di finire il libro che sto leggendo.

Lo so, sono bambini.
Lo so, ragionare come la vecchietta che da ragazzini ci bucava il pallone e rompevamo i suoi gerani con un colpo troppo lungo non mi fa onore.
Lo so, non ho pazinza.

Ma chi l'ha detto che ci vuol pazienza, se gli altri non hanno educazione?

 

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10 luglio 2015 5 10 /07 /luglio /2015 09:00

Emma, amore, vieni a lavarti le mani?
No.

Emma, e la bocca? Dai, dobbiamo lavarci la bocca che sei sporca di biscotto fino alle orecchie.
No.
Amore, dai un bacio alla mamma?
No. 
Emma, usciamo?
No.
Emma, vuoi andare a giocare in giardino?
No.
Emma, andiamo a fare la spesa al supermercato?
No.
Emma la vuoi la mela?
No.

Emma guardiamo un libro insieme?
No.
Facciamo un puzzle? Un disegno? Un gioco, un quello che ti pare?
NO.

...
...

 

Emma, vuoi metterti le scarpe?
Tzi, tzi, tzi. Mie, mie, mie, mie, mieeeeeeeeeeeeeee!

Come faremo?

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8 luglio 2015 3 08 /07 /luglio /2015 08:00

Sì sa, le giornate al mare sono pigre, o almeno così dovrebbero essere per definizione. Ma quando al mare ci sì va con una bambina di 10 anni che non riesce a stare ferma col cervello né con il corpo e con una creaturina di 17 mesi che vuol fare quello che fa la sorella il riposo è un eufemismo. Questo non vuol certo dire che i giorni passati al mare siano meno belli, ma certo il riposo e lo stravaccamento a quattro di spade sono un'altra cosa.
BEN LONTANA.
Da quando ho conosciuto l'Amoremio, vado sempre al mare dove abitano i suoi genitori, a Montesilvano. Un posto come tanti di villeggiatura, sbabilimenti balneari fatti di locali e turisti, giornate fatte di bagni, pisolini e sabbia nelle mutande. E' l'Adriatico e la sua bassa marea, c'è poco da fare.

Pranzando con la pasta fredda fatta a casa sotto l'ombra dello stabilimento, non posso non notare l'anziano uomo di colore che vende i cd e che ha appoggiato la sua mercanzia su un tavolino  poco lontano. E' stanco, rugoso, con la barba bianca. E straordinariamnete somigliante a Morgan Freeman. 
Non posso far a meno di pensare come, tra tutta la mercanzia in mostra, lui ed il venditore di ombrelli siano i più sfigati.

Faccio cenno all'Amoremio, che mi capisce al volo, si avvicina e gli chiede se vuole pranzare con noi. Lui, gentilmente, rifiuta.

"E' il Ramadan" mi dice con la cadenza dolce del francese
"Oh, e non è ancora finito?"
"No, il 16" mi dice sedendosi alla seggiola all'ombra che gli offriamo.
"Cos'è il Ramadan?" chiede Alice curiosa
Lui la guarda e gentilmente glielo spiega. Gli racconta del mese sacro per ogni musulmano, di quanto sia diffcile ed importante, di come beva e mangi solo dalle nove di sera alle quattro del mattino. E lei l'ascolta stupita, e magari starà pensando a tutte le volte che ha sbuffato all'idea di andare a catechismo invece di giocare al parco con gli amici.
Viene dal Senegal, l'anziano signore, e laggiù ha tanti nipoti. Sorride ad Emma che dorme nel passeggino con la bocca aperta e racconta di quanto tutti siano gentili con lui, di come viva da tanti anni in Italia e di quanto gli manchi casa sua.

Noi gli spieghiamo un po' la nostra famiglia non proprio normale, lui vuol sapere cosa farà Alice da grande.
Poi, con fatica, carica la sua merce, si tocca il cappello e con un leggero inchino se ne va, non prima di aver raccomandato ad Alice di studiare, perché è il suo  lavoro ed è un lavoro importante.

Torniamo all'ombrellone, trascinando il passeggino nella canicola fin sotto la palma.  Emma russa, l'Amoremio ed Alice sonnacchiano. La cosa buffa è che, osservando il mondo intorno, mi sono accorta che il nostro gesto non aveva nulla di speciale. 

Ecco laggiù un ragazzino che porta una fetta di anguria ad un ambulante che si ripara dal sole sotto la sua bancarella. E una coppia di signori anziani che offre acqua alla ragazza che fa le treccine alle bambine. E così via, all'infinito.

A guardarlo così, il mondo non sembra un posto poi così brutto. A guardarlo bene, da vicino e senza il filtro della televisione o del flame in Internet, magari la nostra società non si merita davvero l'invasione zombie. A vederla bene, questa società, forse regala una speranza prima dell'estinzione.

Forse, e dico forse, l'odio instillato da Salvini, da certi media complottisti e allarmisti e dagli strali di un sistema assistenzialista che cade a pezzi ogni giorni di più non riusciranno a distruggere la compassione e l'empatia nell'essere umano.

Forse, se ci impegnamo, i nostri figli saranno meglio di noi.

Io, almeno, ci spero.

 

 

 

 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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