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24 marzo 2014 1 24 /03 /marzo /2014 08:19

Ho sempre odiato l'ufficio postale per evidenti e logici motivi, quindi ho fatto in modo di domiciliare tutte le bollette per non doverli frequentare in maniera eccessiva.

Anche perché non posso nemmeno lamentarmi della lentezza del mio ufficio postale, visto che al mio paesello non c'è l'ADSL e siamo tutti ridotti all'antenna sul tetto.
In genere vado alle Poste solo in tre casi, nessuno dei quali divertenti:
1) il ritiro di qualche amena raccomandata, di cui il postino si è premurato di lasciarmi il tagliando nella cassetta delle lettere scordandosi sistematicamente di indicare il mittente, giusto per farmi venire l'ansia
2) il pagamento della Tarsu/Tares o vattelappesca come si chiama adesso
3) telegrammi di condoglianze.

Dovendo esperire all'incombenza n.3, già di per sé non bella, decido di andare all'ufficio postale del paesello accanto, più grande e più veloce. Immagino. Sbagliando.
Già devo parcheggiare in bocca alla luna e va bene, scendo l'ovetto, carico mia figlia e via. Arrivo davanti all'ufficio postale e un idiota ha parcheggiato il SUV sul vialetto d'accesso alla rampa, costringendomi ad un giro assurdo per un marciapiede costellato da radici sporgenti e buche immense. Io auguro al guidatore di SUV di morire male, Emma ride: beata lei.
Arrivo dentro, decisa a fermarmi solo se la fila non fosse stata eccessiva. Tre persone in fila e quattro sportelli vengono valutati dal mio neurone attivo come "poca fila", perciò mi avvicino alla colonnina per la stampa del numero.

Ora, vorrei porre la vostra attenzione sulla suddetta colonnina. Non so voi, ma non so mai che scegliere, mi mette ansia. Tipo: un bollettino da pagare è un servizio postale o un prodotto? È il telegramma? Ansia. 
Stampo un numero a casaccio e attendo fiduciosa.
Emma dorme.

Passa mezz'ora e non s'è mosso nulla. Niente. Io, da brava studentessa secchiona, ho fatto i compiti e compilato il modello per il telegramma in ogni sua parte.
Dopo altri dieci minuti di immobilismo, la fila dietro di me è aumentata, la gente rumoreggia e l'impiegato del quarto sportello si sente in dovere di chiudere per fumarsi una sigaretta.
Emma apre un occhio. Ohi ohi.
Dopo ulteriori dieci minuti in cui non succede nulla, io comincio a credere di essere di Candid Camera ed Emma inizia a piangere, presa dalla noia. E giustamente, direi. Mentre provo a ninnarla disperatamente mi rendo conto che molti di quelli in fila vorrebbero mettersi a piangere come lei. Forse pure io.
Dopo cinque minuti interminabili in cui mia figlia non smette per un secondo di piangere disperata, scatta il numero e la signora con lo chador prima della fila viene da me e mi dice:"Vada lei con la bimba, facciamo a cambio di numero".
Commossa accetto, ringrazio e corro allo sportello, lanciando il modulo alla cotonatissima ed imbalsamata impiegata. Tentando di infilarle il ciuccio in bocca e di consolarla, dico ad Emma: "Dai amore mio, mamma ha quasi fatto". La mummia biondissima dall'altro lato sbotta:"Per fare le cose ci vuole il tempo che ci vuole, i figli piccoli non ci si dovrebbero portare!"
Ma brutta stronza. "Appunto, ci vuole il tempo che ci vuole, non un'intera era geologica!" mi sento dire con un tono di voce un po' troppo alto. Emma smette di piangere, la gente in fila dietro ride, alla mummia compare sulla fronte un nuova ruga.
"Sei euro e trenta" mi dice a denti stretti. Pagando penso che la prossima volta mando dei fiori ché risparmio di sicuro, pure in salute.
E poi che Renzi c'ha ragione a voler licenziare una valanga di statali, io questi li manderei tutti a lavorare in miniera, l'animaccia loro. Nelle miniere di sale di Sassuscrittu, porca puttana.

Mentre macino amaro il mio scontento e imbocco una strada diversa da quella cui sono venuta perché più ombreggiata.
C'è il mercato settimanale, cazzo. Vabbé, proseguo tra camioncini della porchetta e banchi vari, fin quando mi imbatto in un banco posizionato male, troppo vicino al marciapiede e che mi impedisce il passaggio. Vorrei precisare che il marciapiede è così alto da poter scongiurare senza ombra di dubbio il rischio tsunami del Trasimeno e che l'unica rampetta per salire si trova DOPO il banco.

Provo a passare, ma niente. Il proprietario del banco, un ragazzo che avrebbe un disperato bisogno di Chris Powell se ne sta appoggiato ad uno stipite a braccia conserte e guarda. Ovviamente, con tempismo perfetto, Emma riattacca a piangere. Riprovo a passare con l'ovetto, invano, e mi maledico mentalmente per non essere ancora riuscita a procurarmi una fascia da Mammalice. Ma quanto sono tonta?

Sto per inveire in cirillico contro di il ciccione che ha messo il banco a schifo quando dal bar a fianco esce Alì, il mio panettiere pakistano oggi in libera uscita, che corre in mio soccorso, prende in braccio Emma che dopo due moine gli sorride e mi offre pure il caffè.

Ora, se c'è una morale in questa giornata non lo so, di certo c'è solo che viviamo in un paese che ha dimenticato l'educazione ed il rispetto verso il prossimo. Posso solo immaginare quello che una persona con disabilità debba provare ed è veramente degno di un paese del terzo mondo.
Ecco cosa siamo diventati.

O forse siamo sempre stati.

Ora vi lascio. Nella cassetta delle lettere ho trovato il tagliandino per ritirare una raccomandata...

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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