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20 novembre 2014 4 20 /11 /novembre /2014 15:00

Ci sono giorni in cui va tutto storto, dalla bolletta che arriva al momento inopportuno ed è sgraziatamente troppo alta, alla televisione che si blocca e proprio non ti va giù.
Ci sono giorni in cui la stanchezza va oltre il tuo limite massimo e ti dici: "Non ce la faccio più"​.

Ci sono giorni in cui non ricordi più la tua vita com'era, quando la tua unica responsabilità era il gatto e fare la spesa. O al massimo la pianta grassa che tieni sul ripiano in cucina, che campa con l'umidità dell'aria e ogni tanto ti gratifica con un fiore. Gratis.
Ma la nascita di un figlio cambia le carte in tavola, molto più dell'adozione di un gatto, seppur problematico come Nevruz. Non si tratta dell'impegno fisico, o meglio non solo di quello. Non è cambiare pannolini, ninnare una creatura che superaormai i dieci chili, guardare almeno duecento volte lo stesso episodio della Pimpa pregando che cambi almeno un dettaglio e nemmeno attendere con appassionante pazienza che si decida ad aprire la bocca per mangiare la minestra. 
E' pesante, certo, ma è la parte che poi passa. Dicono.

Me ne sono resa conto quando Emma non è stata bene e tra febbre, vomito e diarrea mi guardava con la faccia supplichevole di chi chiede aiuto senza riceverne affatto. Me la sono tenuta addosso, rannicchiata sul petto come quando era piccola. Poetico, vero? Lo diventa meno se si considerano le sue dimensioni, ma una mamma lo fa volentieri lo stesso, povero uccelino mio.
Se ne stava acciambellata stretta a me e io non sapevo che fare se non stringerla forte e sperare che non fose niente, impotente e inutile come una saliera nel deserto. Perché poi queste cose capitano sempre nei giorni festivi, in cui il pediatra non ti risponde manco a morire e passa le sue giornate a fare yoga per ritemprarsi giustamente dopo cinque giorni consecutivi di deliri di mamme stalker. Come me, del resto.

Dentro di me si è andato insinuando il peggiore dei dubbi: ma chi me lo ha fatto fare? Io non sono capace, una creatura così piccola, fragile e bella in mano a me che son capace di fare i peggiori casini del mondo. Povera creatura, non mi guardare così. Amoredellamamma, ora che facciamo?
E anche se lei ha dormito un sonno di piombo, io son rimasta a guardarla attonita e spaventata, chiedendomi
se sarebbe stata ancora bene, se avrebbe di nuovo mostrato il suo sorriso sdentato e colorato di fossette.
Ma è venuto alla fine il lunedì, e con lui la sentenza inequivocabile del pediatra: acetone, signora mia.

Ommioddio! ho esclamato io.
Tale e quale sua mamma! ha affermato mia madre senza scomporsi.
Acida sin da piccola pure lei ha commentato l'Amoremio.
Acido, acida, acido, acida!

Cabaret in famiglia. 
No comment.

Nulla di grave, ma la paranoia di non saper gestire e fare rimane. Vederla fare la parodia dell'idrante senza sapere cosa fare non è stato bello, no. Ma capita, dicono. Come capita il sentirsi senza forze davanti all'ennesimo malanno, al raffreddore che dura tre mesi ed alla tosse che fa concorrenza all'abbaiare del cane del vicino. Capita, dicono, pensare "Chi me l'ha fatto fare" e rimpiangere un prima che non esiste più e che non era nemmeno così scintillante. O almeno, non come i suoi occhi.
 
Ora, dopo qualche giorno di integratori, diversi cucchiai di Coca Cola dati sottobanco e un milione di coccole, Emma è guarita e si prepara alla sua grande rentrée all'asilo pronta per iniziare i laboratori di Natale.


Riusciremo a non crollare ancora?

 

 

 


 

 
 

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