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22 dicembre 2014 1 22 /12 /dicembre /2014 14:08

Con i tempi che una madre colpita dalla sindome del primo anno di asilo (aka l’ebola è il mio mestiere) può avere, è arrivata anche alle mie orecchie la storia di Shiloh, figlia della coppia più amata ed invidiata del cinema, i Brangelina.
Pare che la bimba, di anni otto, si senta un maschio da sempre, pretenda di vestire da maschio per l’appunto e che voglia essere chiamata John e che i suoi genitori le abbiano permesso di presentarsi ad una prima insieme a tutta la famiglia abbigliata, appunto, non come la principessa delle fate ma in smoking maschile.

Prima di tutto ho pensato ad una trovata pubblicitaria, perché si sa che ad Hollywood pur di far notizia metterebbero un tutù ad una gallina, perché non uno smoking ad una bambina, che fa subito Baby Herman?  Che importa se i Brangelina mettono sul piatto la loro bellissima figlia? In fondo la Jolie prima di accasarsi bene era avvezza a ben altre stranezze e in un angolo  remoto del mio cervello alberga ancora con terrore una sua foto con una fialetta del sangue di Billy Bob Thornton al collo.
E invece no, su tutti i giornali rimbalza la notizia che la piccola Shiloh in pratica non esiste a discapito del suo alter ego maschile, John appunto. E mamma Jolie la asseconda, evitandole l’odiosa necessità di travestirsi dalla femmina che non è e che non si sente.

E qui si è scatenato il finimondo: può una bambina essere così consapevole di sé ad otto anni? Si tratta di emulazione nei confronti dei fratelli o di una sessualità deviata? I Pitt, da sempre portabandiera dei diritti della comunità gay sono bravi genitori o bramosi affabulatori che sanno cogliere lo spirito dei nostri giorni con voracità a discapito di tutto e di tutti? Shiloh/John finirà all’inferno? Ci finiranno i Brangelina? 

Bellissimo l’articolo de il Giornale, quotidiano noto per la propria tolleranza ed intelligenza, in cui la colpa di tutto ciò viene data, senza ironia lo giuro, al nome: chiami tua figlia Shiloh? Bèh, normale non è che ti può venire. Invece, se l’avessi chiamata Maria oppure col nome della nonna tutto ciò non sarebbe successo, al massimo da grande votava Salvini, ma certo non si vestiva da femmina. Che poi la mamma della Jolie si chiamava Marcheline quindi giusto come la mamma di Pitt la potevano chiamare, Jane. Che eprò fa subito Jane Doe, io ad Angelina la capisco.
Non solo, l’autore non perde l’occasione di ricordarci che il nome più diffuso nelle metropoli europee è Mohammed e che quindi moriremo tutti affogati dalla marea nera dell’Islam.

Amen.
 

Ma lasciando perdere i cacciatori di streghe e tornando alla piccola Shiloh, io da mamma non posso far a meno di ammirare la Jolie.
Non penso sia facile avere a che fare con una bimba che, per i più svariati motivi, decide che da oggi il suo nome sarà un altro e per di più di un sesso diverso. Non è facile, anche perché noi mamme, io per prima,  siamo facili al lasciarci andare davanti a trini, pizzi e tripudi di rosa  e a vestire le figlie come MioMiniPony, almeno finché non si ribellano ed iniziano ad esprimere il loro essere. Si fanno tanti sogni sui propri figli, li vorremmo plasmare come Didò a nostro piacimento e magari a nostra immagine e somiglianza, ma non si può. Non si può nemmeno per la piccola Shiloh, che nel suo DNA porta già impresso un bagaglio di glamour e bellezza senza fine ed una strada dorata verso il mondo di Oz tutta per sé.

Ma non sono i genitori a poter scegliere cosa diventerà la propria prole, si può solo vegliare su di loro, insegnargli ed essere loro stessi e sperare che siano felici.
E io, guardando le foto della serata incriminata, non ho potuto fare a meno di pensare che la piccola Shiloh/John avesse negli occhi uno sguardo sereno, consapevole e fiero. Che fosse felice, insomma. Il resto importa?
Un mio caro amico sin dalle elementari era già diverso. Erano gli anni ottanta, non è che si parlasse di diritti omosessuali ed io non avrei saputo nemmeno spiegarlo, ma lui era già una bambina. Tutti gli anni scriveva una letterina a Babbo Natale chiedendo una Barbie e tutti gli anni piovevano dalla slitta macchinine e robot. Non è forse una storia molto più triste?

Una bambina può essere consapevole della propria sessualità a otto anni? Forse no, di certo non sa spiegare bene cosa le alberghi nel cuore.

O è solo un capriccio, un modo di attirare l’attenzione in una famiglia  tentacolare e allargata?
E se fosse solo emulazione verso i fratelli più grandi?
In ogni caso lei era serena e sorridente, sicura di sé e innamorata della sua famiglia.

Può un genitore chiedere di più?

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