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14 dicembre 2015 1 14 /12 /dicembre /2015 19:00

Il mio professore di italiano alle scuole medie era quello che sottovoce definivano un uomo particolare. Burbero e dall'aspetto un poco grigio, sembrava uscito direttamente dal libro Cuore senza passare per il via.
Era considerato un uomo particolare dagli altri insegnanti perché non solo non si era mai sposato e viveva solo, ma era stato un attivista del partito radicale negli anni in cui aveva avuto una importanza cruciale per quel quattro diritti civili che l'Italia tuttora si ritrova. 
Credeva nell'informatica e mosse mari e monti pur di far avere alla nostra scuola di provincia  un laboratorio con dei computer che i ragazzi potessero imparare ad usare. Lì imparai ad usare Lotus 123 e Wordstar, i nonni di Office in pratica, ma non solo.
Aveva lottato per le leggi sul divorzio e sull'aborto e credeva nella laicità dello stato, concetto iconoclasta oggi, figurarsi alla fine degli anni '80. Parlava di politica e di attualità in classe, senza preconcetti. A volte risultava noioso a noi studenti impantanati negli ormoni, a volte invece no, ma riusciva sempre a scatenare una discussione in classe ed a casa.
Per la gioia di mio padre, che si ritrovava a spiegarmi le dinamiche del pentapartito che fu, o a guardare con me la caduta del muro di Berlino ed a rispondere alle mille milioni di domande che mi saltavano in testa, sbuffando a volte, certo. Ma più spesso orgoglioso di questa figlia che cercava di vedere con lui il telegiornale e di capire cose che spesso sembrano incomprensibili. Perché così? Perchè questo? E questo? Ma non è giusto!

Penso spesso a lui, ultimamente,
A lui che si spendeva per i suoi alunni cercando di prepararli al mondo, che nel suo strano modo burbero e un po' severo ci voleva bene e ci capiva. Che cercava di aprire orizzonti troppo ciusi dall'età e dalla collocazione geografica in una omologazione imposta che mi sarebbe stata ben presto troppo stretta.

Seminava germogli, spargeva idee. Alcune, molte, cadevano nel vuoto. Altre, abbastanza direi, crescevano e prendevano vita nuova, strade diverse.  

Parlava tranquillamente di sé e del suo ateismo, rivangava le vecchie battaglie politiche e ce ne spiegava l'importanza. Ci fece imparare a memoria la costituzione, ce ne spiegò la storia e l'importanza di ogni singolo articolo. Non faceva proseliti, non cercava approvazione. Oggi, nel paese delle paure e del finto politicaly correct, lo brucerebbero al fuoco del gender e del "ai ragazzi dobbiamo dire che è tutto a posto".

Alla figlia del mio compagno che ha 11 anni dopo i fatti di Parigi gli insegnanti hanno dettto... vediamo... ah, nulla. Si è fatta scuola come se nulla fosse, con la pace del paese del nonno di Heidi. Nulla, non una parola. Anzi, tutti attenti a non parlare, perché poi chissà che dicono i genitori.

Ma è questo il ruolo della scuola? Oppure aveva ragione il mio professore?
La scuola non dovrebbe creare i cittadini di domani?

Forse, e dico forse, si stava meglio quando si stava peggio.

 

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