Tuesday 20 december 2011 2 20 /12 /Dic /2011 07:20

anna-karenina-movie-poster-1935-1020212016-copia-2.jpgL’ho cominciata il 28 agosto e finita ieri. Per me che leggo a ritmi vertiginosi, un record negativo assoluto.

Non per questo mi è piaciuta poco, anzi.

Solo che certi libri vanno letti coi loro tempi, che son diversi da quelli moderni. Vanno fatti decantare, occorre aspettare d’esser pronti, di aver capito tutto, di essere entrati in punta di piedi nell’alta aristocrazia russa della fine del 1800 e di vederli i personaggi della storia.

Vederli lisciare una gonna, acconciarsi i capelli o tormentarsi un favorito con sguardo noncurante.

Tolstoj ha il grande pregio di disegnare i suoi personaggi senza descriverne l’aspetto fisico, rendendoli magicamente vivi della loro luce interiore.

Senza pietà analizza l’aristocrazia borghese e liberale del suo tempo, viziata e nullafacente, indebitata e pigra, troppo impegnata a rimirarsi, a fare visite di cortesia e riceverle ed a andare a teatro (per sparlare degli altri) per lavorare o produrre qualsiasi cosa possa somigliare ad un lavoro.

 

La storia (e il finale) lo sanno tutti, così come l’incipit che credo sia, anche giustamente, il più noto della storia della letteratura mondiale.  Pertanto non vi tedierò con queste risapute e nozionistiche amenità, e  vi regalo alcune brevi riflessioni:

-          se è innegabilmente vero che questo libro contiene pagine vivide e bellissime e che Tolstoj rende omaggio a Calliope in ogni sua parola scritta, la terza parte, in cui Levin sproloquia per pagine e pagine e pagine sulle prospettive della politica agricola russa e se sia meglio l’antico feudalesimo oppure la moderna mezzadria (per non parlare del pollaio) sono state per me come un incudine poggiato sugli attributi che non ho. Ho seriamente pensato di mollare e non l’ho fatto solo per tigna. No, l’ho fatto anche perché m’ero convinta che Tolstoj l’avesse messo lì apposta ‘sto muro, per scoraggiare i meno convinti. Tiè, Lev, t’ho fregato!

 

-          Anna Karenina viene dipinta nelle varie trasposizioni cinematografiche come una gnocca supersonica, e anche io non posso far a meno di immaginarla con il viso ed il corpo di Greta Garbo, incastonata in un quadro di Tamara De Lempicka.  Eppure Anna era sì la perla dell’aristocrazia di Pietroburgo, ma secondo i canoni dell’epoca, non i nostri. Insomma, era un po’ tarchiatella, per dirlo con estrema gentilezza. Lo ribadisce anche Tolstoj, accostando in più di un’occasione l’aggettivo, oggi socialmente sconveniente, grasse alle braccia di Anna. Il resto era tabù, quindi non sapremo mai.  Però il sospetto ce l’ho.

 

-          Vronskij oggi in Umbria lo chiameremmo un pancottone. Privo di qualità morali, vive dell’apparenza che le cose danno. I suoi rapporti con Anna, con la figlia, ma anche con la madre o con chiunque lo circondi sono improntati all’apparenza, allo scorrere delle cose, a quel che ci si aspetta lui faccia. Anche quando Anna sta per morire per le complicazioni del parto, l’unica cosa che riesce a fare è piangere, prima, e tentare il suicidio, poi. Utile, eh.  Se fossi stata Anna u po’ me la sarei presa. Meglio Aleksei Aleksandrovič, che nonostante sia marito cornuto fuor d’ogni dubbio non perde la propria dignità (In quel momento, eh. Poi la perderà abbondantemente in seguito…).

 

-          Il mio personaggio preferito è Levin, col suo amore inconsolabile e puro verso Kitty. Potrebbe quasi diventare il mio uomo ideale se non decidesse, inopportunamente, di darsi alla religione proprio alla fine del libro. Come farà lo stesso Tolstoj verso gli ultimi anni della sua vita. Ma nessuno è perfetto, nemmeno lui.

 

Finisco qui, con la considerazione che le declinazioni di nomi e cognomi russi farebbero impazzire chiunque sia sano di mente.

E invitandovi a riscoprire i classici che non avete letto in giovane età. Sono faticosi, alti come montagne e a volte leggermente fuori moda, ma regalano grandissime soddisfazioni.

Io, appena mi riprendo (e mi riprenderò divorando Le cronache del ghiaccio e del fuoco), mi tufferò su Moby Dick.

 

Ditemi in bocca al lupo. Anzi, alla balena…

Di Phoebe - Pubblicato in : caffetteria letteraria - Scrivi un commento - Vedi 3 commenti
Monday 19 december 2011 1 19 /12 /Dic /2011 00:00

drunk_santa-1.jpgE’ Natale?

Davvero? No, dai.

Davvero? Ma come , io non ho nemmeno fatto l’albero ancora… non ho comprato regali, non ho fatto biscotti, non ho proparato a mano vagonate di decorazioni, non ho appeso fuori le lucine e nemmeno la ghirlanda fuori dalla porta.

Ma è arrivato davvero? Pure quest’anno?

No possiamo rimandare, che ne so, di una settimana o due?

Tanto fa caldo, non sembra nemmeno inverno, ma tutt’al più primavera! Ve l’ho detto che l’orto degli odori è in fiore? E’ primavera!

No? Dite che non attacca la divagazione’

 

Ok, ok, k, lo faccio il post di Natale.

Ehm.. ehmmm! Dunque.

E’ che a me il Natale mette ansia.

Da ottobre che i negozi sparano musica natalizia, neve finta, addobbi, lucine e pupazzetti.

E poi ci sono da preparare un sacco di cose: albero, presepe, regali.

Regali.  Che ansa. Tipo, che gli regalo all’Amoremio?

E poi, li avrò conteggiati tutti? Siamo sicuri? Ma sicuri sicuri? Non è che poi faccio le mie solite figure di cacca?

Avrò scordato qualcuno? (Promemoria: sempre comprare un regalino in più, possibilmente unisex da rifilare in caso imprevisti).

Ogni settembre poi mi dico: “Quest’anno voglio fare tante belle cosine per Natale!”

Poi ovviamente non faccio nulla.

Non attacco nemmeno i bigliettini con dedica sui pacchetti.

Che mostro.

 

Sì, lo so. Il significato del Natale è diverso, non è consumistico.

Non sono le luci, non sono le decorazioni, né i regali. Non è nemmeno Babbo Natale, che tra l’altro è il patron della Coca Cola, per dire  (e poi sono convinta che faccia lavorare i folletti in nero).

Dovrebbe essere altro, sono d’accordo. Dovrebbe essere un giorno per riflettere, di amore e pace, un giorno in cui fare proponimenti per diventare migliori (e che andrebbero rispettati nei successivi 365 almeno). Un giorno santo, per chi ci crede o fa finta di crederci.

Dovrebbe, dovrebbe.

Ma quest’anno più che mai mi sembra il festival dell’ipocrisia e dei commercianti.

 

E voi? Lo sentite il Natale?

Sfornate biscotti allo zenzero?

Create ghirlande colorate da agosto?

 

Aiutatemi a ritrovare lo spirito del Natale, o mi trasformerò in Scrooge alla mezzanotte!!!

 

Di Phoebe - Pubblicato in : sick sad world - Scrivi un commento - Vedi 3 commenti
Saturday 17 december 2011 6 17 /12 /Dic /2011 19:51

MidnightinParisvipiaciuto.jpgCome al solito, come solo io e l'Amoremio riusciamo a fare, sono andata al cinema a vedere un film senza sapere assolutamente né di cosa parlasse, né i protagonisti. Solo sul regista mi ero informata: un Woody Allen, si leggeva in giro, in stato di grazia.

 

Dopo Londra, Venezia e Barcellona, Woody Allen si ferma ancora una volta in Europa per un film che romantico e sognatore fin dalla locandina in cui la Notte Stellata di Van Gogh viene adoperata ad uso e consumo dei pensieri del suo protagonista, Gil (impersonato da un bravissimo e sorprendente Owen Wilson) mentre, mani in tasca, guarda la Senna e una città che si sveglia.

 Gil è uno sceneggiatore hollywoodiano con aspirazioni da scrittore, che si trova a Parigi con la sua futura sposa Inez (Rachel McAdams) e i genitori di lei.

Gil è affascinato da questa città, tanto che è stata la fonte di ispirazione per il suo romanzo ambientato ai tempi d'oro dei brillanti anni Venti. Vorrebbe addirittura trasferirvisi, ma la sua fidanzata ha un'idea molto diversa del mondo e dell'arte. Una sera a mezzanotte, perso per le strade parigine dopo una degustazione di vini e dopo aver abbandonato la compagnia, si troverà catapultato nella Parigi degli Anni Venti.

Gil farà in modo di prolungare il piacere di questi viaggi nel tempo, durante i quali incontrerà Hemingway, Cocteau, Buñuel, Scott Fitzgerald, Matisse, Picasso (e anche la bellissima Adriana interpretata dalla sensuale e molto francese Marion Cotillard)e tutto il circolo culturale del tempo, cercando di far sì che il "miracolo" si ripeta ogni notte. Suscitando così i dubbi del futuro suocero.

Ma non si può sfuggire a se stessi e alla propria vita.

E la magia presto svanirà perché ogni esistenza ha senso solo nel contesto a cui è destinata.

 

Questo, brevemente, il film. Brevemente, appunto, perché c’è molto altro.

C’è Parigi, ad esempio. Una Parigi bellissima, vista con gli occhi del turista americano che si stupisce di ogni angolo e cerca ovunque tracce di una storia passata (che gli USA non hanno? Eh, si. E’ così, eh.): la Villette, Montmartre, Père Lachaise, la torre Eiffel, i suoni e i colori. Tutto è magico e lo è nel vero senso della parola. In un attimo sei pronto a credere a qualsiasi cosa, anche la più incredibile. Ma non è una cartolina, è Parigi.

Viva e pulsante. Bella anche sotto la pioggia, forse pure di più.

C’è l’amore, mai banale. Sia che tu sia innamorato  della persona che pensi sia quella giusta, sia che tu abbia dei dubbi o tu sia ancora in cerca, dopo il film acquisti la consapevolezza che ci sarà sempre tempo per te di cambiare e trovare comunque la felicità.

Ci sono i grandi del passato, presi a modello. E che a loro volta prendono a modello il passato in un rincorrersi ciclico e umano assolutamente vero.

 

Si può chiedere di più a un film?

 

Di Phoebe - Pubblicato in : caffetteria letteraria - Scrivi un commento - Vedi 1 commenti
Friday 16 december 2011 5 16 /12 /Dic /2011 07:17

spacchettati

Io ed i miei amici, ogni anno per reagire al consumismo sfrenato in cui è piombato il Natale, organizziamo una serata di festa in cui, tramite una specie di lotteria, si arriva con un solo regalo e si torna  a casa con un regalo comprato da un amico: noi lo chiamiamo regalo collettivo.
Un regalo per un regalo.
Si sta insieme, si mangia il panettone, si fa festa.

E gli amici lontani?
Fino al Natale scorso erano un problema, poi girando in internet ho scoperto Oxfam, una associazione no profit formata da 15 organizzazioni che lavorano con oltre 3000 partner in 98 paesi per combattere la povertà in tutto il mondo e migliorare le condizioni di vita di migliaia di persone tramite strumenti come il microcredito, dando una opportunità di riscatto a chi non ha nulla.

Sì, bello, direte voi. Ma che c'entra col Natale? C'è che Oxfam ha creato un modo nuovo di fare regali, un modo diverso, che vada oltre la piccola sciocchezza da mettere sotto l'albero, ma che possa avere davvero un significato rilevante.
E non solo per chi dona o per il fortunato che riceve.
Ed è così che Oxfam ha creato gli spacchettati, un'occasione unica per fare un regalo utile e che faccia sentir bene davvero. Basta andare sul sito di Oxfam e scegliere un regalo da inviare a chi vuoi tu: vuoi una capra di Natale? o preferisci un kit di sopravvivenza? Se sei davvero generoso, potresti regalare una mucca o un pozzo, non trovi? 
Io decisamente preferisco un asino, e credo ne regalerò un bel po'.

Scegli il tuo regalo, il destinatario riceverà una e-card con le specifiche dell'organizzazione e con le indicazioni di come verrà utilizzato l'importo della donazione (non è che regalano davvero capreo galline, sono solo simboli!). Tutte le donazioni verranno destinate ai progetti di Oxfam nel mondo, votati allo sviluppo delle piccole attività e dell'artigianato, al microcredito e all'inserimento delle donne nel mondo del lavoro.
Ma Oxfam interviene anche durante le crisi umanitarie e promuove politiche commerciali più eque e solidali nel mondo.
Per saperne di più visitate il loro sito o la pagina di Facebook dedicata.

Insomma, con Oxfam potete fare più di un semplice dono, potete provare a cambiare il mondo.  Potete provare a renderlo più umano, più buono, più vero.
Si può volere di più a Natale?
Senza considerare che non si pone nemmeno il problema del riciclo dei 
regali.

 

Mi sa che dall'anno prossimo abbandoneremo il regalo collettivo... 

 

 


 

Articolo sponsorizzato

Di Phoebe - Pubblicato in : vita vissuta - Scrivi un commento - Vedi 3 commenti

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