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26 aprile 2010 1 26 /04 /aprile /2010 21:01
Dove eravamo rimasti? Ah già, qui.Dove eravamo rimasti? Ah già, qui.
Dove eravamo rimasti? Ah già, qui.
 
Ma il dugongo dov’è?
Sarà qui, sarà lì, il dugongo dove sarà? 
Sarà un gonfiabile messo in mezzo al mare solo nei periodi di alta stagione per attirare turisti?
E’ talmente un mito che alcuni ne mettono in dubbio l’esistenza, per altri è morto. Per altri ancora “dugongo” è diventato sinonimo dell’organo sessuale maschile, perciò donne attenzione a ciò che chiedete!
Nei nostri giorni spesi alla ricerca del desiderato sirenide, ci hanno fatto compagnie persone deliziose e divertenti con cui abbiamo formato una combriccola così affiatata da risultare l’unica animazione del villaggio. Ma anche fuori. 
Phone&Go, assumici!!!!! 
Prezzi modici, lo giuro, tutt’al più ci può pagare in vacanze!
 
In esterna.
Siccome in un rifugio dorato tutto sorrisi e mare corallino non ci resisto sette giorni, approfittando di una giornata dotata di un vento in grado di staccarmi da terra (e ce ne vuole, credetemi) decidiamo di aderire ad una visita guidata alla vicina El Quseir (pron. El Cusser), cittadina di 40 mila abitanti. Ora, prima di tutto vorrei far notare che ho trovato questo nome scritto nei cartelli stradali in ogni modo possibile: El Queser, Quisier, Quessir. Va bene che l’alfabeto arabo è diverso, ma possibile che non ci sia una traduzione univoca?
Arriviamo ed è subito chiaro: non siamo a Sharm e nemmeno ad Hurgada.
Ci portano a visitare una chiesa costruita all’inizio del secolo da una comunità di italiani, arrivati fin qui per lavorare  in una fabbrica di fosfati tricolore ormai abbandonata (ma l’evento merita un post a sé). Poi la più bella moschea della città, sita direttamente sul mare. Ascoltare il muezzin che chiama alla preghiera è qualcosa di surreale, fa venire i brividi. La voce, sparata dal microfono direttamente sulla cima del minareto ha il potere di ammutolire. Impossibile evitare la cena “per turisti” e il tour obbligato dei negozi convenzionati col tour operator. Alla fine, dietro nostra insistenza, ci lasciano liberi per il mercato della città, spaventandoci come se i propri concittadini fossero tutti serial killer. Qui mi sbizzarrisco e acquisto spezie  a non finire, fotografando la vita così com’è a più di 4000 km dal Trasimeno, donne musulmane in vestiti tradizionali comprese..
Per contraltare, ci rechiamo un’altra sera  a Port Ghalib, sogno a trenta zeri di un emiro kuwaitiano già possessore dell’aeroporto. Il posto puzza di Porto Cervo lontano un miglio, con spruzzi di costruzioni palazzinare stile quartiere residenziale. Gli yacht ormeggiati si fanno fotografare da aspiranti capitani di canotti, le palme sono lussureggianti, ci sono fontane ad ogni angolo e negozietti di souvenir assatanati ovunque. Tutto è così finto che anche il gelato non è fatto con il latte. Per fortuna la compagnia è buona, così decidiamo di berci una birretta (birra Stella everywhere) e fare due chiacchiere. A Port Ghalib ovunque c’è la connessione wi-fi gratuita e questo mi lascia di stucco.
Perché in mezzo al deserto sì e a casa mia no????
 
Perle.
Potevo io non lasciare il segno con mirabolanti peripezie? Eccone alcune:
- Andiamo a fare un’escursione alla spiaggia di Abu Dabbab per vedere le tartarughe marine giganti. Dopo un’ora di snorkeling in cui mi sentivo in un documentario del National Geographic , mi appare una tartaruga grande come me. L’Amoremio che mi nuotava a fianco ha ammesso di aver sentito distintamente, nonostante entrambi indossassimo maschera e boccaglio, la mia voce dire: “Uuuuuhhhhhh! Che bellaaaaaa!”. Dopodiché, agile come un pesce trombetta, ho infilato tutta la testa e tutto il boccaglio nell’acqua per vederla meglio. 
Peccato che io non nuoti esattamente come un pesce trombetta e che abbia rischiato di affogare.  Ho fatto fermare tutta l’escursione e avuto una crisi di panico tra le risate di tutto il gruppo, tartaruga compresa. Olè.
- Andiamo al ristorante per cena, belli ed eleganti, mano nella mano. Che bello indossare già i vestiti estivi e lasciarsi alle spalle il freddo!!! All’improvviso, un lampo bianco mi attraversa davanti. Una lucertola? No! Un bellissimo, piccolo geco bianco latte con due occhioni neri. Scatto come Bolt, agile come una gazzella  e lo inseguo fino ad un muretto per poterlo vedere meglio. Peccato che il tacco della mia scarpa molto figa decida di rimanere in compagnia dei sampietrini che pavimentano il villaggio. Per tutto il resto della vacanza mi dovrò accontentare delle ballerine nere, non avendo portato altro per ragioni di peso del bagaglio. ..
- Tour di El Quseir, sono stufa di girare i negozi per turisti, voglio essere lasciata libera di decidere dove andare. Basta. Allo stop dell’autobus all’ennesimo negozio di souvenir made in China, lancio un sarcastico commento alla guida: “Ma le pentole quando ce le vendete?” Adam (confuso): “Qui no pentole, ma papiri. Bellissimi papiri. Papiri egiziani. Le pentole non le facciamo in Egitto”. Tutto l’autobus sghignazza. E vabbè…
- In fila per il check-in al ritorno, dietro di me una coppia che si lamenta della Phone&Go. Inizio a chiacchierare e chiedo: “Ma in che villaggio stavate?” 
Loro: “Best Western Solitaire
Phoebe: “Pure io!”
Loro sconsolati: “Lo sappiamo. Sei quella perugina che chiacchiera. Sempre.”
Momento di vergogna.
 
La sindacalista del volo MHS3974
L’ombra della nube scaturita dal vulcano  Eyjafjallajokull si allunga su noi villeggianti che cominciamo a chiederci se e quando torneremo a casa. L’aeroporto di Roma in teoria è aperto, ma solo in ricezione. Andiamo a letto sabato sera sapendo di partire il pomeriggio seguente, ma sperando di fermarci un po’ di più. 
Alle sette suona il telefono della camera. Panico. E’ Borat, ehm pardon… Mohamed che ci annuncia che partiamo alle 11, cioè tra quattro ore. Abbiamo vinto infatti un viaggio in autobus fino ad Hurgada, cioè 260 km di strada egiziana, e da lì un volo fino a Roma. 
La prendiamo con filosofia e dopo un saluto alla spiaggia ed un ultimo bagno, baciamo tutti nuovi amici e andiamo. 
Il viaggio in autobus va meglio del previsto, approfittiamo per fare foto e vedere il deserto. Ma giunti ad Hurgada inizia il supplizio: il volo viene rimandato. Prima di un ora, poi un’altra ora ancora. L’aeroporto è immobile, fermo. Non partono e arrivano aerei. I gate sono tutti chiusi. Gli speaker parlano solo arabo e russo, mentre il banco informazioni è occupato da un ragazzetto che parlo un inglese così stentato che in confronto il mio spagnolo è fluente. Ecco, in questo scenario apocalittico m’è venuto un attacco di panico. O quasi. E qui voglio ringraziare pubblicamente non solo l’Amoremio, ma anche Alessia che da buona romana ha saputo farmi ridere e ritrovar coraggio. Grazie.
Rincuorata, mi aggiusto la kefiah intorno al collo e parto all’attacco.
Chiedo gentilmente al ragazzo del banco informazioni novità. Lui ride e mi dice “Kdont vorri miss”. Come? Ma Miss un par de ciufoli, io voglio sapere! Messo alle strette il ragazzino chiama il manager di Air Memphis. Arriva un tizio che in Italia dal look sarebbe stato bollato subito come spacciatore. Dopo lo sbigottimento iniziale dimostra il miglior inglese sentito da un egiziano, si scusa, spiega che l’aereo sta arrivando dal Cairo, ci offre succhi di frutta e divento subito sua sorella. Olè. 
Indovinate chi ha letto l’annuncio di imbarco al gate 5 in italiano?
 
Finalmente a casa.
Voglio ripartire.
Voglio ripartire.
Voglio ripartire.
 
Andiamo?
 
 
Dove eravamo rimasti? Ah già, qui.
Ma il dugongo dov’è?
Sarà qui, sarà lì, il dugongo dove sarà? 
Sarà un gonfiabile messo in mezzo al mare solo nei periodi di alta stagione per attirare turisti?
E’ talmente un mito che alcuni ne mettono in dubbio l’esistenza, per altri è morto. Per altri ancora “dugongo” è diventato sinonimo dell’organo sessuale maschile, perciò donne attenzione a ciò che chiedete!
Nei nostri giorni spesi alla ricerca del desiderato sirenide, ci hanno fatto compagnie persone deliziose e divertenti con cui abbiamo formato una combriccola così affiatata da risultare l’unica animazione del villaggio. Ma anche fuori. 
Phone&Go, assumici!!!!! 
Prezzi modici, lo giuro, tutt’al più ci può pagare in vacanze!
In esterna.
Siccome in un rifugio dorato tutto sorrisi e mare corallino non ci resisto sette giorni, approfittando di una giornata dotata di un vento in grado di staccarmi da terra (e ce ne vuole, credetemi) decidiamo di aderire ad una visita guidata alla vicina El Quseir (pron. El Cusser), cittadina di 40 mila abitanti. Ora, prima di tutto vorrei far notare che ho trovato questo nome scritto nei cartelli stradali in ogni modo possibile: El Queser, Quisier, Quessir. Va bene che l’alfabeto arabo è diverso, ma possibile che non ci sia una traduzione univoca?
Arriviamo ed è subito chiaro: non siamo a Sharm e nemmeno ad Hurgada.
Ci portano a visitare una chiesa costruita all’inizio del secolo da una comunità di italiani, arrivati fin qui per lavorare  in una fabbrica di fosfati tricolore ormai abbandonata (ma l’evento merita un post a sé). Poi la più bella moschea della città, sita direttamente sul mare. Ascoltare il muezzin che chiama alla preghiera è qualcosa di surreale, fa venire i brividi. La voce, sparata dal microfono direttamente sulla cima del minareto ha il potere di ammutolire. Impossibile evitare la cena “per turisti” e il tour obbligato dei negozi convenzionati col tour operator. Alla fine, dietro nostra insistenza, ci lasciano liberi per il mercato della città, spaventandoci come se i propri concittadini fossero tutti serial killer. Qui mi sbizzarrisco e acquisto spezie  a non finire, fotografando la vita così com’è a più di 4000 km dal Trasimeno, donne musulmane in vestiti tradizionali comprese..
Per contraltare, ci rechiamo un’altra sera  a Port Ghalib, sogno a trenta zeri di un emiro kuwaitiano già possessore dell’aeroporto. Il posto puzza di Porto Cervo lontano un miglio, con spruzzi di costruzioni palazzinare stile quartiere residenziale. Gli yacht ormeggiati si fanno fotografare da aspiranti capitani di canotti, le palme sono lussureggianti, ci sono fontane ad ogni angolo e negozietti di souvenir assatanati ovunque. Tutto è così finto che anche il gelato non è fatto con il latte. Per fortuna la compagnia è buona, così decidiamo di berci una birretta (birra Stella everywhere) e fare due chiacchiere. A Port Ghalib ovunque c’è la connessione wi-fi gratuita e questo mi lascia di stucco. Perché in mezzo al deserto sì e a casa mia no????
 
Perle.
Potevo io non lasciare il segno con mirabolanti peripezie? Eccone alcune:
Andiamo a fare un’escursione alla spiaggia di Abu Dabbab per vedere le tartarughe marine giganti. Dopo un’ora di snorkeling in cui mi sentivo in un documentario del National Geographic , mi appare una tartaruga grande come me. L’Amoremio che mi nuotava a fianco ha ammesso di aver sentito distintamente, nonostante entrambi indossassimo maschera e boccaglio, la mia voce dire: “Uuuuuhhhhhh! Che bellaaaaaa!”. Dopodiché, agile come un pesce trombetta, ho infilato tutta la testa e tutto il boccaglio nell’acqua per vederla meglio. 
Peccato che io non nuoti esattamente come un pesce trombetta e che abbia rischiato di affogare.  Ho fatto fermare tutta l’escursione e avuto una crisi di panico tra le risate di tutto il gruppo, tartaruga compresa. Olè.
Andiamo al ristorante per cena, belli ed eleganti, mano nella mano. Che bello indossare già i vestiti estivi e lasciarsi alle spalle il freddo!!! All’improvviso, un lampo bianco mi attraversa davanti. Una lucertola? No! Un bellissimo, piccolo geco bianco latte con due occhioni neri. Scatto come Bolt, agile come una gazzella  e lo inseguo fino ad un muretto per poterlo vedere meglio. Peccato che il tacco della mia scarpa molto figa decida di rimanere in compagnia dei sampietrini che pavimentano il villaggio. Per tutto il resto della vacanza mi dovrò accontentare delle ballerine nere, non avendo portato altro per ragioni di peso del bagaglio. ..
Tour di El Quseir, sono stufa di girare i negozi per turisti, voglio essere lasciata libera di decidere dove andare. Basta. Allo stop dell’autobus all’ennesimo negozio di souvenir made in China, lancio un sarcastico commento alla guida: “Ma le pentole quando ce le vendete?” Adam (confuso): “Qui no pentole, ma papiri. Bellissimi papiri. Papiri egiziani. Le pentole non le facciamo in Egitto”. Tutto l’autobus sghignazza. E vabbè…
In fila per il check-in al ritorno, dietro di me una coppia che si lamenta della Phone&Go. Inizio a chiacchierare e chiedo: “Ma in che villaggio stavate?” 
Loro: “Best Western Solitaire”
Phoebe: “Pure io!”
Loro sconsolati: “Lo sappiamo. Sei quella perugina che chiacchiera. Sempre.”
Momento di vergogna.
 
 
 
La sindacalista del volo MHS3974
L’ombra della nube scaturita dal vulcano  Eyjafjallajokull si allunga su noi villeggianti che cominciamo a chiederci se e quando torneremo a casa. L’aeroporto di Roma in teoria è aperto, ma solo in ricezione. Andiamo a letto sabato sera sapendo di partire il pomeriggio seguente, ma sperando di fermarci un po’ di più. 
Alle sette suona il telefono della camera. Panico. E’ Borat, ehm pardon… Mohamed che ci annuncia che partiamo alle 11, cioè tra quattro ore. Abbiamo vinto infatti un viaggio in autobus fino ad Hurgada, cioè 260 km di strada egiziana, e da lì un volo fino a Roma. 
La prendiamo con filosofia e dopo un saluto alla spiaggia ed un ultimo bagno, baciamo tutti nuovi amici e andiamo. 
Il viaggio in autobus va meglio del previsto, approfittiamo per fare foto e vedere il deserto. Ma giunti ad Hurgada inizia il supplizio: il volo viene rimandato. Prima di un ora, poi un’altra ora ancora. L’aeroporto è immobile, fermo. Non partono e arrivano aerei. I gate sono tutti chiusi. Gli speaker parlano solo arabo e russo, mentre il banco informazioni è occupato da un ragazzetto che parlo un inglese così stentato che in confronto il mio spagnolo è fluente. Ecco, in questo scenario apocalittico m’è venuto un attacco di panico. O quasi. E qui voglio ringraziare pubblicamente non solo l’Amoremio, ma anche Alessia che da buona romana ha saputo farmi ridere e ritrovar coraggio. Grazie.
Rincuorata, mi aggiusto la kefiah intorno al collo e parto all’attacco. Chiedo gentilmente al ragazzo del banco informazioni novità. Lui ride e mi dice “Kdont vorri miss”. Come? Ma Miss un par de ciufoli, io voglio sapere! Messo alle strette il ragazzino chiama il manager di Air Memphis. Arriva un tizio che in Italia dal look sarebbe stato bollato subito come spacciatore. Dopo lo sbigottimento iniziale dimostra il miglior inglese sentito da un egiziano, si scusa, spiega che l’aereo sta arrivando dal Cairo, ci offre succhi di frutta e divento subito sua sorella. Olè. 
Indovinate chi ha letto l’annuncio di imbarco al gate 5 in italiano?
 
Finalmente a casa.
Voglio ripartire.
Voglio ripartire.
Voglio ripartire.
 
Andiamo?
 
 
Ma il dugongo dov’è?
Sarà qui, sarà lì, il dugongo dove sarà? 
Sarà un gonfiabile messo in mezzo al mare solo nei periodi di alta stagione per attirare turisti?
E’ talmente un mito che alcuni ne mettono in dubbio l’esistenza, per altri è morto. Per altri ancora “dugongo” è diventato sinonimo dell’organo sessuale maschile, perciò donne attenzione a ciò che chiedete!
Nei nostri giorni spesi alla ricerca del desiderato sirenide, ci hanno fatto compagnie persone deliziose e divertenti con cui abbiamo formato una combriccola così affiatata da risultare l’unica animazione del villaggio. Ma anche fuori. 
Phone&Go, assumici!!!!! 
Prezzi modici, lo giuro, tutt’al più ci può pagare in vacanze!
In esterna.
Siccome in un rifugio dorato tutto sorrisi e mare corallino non ci resisto sette giorni, approfittando di una giornata dotata di un vento in grado di staccarmi da terra (e ce ne vuole, credetemi) decidiamo di aderire ad una visita guidata alla vicina El Quseir (pron. El Cusser), cittadina di 40 mila abitanti. Ora, prima di tutto vorrei far notare che ho trovato questo nome scritto nei cartelli stradali in ogni modo possibile: El Queser, Quisier, Quessir. Va bene che l’alfabeto arabo è diverso, ma possibile che non ci sia una traduzione univoca?
Arriviamo ed è subito chiaro: non siamo a Sharm e nemmeno ad Hurgada.
Ci portano a visitare una chiesa costruita all’inizio del secolo da una comunità di italiani, arrivati fin qui per lavorare  in una fabbrica di fosfati tricolore ormai abbandonata (ma l’evento merita un post a sé). Poi la più bella moschea della città, sita direttamente sul mare. Ascoltare il muezzin che chiama alla preghiera è qualcosa di surreale, fa venire i brividi. La voce, sparata dal microfono direttamente sulla cima del minareto ha il potere di ammutolire. Impossibile evitare la cena “per turisti” e il tour obbligato dei negozi convenzionati col tour operator. Alla fine, dietro nostra insistenza, ci lasciano liberi per il mercato della città, spaventandoci come se i propri concittadini fossero tutti serial killer. Qui mi sbizzarrisco e acquisto spezie  a non finire, fotografando la vita così com’è a più di 4000 km dal Trasimeno, donne musulmane in vestiti tradizionali comprese..
Per contraltare, ci rechiamo un’altra sera  a Port Ghalib, sogno a trenta zeri di un emiro kuwaitiano già possessore dell’aeroporto. Il posto puzza di Porto Cervo lontano un miglio, con spruzzi di costruzioni palazzinare stile quartiere residenziale. Gli yacht ormeggiati si fanno fotografare da aspiranti capitani di canotti, le palme sono lussureggianti, ci sono fontane ad ogni angolo e negozietti di souvenir assatanati ovunque. Tutto è così finto che anche il gelato non è fatto con il latte. Per fortuna la compagnia è buona, così decidiamo di berci una birretta (birra Stella everywhere) e fare due chiacchiere. A Port Ghalib ovunque c’è la connessione wi-fi gratuita e questo mi lascia di stucco. Perché in mezzo al deserto sì e a casa mia no????
 
Perle.
Potevo io non lasciare il segno con mirabolanti peripezie? Eccone alcune:
Andiamo a fare un’escursione alla spiaggia di Abu Dabbab per vedere le tartarughe marine giganti. Dopo un’ora di snorkeling in cui mi sentivo in un documentario del National Geographic , mi appare una tartaruga grande come me. L’Amoremio che mi nuotava a fianco ha ammesso di aver sentito distintamente, nonostante entrambi indossassimo maschera e boccaglio, la mia voce dire: “Uuuuuhhhhhh! Che bellaaaaaa!”. Dopodiché, agile come un pesce trombetta, ho infilato tutta la testa e tutto il boccaglio nell’acqua per vederla meglio. 
Peccato che io non nuoti esattamente come un pesce trombetta e che abbia rischiato di affogare.  Ho fatto fermare tutta l’escursione e avuto una crisi di panico tra le risate di tutto il gruppo, tartaruga compresa. Olè.
Andiamo al ristorante per cena, belli ed eleganti, mano nella mano. Che bello indossare già i vestiti estivi e lasciarsi alle spalle il freddo!!! All’improvviso, un lampo bianco mi attraversa davanti. Una lucertola? No! Un bellissimo, piccolo geco bianco latte con due occhioni neri. Scatto come Bolt, agile come una gazzella  e lo inseguo fino ad un muretto per poterlo vedere meglio. Peccato che il tacco della mia scarpa molto figa decida di rimanere in compagnia dei sampietrini che pavimentano il villaggio. Per tutto il resto della vacanza mi dovrò accontentare delle ballerine nere, non avendo portato altro per ragioni di peso del bagaglio. ..
Tour di El Quseir, sono stufa di girare i negozi per turisti, voglio essere lasciata libera di decidere dove andare. Basta. Allo stop dell’autobus all’ennesimo negozio di souvenir made in China, lancio un sarcastico commento alla guida: “Ma le pentole quando ce le vendete?” Adam (confuso): “Qui no pentole, ma papiri. Bellissimi papiri. Papiri egiziani. Le pentole non le facciamo in Egitto”. Tutto l’autobus sghignazza. E vabbè…
In fila per il check-in al ritorno, dietro di me una coppia che si lamenta della Phone&Go. Inizio a chiacchierare e chiedo: “Ma in che villaggio stavate?” 
Loro: “Best Western Solitaire”
Phoebe: “Pure io!”
Loro sconsolati: “Lo sappiamo. Sei quella perugina che chiacchiera. Sempre.”
Momento di vergogna.
 
 
 
La sindacalista del volo MHS3974
L’ombra della nube scaturita dal vulcano  Eyjafjallajokull si allunga su noi villeggianti che cominciamo a chiederci se e quando torneremo a casa. L’aeroporto di Roma in teoria è aperto, ma solo in ricezione. Andiamo a letto sabato sera sapendo di partire il pomeriggio seguente, ma sperando di fermarci un po’ di più. 
Alle sette suona il telefono della camera. Panico. E’ Borat, ehm pardon… Mohamed che ci annuncia che partiamo alle 11, cioè tra quattro ore. Abbiamo vinto infatti un viaggio in autobus fino ad Hurgada, cioè 260 km di strada egiziana, e da lì un volo fino a Roma. 
La prendiamo con filosofia e dopo un saluto alla spiaggia ed un ultimo bagno, baciamo tutti nuovi amici e andiamo. 
Il viaggio in autobus va meglio del previsto, approfittiamo per fare foto e vedere il deserto. Ma giunti ad Hurgada inizia il supplizio: il volo viene rimandato. Prima di un ora, poi un’altra ora ancora. L’aeroporto è immobile, fermo. Non partono e arrivano aerei. I gate sono tutti chiusi. Gli speaker parlano solo arabo e russo, mentre il banco informazioni è occupato da un ragazzetto che parlo un inglese così stentato che in confronto il mio spagnolo è fluente. Ecco, in questo scenario apocalittico m’è venuto un attacco di panico. O quasi. E qui voglio ringraziare pubblicamente non solo l’Amoremio, ma anche Alessia che da buona romana ha saputo farmi ridere e ritrovar coraggio. Grazie.
Rincuorata, mi aggiusto la kefiah intorno al collo e parto all’attacco. Chiedo gentilmente al ragazzo del banco informazioni novità. Lui ride e mi dice “Kdont vorri miss”. Come? Ma Miss un par de ciufoli, io voglio sapere! Messo alle strette il ragazzino chiama il manager di Air Memphis. Arriva un tizio che in Italia dal look sarebbe stato bollato subito come spacciatore. Dopo lo sbigottimento iniziale dimostra il miglior inglese sentito da un egiziano, si scusa, spiega che l’aereo sta arrivando dal Cairo, ci offre succhi di frutta e divento subito sua sorella. Olè. 
Indovinate chi ha letto l’annuncio di imbarco al gate 5 in italiano?
 
Finalmente a casa.
Voglio ripartire.
Voglio ripartire.
Voglio ripartire.
 
Andiamo?
 

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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