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19 gennaio 2010 2 19 /01 /gennaio /2010 20:50
Tutti i bambini aspettano le feste di Natale. Non si va a scuola, si ricevono regali, si passa il tempo in famiglia si mangia un sacco di cioccolata.
Chi non amerebbe un periodo dell’anno così?
Ed infatti da bambina le amavo anch’io, ma un po’ meno da adolescente visto che comportavano l’affrontare due temutissime ricorrenze: Capodanno ed il mio compleanno.
Per capire la portata del mio adolescenziale problema, facciamo un passo indietro.
Tra i 13 ed i 16 anni sono stata una ragazzina abbastanza solitaria, e ancora più refrattaria alla vita sociale di un riccio timido.
Non avevo una compagnia di amici, non avevo filarini, mi piaceva leggere e non ero interessata ad i miei coetanei.
Poteva questo star bene alla mia effervescente madre?
No, no e poi no.

Cominciava dal giovedì a chiedermi se nel fine settimana sarei uscita un pomeriggio con qualche amichetta, se magari avevo intenzione di andare al cinema o a qualche festicciola.
Io, nerd per vocazione ma col poco coraggio tipico di quell’età, rispondevo a monosillabi non sapendo esternare né il mio disagio né la voglia di essere lasciata in pace.
Così, complice l’assenza dei cellulari, mi costringevo a telefonate alle amichette proprio quando sapevo di non trovarle, improvvisavo mal di testa, dolori mestruali e via discorrendo.
Tutto questo con somma frustrazione di mia madre (e sogghigni di mio padre) che non riusciva a capire una ragazzina così diversa dalla norma di paese.
Già.
In realtà poco mi trovavo in quella dimensione, volevo cose diverse, avevo sogni ed aspirazioni che non erano capiti.
In più i miei, nonostante le mie recriminazioni, mi avevano sbattuto in una scuola superiore che niente invidiava ad un riformatorio, tra gente con cui potevo al massimo parlare di calcio, visto che il GF non esisteva ancora.
Insomma, non avevo amici se non qualche sporadico lascito della scuola elementare e a mia madre questo non stava bene. Voleva di più, mi voleva vedere felice e per lei questo voleva dire introdotta, regina delle feste, ammirata dai maschi.
Peccato che fossi occhialuta, informe e con l’apparecchio ai denti.
Ingombrante.
E se già tutto questo non vi risulta abbastanza pesante, immaginate come poteva diventare forte la pressione in occasione dell’evento dell’anno: Capodanno.

Allora, questo Capodanno?” mi chiedeva. E io avrei voluto rispondere: “Dormo??” e invece chinavo il capo e mi sforzavo di rendermi simpatica, di andare alla solita festa in cui avrei fatto tappezzeria al pari dei divani, in cui avrei visto gente felice con cui non riuscivo ad integrarmi pregando che finisse il più presto possibile.

Poi c’era il mio compleanno, giorno per il quale dovevo assolutamente organizzare una festa.
OBBLIGATORIO.
Un incubo.
Vivevo col terrore che non sarebbe venuto nessuno, e quei pochi martiri si sarebbero annoiati a non finire, mentre mia mamma passeggiava allegra con vassoi di tartine e sorrisi ebeti.
Ansia, ansia, ansia.

Tutto negativo allora?
No, con il cambio di scuola prima e l’Università poi le cose sono cambiate molto. Sono diventata anche peggio di quello che mia madre potesse augurarsi nei suoi sogni più rosei, con orari da scimmia ubriaca, flirt e assenza di storie serie (che divennero la sua nuova preoccupazione), cento amici e mille conoscenze da barcamenare, un’agenda fitta di impegni e lavoretti. La mia stessa vita sociale e ra un lavoro.
E mai che lei potesse mai dirmi: “Ma esci anche stasera?” o “A che ora torni?” pena la fulminazione immediata.

Ma è giusto stressare i figli in questo modo?
Non si può semplicemente lasciare che “siano” senza volerli far diventare una proiezione di sé?
So che mia madre l’ha fatto per troppo amore, ma è giusto impicciarsi così tanto?

Ed è per questo che tutt'ora il giorno del mio com'pleano mi risulta indigesto?

E son già trentaquattro...

 

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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