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19 dicembre 2005 1 19 /12 /dicembre /2005 11:34
Non so quale santo o quale neurone impazzito mi abbia spinto a tentare per la seconda volta l’esame per l’iscrizione all’albo degli avvocati.
Tanto più che io l’avvocato non lo farò mai, faccio e voglio fare tutt’altro. Ma come dice Barbara, mia compagnia d’avventure, non solo accademiche, dall’università in avanti "non si sa mai cosa può accadere e tutto serve nella vita".
E va bene, ok, tentiamo.
Stressiamoci la vita e tentiamo, che tanto il 50% abbondante di chi tenta l’esame lo fa per sfizio perché ovviamente nel frattempo, per non morire di fame, si è riciclata in una qualche altra attività che col diritto c’entra come i cavoli a merenda

Dopo due mesi di studio approssimativo nei ritagli di tempo, sbattimenti perché il mio spirito da secchiona mi impedisce di essere approssimativa senza sognare la maestra della terza elementare che mi insegue col righello spianato, la tanto temuta terna è arrivata.

So per esperienza diretta dell’anno passato che sarà alienante ed orribile, ma oramai è deciso: si va’ in scena e ci vorrà tutta la grinta che ho e pure qualcosa in prestito.
Ho anche deciso che, nella probabile eventualità di una bocciatura, mi concedo solo un altro tentativo.
Mi devo dare un termine, cacchio.
Poi basta.
Anzi, poi vado a farlo in Spagna che almeno è caldo.

Primo giorno.
Già la location scelta è indicativa: la caserma per allievi ufficiali "Gonzaga del Vodice" di Foligno. Sempre meglio dell’anno passato, in cui la mattanza si è svolta in un posto oltremodo equivoco per un esame, ma adeguato allo spirito ed alla reale portata dello stesso. Tanto per essere chiari, Foligno dista ben 55 km da casa mia, e vista la probabile assenza di parcheggio non a pagamento, io e la biondissima Barbara abbiamo optato per la soluzione più geniale del mondo: il treno.
Geniale ed economica, non trovate?
Partenza alle 7.
Per intenderci, è ancora buio e fa freddo. Arrivo alle 8 e spiccioli, con la terrificante scoperta che Foligno è probabilmente la città più fredda e ventosa dell’emisfero boreale. Dopo due ore in fila come ad Auschwitz sotto una tramontana battente, controllo documenti, perquisizione borse, metal detector e rotture di balle assortite tutte compiute sotto zero, entriamo nella sala in cui si svolgerà l’esame.
E scopriamo che è GELIDA.
No, non inospitale, proprio GELIDA.
Perché, mi informa il maggiore capo, sopra i 15 gradi poi procreano i batteri.
Bene.
Meraviglioso.
Voglio far parte del comitato per i diritti civili dei batteri.

Come al solito c’è gente di tutti i tipi.
Attempati. Madri che allattano. Donne incinta. Sordidi figuri che trovi a fare l’esame, sebbene in giro si spaccino come avvocati.
Ritrovo tutti i miei vicini dell’anno scorso, compreso quello carino seduto dietro di me. Studiamo sinergie, diciamo cazzate nell’attesa. L’area è gestita da militari dell’esercito che regolano con rigore e disciplina le file al bagno, con uno zelo e una voce tagliente pari solo ad "Ufficiale e gentiluomo".
Aspetto di vedere comparire Richard Gere da un momento all’altro.
Allucinazioni varie e pinguini che mi ballano intorno la macarena.
Insomma, tutto regolare.

Passano le sette ore nel gelo totale ed il parere di diritto civile è andato.
E mi sembra anche di averlo fatto bene.

E tanto perché eravamo belle tranquille e soddisfatte, il viaggio di ritorno si rivelerà un incubo. Il treno ritarda, si ferma, riparte, si spengono le luci, si riaccendono. Un incubo in cui sogno di uccidere Neri Marcorè, Ricky Tognazzi, Stefania Rocca e tutti quelli della pubblicità di Trenitalia. Due ore e trenta per cinquanta chilometri.
Vaffanculo Trenitalia.

Secondo giorno
Fa sempre più freddo e oggi c’è il parere di penale, materia in cui zoppico perché non l’ho mai praticata. Però, per antonomasia, il parere di penale è più facile del civile.
Infatti.
Sti gran cazzi.
Il presidente della commissione detta i due pareri che verranno poi definiti dal solerte Giacomo come "sulla fusione a freddo". Impossibili, didascalici, orribili. Credo che l’80% dei presenti si sia sputtanato l’esame, anche perché i commissari cercando di aiutare i poveri candidati hanno ancora di più incasinato l’incasinabile.

Ma almeno il treno per tornare a casa è stato puntuale.
Crollo a letto, desiderando solo che sia tutto finito di già.

Terzo giorno.
Semi congelati, tramortiti, con le tasche ed i codici gonfi di bigliettini, stufi e con una voglia inspiegabile di tornare alla propria vita quotidiana, ci apprestiamo all’ultima prova: l’atto giudiziario.
Io e Barbara iniziamo a dare segni evidenti di squilibrio, immaginando scenari fatti interamente di scarpe, tutti i tipi di scarpe; ma di preferenza con il tacco 12.
Prima dell’inizio, riesco a strappare al tizio carino dietro di me sia il numero di telefono che la promessa di una cena. Non male. Quest’esame forse non sarà poi tutto da buttare…

In caserma fa sempre un freddo porco ed all’amenità del luogo alle 14 e 30 si aggiunge un terremoto abbastanza forte da farci sobbalzare tra le urla del maggiore che invocava la massima tranquillità. Urlando. Notoriamente, il modo migliore per tranquillizzare la gente.
Finisco in un tempo decente che mi permette di scappare col treno delle 17 a casa, lasciandomi alle spalle tutto ciò fino a giugno, quando usciranno i risultati.



Tornata al mio lavoro, al mio tran-tran e alla mia comoda scrivania, mi sento liberata.
Sarà quel che sarà, più di così non potevo fare.
L’inutilità e l’aleatorietà di quest’esame è così snervante da renderlo odioso a tutti, commissari compresi. Siamo l’unico paese con l’iscrizione agli albi, elitario retaggio dell’era dei comuni.
Serve ancora?
Non basta il mercato per adoperare una selezione?
Siamo ancora il paese dei privilegi e dei privilegiati?
Per me il titolo rappresenterebbe solo una riga in più sul curriculum, ma chi invece vuol esercitare davvero è giusto che venga allegramente preso in giro con regole e regolamenti assurdi?
Perché non basta far bene, non serve solo quello. Ci vuole anche una discreta botta di culo. Oppure un calcione sempre lì. Ma bello forte, eh!
Non sarebbe meglio concedere la possibilità di esercitare solo con il conseguimento della laurea? Oppure, che ne sò, dopo due anni in maniera automatica?
Non si eliminerebbero tutti i piccoli privilegi e la riduzione in schiavitù di centinaia di poveri praticanti che a 30 anni suonati penzolano ancora in fondo alla catena alimentare del diritto?
Come dite, sono troppo anarchica e devo farmi gli affari miei?

Bèh, aspettiamo giugno…

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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