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10 aprile 2006 1 10 /04 /aprile /2006 12:46

A dispetto di quello che può sembrare, io sono una brava ragazza di paese.
Sìsìsì.
Mi piace la cucina, il sesso, la politica e la domenica vado a messa.
Cioè, ci andavo.
Non sempre per carità, ma abbastanza spesso.
Dalla morte di mia nonna, però, avevo smesso. Di botto, così, proprio come se mi fossi sentita tradita da quel Dio che andavo a pregare.
Inconsciamente. Come se fosse molto più facile non pensare.

Poi ieri, la decisione.
Ok, provo.
Semmai me ne vado.
Mica sbarrano le porte, no? NO?
E poi, è così vicina al seggio, la chiesa. Attaccata, quasi.
Che faccio, ci vado davvero? Ma sì, dai, così prendo sta palma e faccio felice mia mamma.

La Domenica delle Palme, la messa più lunga in assoluto. Di tutto l’anno, eh! Quasi una giusta punizione per chi da mesi, passava lì davanti con fare noncurante e un po’ spocchioso.

La chiesa del mio paese non è maestosa, non è bella, non è barocca.
Per terra non c’è il marmo, ma una cosa che ci vorrebbe assomigliare, seppur alla lontana.
Le panche non sono di legno pregiato, comprate dai fedeli tantissimi anni fa e con i nomi delle famiglie incisi sopra targhette di bronzo, scarabocchiate qua e là da adolescenti in avanzato stato confusionale/ormonale.
Gli affreschi non sono di qualche autorevole e blasonato pittore rinascimentale ed i lampadari appesi sopra all’altare sono così ingrigiti che andrebbero scesi e puliti a fondo, ma la perpetua c’ha un’età e non è che si può mettere a fare ‘ste cose.

Ma è la mia chiesa. Fa parte di me, dei miei ricordi. E’ un po’ me.

Sta arrampicata in cima al paese, e da lì si vede un bellissimo scorcio del mio lago.
C’è tutta la mia infanzia, lì dentro. Io vestita da chierichetto. Io che tremo prima di leggere qualche passo davanti alla comunità, con la paura che la mia voce non si senta o di dire qualche cavolata. Io che chiedo al mio parroco comunista se la mia cagnetta è in paradiso. Io che gioco a Stregacomandacolor nel piazzale, insistendo che pesca è diverso da arancione. Ecco.

Del mio prete nuovo e delle sue stramberie ho detto molto.

Quello che non ho raccontato è la sua stravagante capacità di rivisitare tutte le fasi e le procedure tipiche del cattolicesimo, trasformandoli in rituali simbolici che fanno impazzire la pensionata sgranarosari media ed alzare gli occhi al cielo e sorridere chi è più openminded.
O almeno ci prova.
Ed allora, ecco le panche disposte a croce latina, la predica fatta da in mezzo alla gente col microfono in mano come le rockstar o il segno di pace passato da un fedele all’altro come il gioco della scossa. Un po’ tocco, insomma.

Ieri mi aspettavo una tirata elettorale (una buona scusa per uscire prima della fine) e invece no.
E’ partito dal ritrovamento del Vangelo di Giuda, che tanto scalpore ha fatto, chiosandolo così, con la sua voce da Mike Bongiorno: “Embèh? Che c’è di nuovo?” Lo si sapeva, ha continuato, Giuda ha fatto quel che doveva, era predestinato. Non si muove foglia che Dio non voglia, diceva mia nonna.

E poi ha continuato paragonando il tradimento di Giuda a quello di Pietro, che rinnega tre volte Gesù prima che il gallo canti due volte nell’orto dei Getsemani. “Perché è più grave il tradimento di Giuda? Eh? Eh?” Silenzio, rotto solo dal bambino accanto a me che continua a trovare meraviglioso lo sport di prendere a calci al borsa della signora (ignara) seduta davanti a lui “Voi pensate che sia perché Giuda causa la morte di Gesù, ma non è così. E’ perché Pietro torna sui suoi passi, si pente e piange, mentre Giuda non ce la fa e si uccide

Segue predica sull’amore di Dio sul fatto che si può sempre decidere di tornare a lui, blabla blabla.

Insomma, mi è piaciuta, via. Io credente poco convinta della chiesa come apparato, mi son trovata bene. Anche se la predica è finita con un invito a tutti ad esprimere sempre le proprie opinioni e a non tradire mai sé stessi per primi.
Ecco, io di questo incitamento non avevo proprio bisogno.
Semmai di uno alla mediazione, grazie padre.

Stringendo il rametto d’ulivo benedetto in una mano e il certificato elettorale nell’altra, tornando a casa mi sono chiesta proprio questo. 
E' vero?
Bisogna essere sempre sé stessi?
Non tradirsi mai, andare fino in fondo portando avanti le proprie idee?
Non è più facile starsene zitti in un angolino?
Non si è più apprezzati?
Di certo non si finisce come me, sempre scaricata dal soggetto di turno. Che ok siamo tutti d’accordo non mi merita, però allora chi mi merita?
Non sarebbe meglio mediare il proprio carattere, quando è invasivo come il mio?
Adottare strategie intricate da Mata Hari dei poveri nei rapporti interpersonali e vivere tranquilli e accalappianti?
Non si vive più tranquilli?
Più felici?

Ma con la gastrite, magari.

 

 

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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