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3 marzo 2007 6 03 /03 /marzo /2007 11:39

Ci sono film che colpiscono, non tanto perché appartengono al nostro vissuto, ma solo perché raccontano emozioni.

E “Saturno contro” è uno di questi.

Almeno per me.

L’ultimo film di Ferzan Ozpetek è la storia di un gruppo di quarantenni che si barcamenano tra le avversità del nostro tempo, tra crisi economica, terrorismo internazionale e la paura per il contagio delle nuove malattie e sulla cui apparente tranquillità emotiva si scaglia come uno tsunami la tragedia.

Tra i protagonisti troviamo Antonio (Accorsi), sposato con Angelica (Buy) e il loro rapporto entra in crisi da quanto l’uomo ha una relazione con Laura (Ferrari), proprietaria di un negozio di fiori in centro. A sua volta Davide (Favino), scrittore di successo di romanzi per ragazzi, convive con Lorenzo (un Luca Argentero assolutamente tutto da scoprire e rivalutare), un pubblicitario creativo. Del gruppo fanno parte anche Roberta (Angiolini), amica di Lorenzo appassionata di astrologia che si droga e ha una bassa considerazione di sé; Neval (Ylmaz), traduttrice e interprete sposata con un poliziotto balbuziente e umbro DOC (Timi); Sergio (Fantastichini), che è stato un ex-compagno di Davide, nullafacente che vive con una piccola rendita eredità della madre. Paolo (Michelangelo Tommaso che per me sarà sempre Filippo, il figlio un po’ tonto di Ferri di “Un posto al sole”), appena entrato in contatto con il gruppo, laureato in medicina, grande fan di Davide e bisessuale.

Lorenzo involontario protagonista, è colpito da un ictus durante una delle loro allegre e colorate cene ed entra in coma. Sulla panca dell'ospedale gli amici veglieranno il suo sonno, in attesa della ricongiunzione del loro mondo affettivo e del ripristino dello status quo.

Intorno a loro girano meravigliosi personaggi minori, come Lunetta Savino nel ruolo della matrigna di Lorenzo e Milena Vukotic, infermiera rassegnata alla sua vita ed al suo lavoro, capace di una triste ironia irresistibile.

Il film è tutto qui, nell’attesa del dolore e della sua assimilazione.

Nello sgretolamento del mondo che la piccola “comune” si era costruito. Un mondo solido, vivo. Fatto di legami forti, tra persone diverse eppure uguali. Che si conoscono come le proprie tasche nonostante le diversità.

 

Almodovar italiano?

No, non credo. Non mi piace il paragone.

Ferzan non ha la violenta satira dissacrante di Pedro, è più un fine cesellatore di sentimenti. Gli manca anche l’esplosione colorata e lo studio del colore che caratterizza lo spagnolo.

L’unica cosa che hanno in comune è, forse, la coralità dei loro racconti ed il non aver paura di esplorare certi tipi di rapporti ritenuti “non convenzionali”. Ma basta parlare di una coppia omosessuale per essere il nuovo Almodovar?

 

Molta parte della critica non ha apprezzato il film; l’hanno definito manieristico e stantio, e forse in parte è vero.

Ma non bisogna mai dimenticare che quello che forse rende grande un film è l’empatia con il telespettatore.

E io sono quattro giorni che continuo a pensarci.


Continuo a pensare a quanto il personaggio di Roberta (abuso di droga a parte) mi somigli. Con le sue paure, le sue insicurezze e la certezza di essere un disastro su tutta la linea. Il tutto mascherato da un’allegria sopra le righe che spesso caratterizza anche me.

Nel suo peregrinare all’ospedale, non riesce mai ad entrare a visitare Lorenzo, come se non vedendolo negasse la sua malattia. E nel momento della sua morte, mentre tutti vanno a dargli l’ultimo saluto all’obitorio,  lei si ferma. Non ce la fa, non riesce a girare l’angolo arrotondato dietro al quale c’è la verità che non può più negare.

E rimane lì, incapace di superare un ostacolo troppo grande lei, incapace di vivere.

Proprio come ho fatto io.

Come se non vedere, riuscisse a modificare una realtà innegabile.

Come quando senti la sveglia, e metti il repeat per passare cinque minuti in più.  Ma non è che non ti devi alzare lo stesso, e magari dovrai pure fare le cose di fretta.

Come una pianta ha cui giardinieri inesperti hanno troncato le radici, Roberta senza Lorenzo si sente persa, senza punti di riferimento. Inchiodata ad una vita, al trascorrere dei giorni senza una bussola ad orientarla. Senza sapere cosa fare e dove andare.

Forse mi ha colpito perché è proprio così che mi sento anche io.

I miei punti di riferimento mi hanno abbandonato con motivazioni più o meno irreversibili, ed ora mi ritrovo a navigare a vista.

A dover camminare con le mie gambe.                        

Non che non sia giusto, in fondo ho 31 anni e si suppone che sia ora.

Forse ho fatto sempre troppo affidamento sugli altri, sugli affetti che credevo veri.

Ed ora è il momento di affrontare le cose. Da sola.

 

L’ultimo pensiero di Lorenzo prima dell’ictus era stato “Non voglio novità, colpi di scena. Voglio che tutto rimanga così per sempre. Anche se per sempre non esiste”.

No, non esiste.

Tutto cambia e non sempre questo è un bene.

 

Anche se non si hanno i pianeti contro…

 


PS. A scanso di equivoci, fatevi il piano astrale anche voi!

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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