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16 luglio 2010 5 16 /07 /luglio /2010 11:59

A diciannove anni ancora da compiere non pensi a niente. E’ la tua prima estate “da adulta”, macchina munita, con libertà esponenziale. A settembre ci sarà l’Università, ma ora è estate, la paura della maturità è passata e tu sei libera. LIBERA. Ecco cosa pensavo. Sono altri tempi. Quelli di BH90210 per capirsi, quelli in cui il cellulare è un lusso e la Punto la macchina all’ultima moda.
Poi, una mattina, una telefonata.
Ciao, sei bella lo sai?”

E sarai mia” E' uno scherzo, penso, nessuno può parlare davevro così!!!
Marco, la smetti di fare ‘sti scherzi del piffero?”
Non sono Marco, sono ****** e stasera usciamo insieme
No, grazie!” gli dico riattaccando il telefono.
Inizia così un’estate di follia.
Pare che ******, ragazzotto di paese per lo più nullafacente mi abbia vista una sera di primavera insieme a mio padre. Eravamo al bar per vedere la partita del Perugia su Stream (altri tempi, che dire) e lui pare abbia deciso di invaghirsi di me. Vista e presa. Bum. Folgorato.
E per questo si è arrogato il diritto di cercare il numero di casa mia sull’elenco, chiamare e chiedermi di uscire. E pretendere su sì secco, magari entusiasta.
Ed il mio “No, grazie” (Sì, signor Paolo Barnard, ho detto grazie io, ma non è cambiato nulla) non ha scalfito affatto il suo credo.
Seguono telefonate a tutte le ore del giorno e  della notte, appostamenti, pedinamenti e “sorprese” in tutti i luoghi da me frequentati. Allora, quasi 15 anni fa, lo stalking non era un reato e nemmeno se ne parlava. Erano solo avances, solo ragazzate, solo un ragazzotto innamorato, magari un po’ molesto ma un bravo ragazzo.
Solo.
E lo pensavo anch’io, che mi sentivo torturata senza il diritto di difendermi se non con la fuga.
Anche un mio amico carabiniere me l’aveva confermato, scrollando la testa e quasi ridendo “del mio ammiratore non tanto segreto”.

Una sera d’estate, tornando a casa dal lago, mi sorpassa una macchina. E’ lui. Non ci do peso e sbaglio. Dopo una curva, trovo la sua macchina messa di traverso e sono costretta a fermarmi.
Per strada non passa nessuno.
Lui scende, io metto la sicura.
Inizia a urlarmi attraverso il finestrino abbassato che non mi devo permettere di dirgli di no, che devo dargli una possibilità, che sennò me la farà pagare, che sa come farmi male, che conosce bene dove abito e dove va a scuola mia sorella minore. Inizia a dare calci alla macchina e ad urlarmi di scendere, che sono una puttana, che me la farà pagare.
Io tremo, non ho ancora diciannove anni e non mi so difendere nemmeno da questo ragazzotto, ma lo spirito di conservazione è più forte.
Metto la retromarcia e scappo. Riesco a raggiungere casa, scendere e chiudere il cancello è tutt’uno. Mio padre sta facendo dei lavori tra orto e giardino.
Cappello di paglia, canottiera e calzoncini, con la zappa in mano mi viene incontro. Mi vede sconvolta, ma non chiede. Butta l’occhio sulla macchina parcheggiata oltre il cancello e intuisce. Non sa cos’è lo stalking, non ancora, ma capisce al volo che qualcosa non va.
Esce, si avvicina e sempre con la zappa saldamente in mano bussa al finestrino alzato. Non ho mai saputo cosa si siano detti, ma mio padre deve esser stato esaustivo  e convincente perché lui non s’è più né visto né sentito.
Dileguato.

Oggi, nel 2010, parlare di stalking è quasi di moda come fosse una nuova malattia dei maschi moderni, ma esiste da sempre. Anche con gli identici tristi risultati che oggi leggiamo sulla cronaca nera estiva tutti i giorni (ma gli stupri, per dire, son finiti?).
Maschi Beta (perché beoti o perché non hanno il coraggio di essere Alfa?), spaventati dall’aggressività femminile, dalla forza con cui le donne reclamano diritti e non vogliono più essere quelle lava-stira-e-stendi-il-bucato, ma anche e soprattutto qualcosa di più.
Un essere umano, ad esempio. Pari diritti, magari.
Che assurdità, non trovate?
Poveri uomini, prostrati dal femminismo ed attanagliati dalla mala creanza femminile!
Le donne, le donne, che brutta razza. Tranne la mamma, chiaramente.
In fondo, cosa chiedevano? Che tutto restasse come nel medioevo, o al massimo come in Afghanistan, che già va meglio che qui.
E’ ovvio che succeda, in luoghi come l’Italia in cui comandano le donne. In politica, soprattutto. E nel mondo del lavoro. E nella società in genere.

Se una donna OSA dire di no, è una stronza e se la tira. O è cretina. O puttana. Con gli altri, però, mica con te. Magari con quelli col macchinone, con Briatore o con Corona.
Sì sì. Certo. Infatti.

Ora scusatemi, vado a lucidare la zappa…

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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