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30 settembre 2007 7 30 /09 /settembre /2007 16:15
In questi giorni la televisione non fa che rimandarci indietro le immagini della Birmania (o Myanmar come dovrebbe essere chiamata per volontà del suo regime dal 1989 in poi).
Prima la sfilata non-violenta dei suoi monaci per le strade, invito silenzioso e severo alla ribellione verso un popolo che sembrava stanco di lottare e vivere. Impressionanti nella loro inflessibile e al contempo bonaria severità, i monaci buddisti con le loro vesti rosse hanno impressionato il mondo con la loro protesta non-violenta.
Poi ci sono arrivate le immagini e le notizie delle repressioni della giunta militare verso le strade colme di manifestanti, l’arresto dei monaci, le uccisioni, lo sciopero della fame.
I bracciali rossi, l’invito a vestirsi col colore dei monaci per solidarietà e la mobilitazione di web e bloggers ha fatto il resto.

Io, da buona cinica, trovo tutto questo molto strano.
Particolare, quantomeno.
Una specie di vittoria del marketing organizzato, più che un autentico afflato di compartecipazione e di sollevamento popolare.

Perché a tutti quelli che indossano qualcosa di rosso per solidarietà vorrei chiedere: ma lo sai dove si trova sulla cartina il Myanmar?

Sono quasi certa che una buona metà balbetterebbero qualcosa come Asia o laggiù in fondo, senza sapere esattamente rispondere, infastiditi dalla domanda e punti sul vivo di una militanza apparente.
Così come non saprebbero dirmi esattamente chi è Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, donna coraggiosa e ammirevole, vista in Tv tante volte, ma di cui si sa poco.
Se non lo sapete, ve lo dico io.
Molto colpevolmente l’ho scoperta solo nel 2001, quando Bono e gli U2 le dedicarono una loro bellissima canzone, “Walk On”.
La mia curiosità mi fece poi scoprire che Aung  aveva vinto 10 anni prima il Nobel per la pace, che nel 1990 il suo partito aveva vinto le elezioni e lei sarebbe dovuta diventare Primo Ministro, ma la giunta militare non solo non glielo permise, ma la segregò agli arresti domiciliari prima e alla semilibertà con impossibilità di lasciare il paese poi.
Aung è diventata negli anni un’icona della non- violenza e della pace, famosa per il suo impegno per la difesa dei diritti umani e civili. Una voce che è diventata un simbolo, ma inascoltata dai potenti che ancora oggi, nel 2007, discutono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU se sia il caso o meno di intervenire.
Cina, Indonesia e Russia non vogliono intervenire perché “la situazione è problematica, ma non è una minaccia per la sicurezza internazionale”.
Si potrebbe argomentare che un Consiglio di Sicurezza in cui conta il voto di paesi come la Cina (in cui esiste la pena di morte per reati politici e d’opinione) e la Russia (non voglio esprimere il mio giudizio su Putin e la Cecenia) faccia molto più paura in prospettiva per la sicurezza internazionale di una giunta militare birmana, ma è così che va il mondo.
Nemmeno il G8 ha le palle per opporsi alla Cina, colosso commerciale e antagonista dei diritti civili.

Ma le immagini rimbalzano su tutte le televisioni, le vesti porpora dei monaci silenziosi ed in preghiera impressionano contrapposti agli Uzi dei militari e circondati dalla disperazione di un paese intero ridotto alla fame, dove povertà e repressione vanno a braccetto da decenni.
Oggi, solo oggi, il mondo si accorge di questa tragedia.
Perché?
Perché vestirsi oggi di rosso?

Con ciò non voglio sminuire o denigrare l’interesse per una causa lodevole.
Un interesse spesso vivo e sincero. Nobile.
Molto meglio che i blog si occupino del Myanmar piuttosto che dei protagonisti dell’Isola dei Famosi (molti dei quali quest’anno, detto tra di noi, sono famosi come mia zia Agata), non si discute.

Ma quante guerre dimenticate ci sono nel mondo?
Quante popolazioni soffrono una dittatura in silenzio, senza che il caso o una coincidenza le faccia finire sulla cresta dell’onda mediatica?
Tralasciando Iraq ed Afghanistan, il mondo è costellato di focolai di guerra, fame e disperazione che passano sotto silenzio, perché i nostri telegiornali sono troppo presi dal farci sapere chi sta sulla barca di Briatore in Sardegna.
Chi conosce la tragedia del popolo eritreo, affamato e decimato dai suoi governanti, in lotta da 2 anni con l’Etiopia per qualche chilometro di sterile ed inutile deserto?
Chi si ricorda, se non in occasionalmente, della guerra in Sudan e del massacro del Darfur in cui sono morte più di 200.000 persone?
Chi conosce il disastro umanitario che si sta consumando nell’isola caraibica di Haiti?
Ed il conflitto in Nepal tra i guerriglieri maoisti e la fragile monarchia  del tribolato paese himalayano che fa sì che scontri a fuoco, rapimenti, attentati e estorsioni siano il pane quotidiano di 22 milioni di nepalesi? 

Ben venga l’attenzione al Myanmar di questi giorni.
Ben venga la mobilitazione dei bloggers ed i fiocchi rossi.
Evviva i blog tinti di rosso.

Ma domani, domani non dobbiamo dimenticarli di nuovo.
Non dobbiamo dimenticare le sofferenze  di chi lotta per la libertà e la propria dignità, troppo impegnati nel tran tran della vita quotidiana.
Non dobbiamo dimenticarlo perché un giorno potrebbe accadere anche a noi.
Un giorno potremmo essere noi quelli dimenticati, quelli dai diritti calpestati. Proprio quei diritti che oggi ci sembrano ovvi e scontati, un giorno potrebbero non esserlo più. 
Se non tuteliamo chi non riesce a liberarsi dal giogo della tirannia, se non ci interessiamo della tutela dei diritti civili nel mondo, chi lo farà per noi?
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU? Non credo.
Non ci credo più.
Perciò non credo che i bracciali rossi siano la soluzione.

Ce ne vorrebbero arcobaleno. Ovunque.

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Published by phoebe1976 - in sick sad world
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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