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16 settembre 2013 1 16 /09 /settembre /2013 14:11

NZOImmaginate un paese dove non esistono librerie e dove i cittadini non possono confrontarsi liberamente su niente e non possono nemmeno scegliere chi sposare o frequentare, un mondo dove esiste una sola ed unica versione ufficiale della Storia e dove la propaganda è talmente martellante che in ogni casa c’è una radio obbligatoriamente accesa e sempre sintonizzata sul canale di Stato che trasmette 24 ore su 24 i discorsi dell’unico leader politico che esiste, un po’ come se vi obbligassero tutti i giorni a vedere Pomeriggio5. Un vero incubo.

No, non è fantapolitica o un romanzo di fantascienza distopica come sarebbe logico attendersi, ma il presente vissuto e raccontato in prima persona da Adam Johnson nel romanzo Il Signore degli Orfani, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2013. 
Nonostante la materia non proprio leggera, era da molto tempo che cercavo un libro così, che mi prendesse e trascinasse con sè. Ed in effetti il libro di Adams è uno di quelli che si divorano e da cui si viene divorati, e che generano in me nel mezzo della lettura vere e proprie ossessioni: potremmo vivere anche noi con un Caro Leader che pensa a tutto? E Kim Jong II non è forse un Berlusconi a cui s’è lasciata sciolta la briglia? Ma anche e soprattutto: possibile sia tutto vero?


Sì, lo è, anche perché trattasi del frutto di una lunga ricerca da parte dell’autore, che prima di iniziare a scrivere ha condotto lunghi studi ed è tra i pochissimi cittadini americani ad essere riuscito ad entrare in Corea del Nord  attraverso un escamotage romanzesco, ma del tutto vero: è riuscito a farsi passare come aiutante di un raccoglitore di mele, riuscendo poi persino ad incontrare il Caro Leader in persona. Una vera assurdità, ma che dimostra l’aberrazione di paesi dove sembra impossibile sorpassare le strettissime maglie di una burocrazia che diventa dittatura. E Johnson racconta proprio tutte le contraddizioni, politiche e burocratiche, della Corea del Nord come di tutti i regimi totalitaristici.


Ma non solo. Il Signore degli Orfani è quello che si potrebbe definire un romanzo classico d’altri tempi, uno di quelli che ti fa venire la nausea mentre lo leggi, ma che alla fine non vorresti mai finire, perché non è soltanto narrativa d’intrattenimento, ma qualcosa che rimane dentro e ti fa crescere di un gradino ancora. Quasi come Anna Karenina, se mi si passa il paragone azzardato con Tolstoj e con le galline di Levin.


Il protagonista del romanzo è Pak Jun Do, figlio del direttore di un orfanotrofio, dove anche lui viene allevato come fosse uno di loro, e di una madre rapita per diventare cantante di regime e divertimento per i potenti della capitale. Il ragazzino cresce nel più rigido degli indottrinamenti dei regimi comunisti, cresce nelle milizie dell’esercito, un perfetto “signor nessuno”, un “uomo qualunque” plasmato per obbedire a qualsiasi ordine nel  “regno eremita” dello stalinismo governato ai tempi del dittatore Kim Jong.

Non è certamente Rambo.

Non ne ha gli strumenti, l'educazione, l'impostazione mentale. La sua rivoluzione è tutta nella testa, nel modo di pensare e di vivere, fino ad un finale che non può essere un happy end.

Inevitabilmente inevitabile.

Come la fine dei regimi.

 

Jun Do diventa così nel tempo un perfetto strumento militare, preso di mira dalle vessazioni dei superiori  e costretto alle prove di più atroce disumanità e disumanizzazione. Nonostante questa spersonalizzazione dell’individuo che fa tremare i polsi al lettore ad ogni pagina, in tutte le sue vicende anche le più violente dal punto di visto della psicologia propagandistica di massa, ci si ritrova a fare il tifo per Jun Do e a confortarsi in lui. Attraverso un umorismo che non riesce ad omologarsi, si intravede la sua salvezza: ubbidisce senza battere ciglio alle regole più ferree, ma il suo annientamento come essere umano è soltanto apparente.

Lui è vivo, è e resta un essere autonomo, senziente e mai davvero domo, nonostante l'indottrinamento feroce e l'annientamento di tutto ciò che si possa definire come personale.
Ma non fraintendetemi, Jun Do non è un eroe, almeno non nel senso politico del termine.
Non rovescia regimi, non anima folle e piazze, non infiamma rivolte.

 

Da leggere, per capire e imparare.

 

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