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29 luglio 2011 5 29 /07 /luglio /2011 07:38

Ci sono libri che ti capiscono più di altri.
Cioè, autori, volevo dire.
No, meglio: personaggi.
E così quando ho incontrato l’Avv. Malinconico me ne sono un po’ innamorata.
Ed infatti non finirò mai di ringraziare Diego Da Silva che me lo ha regalato. Non a me personalmente, ovvio, ma anche.
Forse perché è un avvocato sui generis, senza la smania feroce dello squalo che contraddistingue la specie. Anzi. L’Avvocato Malinconico è avvocato per caso, o per casualità che non è proprio lo stesso. Non riesce a prendere decisioni, non è brillante e (resti tra noi) non è nemmeno tanto competente.
Uno dei tanti, insomma, ma incasinato con se stesso come pochi.
Come me, insomma.

Non ha un soldo, la moglie l’ha lasciato, vive in una casa arredata tutta a mobili IKEA che chiama per nome e sproloquia spesso e volentieri.
Sì, sproloquia. Nella sua testa.
Tipo che da un accadimento reale poi gli parte neurone e ci sproloquia su per trenta pagine.
Nel suo cervello.
 
Esattamente come me.
Sì.
 
E mi capita anche piuttosto di frequente, non solo che ne so, sotto la doccia o in fila alla posta, quando cioè il cervello è in modalità stand by  e si ritrova libero di vagare tra la nullità dell’accavallamento del pensiero.
Mi succede anche quando gli altri mi parlano, o aspettano una risposta da me e io non so rispondere altro che un generico “Mmmmm mmmm” di assenso o attesa, interpretatelo un po’ come vi pare.
E’ che nel mio cervello si consumano discussioni interessantissime, vengono prodotte elucubrazioni filosofiche degne della massima attenzione, vengono scritti libri che vincerebbero lo Strega a mani basse.
Solo che poi, tutte queste cose a metterle su carta mi sembrano sempre diventino cazzate. Vuote. O retoriche. Come se le parole che avevo utilizzato ed i concessi espressi avessero mutuato di significato, come se avessi perso il filo, il concetto, quella parola lì che dava un senso iconoclasta al tutto.
Esattamente come accade all’Avv. Malinconico. Tale e quale, proprio.
 
E allora mi piacerebbe che qualche mente geniale tipo Steve Jobs inventasse una specie di dittafono neuronale: io penso, lui scrive. E niente dei voli pindarici del mio cervello va perso. Ammesso ne valga la pena. Ne vale la pena?
Non so.
 
So solo che io non posso fare  ameno di ciarlare con me stessa, di raccontarmi storie, di staccarmi dalla realtà nascondendomi tra le sinapsi.
Elaboro concetti inutili, ma non solo. Da piccola ero anche in grado di rielaborare la realtà circostante modificandola a mio piacere, come fosse la sceneggiatura di una brutta telenovela brasiliana anni Ottanta. Aggiungevo piccoli drammi, grandi sentimenti, accadimenti perigliosi.
Un po’ mi accade anche ora.
Rimugino sopra gli avvenimenti, li rielaboro, immagino il continuo e me ne convinco.
Non sono normale?
Dite?
 
Ma normali ci sarete voi!

 

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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