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4 febbraio 2010 4 04 /02 /febbraio /2010 20:54
La massificazione ci vizia sotto molti aspetti.
Prendete il cinema, ad esempio: ci hanno abituato a pensare che il cinema sia sinonimo di multisala. Drogati dall’idea che possano esistere solo sale enormi odorose di popcorn burroso e bibite gassate, con impianti futuribili e poggia bibita alla nostra destra siamo portati a credere che non esista altro. E prendendo i nostri nachos con lòa salsa piccante nella destra e il biglietto nell’altra mano ci incamminiamo verso la prossima scelta obbligata.

Però non sempre va così.
Lo scorso inverno, grazie al passaparola su Internet ed a un po' di curiosità, mi imbattei in Giorgio Diritti, regista con una marcia in più e molte cose da dire.
La sua opera prima, di cui mi spiace ammetterlo ho fruito illegalmente, mi colpì molto tanto da entrare di buon grado tra i miei cinque film preferiti di sempre (Nick Hornby dixit).
Ora, all’uscita de “L’uomo che verrà”  non ho potuto far a meno di sentire il suo richiamo.
Ma, ahimè, i bei multisala vicino a casa non lo proiettano! Sono tutti troppo presi da Avatar e dall’ultimo Muccino per dedicare una piccola saletta alla storia della piccola Martina, bambina coraggiosa di una Italia che fu. L’unico cinema che si sia preoccupato di dare voce alla sua storia è lo Zenith, storico cinema “diverso” di Perugia, l’unico che a suo tempo proiettò il vincitore dell’Oscar “Le vite degli altri”.
Lo Zenith è un cinema all’antica: una sala sola, l’intervallo, le poltroncine che si tiran giù. La sala non è inclinata, l’impianto è quel che è,e di sicuro niente 3D. Non è comodo per me da raggiungere, sta in centro dove non vado mai se non d’estate. Non c’è parcheggio, non c’è possibilità di prenotare il posto e la regola è chi tardi arriva male alloggia. Fa pure freddo in sala, ed abbiamo visto il film con il piumino stretto sulle gambe.
Ma la magia del cinema vive tutta lì.

E così ieri sera mi son vista il film che non mi volevano far vedere, distribuito a macchia di leopardo anche se vincitore del premi del pubblico al Festival di Roma.
Così ho scoperto Martina, bambina del 1943, figlia di contadini a mezzadria rimasta muta dopo che il suo fratellino di pochi giorni le è morto tra le braccia.
Ed il mondo di Martina è quello che mia nonna mi raccontava da piccola nei pomeriggi accanto alla stufa: il lavoro duro, il padrone che vuole ancora, l’umiltà e la fatica, il coraggio e l’orgoglio.  Un mondo sconosciuto, ma che vive ancora dentro di me.
E la guerra, i tedeschi, i partigiani, la giustizia che non si sa dove sia e chi la debba portare.
Il sangue, la strage, i bambini.
Il tutto sotto lo sguardo muto e innocente di Martina, che aspetta incurante di tutto il nuovo fratellino: l’uomo che verrà.
Diritti ci racconta ancora una volta una storia attraverso il suo linguaggio e non solo con i mezzi “classici”. Il dialetto diventa la chiave d’accesso agli ultimi della società, trattati come bestie, infelici di un’ignoranza che non vogliono.
Un film da vedere e far vedere. Per ricordare che la libertà che diamo per scontata non ci è stata donata. Per ricordare le vittime innocenti di tutte le guerre, vittime che non hanno chiesto nulla e che, spesso, nulla sapevano.

Grazie Giorgio

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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