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9 marzo 2008 7 09 /03 /marzo /2008 23:34
Tempo fa, feci un famoso ordine su BOL.
Il maledetto, arrivato con ritardi e peripezie varie, non conteneva solo l’ultimo Harry Potter, ma anche latri svariati libri di cui io sono una temibile divoratrice.
Nel pacco c’erano anche due libri di uno scrittore delle mie parti, Marco Rufini, che aveva attirato la mia curiosità anche su consiglio della proprietaria della mia libreria di riferimento. Proprio lei ad ottobre mi aveva invitato alla presentazione di “Afa”, ultimo libro di Rufini.
Incuriosita dalla vicinanza geografica e fissata con le parole palindrome sarei voluta andare, ma per una serie di coincidenze e circostanze assortite non andai.
E l’idea di leggere qualcosa di suo rimase sospesa nell’aria fino all’arrivo del pacco.
Insieme ad “Afa”, incuriosita dal titolo ed attratta da uno sconto sostanzioso, presi anche “Il lago” del tutto ignara di quello che avrei trovato.

Sabato l’ho iniziato, per scherzo.

Ed ho scoperto che parla del MIO paese.
No, non dico per dire.
Parla proprio del MIO paese.
Usanze, modi di dire, espressioni, luoghi, linguaggio. Anche i cognomi sono tipici.
Devo dire che fa una certa impressione.
Parecchia.

La storia si presenta come un thriller e si apre con il ritrovamento nel 1949 di un cadavere mezzo decomposto sulle rive del lago Trasimeno.
Pochi mesi prima erano scomparsi due uomini. Uno era Gaspare, un pescatore dal carattere schivo e cupo, tornato dalla guerra d’Africa con l’animo carico di segreti e rancori. L’altro uomo scomparso è il suocero di Gaspare, Ivo. Parte l’indagine e il racconto, tra flash-back, lettere e testimonianze, verso un finale sorprendente.
Mentre il lago se ne sta lì, placido ed immoto. Ma anche custode di segreti inenarrabili, muto spettatore e amaro confidente.
Ma la storia è solo una scusa.
Quello che mi colpisce è l’affresco della “gente del lago” che ne esce fuori. Schiva, solitaria, onesta e dura come la tramontana che spacca le rive d’inverno. La ritrosia alla chiacchiera, ma il cuore aperto e sincero di chi è schietto per natura.
La faccia scolpita dalle intemperie, le mani callose ed il cuore vivo.
L’amore per il lago, per questa troscia, come la chiamano in maniera dispregiativa i “perugini” che mal capiscono l’affetto sconsiderato che vive nel cuore della maggior parte di quelli che, su quelle rive, ci sono nate.
Un lago avaro, che si allarga e si stringe a seconda delle stagioni.
Un lago bellissimo, che riempie il cuore e dona serenità a chi lo sa guardare.
E’ stato bello ritrovare lo stesso amore tra le pagine di un altro.

Arrivata in fondo al libro, ho scoperto tra i ringraziamenti anziani concittadini ed uno zio alla lontana che non c’è più, dante.
Quand’ero piccola sua moglie aveva l’edicola del paese e lui l’aiutava con poca convinzione. Ero piccola, ma avevo imparato in fretta che a chiamarlo zio ci guadagnavo uno o due pacchetti di figurine.
Aveva fatto la guerra d’Africa, lui, e lo raccontava a noi bambini con l’enfasi che solo il dolore ed il ricordo sanno dare agli avvenimenti scavati nella roccia della memoria. Ed ogni volta non mancava mai di aggiungere un particolare truce, un tocco di mistero nella descrizione del deserto e delle sue insidie, un ricordo raccapricciante di sangue versato per la patria. Che la patria si fotta, aggiungeva alla fine.
Il suo racconto preferito era quello della sua diserzione e fuga con alcuni commilitoni su una barchetta traballante, verso le coste italiane. Il sole, il caldo, la sete. La morte di uno di loro. E gli altri che, per disperazione, se lo mangiano.
Avevo otto anni, e mio zio Dante da quel giorno lo guardai in maniera diversa. Un po’ schifata, ma anche ammirata perché alla fine lui al suo lago c’era tornato.

Eccolo qui il mio paese, stampato sulle pagine di un libro.
Il mio paese all’epoca dei miei nonni, ma non poi così diverso da oggi.
Il mio paese in un libro.

Chissà se un giorno ne scriverò uno anche io…

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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