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26 giugno 2007 2 26 /06 /giugno /2007 00:05
Ho tanti ricordi della mia infanzia.
E’ curioso, ho davvero tante immagini, sensazioni, flash di me bambina, ed ho rimosso gran parte delle medie.
Cervello selettivo?

Quand'ero piccola, intorno ai quattro anni, il più bel passatempo delle sere d'estate era andare in riva al lago al chiosco.
Capita di avere ricordi vividi di quell'età, flash di una esistenza semplice e pulita, lineare come non potrà essere mai più.
Ed era bellissimo uscire di casa per mano ai miei genitori, le braccia allungate verso l'alto a raggiungere la mano tesa di mio padre.
Camminare per il paese giocando all'aeroplano, staccando i piedi da terra e dondolandoli, ché tanto mamma e papà non ti lascerebbero mai cadere.
Mai.
Dondola, dondola arrivare fino al lungolago e correre a perdifiato per accaparrarsi l'altalena più bella. proprio quella appesa sotto lo scivolo.
Non sempre ci riuscivo, spesso ci trovavo qualche ragazzino sdentato e prepotente e allora immaginavo di avere un drago tipo Elliot come amico, pronto a spazzare via l’infingardo e a proteggere me, la principessa. Ho sempre adorato l’altalena.
Andare su e giù, spingere coi piedi e immaginare di volare via, senza peso, incontro al tramonto. Su e giù, volare, sempre più forte, sempre più in lato.
Fin dentro al sole che si buttava nel lago per andare a dormire.

La cosa più bella dell’altalena sotto lo scivolo erano le catene che la tenevano su.
Erano proprio catene, non erano rigide o simili.
Se giravi su te stessa, si arrotolavano.
Strette, strette, sempre più strette.
E le arrotolavo proprio finché ne avevo la forza, finché la catena tutta avvinghiata mi arrivava sopra la testa.
Allora e solo allora, mi guardavo intorno alla ricerca dei miei genitori.
Aspettavo un momento di distrazione, una chiacchiera con un conoscente o il gelato che si scioglie concentrando su di sé tutto il mondo. E poi alzavo i piedi.
Iniziava la corsa folle.
All’inizio tenevo gli occhi chiusi, spaventata dalla velocità.
Poi, quasi sempre, trovavo il coraggio ed aprivo i miei grandi occhi nocciola verso la metà della corsa, quando la velocità diminuiva.
Accoglievo sempre con sorpresa lo strappo della corda che si riarrotola e va  a ricominciare la sua corsa, con la paura che potesse strapparmi via dal mio trono.
Ancora, ancora ed ancora, fino alla fine, sempre più lentamente, secondo una formula matematica che non so calcolare.
Ed alla fine rimanevo lì, coi piedi ben fissati nella sabbia grossolana del campo giochi ed il cervello confuso da tutto quell’inutile girare.

E’ stato curioso ritrovare una esperienza simile alla mia in Caos Calmo.
Il fratello del protagonista definisce il momento prima dello srotolarsi della catena, quell’ansia, quell’aspettativa di gioia, quella tensione, il momento più felice della vita. Per me, invece, il momento più bello la fine.
Piedi piantati a terra e cervello in cortocircuito, il mondo è mischiato in un caleidoscopio improvvisato. Sin da bambina, ho sempre pensato che il mondo immaginato potesse essere migliore di quello vero, un porto sicuro, un rifugio.
Una casa.
Migliore della mia.
Dove i genitori non urlavano.
Dove tutti sorridevano.
Dove una bambina di quattro anni era ascoltata.
Il mondo mischiato mi piaceva per questo, era diverso dal reale.

Oppure è vero che, nel casino, le cose si intuiscono con maggior chiarezza.
Forse dovrei risalire ancora una volta sull’altalena ed arrotolare le catene.
Ma alzare i piedi sarebbe difficile, la catena sarebbe troppo corta per me e l’effetto non sarebbe lo stesso.

Ma magari aiuterebbe…

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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