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14 giugno 2013 5 14 /06 /giugno /2013 10:04

hikmet.JPGIo adoro Istanbul e la Turchia.

Mai come nel mio viaggio nella terra delle spezie, mi sono trovata a casa. E dire che, sbagliando, lo credevo un paese lontano.

La gente, il cibo, l’accoglienza, i luoghi: tutti ha fatto innamorare sia me che il mio compagno, tanto che meditiamo un’altra sortita appena possibile. Guardate, amo perfino Ataturk, il megapresidente così amato e  rimpianto dai turchi e più presente nell’iconografia e nella toponomastica di Maradona a Napoli.

Non so come mai, ma dei tanti paesi che ho visto la Turchia m’è rimasta dentro, la sento un po’ mia, tant’è che il giorno dopo le elezioni politiche italiane non ho potuto fare a meno di cercare su Google: “Andare a lavorare in Turchia”.

E mi addolora la lotta del popolo turco, mi addolora e mi rende fiera, perché un popolo che lotta per la propria libertà, per uno stato moderno e laico è un popolo vero.

Tutto nasce il 28 maggio, quando un gruppo di ambientalisti turchi inizia la protesta pacifica contro il progetto di sostituzione del parco di piazza Taksim con un’area urbanistica fatta di centri commerciali e caseggiati. Come se ad Istanbul non ce en fossero a sufficienza.

La repressione della polizia, subito avvelenata, ha scatenato una vera e propria protesta di massa, con l’occupazione dei ponti del primo giugno (i ponti sono essenziali ad Istanbul) che rimbalzata da Twitter ha colpito il mondo.

E la protesta dura ancora oggi.

Tutto questo per un parco?

No. La sua rapida espansione è stata alimentata dall'opposizione a quello che molti reputano essere un tentativo di disciplinare gli stili di vita, ma anche dalla frustrazione per le ingiustizie a livello economico. Alle dimostrazioni si sono uniti, oltre a gruppi dell'estrema sinistra, musulmani osservanti, quelli che credono che lo sviluppo urbano abbia portato a troppi cacciatori di rendite, tutti gli strati della società, tutte le classi sociali.

Recep Tayyip Erdoğan, il presidente moderato che aspira a fare da leader ai paesi musulmani, non piace più. L’inventore della rivoluzione economica turca, del PIL a due cifre, del benessere (quasi) per tutti ora è accusato di qualsiasi cosa. E’ stato tollerato finora sì, ma i turchi non sono arabi, non riesocno a prendere la vita allo stesso modo: sono e si sentono eredi di un grande impero, di una maestosa genia che dominava l’Oriente e l’Occidente. Arrivando a Istanbul non si può non rendersi conto del passato e della cultura che sprigiona questo popolo, un popolo laico per definizione e che si sente europeo e cosmopolita, non certo pronto per le politiche paternalistiche di un Erdoğan che ha sempre un piede nelle frange estremiste del suo partito, mentre con gli occhi guarda gli USA. Ma che il velo, quasi quasi…

 

Ma al di là delle sperequazioni particolaristiche legate al paese, la rivolta pacifica in Turchia la vedo oggi come il simbolo del poter cambiare le cose. A New York, Parigi, Madrid, Roma, Istanbul o Nuova Delhi, in tutti i paesi più o meno industrializzati stanno emergendo disagio e desiderio di cambiamento. La disoccupazione giovanile in aumento, i tagli alle pensioni, alla spesa sociale e la mancanza di un futuro che sembra non intravedersi mai sopraggiungono mentre molte multinazionali evadono legalmente le tasse spostando gli utili in giurisdizioni benevole o aprendo fabbriche dove il lavoro costa meno di una vita umana.  I prezzi salgono e la disoccupazione ha raggiunto percentuali a due cifre.

E’ tempo di rivolta? E’ tempo di cambiare?

Gli avvenimenti di Piazza Taksim riguardano la Turchia, ma riflettono aspirazioni universali.

 

Ed in Italia, che si fa?

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Published by Phoebe - in sick sad world
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