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6 febbraio 2006 1 06 /02 /febbraio /2006 11:32

Nel 1972 io non ero nata.

Delle Olimpiadi di Monaco, dell'attacco terroristico che nel Settembre del 1972 portò alla morte di 11 atleti israeliani sequestrati nel villaggio olimpico della capitale bavarese e di quel periodo storico conosco solo quello che raccontano i documentari periodicamente riproposti o le memorie che mio padre tira fuori ogni tanto.
Un po’ poco, lo ammetto.

E come sapevo, e forse ancora sò, poco di quest’epoca, così nulla conosco del conflitto israelo-palestinese, e non ho mai nemmeno preteso di capire,  se non che dal film sono passati più di trent’anni.
E nulla è cambiato, se non in peggio.

Cambiano i personaggi, le strategie, le persone che sperano, rimane la sofferenza e i morti, in un cerchio che non si chiude, ma che continua ad avvolgersi in una spirale che continua imperterrita a girare su sé stessa.

Per spiegare la situazione in due parole, Roberto mi ha fatto questo esempio, semplice ed illuminante:
E’ come se domani Bush dicesse agli italiani: bene, tantissimi albanesi si sono trasferiti in Italia. Facciamo così, da domani da Roma in giù la diamo a loro, che hanno tanto sofferto!”.
Magari è un po’ semplicistico, ma è quello che è avvenuto. E non credo che noi saremmo poi così d’accordo…
Oddio, magari qualcuno sì.

Un titolo semplice, "Munich" per un film complicato, disorientante, capace di trasmettere un pizzico di quell'ansia che le vittime di questo ormai eterno conflitto vivono ogni giorno, dove il semplice esistere può diventare una buona causa per essere uccisi.
Tratto dal contestato libro di George Jonas basato sulle testimonianze dell'ex agente del Mossad Yuval Aviv è di gran lunga il film più difficile di Spielberg. Non perché ostico o complesso da realizzare, ma perché presta il fianco alle critiche provenienti dall'ambiente politico, da entrambe le fazioni. Ed infatti così è stato.

Il film di Spielberg,  in  cerca forse di una specie di riabilitazione dopo il pastrocchio de “La guerra dei mondi”, affronta il problema complesso e spinoso del Medioriente partendo dal punto di vista israeliano, esulando tuttavia dalla classica catalogazione buoni vs. cattivi che tanto piace ai filmetti Made in Hollywood e raccontando la vendetta spionistica e violenta al primo attacco terroristico in diretta della storia.

Spielberg non suggerisce soluzioni, ma fotografa lo stato dei fatti: la guerra non porta, e non porterà da nessuna parte, anzi aumenta la diffidenza, l'instabilità, la paura (il protagonista, uno splendido Eric Bana, alla fine non riesce più a capire di chi potersi fidare).

Profonda invece è la sua riflessione sul significato di "casa" e "patria", specie nel dialogo improvvisato tra il protagonista ed una ignara spia palestinese che, credendolo una spia dell’Ira affermava per controbattere contro la pretesa civiltà portata in Palestina dagli ebrei:  "Tu non sai cosa vuol dire avere una patria. Noi vogliamo essere nazione. La patria è tutto". 

Ma forse tutto questo eterno ed estenuante lottare per un territorio, una nazione, non è così indispensabile, forse (e New York, la capitale della multietnicità, che fa da sfondo all'ultima emblematica scena ne suggerisce benissimo il messaggio) la casa è dove sono i nostri affetti, lì dove troviamo la tranquillità di vivere insieme alla gente, uguale e diversa da noi allo stesso tempo.

Bellissima la fotografia, che rende benissimo l’atmosfera anni’70, magistrale la colonna sonora, “Munich” è un film magistralmente girato, non solo un film politico. E' un film con un cast eccezionale ed in splendida forma, tra cui un ossuto e gelido Geoffrey Rush da premio.

Un film che fa riflettere, che non regala giudizi scontati e per questo colpisce come un pugno allo stomaco, che fa sentire dentro la voglia di non essere più uomini, ma di rinascere magari cane o gatto. Perché l’uomo è capace solo di distruggere sé stesso ed i propri simili in nome di ideali che sono senza senso.
Oppure no?
Chi ha ragione?
C’è una ragione?
E se c'è, vale tutto questo odio e questa morte?
Vale i bombardamenti dei territori occupati, vale le stragi, vale le lacrime di centinaia di orfani e di supestiti?

Palestinesi sfrattati e israeliani senza terra… ma non siamo tutti uomini?

Non si sarebbe potuto tentare la strada della pacifica convivenza, dell’integrazione, invece di rendere sovrani due stati sullo stesso territorio, infiammare i conflitti e incasinare tutto l’incasinabile? La mia è una visione infantile, lo ammetto.
Forse troppo moderna, forse utopica.
E poi non c'ero, che ne posso sapere?

Ma questo è un film che infastidisce, fa riflettere in molti modi ed in ogni singolo passaggio.
Verso la fine ad uno straziato Eric Bana, consumato dai sensi di colpa, la madre dice:”Facciamo tutto questo per vivere ebrei tra gli ebrei”. Ecco, questo mi ha colpito. Perché io avrei affermato “Facciamo tutto questo per essere liberi tra uomini liberi”.

Forse è colpa del modo blando con cui vivo la religione, forse i nostri valori sono altri.
Forse è impossibile capire.
Ma riflettere e cominciare a chiedersi è solo il primo passo.
 

Andate a vederlo, intanto...

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Published by phoebe1976 - in sick sad world
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