Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
8 febbraio 2006 3 08 /02 /febbraio /2006 12:20

La più grande paura dell’uomo moderno non è né l’influenza aviaria, né l’ebola, né il la sindrome da HIV.
La più terrificante fobia dell’uomo del terzo millennio è la solitudine.


Il terrore che quel telefono non suoni più, che la gente passi più in là, oltre, dimenticandosi di te, che i tuoi giorni scorrano tutti uguali, implacabili,  senza nessuna soluzione di continuità tra squallidi surgelati mono porzione e pizze precotte.


Ma è poi così brutta la solitudine?


La solitudine del lunedì sera, stessa sul letto con la voce di Lou Reed che esce dal lettore Mp3.
I pensieri che vagano disordinati tra la fantasia, le fate e chi non ti vuole o ti vuole solo come pare a lui.
Gli occhi incollati sulle pirotecniche e mirabolanti evoluzioni intorno alla lampada di un moscerino che, per tutte le regole della biologia e in nome di Piero Angela dovrebbe essere morto stecchito nel gelo di febbraio. Ma è ancora qui.
Poi, all’improvviso, tutto si rompe. Entra tua sorella blaterando e inveendo contro l’avanzare implacabile della cellulite o prendendosela con gli sceneggiatori di
RIS che hanno fatto morire la sua favorita. Il cellulare suona la sua fastidiosa melodia anche se, potresti giurarlo, ti sembrava fosse spento.

Ma la solitudine non è sempre piacevole rifugio.

Il
De Mauro Paravia, definisce solitudine la condizione di chi vive solo, in modo permanente o per un lungo periodo, ricercata per acquisire pace interiore o subita per assenza di affetti o appoggi materiali. Non sono molto convinta che la descrizione calzi a pennello, almeno non nel senso in cui la sento mia.

La solitudine, quella vera, quella che fa star male, è come un sasso che pesa sul petto come un incudine invisibile sul cuore. Sapersi soli, anche in mezzo alla fila del supermercato o in un locale affollato pieno di bella gente con vestiti firmati e drink colorato in mano. E sentire che tutta la gente che hai intorno non ha nulla da dirti, non ti tocca, è lontana. Sembra quasi che anche le voci ed i rumori ti arrivino attenuati, più soffici.

E sono quelle giornate in cui vorresti solo un abbraccio sincero, forte e caldo. Il contatto di qualcuno che davvero ti capisca. Ma chiedere è difficile, arduo più della scalata del K2.
E poi devi sorridere, mostrare i denti in una smorfietta stiracchiata che possa perlomeno risultare credibile. Perché c’è gente che dipende da te, dal tuo buonumore, che si preoccupa e che farebbe mille domande e diventerebbe schiavo di mille ansie  se solo immaginasse come stai davvero. Dentro.
E allora meglio fingere, satre zitti e immaginare che tutto sia perfetto.

Essere soli e sentirsi soli non è la stessa cosa. Proprio no.

Ma basta poco e le nuvole si allontanano.

La gatta che ti salta sul letto per farti le coccole, salvandoti dall’incubo di un sogno agitato. Parlare col tuo bonsai, che come dice Barbara così crescerà meglio (ma io non credo, anzi). Guardare con tua mamma vecchie foto ingiallite di quando avevi sette anni e cercavi di imboccare tua sorella con il cucchiaio. Asfissiandola.
Letteralmente.

Una bella dormita e passa tutto, domani il sole splenderà.

O comunque non pioverà così forte...

Condividi post

Repost 0
Published by phoebe1976 - in vita vissuta
scrivi un commento

commenti

Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

Piccolo spazio pubblicità



Varie ed Eventuali

Il tarlo della lettura





buzzoole code