Overblog Segui questo blog
Edit post Administration Create my blog
29 aprile 2010 4 29 /04 /aprile /2010 22:41
Io difficilmente mi adeguo alla vita del villaggio turistico. Voglio vedere, capire il luogo in cui mi trovo, parlare con la gente. Respirare il luogo in cui mi trovo, che è unico e irripetibile, non standardizzato in catene di montaggio vacanziere. Che resta di una vacanza se non si impara nulla? Se non serve anche  a porsi domande, a crescere?
 
Così la visita ad El Qusier si è rivelata una valida soluzione alla nostra voglia di evadere. 
Ci portano a visitare una chiesa costruita all’inizio del secolo da una comunità di italiani (fondatori della città), arrivati fin qui per lavorare  in una fabbrica di fosfati tricolore (ora spostata altrove, a metà strada con Hurgada). 
La Chiesa ci viene spacciata per cattolica da Adam, la nostra guida, che però essendo musulmano si rifiuta di accompagnarci dentro perché non se la sente, lasciandoci in balia di un sacerdote vestito come un beduino che parla solo arabo. Ha un turbante in testa, per dire.
Chiaramente qualcosa non torna, anche perché l’interno è pieno di simboli ignoti e di scritte in greco. Anche nella struttura ricorda più una moschea che una Chiesa cattolica, mi guardo intorno e non riconosco l’iconografia.
E’ chiaramente una chiesa copta ortodossa, mi dico, ma non ho il tempo per riflettere perché il sacerdote inizia a sbraitare in arabo, gesticolando e minacciando a scapito di un gruppo di romani intenti a fotografare l’altare e calpestarne il tappeto. Il sacerdote è davvero molto agitato, tanto da urlare in faccia ad un dodicenne con l’apparecchio che credo diventerà presto un fedele leghista intollerante. Finisce col buttarci tutti fuori, andandosi a lamentare con la guida, che lo calma all’egiziana. E cioè con una mancia. 
Adam ci informa così che abbiamo calpestato un’area sacra senza toglierci le scarpe e lui s’è offeso.
Ora, all’interno non c’erano cartelli in nessuna lingua, sono certa perché io sono molto attenta a queste cose, e il sacerdote parla solo arabo.
E noi no, chiaramente.
Come potevamo sapere?
Certo, se la guida ci avesse accompagnato e tradotto le prescrizioni del sacerdote sarebbe stato diverso, ma lui non se l’è sentita. Non è che non poteva, non se l’è sentita.
Ma io dico, che pensava? Che Allah lo fulminasse? Di prendere fuoco appena varcato l’ingresso? Che Gesù scendesse da un quadro per pugnalarlo di persona? Oppure temeva di essere convertito?
Non capisco.
 
Andiamo oltre, visitando la moschea di El-Takwa. 
O meglio, vedendola da fuori perché in Egitto le moschee non si possono visitare. Arriviamo giusto in tempo per sentire la chiamata del muezzin alla preghiera, una cosa che ho trovato davvero emozionante. La voce leggermente distorta dal microfono che esce dal minareto sembra entrare nell’anima, ammonire l’uomo moderno, richiamarlo alla spiritualità. Il tutto, anche se non so dire nemmeno “dov’è il bagno” in arabo.  Ascoltiamo la spiegazione della guida assistendo all’affluire dei fedeli alla moschea. Uomini, ovviamente. Mentre stiamo là fuori, una signora che avrebbe potuto essere mia madre compie la sconsideratezza di avvicinarsi troppo per fare una foto.
Non è entrata, sia chiaro.
Ha solo salito 2 gradini.
Scoppia il finimondo. Escono due uomini dalla moschea, arrabbiati come se gli avessero rigato la macchina con un cacciavite. Si rischia la crisi, ma Adam si mette in mezzo e placa gli animi alla egiziana. Cioè con una mancia.
I due se ne vanno stizziti ed Adam non manca di redarguire pesantemente la signora sull’importanza del rispetto e lei, imbarazzatissima, balbetta scuse.
Ora, a me un paio di domandine sono sorte subito.
Tutto ciò non poteva essere evitato con una organizzazione più accurata?
 
La religione, sì sa, è un argomento delicato, privato anche, per cui è facile offendere e sentirsi offesi. Ma quello a cui ho assistito in entrambi i casi non ha a che fare con l’ignoranza né con l’intolleranza. 
In entrambi i casi, ma specialmente nel primo, la mancanza di comunicazione è la causa. L’ottusità della guida ha fatto il resto. Paura, ottusità e mancanza di comunicazione tra mondi e continenti differenti hanno fatto nascere più di una guerra. E spesso per motivi futili, figuriamoci se ci mettiamo di mezzo la religione.
La fede, qualunque fede, si costruisce su una serie di riti e dettagli congelati nel tempo in rituali spesso svuotati da ogni valore. Io ho smesso di andare in Chiesa il giorno in cui mi sono accorda di ripetere parole e gesti a pappagallo, senza pensare. Un rito collettivo vuoto, come guardare il Grande Fratello senz’audio. Spaventoso. 
Ma non per tutti è così e se è vero che in molte chiese italiana ancora è necessario un abbigliamento consono per poter entrare, mi chiedo se lo sdegno sociale che provocherebbe l’inosservanza di questa regola sarebbe pari a quello a cui ho assistito in queste due occasioni.
Forse no.
Ma siamo più avanti o più indietro?
Stiamo perdendo la nostra identità culturale o adoriamo solo altri dei?
Da piccola se prima di voltare le spalle altare non mi inginocchiavo e facevo il segno della croce don Bruno mi staccava un orecchio a suon di schiaffi. Ora nessuno lo fa più. O quasi.
A chi importa?
 
A Dio non credo proprio…

Condividi post

Repost 0
Published by phoebe1976 - in vita vissuta
scrivi un commento

commenti

Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

Piccolo spazio pubblicità



Varie ed Eventuali

Il tarlo della lettura





buzzoole code