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11 settembre 2007 2 11 /09 /settembre /2007 22:31
Oggi è l'11 settembre.
Una data che ha perso la sua connotazione temporale per diventare un sostantivo.
Un po' come il Natale, quasi una festa da santificare. Mostrando cordoglio e dolore, rimirando documentari a manetta scuotendo la testa e mostrando i pugni.

Dov'eri tu l'11 settembre 2001?

Inutile stare a raccontare fatti risaputi.
Inutile stare a sobillare sterili polemiche su quali morti, iracheni o americani, cristiani o musulmani, siano più degni di una commiserazione inutile. Qual è la morte più valida? Più giusta? Ma esiste una morte giusta?
Inutile rivangare se e ma, ormai è successo e anche se non tutto è stato fatto, è troppo tardi.
E tutto il rutilare di documentari, interviste, ricordi che ci propineranno oggi non aggiungerà nulla all'orrore di quel giorno, nè a quello dei giorni (ed ann
i) seguenti.

Ed è per questo che non voglio parlare dell'11 settembre 2001 oggi.
Oggi vi voglio parlare solo e soltanto della piccola Zubaida Hassan.
Zubaida viveva in un piccolo paesino nello sperduto e brullo Afghanistan,
in un villaggio che la guerra al terrore non ha ancora travolto,
lontana oltre l'immaginabile dalla "civilizzata" Kabul.
Zubaida aveva 9 anni, suo padre non era talebano, sua mamma non portava il burqua, viveva una vita povera coi suoi fratelli e sorelle.
Aveva nove anni e non sapeva nulla del mondo, della situazione politica del suo paese. Zubaida camminava danzando al suono della sua musica interiore, finché un giorno un incidente domestico non el provoca ustioni gravissime su tutto il corpo. Non muore, ma terribili cicatrici la imprigionano. Secondo la “cultura islamica” per la quale la vita di una donna vale nulla, i suoi familiari l’avrebbero dovuta abbandonare.
Ma suo padre se la carica in spalla, vende tutti i suoi averi e va a cercare aiuto di ospedale in ospedale. Lontano, sempre più lontano dal suo piccolo villaggio.
Finché incontra un soldato americano. E da qui parte una continua serie di eventi che porteranno fino agli USA ed alla guarigione della bimba. L’incontro di due culture, di due mondi. Un mondo, gli Usa, che le regaleranno autostima e libertà, la possibilità di studiare, di esprimersi, di avere una personalità. Tutte cose negatele dall'essere donna in Afghanistan. Ma per l'amore che la lega alla sua famiglia, lascerà tutto per tornare. L’amore che vince su tutto, anche sull’odio, sull’incomprensione, sulla prevaricazione, sulla guerra.
Sulla guerra che è sempre assurda.
Ma la storia di Zubaida, la sua catena di solidarietà, ci insegna che sia
mo tutti uomini. Afgani, americani, italiani, tutti. Ed anche se il libro che ne racconta la storia è leggermente demagogo e buonista, la sua è una storia vera.
Ed anche se le urla di terrore degli uomini e delle donne imprigionate nel World Trade Center in fiamme saranno scolpite nella nostra memoria per sempre, non possono diventare una scusa per continuare ad odiare e trincerrasi dietro a necessità di protezione fittizie. O quasi.

Chissà dove sarà ora Zubaida, chissà se sta bene, se ha continuato a studiare, se è felice.
Io lo sperò.

Perchè lei è come la speranza...




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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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