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4 giugno 2007 1 04 /06 /giugno /2007 00:54
La sonnolenta provincia di Perugia non finisce mai sui rotocalchi. troppo poco interessante, troppo noiosa e piccolo borghese.
Ma ecco che all'improvviso è su tutti i giornali.
E non per le sue bellezze, né per Umbria Jazz e nemmeno per il Minimetrò.
A scatenare giornalisti ed animi pruriginosi di tutta Italia è l'efferato crimine che nella notte di giovedì 24 maggio si è compiuto a Compignano, paesino di cui persino io ignoravo l'esistenza, perso nella vasta e piatta campagna marscianese.

Riassumendo brevemente, è stata trovata morta dal marito Barbara Cicioni, donna umbra poco più che trentenne, incinta di otto mesi e già madre di due
bambini. All'apparenza sembra chiaramente un tentativo di rapina finito male.
Giovedì sera il marito era uscito per sistemare i macchinari della loro lavanderia al posto di lei che si sentiva stanca per la gravidanza ed il caldo, ed al suo ritorno l'ha trovata in una pozza di sangue davanti alla cassaforte spalancata.
I bambini dormono in camera, ignari.

I giornali blaterano immediatamente sulla mancanza di sicurezza pure nei paesini umbri che se
mbrano addormentati tra le colline ("Non c'è più religione, signora mia!!!"), l'opinione pubblica strilla a prescindere contro gli immigrati extracomunitari, rei di tutta la criminalità delle terre emerse. E anche dei sette mari, ovvio.

Ma i conti non tornano da subito.

E qui esce fuori il Grissom che c'è in tutti noi. Non ci sono segni di effrazione, tanto per cominciare. E anche la cassaforte sembra aperta con le chiavi. Si inizia ad indagare nella famiglia della vittima, primo sospettato l'addolorato marito.
Salta così fuori che nella sua macchina ci sono tracce del sangue di Barbara e che l'ora del decesso risultante dall'autopsia è precedente a quella in cui lui ha dichiarato di essere uscito da casa. Bel casino.
Il caso monta.
Ora tutti sanno dell’esistenza di Marsciano.

Anche la blogosfera si interessa ai particolari ed hai risvolti più sordidi della vicenda.
I magistrati indagano.
Esce così fuori che il maritino, la cui foto in lacrime con la testa tra le ginocchia ha fatto il giro dell'Italia sulle prime pagine dei giornali, non è proprio uno stinco di santo.
Picchiava la moglie ed i figli, a quanto pare.
Giocava d’azzardo.
Andava per nightclub.
Tutti sapevano, nessuno diceva nulla.

Perché, si sa, i panni sporchi si lavano in casa e non nella piazza del paesello. Insomma, una classica violenza domestica finita
male.
Come tante.
Movente, pare, la gelosia e la certezza che la figlia che Barbara aveva in grembo non fosse sua.
Sembra una trama scontata di un film dossier americano qualunque.
La folla insorge, nasce un parapiglia. Spaccino rischia il linciaggio in piazza da parte dei suoi stessi concittadini  che invocano a gran voce la pena di morte.
Resa più inquietante dallo stato avanzato di gravidanza della vittima e dal contesto: un piccolo paesino bucolico dove, si crede, che il tempo si sia fermato e valgano ancora i vecchi valori.

Già, ma quali sono questi “valori”.
Ed ecco comparire approfondimenti e reportage sull’arretrata campagna umbra, ferma alla società patriarcale degli anni ’50, con la figura del padre-padrone che ha il potere di vita o morte sulle donne che dormono sotto il suo tetto.
Da paradiso bucolico ad anticamera dell’inferno.

Ma Compignano, Marsciano, Perugia o l’Umbria tutta non sono diverse dal resto del mondo.
Anzi. Sarebbe bello se fosse così.
Ma la violenza domestica accomuna tutto il mondo. Nascosta tra le mura domestica, è una violenza che unisce tutto il mondo nei secoli dei secoli. Una maledizione illogica, fatta di silenzio, dolore, mortificazione, bugie.
Perché mariti e padri non vengono denunciati?
Perché tutti fanno finta di non vedere?
Tutti, tutti sapevano.
Parenti, amici, vicini di casa di Barbara.
Ora tutti sapevano.
Ma ieri?

Tutti zitti a guardare da dietro le persiane, mentre ora in strada ad invocare il cappio al collo.

E’ anche colpa loro.

Loro erano lì.
A guardarla abortire dalle percosse nel lontano ‘99, a gua
rdare i lividi, ad ascoltare le bugie, i “sono caduta dalle scale” veri come una moneta da tre euro. Picchiata davanti ai figli, Barbara.
Una vita di paura, paranoia, dolore, colpe inesistenti.
Tutti sapevano, anche il prete del paese.
Ma nessuno ha fatto nulla, nemmeno Barbara. Nemmeno Barbara ha fatto una cosa per sé. Come tante altre donne sparse nel mondo.
Centinaia, migliaia, milioni.
Senza voce, senza un volto diverso da quello della rassegnazione.
Perché una donna accetta tutto questo? Perché lo sopporta e lo impone ai figli e facendoli vivere nel terrore? Come saranno da grandi questi innocenti?
Perché non prende le valigie e scappa, non imbraccia un ferro da stiro e spappola il cervello dell’animale che la tiene sotto il giogo della violenza?
Cos’è che la ferma?
Le convenzioni sociali, la paura, la vergogna?
In un’era in cui le donne hanno intrapreso la via dell’indipendenza morale ed economica, nonché dell’uguaglianza dei diritti, sopravvivono ancora sacche di Alto Medioevo?
Non lo so.
Inutile far invocare la pena di morte dalla piazza inferocita. A che può servire? Non certo ad aiutare Barbara o la piccola vita che portava in grembo. E nemmeno tante donne come lei.

Non so nemmeno dire cosa farei se capitasse a me. Sopporterei, magari in nome dell'amore?
Non lo so. So solo per certo che la mia famiglia mi proteggerebbe anche contro la mia volontà, obbligandomi a reagire e strappandomi ad un dolore senza senso.

E forse quello che è mancato a Barbara è proprio questo.
Un conforto.
Una presenza amica e forte accanto  che le facesse capire che la sbagliata non era certo lei.
Un angelo custode.

Ora, in cielo, ce ne sono una coppia in più.

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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