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14 luglio 2004 3 14 /07 /luglio /2004 20:41

Convinta non so da che cosa, stamattina sono andata a fare l'ennesimo concorso. L'ennesimo, anche se io un lavoro, bene o male, ce l'ho.


Quale, dove e come non importa tanto sono tutti uguali, l'importante è che spesso e volentieri invece di essere elettrizzata dall'eventualità di vincere questo o quel posto, mi annoio mortalmente pensando che la cosa sia troppo remota.

Più facile fare un terno al lotto.

 

Arrivata troppo presto rispetto l'orario del concorso a causa di una coppia di genitori apprensivi e un po' gufi che immaginando ingorghi e tamponamenti a catena (nonchè errori da parte mia...), vado a prendere un caffè.

 

E visto che è davvero troppo presto mi siedo fuori, al sole, con il mio caffè e col Corriere dell'Umbria.

 

"Mi scusi, ma che è tutto sto casino qui stamattina?"

"E' il concorso per *********"

"Oh, anch'io c'ho provato, sa! Ai miei tempi! Ma ero troppo magro e mi scartarono"

 

A parlare è stato un vecchietto con una cartella di plastica in mano, quella coi manici. E' piccolo e tarchiato, cotto dal sole. Parla senza accento, anzi a pensarci bene un po' ne ha. Ha l'accento del sole della Sicilia, ma come se non lo sentisse sulla pelle da tanto.

 

Si siede accanto a me, al sole, senza chiedere nè permesso nè nulla, e chissà perché si sente in dovere di raccontarmi la sua storia.

 

Mi racconta della sua nascita catanese, del suo imbarco come chef sulla Leonardo Da Vinci, di come fuggì nel porto di New York dopo un anno ("cucinare per i ricchi non è divertente!") non presentandosi all'imbarco per lavorare a Brooklyn come cuoco, della sua prima moglie portoricana fatta tanto per avere la Green Card, del ristorante italo-americano, delle figlie che vivono a Manhattan, dei fratelli, della fuga in Brasile, della seconda moglie bellissima e mulatta, di figli riconosciuti e non, del passaporto rigorosamente USA che sbandiera con orgoglio.

E ancora, ancora, ancora.

 

Una vita da romanzo, ma la sofferenza negli occhi. Occhi tristi, di chi ha amato troppo oppure non abbastanza.

Occhi col rimpianto dentro.

 

Alla fine della storia sono rapita. Ma una domanda mi nasce naturale.

 

"Mi scusi, ma come c'è finito qui a *********? In questo posto in cui non succede mai nulla?"

"Bella mia, non lo sai qui che c'è? Qui c'è il carcere!"

 

E scopro che è in libertà vigilata, che per effetto di un trattato USA-Italia tra poco rientrerà in quella che per lui è casa che è dentro per riciclaggio a causa di un suo fratello finito morto ammazzato in una sparatoria ( "Colpa degli ebrei!!! Mai fare affari con loro!!!")

E che probabilmente nel suo bel racconto ha omesso la parolina mafia e che magari è cugino di primo grado dei Soprano.


Ma non m'importa. Questo vecchietto mi è simpatico.

Gli sorrido.

Chissà perché ha voluto raccontare tutto a me.

Magari per fare due chiacchiere, per alleggerire il peso di giornate tutte uguali e che a lui, proprio a lui avventuriero, sembrano eterne.

Non importa, ma mi ha messo di buon umore.

Gli lascio un caffè pagato senza che se ne accorga, gli stringo la mano, raccolgo le mie cose e vado verso il concorso.

Scioccamente allegra.

 

Ma di come andrà non m'importa poi più tanto.

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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