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16 ottobre 2008 4 16 /10 /ottobre /2008 14:48

Chi lo ha detto?
Non lo so. Un poeta, un cantante, un filosofo. Non lo so, non lo ricordo. Non sono molto brava a memorizzare aforismi anche se sul momento mi colpiscono.
Però è vero.
La paura si annida ovunque, e il nuovo millennio non ne è affatto immune. Paura del diverso, paura dell’extracomunitario sul gommone, dell’aviaria, del musulmano, del vicino di casa che magari è un pedofilo.

L’uomo moderno si nutre di paure a tutte le ore del giorno e della notte, e non solo in politica o nella vita pratica.
La paura la fa da padrona anche nei sentimenti, nell’intimo di ognuno di noi, per non parlare della vita di coppia. Ed è sfaccettata, multiforme ed implacabile. Implacabile specialmente con “l’altro” che si trova a dover affrontare le pene dell’inferno.
Ci sono vari tipi di paura che attaccano l’uomo moderno (e anche la donna, eh… non vorrei essere tacciata di discriminazione dalla Ministra Carfagna…), che potremmo riassumere in diverse categorie:

Il Peter Pan
Tanto per cominciare l’illustrazione, trattiamo un classico. L’uomo (ma ultimamente anche la donna) con la sindrome di Peter Pan è molto diffuso ed è palesemente impossibile smontarne i pezzi per cercare di trarne qualcosa di buono. Ancorato alle sue abitudini come una cozza allo scoglio, continua a giocare con la Playstation o a fare gare in BMX anche se la quarantina si avvicina a grandi passi (o, in alcuni casi, è stata già superata).
Ha talmente paura di cambiare, invecchiare e crescere da sottoporre il suo corpo a prove fisiche massacranti pur di poter dire “Ce la faccio ancora”, salvo poi farsi ricoverare all’ospedale di nascosto. Sfuggente e distaccato, non permette alle persone che lo circondano di capire i suoi sentimenti, tanto è spaventato dalla possibilità di non essere figo come a vent’anni.
Assolutamente allergico alle parole “impegno”, “responsabilità” e “famiglia”, il Peter Pan causa nella sua compagna alte crisi di orticaria nervosa, voglia di strangolamento e esasperazione.
Tant’è che, in genere, dopo innumerevoli sedute liberatorie con le amiche decide di lasciare Peter Pan sull’Isola Che Non C’è  e di scappare con Capitan Uncino, che c’ha sempre
Diretto derivato di questo soggetto è il single di ritorno fobico. Peggiore dei peggiori, egli maschera la sua ritrosia ed il suo egoismo dietro sconvolgimenti psichici ed emotivi causati dalla precedente relazione che, a dir suo, gli ha sconvolto per sempre la mente ed il cuore intaccando le funzioni primarie del cervello. Lei non mi ha mai amato e io ora ho paura che tu faccia lo stesso. Lei mi ha ingannato e ora tu farai uguale. Ho paura, non posso impegnarmi.
Fino a che punto è vero? Fino a che punto non si tratta solo di una maschera? E soprattutto, fino a che punto è giusto che l’altra parte soffra e si sbatta cercando di colmare un gap che sembra un baratro? Diciamo che, come sempre, il limite è dato dallo sbattimento e dalla rottura di balle, che riescono ad annacquare anche il più sincero e puro degli amori.
 
La brava ragazza.
Se finora abbiamo parlato di categorie prettamente maschili, è il turno della categoria più femminile di tutte e diffusa in tutti i paesi, quartieri o rioni d’Italia, da Bolzano a Cefalù.
La brava ragazza, amore di mamma e papà, si fidanza presto, diciamo intorno ai 13/14 anni, con un bravo ragazzo del vicinato che comincia subito a frequentare casa fino a diventare un membro effettivo della famiglia. La relazione va avanti negli anni, supera la prima decade e alla brava ragazza iniziano ad essere fatte pressioni da genitori e parenti. “Quando vi sposate?” è la domanda ricorrente.
Così la brava ragazza, nonostante la giovane età, si trova costretta a prendere decisioni per la vita che magari non sente.
Già, perché il fidanzatino di un tempo magari non è più il suo vero amore, ma negli anni è diventato un caro amico. Lasciarlo? Sembrerebbe la soluzione giusta, ideale. Ma se per 10 lunghi anni o più è rimasta con lui anche se l’amore è finito, un perché evidentemente c’è… Perché la brava ragazza ha paura: della solitudine, del mondo esterno, di affrontare la vita da sola. Anche del giudizio degli altri, perché no. Non è mai stata single, non ha mai affrontato il batticuore di un amore nuovo, la delusione di un amore finito, il corteggiamento con tutti i suoi rituali e nemmeno la soddisfazione dell’indipendenza.
Senza considerare che ha conosciuto sessualmente solo un uomo.
No, dico: UNO.
La sua vita è ferma ai 13 anni.
E allora 9 volte su 10 il fidanzatino lo sposa.

Il solo ed infelice
Categoria che non conosce sesso è invece quello del solo (o sola) e infelice.
Che sia uomo o che sia donna, il solo ed infelice di dibatte e dispera con amici, parenti e familiari della sua condizione di single permanente. Piange e si dispera, spesso con persone che non c’entrano nulla, trasformando la propria frustrazione emotiva in veri e propri psicodrammi.
Tutta colpa della paura di rimanere soli, di invecchiare davanti alla Tv e morire davanti all’ultimo reality, con il proprio pastore alsaziano che ti mangiucchia i piedi. Se è femmina, alla sua paura fa da corollario il fatto che improvvisamente tutti i membri della sua comitiva sembrano essersi misteriosamente accoppiati, come se fosse scoppiato un virus che miracolosamente (o no?) l’ha risparmiata. Acuendo ovviamente il suo desiderio negato e generando in lei/lui terribili crisi esistenziali.
Di solito, dopo un periodo, poi passa.
Spero.

L’ego smisurato
L’essere in questione, diffuso tra amici e parenti, vegeta tra party e feste vestendo alla moda. Cura i suoi interessi ed hobby in maniera corretta e misurata, è colto e divertente. Vive attorniato da amici, è l’anima della comitiva Tuttavia non riesce mai ad avere una relazione più lunga di tre settimane.
Madri, zie e parentado in genere assillano il soggetto apostrofandolo con frasi: “Ma un bel ragazzo (o una bella ragazza) come te!! Possibile non trovi nessuno? Ah, sicuramente non lo vuoi!!” . Frasi che, manco a dirlo, farebbero venir voglia di prendere la megera che l’ha pronunciata per il collo e strozzarla a mani nude come Chuck Norris.
Perché l’ego smisurato una relazione la vuole.
Forse.
Cioè, la vuole come dice lui.
Alle sue condizioni.
Con la persona che dice lui.
No, se ha il piede egizio non va bene. Nemmeno se ha un occhio leggermente più grande dell’altro. O il naso a patata. O le unghie troppo piccole. Per non parlare delle mani troppo grandi.
Che orrore, santo cielo.
Come si può pensare di passare la vita con una con delle mani così?
Insomma, l’ego smisurato ha paura di rinunciare a sé, alle sue abitudini, alla sua indipendenza. Chiacchiera, ma alla fine sta bene così, solo e sfarfallante. Guarda i suoi amici accoppiati, li invidia un po’, ma poi torna a casa ed è felice così, coi suoi mille casini amorosi da gestire.
Ma niente di serio, eh!

Come si superano queste fobie?
Non sono certo una psicoterapeuta, né una maga, né tanto meno un oracolo.
Però posso dirvi che pure io appartenevo ad una di queste categorie e ne sono uscita (abbastanza) brillantemente.
Come? Con la pazzia di voler tentare qualcosa di nuovo, di seguire quello che mi diceva il cuore anche se in testa le scimmie urlatrici mi dicevano che stavo sbagliando tutto e che mi sarei fatta solo male.
E invece, finora, direi che è andata bene.
Per superare le paure che ci chiudono la gola ci vuole un po’ di follia. Quella follia che ci fa buttare giù le porte che chiudono gli occhi e la mente, quei muri che le cattiverie della vita ci hanno fatto costruire.
Togliersi la corazza e tornare bambini. Mostrare i nostri sentimenti a chi se lo merita.
Fregarsene del giudizio degli altri e dei preconcetti che ci hanno infilato nel Dna insieme agli omogeneizzati.
Vivere con allegria.
Senza dimenticare un po’ di sano cinismo, che non guasta mai.

E se vi state chiedendo “In che categoria stai tu?” sono spiacente di informarvi che lo dovrete scoprire da soli.

Magari leggendo le prossime puntate...

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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