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20 ottobre 2008 1 20 /10 /ottobre /2008 12:56

Lunedì mattina.

Occhi ricoperti per un 75% da palpebre che sembrano di piombo, sbadiglio incipiente, desiderio di una influenza moderata ma accettabile che spinga a restare a letto in malattia fino a giovedì.
Greatest hits degli Abba a manetta nell’autoradio, sperando di risvegliare con il ritmo anni ’80 almeno un paio di neuroni a caso.
Insomma, un lunedì mattina come tanti.
Quando svoltando alla rotonda più incasinata del mondo e buttando l’occhio alle macchine allineate nell’altro senso di marcia disposte in una fila disperata, lo vedo.
E’ proprio lui, ne sono certa.

Il mio professore di tecnica delle medie.

Il terribile Torchia, un nome una garanzia.
Di terrore, chiaramente.
Identico a quasi 20 anni fa, dentro un’Audi chiara, il terrore di ogni ragazzino delle scuole medie del mio paese.

All’epoca c’erano ancora due professori per Educazione Tecnica, un uomo e una donna. Lei, di cui poco mi ricordo, era una signora sulla cinquantina (e per questo da noi considerata irrimediabilmente vecchia) sciantosa come una diva degli anni ’50. Sempre con rossetto rosso e messa in piega da paura, l’inverno si acciambellava in cattedra con una voluminosa pelliccia da cui non usciva nemmeno se giravamo il calorifero al massimo.
Lui, il professor Torchia, terribile vicepreside dai poteri illimitati, incarnava per noi studenti l’icona dell’agente delle SS inflessibile e dagli occhi di ghiaccio.
Completo grigio, capelli castano chiaro col riporto immancabile, alto come una montagna e espressione perennemente indagatoria, parlava poco ma la sua voce faceva tremare anche gli altri professori che commettevano l’errore di contraddirlo.

Quando interrogava anche le mosche smettevano di ronzare ed il vento di soffiare. Noi studenti non respiravamo nemmeno per la paura di far rumore (non vi dico che dramma se si era raffreddati…).
Il professore si aggirava tra i banchi in posizione eretta, mani allacciate dietro la schiena, e selezionava l’infausta vittima.
Quest’ultima si alzava in piedi e doveva rispondere ad un fuoco di fila di domande sulle materie prime o sulle strutture delle case, oppure su come si tesse un ordito o sulla differenza tra congelazione e surgelazione. Se sbagliava ed era maschio si beccava un ceffone da antologia, altrimenti poteva ricominciare a respirare.
Se sbagliava ed era femmina il ceffone lo prendeva il compagno di banco maschio, ché le donne non si toccano nemmeno con un fiore e questo è risaputo.
Ovviamente, se eri femmina e somara non trovavi uno straccio di compagno di banco maschio manco se eri Miss Italia.

Severo ed tirato, se attraversava i corridoi tutti rimanevano immobili a guardarsi le scarpe. Anche il più saccente e teppista della scuola si rannicchiava in un angolo nel terrore del suo sguardo gelido.

Esemplare resta negli annali della mia scuola media la sua reazione ad una mancanza di rispetto della ragazza più popolare e carina della scuola (che culo, era in classe mia!). Osò rispondergli in malo modo e lui la invitò ad accompagnarlo dal Preside. Ad un suo sferzante NO, la prese per un braccio. Lei oppose resistenza, iniziando a piangere. E lui, implacabile, la trascinò letteralmente dal suo superiore nonostante lacrime, sceneggiata e tentativo di attaccarsi ai termosifoni. Nonostante gli schiamazzi di lei, non un solo studente si mosse e si affacciò a vedere l’accaduto.

Sono passati ben venti anni, ma per me ancora Torchia è sinonimo di disciplina e ordine, di rispetto dell’autorità. Cosa in cui, dalle superiori in poi, non sono mai stata brava, ma di cui la stragrande maggioranza dei ragazzini spocchiosi e ignoranti di oggi avrebbe un gran bisogno.
E così due mesi fa, al bancone del PAM quando l’ho visto a fianco a me nel suo stesso completo grigio, praticamente identico, intento a scrutare il capocollo con quegli identici occhi celeste ho fatto quello che dovevo.
E cioè sono rimasta immobile  guardarmi le scarpe, pregando Dio di non essere riconosciuta.
E così è stato, anche perché se mi avesse riconosciuta come la ragazzina sfigata con le trecce e i capelli lisci come spaghetti scotti mi sarei data fuoco dentro al PAM, giuro.

Ah, buon lunedì eh!

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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