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18 settembre 2006 1 18 /09 /settembre /2006 16:24

medico-mutua-poster.jpgGli ospedali mi hanno sempre inquietato il giusto. Anzi, diciamo pure che li odio da morire. Ma, volente o nolente, nella settimana appena trascorsa mi è toccato di frequentarli più del dovuto anche se, per mia fortuna, per bellissimi o banali motivi.

 

Già, il bellissimo motivo è la nascita della piccola Sara. 51 centimetri di biondissima vitalità ed orgoglio della sua splendida mamma nonché mia carissima amica. Che mi comunicò la notizia a febbraio, buttandomi in uno shock estatico durato un paio di settimane, seguito da una gravidanza isterica terminata appunto l’altro ieri.

 

Il motivo banale invece è il dover fare una panoramica ai denti. Dovendo conciliare tempi lavorativi con disponibilità ospedaliere, sono finita a farla un sabato mattina in una piccola ASL affacciata sul Trasimeno. Ora, questo non cambia nulla, io gli ospedali li odio tutti: piccoli, grandi, medi, USL, ASL e compagnia cantante. Solo che quelli piccoli spesso sono peggio, perché più empirici.

Arrivo e mi rendo conto che devo pagare il ticket alla cassa. Mi avvicino con € 20,66 in mano già contati, conscia della agilità mentale degli impiegati allo sportello. C’è solo una persona davanti a me. Bene.

Bene.

Ehi, sono passati cinque minuti, com’è possibile che io sia ancora in fila?

L’impiegato si aggiusta gli occhiali e l’uomo davanti allo sportello sbuffa un po’ troppo forte.

Dieci minuti.

L’impiegato smanetta sul pc alla velocità di un bradipo con l’artrite, l’uomo davanti allo sportello digrigna i denti.

Quindici minuti.

L’uomo sbuffa, l’impiegato lo guarda accigliato perché ha sbagliato a firmare il modulo.

Ora sono certa che scatta la violenza.

Tutte le telecamere dei telefonini fuori, inizia lo spettacolo!

Nulla.

Diciotto minuti…

 

Nella fremente attesa, faccio amicizia con una famiglia pakistana composta da padre, madre e bimbo bellissimo di diciotto mesi fornito di un paio di occhi così neri da sembrare due piccoli pozzi senza fine. Il pupo, come è mia caratteristica (io, è risaputo, attiro solo cani e bambini), mi riserva una confidenza che lascia a bocca aperta i due riservati genitori ed insieme improvvisiamo un teatrino trans-generazionale e intra-culturale che intrattiene tutti i presenti. Finché, magia, dopo venti minuti è il mio turno.

L’impiegato, simpatico come la malaria e con il colorito adatto, prende la mia prenotazione e si rituffa tra le pieghe del suo programma che, mi chiedo, deve essere sicuramente scritto in COBOL, sennò non si spiega.

Dopo cinquanta minuti, e dopo aver salutato con un bel in bocca al lupo sincero la famiglia pakistana (chissà se capirà gli insulti in pakistano il minus habens allo sportello), eccomi pronta per una nuova eccitante avventura: tutti in fila per le radiografie.

Domandandomi se mai nella vita ci sia un modo peggiore di passare il sabato mattina, pazientemnete mi accomodo in una sala vuota.

Vedo passare i volontari della Misericordia del mio paese, tutti intenti a trasportare una signora sulla sedia a rotelle che disquisisce allegramente di lasagne e della loro modalità di preparazione. Il parallelo con mia nonna è in evitabile, e ripensando alle ore che ho passato a tenerle compagnia tra una mineralometria e un esame radiologico, oppure nel tragitto casa ospedale con l’ambulanza mi si stringe il cuore.

Mi si avvicina dopo pochi minuti una coppia anziana.

Lei una di quelle che profumano di borotalco e con la collana di perle ingiallite al collo, con un paio di occhiali troppo grandi da Jackie O’ e la messa in piega troppo cotonata per quel mucchietto di ossa che è. Lui, camicia a righe e pantaloni ascellari, mani annodate dietro la schiena e classica andatura fascista.

La signora ha voglia di chiacchierare e mi racconta di come la loro vacanza sul Trasimeno a casa del figlio si stata improvvisamente sconvolta la notte dei Mondiali di calcio vinti dall’Italia. Con forte accento napoletano, la signora racconta dell’infarto del marito accaduto proprio quella notte (troppe emozioni?) e di come la meravigliosa sanità umbra sia subito accorsa, trasportando il marito all’ospedale e operandolo subito  cuore aperto.

“Signorì, s’immaggina cos’era Napoli quella sera? Mio marito c’arrivava dopo due ggiorni al Cardarelli!!! E’ stato il destino, il destino!!!”

Insomma, l’anziana coppia napoletana ora vive nella casa delle vacanze del figlio, e tanto si trova bene in Umbria che ci resterà.

Perché così vuole il destino.

Ma pensa te…

 

Arriva il mio turno, e scopro che il radiologo assomiglia allo scienziato di ritorno al futuro e questo non mi rende molto tranquilla. Ha anche due occhietti da furetto un tantino inquietanti… Sicuramente fa esperimenti transgenici nel suo studio privato. Spero che le radiazioni non mi facciano nascere un’altra testa, ci mancherebbe solo questo visto che quella che c’ho già mi avanza. Magari, potrebbero crescermi un po’ le tette… si potrà? E se glielo chiedo?

Morsetto in bocca, giubbotto di piombo so trendy e gli orecchini lasciati nel cestino a fianco, diamo il via alle danze.

Sorridi prego!!!!

Ferma, così!

Cissss!

 

Poco dopo sono fuori, saluto l’attempata coppia e finalmente esco.

Esco pensando a quanto sarebbe bello un mondo senza ospedali, senza gente che sta male, senza quest’odore di disinfettante che ti entra nelle narici e poi non se ne vuole più andare.

O un mondo in cui in ospedale ci si va solo per cose belle, tipo la nascita di un bambino o un paio di tette nuove.

 

Utopia?

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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