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26 aprile 2007 4 26 /04 /aprile /2007 23:41
Avevo sentito parlare così tanto bene di questo film da riuscire a convincere un povero malcapitato ad accompagnarmi a vederlo in un piccolo teatro adattato a cinema in pieno centro.
Già perché, nonostante l’Oscar come miglior film straniero ed una critica da leccarsi i baffi, “Le vite degli altri” nella mia città è stato snobbato dai grandi cinema ed ha trovato asilo al cinema Zenith.
Credo ci sia un cinema Zenith in tutte le città.
Piccolo, teatrale, politicamente schierato, appassionato. 
E scomodo.
Molto, molto scomodo.
Specie se si è abituati alle coccole consumistiche ed alle comodità del multisala della Warner. Ma dell’opera prima di Florian Henckel von Donnemarsmarck ne avevo sentito parlare così tanto da fare questo piccolo sacrificio.

Berlino, 1985.
Il muro di Berlino è solido e ben alto, messo lì a dividere le due Germanie, invalicabile.
Glasnot e Perestroika non sono ancora termini entrati nei libri di storia e Gerd Wiesler è un vecchio e rispettato agente della Stasi, considerato un maestro degli interrogatori, rigido e spietato portabandiera del regime. Proprio a lui il suo superiore affida un delicato compito: indagare e sorvegliare la vita privata di Georg Dreyman, commediografo di successo, e della sua compagna Crista Maria Sieland, attrice di successo, concupita dal viscido e schifoso Ministro della Difesa.
E proprio per questo Gerd si trova ad indagare sulla vita della coppia, alla ricerca di qualcosa che possa compromettere il commediografo. Piazza cimici e microfoni nell’appartamento, iniziando ad ascoltare le vite degli altri e condividendo ogni loro passo, ogni loro parola, ogni singola emozione.
E proprio l’intreccio che si creerà tra la sua vita e quella degli altri lo cambierà, l’avvicinerà all’essere umano, stravolgendo la sua esistenza e quella degli altri.
Vivere una vita che non è la sua, sentire da vicino l’amore, la passione, il suono di Beethoven, le parole di Brecht.
Che effetto può fare ad una mente indottrinata lo scoprire le passioni? Assaporare, anche se solo da lontano, la vita.
Vederla, accarezzarla quasi, ma non toccarla davvero
.

Un film toccante, vivo, con attori bravissimi ed una sceneggiatura che, nonostante l’ovvia lentezza dovuta all’argomento, strega lo spettatore.
Non posso fare  ameno di pensare che se il protagonista fosse stato, che ne so, Kevin Spacey (a cui peraltro il protagonista Ulrich Muhe assomiglia parecchio) il film sarebbe stato oggetto di un battage pubblicitario senza pari.

Un film che fa riflettere.
Ci lamentiamo, urliamo, strepitiamo.
Ma noi, qui, ora, oggi, adesso, siamo liberi.
Non liberi al 100%, certo, ma abbastanza liberi da poter esprimere le nostre idee senza lo spettro della tortura.
Siamo liberi di leggere quello che vogliamo, di camminare senza essere seguiti, di vivere la nostra vita. Certo, ci sono le intercettazioni telefoniche, i satelliti, Fabrizio Corona, il grande fratello che ti guarda con occhio vigile e controlla i tuoi conti, le tue chiacchiere, i siti che visiti.
Ma, tutto sommato, siamo liberi.
C’è la mancanza di libertà imposta dalle regole sociali, dalle tradizioni, i paletti messi su da noi stessi, certo.
Nessuno è libero davvero, ma noi, se vogliamo, possiamo esserlo.
Proprio come sceglie di fare Gerd, pagando in prima persona.
Proprio come fanno i protagonisti del film.

Vivendo la nostra vita.

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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