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2 febbraio 2009 1 02 /02 /febbraio /2009 22:50
A tutti i miei lettori, un piccolo regalo per ricordare che i sogni e l'immaginazione sono una parte concreta della nostra vita.
Non dimentichiamolo.
Mai.

***

La pioggia batteva insistente sulla pensilina dell’autobus e Marta si rese conto di star fissando da almeno dieci la goccia che cadeva giù dal bordo della tettoia fino alla pozzanghera fra le sue gambe.


Plof, plof, plof.

Gocce ciccione, agglomerati di acqua proveniente da chissà dove.
Quand’era piccola, quando era ancora una bambina felice, sua cugina le aveva raccontato che fissare le gocce d’acqua che scivolano sulla finestra era la porta per il mondo delle fate.
Lei aveva passato pomeriggi interi d’autunno a fissare l’intricato dedalo di strade che di andava formando sulla finestra del salotto buono di sua nonna , ma le fate non le aveva mai incontrate. Né una fata, né un folletto. Nulla, nemmeno uno gnomo rubizzo e ciccione.
Chissà, magari fissando le gocce che rotolano giù sino alla pozzanghera…
Ma dov’era l’autobus?
Sarebbe dovuto arrivare almeno venti minuti fa.
Marta era sola sotto la pensilina, nemmeno un travestito a farle compagnia in quella tarda serata di novembre. Ne aveva conosciuti di simpatici col passare del tempo, e la diffidenza iniziale si era presto trasformata in una specie di connivenza piacevole e fluida, senza impegno ma senza giudizi.
Ed era così difficile non essere giudicati oggi. Così difficile per lei, con un passato pesante come una corazza che nessun grimaldello riusciva a forzare.
Sola. Così era e così si sentiva. Una condizione necessaria, ma che era diventata oramai una abitudine.
Le mancavano i suoi “amici” stasera, chissà dov’erano. Magari una retata li aveva condotti a bere caffè scadente alla centrale.
Rabbrividì nel cappotto, maledicendo la sua stupida paura di guidare la macchina. Poteva avere queste fobie alla sua età? Si strinse ancora un po’ di più nel cappotto, davanti a lei brillava l’insegna del negozio di fumetti.
Avrebbe di sicuro passato un guaio a rientrare così tardi, la guardia si sarebbe arrabbiata e l’avrebbero portata da quella strega della direttrice. Lei l’avrebbe redarguita, poi con un buffetto sulla guancia l’avrebbe fatta riaccompagnare. La guardava con un senso materno forzato e ridicolo, un buonismo gratuito che lei non aveva mai richiesto. Chi la vuole la tua solidarietà, stronza?
Lei non era innocente, lei non era una vittima. Se stava in carcere era solo perché lo meritava.
Il sistema funziona, il sistema è giusto.
Lei era sola.
Ma le guardie la guardavano con pietà, una pietà che lei detestava e che non aveva mai chiesto. Ma era inutile; era come se vedessero nei suoi occhi azzurri l’innocenza che lei non aveva mai avuto, che aveva perso ad otto anni la prima volta che suo padre aveva abusato di lei. Quell’innocenza che aveva provato a riprendersi cinque anni prima, quando gli aveva tagliato la gola con un coltello da cucina tra le grida di sua madre che piangeva e la chiamava “assassina”.
Ed era quello che era.
Da sempre. Lo era da sempre, come da sempre aveva sognato quel momento.

Tutt’intorno, il buio.
All’improvviso la strada deserta che tagliava in due la periferia fu illuminata da due piccoli fanali in lontananza, luminosi come l’occhio di una bestia accovacciata nell’oscurità.
Marta si alzò in piedi, lisciando il cappotto sulle ginocchia. Frugò la borsa alla ricerca dell’ombrello ed il suo sguardo cadde sulla pozzanghera.

Plof, plof.

Grosse gocce continuavano a cadere disegnando cerchi perfetti, come nel giardino delle ninfe, come nel suo libro di favole di bambina.

Plof, plof.


Una, due , tre. La figura arancione e squadrata dell’autobus si fece più vicina, ma Marta si sentiva inchiodata alla pensilina, gli occhi fissi sulla pozzanghera nera.
Sempre più vicino.
Sempre più vicino.

Al carcere Marta non c’è più tornata. Di lei si sono perse le tracce quella sera di novembre, verso le nove. Evaporata come l’acqua di un temporale estivo.
Probabilmente è scappata in Sudamerica da uno zio ricco e lì si sta rifacendo una vita.
Forse ha preso una brutta strada e si è data alla droga. Infondo, spesso era stata vista chiacchierare con compagnie a dir poche equivoche.
Di certo non può essere come raccontato dal barbone che è solito accucciarsi sotto il portico del negozio di fumetti. Sotto evidenti influssi alcolici, racconta di aver visto l’autobus fermarsi e de lì uscire una miriade di grandi farfalle. Dietro di loro l’autista, vestito con la sua uniforme blu d’ordinanza e un paio di orecchie a punta. Dice di averlo visto togliersi il cappello davanti a Marta rivelando i suoi vistosi capelli viola, farle un profondo inchino ed invitarla a salire. E lei era salita, seguita dallo sciame di farfalle che nel frattempo non aveva smesso di dibattersi tra la pioggia e di rumoreggiare.
Poi l’autobus aveva chiuso le porte ed era ripartito.

Brutti scherzi fa l’alcol, pover’uomo.

Oppure la porta per il mondo delle fate esiste davvero...

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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