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3 maggio 2006 3 03 /05 /maggio /2006 13:11

La giornata era troppo bella per finirla alle sette di sera.

Uno scorcio d’estate violento in mezzo al mese di aprile troppo caldo e rosa per farne a meno. Per stare in casa davanti alla tv.
Ed allora, infilate le scarpe da ginnastica io, e il collare col guinzaglio alla mia bestia feroce, ci siamo inerpicati su per le colline che incorniciano il Trasimeno in un verde abbraccio.

Cammina, cammina, dove l’asfalto finisce ho tolto il guinzaglio alla mia belva. Una precauzione più per lei, incline ad attaccare briga con cani assai più grandi (inclinazione presa dalla padrona?) e a finire sotto le macchine, che per la gente intorno.
Capirai che paura. Davvero una gran paura.

Camminare, su per le colline, sulla strada sterrata. Tra il silenzio della campagna, rotto solo da qualche uccellino con la smania di protagonismo ed un ego ultrasviluppato. Di certo un usignolo.
Guardare nascere e sbocciare i fiori di campo sul ciglio della strada e per i campi, e ricordare le corse a perdifiato fino al biancospino.

Camminare, tra la campagna che riprende vita sotto i raggi del sole, fra i colori che si riaccendono anche lì dove pensavi fossero morti, dove credevi che non fosse più possibile.

Camminare, camminare.
Camminare senza nemmeno rendersi conto, col tiepido solo della fine del pomeriggio addosso ed il cane lanciato a caccia di ciò che resta del regno sepolto dei dinosauri solo per staccargli la coda, ché tanto ricresce per prodigio.

Camminare con la testa altrove, godendo della fine dell’inverno maledetto. Ed arrivare in cima alla collina, proprio lì, dove la strada finisce in un cancello. Una casa, una villa gigantesca col cancello di ferro battuto.
Alto, enorme, ma non così grande come te lo ricordavi.
La casa dei tuoi sogni, delle tue paure, la casa della tua infanzia.
Dove tuo nonno ti portava sempre.

Lì, semplice giardiniere appassionato alla corte del ricco di turno, sapeva creare mondi magici: innestare rose, variare paesaggi, costruire siepi, creare magici ritrovi per le feste dei folletti dei boschi.
E mentre lui lavorava, io esploravo il paese delle fate, vivevo avventure lottando contro i troll cattivi salvando il mondo, mi inerpicavo per mondi inesplorati alla ricerca della pentola con le monete d’oro.

Il cancello dischiuso un invito ad entrare, a violare il ricordo di bambina.
Entrare o no?
C’ha pensato il mio cane a rompere gli indugi, infilando il muso dentro e partendo all’attacco, attirata da chissà cosa. Magari dall'odore di troll...

Timidamente, eccomi dentro.
Chiamando la mia cagnolina, entro nel giardino della mia fantasia, dove tutto era grande, misterioso e magico. Vivo.
Bellissimo giardino.
Meno grande.
Meno ombroso.
Senza gnomi.
Anche le fate hanno sbaraccato, magari attirate da altre avventure.

Passeggio, ammutolita. Osservo.
Ecco lo scivolo, oramai arrugginito.
Ecco l’altalena, dove la mia gonna a pois preferita svolazzava allegra. Me la ricordavo più alta, più imponente. Come facevo a passarci sotto? Non me lo spiego.

Il giardino è bello, sì, ma non è come lo ricordavo. Dov'è finito?
Mi siedo sopra il tavolo circolare di pietra e mi guardo i piedi.
D’improvviso, le mie Nike sono di nuovo i sandali con i laccetti rosa. Corro felice tra le rose, posso andare in altalena e lì, tra le foglie del gelsomino non ancora sbocciato, mi sembra proprio di aver visto un’ala di fata brillare tremante…

Ma ecco, uno scalpiccio di passi; e torno nel mio mondo.
Mi verrebbe da nascondermi. In fondo, sto sempre violando una proprietà altrui, cerco di ricordare alla mia mente.
Ma è solo il mio cane, festante ed allegro per aver trovato un compagno con cui giocare. E’ solo un cagnolino tutto nero, fatto a forma di salsiccia, ma i due si guardano già con gli occhi dell’amore canino.

Non c’è tempo per i sentimentalismi, né miei, né della mia piccola belva. Dobbiamo andare, il ritorno alla realtà è obbligatorio.
Bisogna tornare a casa.

Cammino piano, scendendo la collina.
Si sta facendo buio piano piano, l’aria pizzica. La bambina che vive in me, si sente un po’ triste. I ricordi, ammantati dal velo della malinconia e resi brillanti dagli occhi di bambino, sono certo più belli della verità afferrata con la mente da adulta.
Prospettive. Tutta questione di prospettive.

I ricordi andrebbero lasciati in un cassetto e tirati fuori nelle giornate di pioggia per scaldare le l’anima infreddolita?
Tutti i ricordi?
Oppure, è giusto andare avanti senza lo spettro dei sogni passati? E’ giusto ridimensionare un ricordo, un amore, un’esperienza vibrante col senno di poi?

Io, intanto, a modo mio, alle fate continuo a credere...

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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