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9 febbraio 2012 4 09 /02 /febbraio /2012 09:27

foto.JPGNel gennaio 1985 ero una bimba con le trecce e la cappuccia di lana fatta a mano da nonna Spina.

Avevo nove anni e mia sorella era una pupa sdentata e con pochi capelli di due e spicci.

Il mio mondo era fatto da poche semplici cose: i miei genitori, i miei nonni, la scuola, gli amichetti e la certezza che non sarei mai diventata come Mimi Ayuara visto che non sapevo prendere una palla nemmeno se me la sbattevano in faccia.

Iniziò da Natale a fare così freddo che la brina divenne una compagna delle mie mattinate a scuola. Mi piaceva vederla per i campi ricamare pizzi che si scioglievano al sole invernale. La campagna era piena di candele di ghiaccio appese ovunque, e noi bambini le staccavamo per usarle come caleidoscopi prima, e ghiaccioli poi.

Poi, poco prima del mio compleanno, la neve.

Non tanta da stare in casa, una spolverata.

Che si può volere di più della neve per il proprio nono compleanno? Mi sentivo come il protagonista delle storie sulle fate, libera di esprimere desideri che altri avrebbero esaudito. Mi sentivo di poter fare tutto, ero felice con l’innocenza dei nove anni (ndr. Non sapevo che il 1985 sarebbe stato l’annus horribilis della mia famiglia, ma questo magari ve lo racconto un’altra volta, magari quando siamo più in confidenza).

 

Poi il miracolo: il lago ghiacciò.

All’improvviso, tutto d’un botto. Puff!

Ghiacciò come un cubetto di ghiaccio nel frigo, come fosse una magia.

Il lago divenne solido, ci si poteva camminare sopra, correre, giocare. Dei pazzi raggiunsero Isola Polvese con una 500 e divennero eroi del telegiornale nazionale.

Noi, piccoli e sperduti, eravamo al telegiornale.

Io ero fresca della lettura di Pattini d’argento e l’evento mi elettrizzò. Non so se lo sapete, ma vi rinfresco la memoria: la storia si svolge in Olanda nell’ottocento e questi due fratellini (poverissimi) devono superare una serie di avversità, superabili solo se vinceranno i famosi Pattini d’argento ad una competizione che si tiene su un canale ghiacciato.

Col senno di poi mi chiedo: ma come si fa a far leggere ai bambini queste storie lacrimose? Poi ci chiediamo da dove deriva il nostro background di donnine paranoiche e sentimentalmente disturbate?

Tornando a noi, mi venne la fissa dei pattini da ghiaccio. Li volevo. Non ci dormivo. Volevo i pattini. E poi quella odiosa della mia compagna di classe bionda che aveva sempre tutto ce li aveva e ci faceva la simpaticissima tentando pochi stentorei passi sulla superficie del lago. E svolazzando i capelli biondi, accidenti.  

 C’aveva pure i paraorecchi di pelo fucsia, la maledetta.

Così li chiesi a mia madre, tentando l’approccio dell’occhio da pesce lesso.

“Non credo proprio. Anzi, dimenticatelo.” Fu la risposta.

“Ma mamma, io…”

“No. Male che vada il lago ghiaccerà tra altri 30 anni, e tu coi pattini da ghiaccio che ci farai nel frattempo?”

Davanti al suo pragmatismo mi rinchiusi in un triste mutismo.

Aveva ragione, ma era difficile da accettare.

Il freddo passò e arrivò la primavera e poi l’estate.

 

E per la promozione i miei genitori mi regalarono i pattini.

A rotelle.

Ah.

Ora, è bene che sappiate che l’unica mia insufficienza delle scuole elementari fu in educazione fisica perché “la bambina è davvero scoordinata”.

Mi ci vedete sui pattini? Ecco, infatti, NO. Non voglio stare a raccontarvi la tragedia dei pattini a rotelle anni ottanta, i capitomboli, le ginocchia sbucciate e la fine ingloriosa dei pattini stessi, preferisco voi la immaginiate. Di certo non avevo nulla a che vedere con la poesia di Pattini d’Argento.

 

Stamattina dalla terrazza ho visto il lago ghiacciato. Solo un leggero strato superficiale, per carità, niente a che vedere con la gelata del 1985. Però ho pensato subito ai pattini volevo tanto e che non ho mai avuto.

 

E grazie a Dio…

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Published by Phoebe - in vita vissuta
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