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4 novembre 2007 7 04 /11 /novembre /2007 15:41
Scuole elementari, medie, superiori. Università.
Poi, se uno ha proprio sfiga e soldi da buttare, un master o due.
Ma poi, in un modo o nell’altro, non si sfugge al proprio destino: bisogna iniziare e lavorare.
La vita da studente, quella che ci ha accompagnato tutta la vita, finisce ed inizia quella di lavoratore.
Ci si può ribellare per un po’, decidere di prendere una seconda o terza laurea, un master in una materia new age figa ed interessante, quanto inutile dal punto di vista prettamente pratico. Ma alla fine della fiera, lavorare tocca a tutti.
Pure a Lapo Elkann.
Forse.

Io ho iniziato a lavorare subito dopo la laurea. In sfregio a tutti quelli che affermavano spocchiosi che al massimo con gli studi in Giurisprudenza si poteva finire a leccare francobolli nello studio di qualche avvocatone tronfio, grasso e massone, pregando tutti i giorni, anche in aramaico antico, di passare l’esame per l’iscrizione all’albo (che spalanca le porte alla precarietà più assoluta), io ho iniziato a lavorare in una azienda privata.
Sono debole, me ne rendo conto.
Sono sempre stata poco votata al martirio e la prospettiva di passare almeno (almeno) due anni della mia vita a lavorare gratis o, peggio, a fare da segretaria gratis a chi è il contrario assoluto di un’associazione di volontariato e si potrebbe permettere di stipendiare in maniera decorosa coloro i quali sgobbano per lui, non mi ha mai allettato. Sarò strana, ma non mi è mai sembrato un modus operandi giusto.

Quindi, consapevole del fatto che la mia grande passione è scrivere, che questo non dà in genere molto da mangiare e che la mia famiglia non si può certo permettere il mio mantenimento (tra libri e scarpe io costo assai), e che in quest’ottica un lavoro vale l’altro, ho sempre lavorato.
Ed ho sempre scritto.
Per me, non per gli altri.
Anche se ci sono periodi della vita in cui il lavoro e la vita prendono il sopravvento, in cui liberare la testa e gli occhi non è facile.
Ma le parole stanno lì, acquattate tra un neurone poco utilizzato e l’altro, pronte ad uscire. Specie nelle placide domeniche d’autunno, così pigre da non voler muovere altro oltre i polpastrelli sulla tastiera.

Da domani si torna al lavoro, a scrivere solo la notte, quando il silenzio è rotto solo dal ronzio di una zanzara contro la lampadina.
Ebbene sì, le zanzare del Trasimeno devono aver subito una mutazione, perché non muoiono mai. Nemmeno a novembre.

Il lavoro, i colleghi, rapporti interpersonali con persone che normalmente non frequenteresti, ma che sei obbligato a vedere almeno otto ore al giorno. Ci si fa l’abitudine, a tutto. Ad ingogliare rospi, a mediarsi anche quando il proprio carattere richiederebbe esternazioni continue, a pedalare a testa bassa, ad essere valorizzati a corrente alternata.
Però ci sono anche cosa a cui non ci si abitua mai.
Mai.
Ad esempio: se un tuo collega puzza, come si fa?
No, non a volte, non nei pomeriggi asfissianti di luglio. Sempre, anche alle nove del lunedì mattina.
Che si fa?
Si adorna l’ufficio di Arbre Magique come in Seven? Riceverei un Brad Pitt in omaggio, in questo caso?
Si mette l’Oust nell’impianto di aerazione? Per il suo compleanno gli si regala una saponetta?
Si spera nel raffreddore e/o nella sinusite cronica?
O si fa notare al collega puzzone che l’igiene personale è una conquista del ventesimo secolo a cui nemmeno i più anarchici dovrebbero rinunciare?
Glielo si fa notare davvero?

Accetto consigli…

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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