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25 gennaio 2016 1 25 /01 /gennaio /2016 11:00

L'influenza di stagione sta arrivando, arriverà, eccola... cazz, è arrivata!
Da venerdì Emma ha una specie di bronchite che nel fine settimana le ha portato febbre alta, malessere generale, mammismo al cubo, tosse col fischio e insonnia genitoriale. Niente di grave, eh.
Ma insomma, ad andare a spasso si sta meglio.

Oggi, lunedì, dopo più di una settimana  va un po' meglio ed ho anche scoperto che c'è una specie di epidemia in giro. Benissimo. 
Gli zombie stanno arrivando, sappiatelo.

Ad ogni modo, sopravvivere alle malattie infantili ed a un nano lagnoso e inappetente si può, magari adottando qualche piccolo correttivo alla vita familiare.

1) Tenere le medicine necessarie sempre pronte. Non si sa mai, i nani sono traditori e sono sempre pronti ad ammalarsi di sabato pomeriggio. O durante un ponte. O a Natale, mannaggiaallaputtana. E voi se non c'avete la Tachipirina che fate? E il Nurofen? E i fermenti lattici? Io, da buona maniaca del controllo, ho anche le gocce per le orecchie, lo spray e lo sciroppo per la tosse. TUTTO DOPPIO. L'ho già detto che non si sa mai? E che sono maniaca del controllo?

2) Niente panico. Non è ebola, non è una nuova infezione che trasforma in zombie, non è pleurite: è influenza. Una rogna immane, siamo tutti d'accordo, ma passerà. Prima o poi. Non fatevi prendere dai patemi d'animo, dalle pezzoline bagnate sulla fronte e dalla manina tremula di vostra figlia: tachipirina in giuste dosi e balla la macarena (voi no).

3) Adeguatevi alla nuova condizione. Speravate in un fine settimana rilassante? In una gita fuori porta? Inutile arrabbiarsi perché l'influenza mura in casa e tutti i piani sono andati a remare da soli: accettare il proprio status è l'unica cosa da fare. Volevate un fine settimana ruggente e vi trovate a guardare la Pimpa? Pigliatela in allegria, andrà meglio la prossima volta. 
Fate scorta di beni di conforto, come serie tv e strufoli al miele: aiuta. Non la dieta, ma in genere aiuta.

4) Siate stalker del vostro pediatra. Devo aggiungerte altro? Pure a Natale l'ho chiamato per fargli gli auguri, secondo me se mi incontra per strada cambia direzione. Poveraccio.

5) Tenete duro, rafforzate le difese immunitarie e ammalatevi SOLO a prole guarita. Io sono arrivata a sniffare tachipirina, pur di non cedere. Ammalati tutti no, non ce la posso fare.

Insomma, dicevo:poi passa. 
Ci vuole un po' ma poi passa.
E si torna ad una vita normale, all'asilo, alle corse ad ostacoli la mattina, a fare tuttto di... etciù!!!!!! 
No, no, no, non io!

Etciù!

Dicevamo?


 

 

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14 gennaio 2016 4 14 /01 /gennaio /2016 08:00

Dormire per me è stato sempre un piacere, una coccola a me stessa. Fin da bambina, il momento di andare a dormire non è mai stato una punizione, ma la piacevole conclusione della giornata.
Come un orsacchiotto in letargo, la domenica era l'unico giorno in cui potevo rimanere a letto ancora un po', rintanata sotto le coperte, mentre il mondo scivolava via e si sgranchiva le giunture senza di me. 
Io potevo sognare ancora altri cinque minuti, solo altri cinque minuti. 

Dormire è sempre stato un piacere, un momento di bellissimo oblio ed Emma ha ereditato da me questo aspetto del carattere. 

Peccato che io, quasi contemporaneamente, lo abbia perso nel mare agitato della maternità ritrovandomi a passare notti agitate nonostante intorno a  me tutti dormano saporitamente.

Tutte le sere mi addormento abbastanza velocemente, leggo un po' e non certo quanto vorrei, sento la pesantezza farsi strada tra gli occhi e le gambe pesanti. Ecco, ora mi giro e dormo. Bum! Tutte le sere credo che sia la volta buona, quella notte in cui riuscirò finalmente a riposarmi e poi verso le tre, puntuale come il Cappellaio Matto all'ora del tè, eccomi qui: SVEGLIA.
No, non sveglia, peggio: in un insondabile dormiveglia, dove ripercorro tutta la giornata passata e quella futura, analizzo le cose da fare, mi fisso su un adempimento immaginario che non ho svolto (Avrò pagato tutte le tasse? E le bollette? Oddio, il 730? Mi staccheranno l'acqua?) e comincio e rigirarmi nel letto. Ancora. E ancora. E ancora.
Cerco di rimanere silenziosa per non svegliare né l'Amoremio né Emma, ma tutti i tentativi per tornare a dormire sembrano inutili. 
Provo a raccontarmi una storia. Niente.
A contare le pecore. Niente.
A fare training autogeno. Niente di niente.
I pensieri negativi si insinuano tra le coperte e mi sale l'ansia. 

Finché non suona la svegia.

 

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12 gennaio 2016 2 12 /01 /gennaio /2016 13:00

Sono stata recentemente in un negozio di giocattoli che in genere non frequento mai, non solo perché non a prezzi accessibili, ma perché preferisco sempre comprare su Amazon e non portare Emma in luoghi che possono generare conflitto.
Se vi state chiedendo quale genere di conflitto si possa generare in un negozio di giocattoli, è più che evidente che non avete prole al seguito, altrimenti stareste già annuendo con veemenza.

Insomma, cercavo un paio di scarpe per la bambola che ho regalato ad Emma per Natale e di cui la poveretta è sfornita con grande disappunto della proprietaria (che è già in fissacon le calzature, poverammè), quando mi sono accorta che in questo negozio di giocattoli gli scaffali erano ben divisi in due sezioni distinte: quelle contrassegnate con il rosa - giochi da bambina, mentre quelli con l'azzurro - giochi da maschio.

Ora, io non voglio stare a sindacare sulle politiche di mercato, né sulle credenze educative dei genitori, ma in tutta sincerità vorrei farvi una domanda: Peppa Pig dove la mettereste? E Masha? Perché un puzzle con uno di questi due personaggi deve essere considerato da femmina mentre uno coi Paw Patrol sono da maschio? Lascia stare che a mia figlia fanno schifo e che non li vuole nemmeno vedere quei cagnacci, ma mi sembra una destinazione giusta? E i lego sono da maschio? Solo se hanno temi da maschio, ovviamnete. Quelli con le principesse sono da femmina, ma a mia figlia piace il trenino: come facciamo?
Ma soprattutto perché quegli adorabili dinosauri che si dovrebbero decorare la cameretta di un maschietto non possono decorare anche quella di una femminuccia?
E la Pimpa? La Pimpa dove va? Che poi la Pimpa è il cartone animale gender per eccellenza, è chiaro. In fondo è un cane che si comporta come un bambino e che vive insieme ad un uomo attempato con i baffi di cui non si capisce nemmeno il lavoro. Cosa li lega? Un'adozione? Una sperimentazione genetica finita male?  E perché Armando non ha una fidanzata?

Ma torniamo a noi. Questa divisione mii è sembrata davvero poco credibile, oltre che poco fruibile sia ai genitori che ai bambini. Un bambino che vuole una cucina per giocare allo chef deve girare tra i banchi delle femmine? E una bambina a cui piacciono le macchinine si deve sentire un maschiaccio?

Io trovo che i bambini siano creature semplici, Che non si facciano tante domande, ma che vadano direttamente a quello che trovano di loro gusto o meno. E' giusto incatenarli in queste convenzioni sociali? E' giusto mettere un'etichetta al gioco, l'attività più pura e bella dell'esistenza? 

Un bambino non deve essere libero di giocare con quel che vuole?
 

Attendo commenti.

 

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8 gennaio 2016 5 08 /01 /gennaio /2016 15:00

Casa Phoebe, ora della nanna.

- Dai Emma, ora bisogna dormire. Facciamo la nanna insieme. Vuoi che ti racconto una favola?
- No.
- Coccole?
- No.
- Aehm...
- Osssso?
- Sì, Orso è qui.
- Pimpi? Nanna?
- Sì, anche la Pimpa fa la nanna.
- AAAAndo???
- Sì, anche Armando fa la nanna.
- Moniiiia? Nanna?
-Sì, amore, anche la tua maestra fa la nanna.
- Iaia?
- Sì, anche Catia, l'altra tua maestra. 
- Annaaaaaaaaa?
- Sì, anche la cuoca Anna fa la nanna.

- Asciiiiii?
- Ashley fa la nanna.
- Ioia?
- Vittoria fa la nanna.
- Attta?
- Marta fa la nanna.
- Assscia?
- Asia fa la nanna.
- Pallo?
- Anche Paolo fa la nanna, ora dormi.
- Sì.

Dopo tre minuti.
- Papa?
- Fa la nanna.
- Nonna? 
- Fa la nanna.
- Nonno?
- Fa la nanna.
- Zizza?
- La zia dorme.
- Toto? 
- Tobia fa la nanna.
- Gato?
- Anche il gatto fa la nanna.
- Giuuuugia?
- Anche Giulia fa la nanna, dormi!

- Dado?
- Anche Davide dorme.

- Mmmmm... Dado pizzzzzaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!
Questa associazione che il cervello di mia figlia fa tra il ragazzo di mia sorella e la pizza è tutta da studiare. 
- Emma mettiti giù e chiudi gli occhi, sennò lo dico al dottore.
- NO. 
- Lo chiamo?
- NONONO.

Si mette giù, chiude gli occhi e in venti secondi dorme.
Tutte le sere, ma non prima dell'appello.
Tutti devono dormire e devono essere tranquilli, sennò non sta serena. 

Piccoli maniaci del controllo crescono?

 


 

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7 gennaio 2016 4 07 /01 /gennaio /2016 19:00

Io e il mio compleanno abbiamo da sempre un problema concettuale: io non piaccio a lui e lui non piace a me.

Non si tratta di una presa di posizione, né la paura dell'avanzare dell'età. Semplicemente sin da piccola ho sempre trovato fastidioso un giorno in cui dover essere felice ed allegra per forza. Un giorno che, tra l'altro, per tradizione è sempre carico di aspettative; in tutti i romanzi rosa, il giorno del compleanno della protagonista succede qualcosa che la fa svoltare, o eventi che dovrebbero cambiare il corso della sua vita. Io, mai.

Da piccola per me era il giorno in cui si tornava a scuola, e già questo lo rendeva inviso ai miei compagni di classe. Ah, sei nata il giorno in cui si torna a scuola, mi dicevano ("Semmai il giorno in cui cominciano i saldi abbello! avrei risposto poi con gli anni). 
Come se non bastasse, con l'arrivo della pubertà prima e della adolescenza poi si è trasformato nell'obbligo di fare festa e di organizzare qualcosa di memorabilmente figo che potesse essere ricordato come la festa dell'anno per tutta la settimana successiva. E se poi alla mia festa non fosse venuto nessuno? Se non si fossero ballati i lenti? E se i miei compagni se fossero annoiati?  
Insomma, diciamo che l'otto gennaio l'ho sempre visto come uno scapato pericolo. 
E dire che io sono una che adora preparare ed organizzare eventi e feste fin nei minimi dettagli, ma solo per lavoro o per gli altri. Farlo per me mi genera un'ansia indescrivibile e se possibile, appena raggiunta l'età della ragione e della possibilità di decidere in autonomia, ho detto anche no.  No allo stress di organizzare feste, sì al piacere degli amici.
Senza fretta però, che siamo appena usciti da un tunnel di feste.


Eccoci qui, siamo arrivati ai 40.
QUARANTA.
C'è chi dice che i 40 siano i nuovi 20, ma per me che sono già nata un po' vecchia questo non è che abbia molto significato. Non mi sento diversa da ieri, né più vecchia né più saggia, nemmeno più scafata. Uguale, ma proprio uguale, a ieri.
Segno dell'età: dieci anni fa festeggiai i miei trenta con i miei amici in montagna, con quello che fu il più grosso ubriacamento collettivo della nostra compagnia di amici. Alle cinque del pomeriggio. Con la grappa ai frutti di bosco. Una storiaccia, per carità. Oggi invece lo festeggerò in pigiama con la gnocca, guardando la Pimpa.

E, in fondo, mi piace così.

 

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5 gennaio 2016 2 05 /01 /gennaio /2016 08:00

Io ho sempre avuto un pessimo carattere, di quelli con il collegamento bocca-cervello davvero troppo corto ed una lingua che non ha esitato nel corso degli anni a mettermi ripetutamente nei guai. Anche grossi, eh. 

Ma la maternità mi ha migliorato. Sì. Giuro. E' vero. Mi ha addolcito. Sì, sì. Oppure è che ho talmente tante cose da fare che parlare con gli idioti penzola al numero 421 della mia lista di cose da fare e quindi mi tocca soprassedere.

Ero in farmacia a fare la mia solita scorta paranoica di medicine estemporanee per Emma (no, niente psicofarmaci, tranquilli: solo Tachipirina e Nurofen da tenere in casa che, si sa, i bambini si ammalano sempre la domenica, signora mia!) e stavo aspettando il conto, quando accanto a me compare una mia conoscente in evidente stato di gravidanza in attesa di pagare il ticket. 
Ora, potrei dire tante cose su questo soggetto, ma mi limiterò a dire che l'ho bloccata su facebook e sul resto taccio.
Ad alta voce e con la grazia che l'ha sempre contraddistinta sin dalla più tenera infanzia, si lamenta delle tasse da pagare e svocia a tutta bocca: "Mah... sai che faccio? Ora vado in Marocco e torno qua col gommone, così oltre a non pagare mi danno pure i soldi."

Ora, a me è salito un acido che nemmeno uno tsunami di Gaviscon avrebbe potuto arginare. Non solo per la cosa in sé, ma per tutto il contesto. Avrei voluto rispondergli in maniera colorita e degna, e nella mia testa si sono fatte strada diverse possibilità:

1) Opzione piccolo borghese. Vorrei spiegarti con calma il perché quello che vai affermando con tale sicumera è una castroneria senza pari, viste le attuali condizioni socio-economiche mondiali. Fermo restando il fatto che il concorrere alla spesa pubblica secondo le proprie posibilità è più che giusto.

2 ) Opzione socio-politica. Vorrei farti capire, qualora fosse possibile, che la situazione mondiale attuale prescinde dal tuo piccolo orticello di tre metri quadrati. Ci sono persone disperate, in fuga dalla guerra, che hanno perso tutto. Ma anche persone che vengono semplicemente a cercare un futuro migliore, perché nel paese dove vivono non hanno prospettive. I marocchini, come li chiami tu in senso dispregiativo, nel 99% dei casi starebbero a casa loro, se potessero. Credimi, tesoro bello de'zia, l'Italia non è un parco giochi, nemmeno per loro. 

3) Opzione Sgarbi. Capra!! Capra!!! 

4) Opzione Montessoriana. Che caspiterina opperdincibacco pensi di insegnare a tuo figlio? Ma sotto la messa in piega che c'hai, un esercito di mucche al pascolo che guardano il treno? Un neurone solo che a forza di sbattere sulle pareti della scatola cranica come una maracas si è rincittullito?

5) Opzione bullismo delle medie. Tu sul gommone non ci puoi andare: lo fai ribaltare.

6) Opzione arcobaleno. Ma certo che c'è gente che si preoccupa tanto delle famiglie con genitori dello stesso sesso e delle adozioni agli omosessuali, quando gli idioti non li controlla nessuno invece. 

Tutte queste opzioni facevano allegramente a gomitate nel mio cervello, mentre l'acido mi saliva in gola alimentando la mia ernia iatale. Il fatto che questo personaggio fosse anche incinta ha solo aumentato il mio senso di nausea: è così che nascono? Cioè, Salvini è nato così? 
Poi, invece, sono stata zitta.
Zitta perché non volevo metter su teatrini né sterili polemiche, ché come dice mio padre far nascere arance nel deserto non si può. Zitta perché erano le sette e da undici ore non vedevo mia figlia ed i suoi giganti occhi nocciola, quindi tu essere inutile rimani nella tua ignoranza. 

Io vado oltre (ma con un po' di reflusso però...)
 

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30 dicembre 2015 3 30 /12 /dicembre /2015 15:00

Un nuovo anno sta per finire.
Eppure sembra ieri che il 2015 è iniziato, se mi giro un attimo gennaio è stato così da poco, con il primo compleanno di Emma ed i festeggiamenti annessi e connessi. Era lì che gattonava e si alzava in piedi a fatica e... oplà, eccola ora che deambula abbastanza autonomamente, tanto da decidere che oggi è proprio il giorno giusto per saltare nelle pozzanghere di fango. 

Il 2015 sta per finire, e grazie al cielo. Non è stato un anno facile, di quelli che scivolano via senza lasciare ricordi rilevanti dietro le proprie spalle.

All'onor del vero non è stato nemmeno un anno orrendo, questo no. Preferisco definirlo anno di transizione, in cui sono cambiate molte cose dentro di me e anche fuori. 
Persone che facevano parte della mia stretta quotidianità sono state inghiottite dal nulla, terremoti e tsunami hanno cambiato la faccia e la geografia delle mie giornate. 

L'ansia, amica di mille avventure, è tornata a battere forte alla mia porta ricordandomi che da certe predisposizioni d'animo e mani si può fuggire per un periodo, ma non per sempre. L'ansia è una bestia che non ha granché da fare, sa aspettare e tornare quando credevi che no, non mi sarebbe successo mai più.

E' stato un anno di corsa, troppo di corsa. Un anno fatto di cose da fare, troppe cose affastellate una sull'altra alla spasmodica ricerca di un posto al sole.

Ma io sono ancora qui, mica mi arrendo. 
E al 2016 chiederò un bel po' di cortesie, sia chiaro. Niente di eclatante, niente vincite al Superenalotto o tesori trovati nel materasso della nonnna, però vorrei:

- Che il 2016 fosse un anno di persone e non di cose da fare, con più tempo per la famiglia e gli amici e con meno panni da stendere e lavatrici da fare.

- Che la gente impari un po' più a farsi gli affari suoi e meno i miei. Lo so, è utopia, ma io ci provo lo stesso. Chiedere è lecito, ripondere è cortesia, vero caro 2016?

- Salvini lavavetri sfruttato e migrante per un giorno. 

- Che la gente capisca che 99,9 volte su 100 ho ragione io. Cacchio.

- Un'ora al giorno in più, solo per me. Una venticinquesima ora. SOLO PER ME.

Dite che basta? Che altro volete aggiungere?

 

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21 dicembre 2015 1 21 /12 /dicembre /2015 18:00

Sto fuori casa per 12 ore al giorno quando va male, 11 quando va molto bene.
Parto la mattina alle 7:30, porto mia figlia all'asilo ed inizia la mia giornata lavorativa.
In pausa pranzo in genere mi ci deve uscire alternativamente: la palestra, la spesa, i pantaloni da portare ad accorciare dalla sarta, un pranzo con un'amica che non vedo da tanto, il calzolaio, il pagamento delle bollette, le unghie da ritoccare (sono un essere umano anche io) ed altre 1000 mila incombenze burocratiche ed organizzative che tutti hanno in casa.

Torno a casa se va bene alle sette, passo a  caricare la gnocca a casa dei miei genitori che se la sono andati a riprendere a scuola. Mi salta incontro, felice come se avesse visto la Madonna di Medjugorje.
E c'è da capirla povera bambina, amore di mamma sua.
Non ha nemmeno due anni e ha già le incombenze che spettano a persone molto più grandi di lei, con il tempo scandito dagli impegni e da una vita che non può appartenerle.
Torno a casa e c'è la cena da preparare, i panni da stendere, le lavatrici da fare, le stanze da riordinare, la spesa da sistemare.
Spesso mando tutto a quel paese e mi butto a giocare con le costruzione sul tappeto insieme alla gnocca, e vaffanculo alla casa ordinata (ce non ho). A volte vince il senso di colpa e mi tocca cercare di rendere vivibile una casa che mi chiede aiuto in ginocchio sui ceci.

Alla fine, la giornata finisce, perché prima o poi finisce. 
Anche perché la gnocca alle nove collassa e pretende silenzio per dormire. Quindi finalmente, sempre che non mi addormenti a mia figlia, ho un po' di tempo per me e per l'Amoremio.

Mi rendo conto che sono fortunata: ho lavoro, un compagno una bellissima bimba di due anni, la fortuna di avere i miei genitori vicino che mi aiutano.

Nonostante questo,  la mia vita è molto frenetica come quello di un criceto sulla ruota, sempre sul filo del minuto, e spesso qualcosa rimane fuori. Che sia di telefonare ad una vecchia amica o lo studio che mi guarda oberato di roba da riordinare e da buttare, di cose da fare e di persone da incontrare ne ho sempre a pacchi.
Dove la mettiamo poi l'ansia e la smania di controllo?

Le mie giornate, anzi le mie settimane, passano così.
Di corsa,
Emma fra un po' fa due anni e mi sembra ieri che è nata.

Corro, è la mia vita. 
Qualcosa rimane fuori, sì, ma nei miei pensieri e nella mia mente gli amici e le persone a cui voglio bene esistono sempre. Non riesco a sentirle come vorrrei, a vederle come il mio cuore anelerebbe. Ma, mi dico, le vere amicizie capiranno, questo periodo passerà e sarà un giorno un filo regolare.

Capiranno?
Se sono amici sì, sennò pazienza. Non mi sento abbastanza carica mentalmente per avere sensi di colpa che non riguardino quella creatura di novanta centimetri che aspetta le mie attenzioni al ritorno a casa dal lavoro.

Io sopravviverò e loro pure. 

Credo.

 

 

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14 dicembre 2015 1 14 /12 /dicembre /2015 19:00

Il mio professore di italiano alle scuole medie era quello che sottovoce definivano un uomo particolare. Burbero e dall'aspetto un poco grigio, sembrava uscito direttamente dal libro Cuore senza passare per il via.
Era considerato un uomo particolare dagli altri insegnanti perché non solo non si era mai sposato e viveva solo, ma era stato un attivista del partito radicale negli anni in cui aveva avuto una importanza cruciale per quel quattro diritti civili che l'Italia tuttora si ritrova. 
Credeva nell'informatica e mosse mari e monti pur di far avere alla nostra scuola di provincia  un laboratorio con dei computer che i ragazzi potessero imparare ad usare. Lì imparai ad usare Lotus 123 e Wordstar, i nonni di Office in pratica, ma non solo.
Aveva lottato per le leggi sul divorzio e sull'aborto e credeva nella laicità dello stato, concetto iconoclasta oggi, figurarsi alla fine degli anni '80. Parlava di politica e di attualità in classe, senza preconcetti. A volte risultava noioso a noi studenti impantanati negli ormoni, a volte invece no, ma riusciva sempre a scatenare una discussione in classe ed a casa.
Per la gioia di mio padre, che si ritrovava a spiegarmi le dinamiche del pentapartito che fu, o a guardare con me la caduta del muro di Berlino ed a rispondere alle mille milioni di domande che mi saltavano in testa, sbuffando a volte, certo. Ma più spesso orgoglioso di questa figlia che cercava di vedere con lui il telegiornale e di capire cose che spesso sembrano incomprensibili. Perché così? Perchè questo? E questo? Ma non è giusto!

Penso spesso a lui, ultimamente,
A lui che si spendeva per i suoi alunni cercando di prepararli al mondo, che nel suo strano modo burbero e un po' severo ci voleva bene e ci capiva. Che cercava di aprire orizzonti troppo ciusi dall'età e dalla collocazione geografica in una omologazione imposta che mi sarebbe stata ben presto troppo stretta.

Seminava germogli, spargeva idee. Alcune, molte, cadevano nel vuoto. Altre, abbastanza direi, crescevano e prendevano vita nuova, strade diverse.  

Parlava tranquillamente di sé e del suo ateismo, rivangava le vecchie battaglie politiche e ce ne spiegava l'importanza. Ci fece imparare a memoria la costituzione, ce ne spiegò la storia e l'importanza di ogni singolo articolo. Non faceva proseliti, non cercava approvazione. Oggi, nel paese delle paure e del finto politicaly correct, lo brucerebbero al fuoco del gender e del "ai ragazzi dobbiamo dire che è tutto a posto".

Alla figlia del mio compagno che ha 11 anni dopo i fatti di Parigi gli insegnanti hanno dettto... vediamo... ah, nulla. Si è fatta scuola come se nulla fosse, con la pace del paese del nonno di Heidi. Nulla, non una parola. Anzi, tutti attenti a non parlare, perché poi chissà che dicono i genitori.

Ma è questo il ruolo della scuola? Oppure aveva ragione il mio professore?
La scuola non dovrebbe creare i cittadini di domani?

Forse, e dico forse, si stava meglio quando si stava peggio.

 

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10 dicembre 2015 4 10 /12 /dicembre /2015 14:00

La maternità ti cambia, l’ho già detto.
Cambia tutto, non solo la quotidianità o il rapporto con gli altri.
Cambia te, le tue abitudini, il tuo corpo.
Il tuo corpo che era tuo, e che all'improvviso ti ritrovi deformato dal passaggio dell'essere umano più importante della tua vita e che non sai più riconoscere allo specchio.

Magari per Michelle Hunziker non sarà così e anche per tante altre donne fortunate, ma io allo specchio non mi guardo più e quando capita mi dico "No, non posso essere io".
Distolgo lo sguardo, è più forte di me. Quella allo specchio non sono io, non sono quella che vedo riflessa. Non posso essere io.
Mi guardo, o almeno ci provo, e mi viene automatico distogliere lo sguardo. 
Il mio corpo, la mia faccia, il mio vestito esteriore: non sono più io. 

Mi dico che tornerà tutto come prima,o quasi, che il tempo e la ripresa della solita frenetica vita aggiusterà tutto; ma non è solo questione di pancia indistruttible o di tette cadenti, e nemmeno di cellulite o chiappe che si arrendono alla forza di gravità.

Sia chiaro un concetto: non è che prima della gravidanza facessi a gara di gnoccaggine con Bianca Balti, né che avessi la tartaruga nella giusta posizione sulla pancia. Anzi, paradossalmente mi entrano cose che prima avevo accantonato.

E' una questione di sensazioni, di pelle.

E' il viso, ad esempio: sono io, quella? Guardo le foto del prima e no, non sno più quella. sono diversa, cambiata, deformata. 
Dove sono finita?
Forse nel buco che porta alla tana del Bianconiglio?
Ehi, c'è nessuno lì?
Vedo le foto di ggi è mi dico che 'sta cosa grigia non posso certo essere io.

Non che io rimpianga nulla, ci mancherebbe. La vedo dormire, ridere, crescere, saltare e comunicare in un vocabolario tutto suo e tutto il mio mondo all'improvviso ha un senso ed è perfetto.

Mi chiedo solo dove sono finita io.

 

 

 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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