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8 marzo 2006 3 08 /03 /marzo /2006 13:09

Oggi è la Festa della Donna.
A parte la stupidità della festa, il suo evidente intento discriminatorio nei confronti del gentil sesso e l’inutilità dei maschi che ti fanno gli auguri ma poi si dimenticano il tuo compleanno, credo comunque di meritare un regalo.


No, niente mimosa, please, che io con le piante non ci so fare. Prova vivente ne è il mio povero bonsai, che sta crescendo mango camera mia fosse “La piccola bottega degli orrori” e mi strangolerà nel sonno una notte di queste.

Nemmeno balocchi o merletti, nossignore.
Io voglio un libro.
Ma non un libro facile, un bestseller.
Niente Dan Brown o Alessandro Baricco.

Voglio un libro che mi faccia capire i maschi.
Già.

Poco, eh?

Preso per assunto che non è vero né questo, né tanto meno questo (e io ne sono una prova vivente, mania per le scarpe a parte), io non sono più in grado di comprendere nessuno. Non so più che pesci prendere.

Non riesco più a gestirli, io, i rapporti con l’altro sesso diversi dall’amicizia.
Forse la gente che c’ho intorno mi spiazza, mi confonde e mi porta al surriscaldamento del mio mononeurone. Se poi mi esplode in mille pezzettini, sono affari vostri.

Il passato che ritorna, anche se nessuno glielo ha chiesto né apertamente né in segreto, e da uomo insensibile e, diciamolo, stronzo, si professa pentito ed accessoriato di capo cosparso di cenere, desideroso di coccolarmi e trattarmi come la principessa sul pisello,  perché io valgo.
Pronto addirittura a ricordarsi non solo del mio compleanno (della cui data era ignaro durante la nostra relazione, nonostante segnali velati e missili terra/aria lanciati dalla sottoscritta) ma anche tutte le festività del calendario, compreso onomastico di cui io stessa ignoravo l’esistenza e la vetusta data dell’otto marzo. Sono basita.
Avrà battuto la testa?
O forse sarà lo shock causato dal mio rifiuto di dargliela?
Non lo saprò mai.
E tanto non gliela do. 
Ma questo non si arrende.

Il mio Mr. Big, sgamato allegramente dalla fidanzatina, è tornato nei ranghi di bravo ed ubbidiente bambino, dimentico del nostro strano rapporto. O, forse, ancora più divertito dalla pericolosità che qualche innocente sms ha raggiunto nella sua vita.
C’è chi si droga, dico io, forse dovrebbe cominciare anche lui.
Il nostro strano rapporto, già. Strano, ahimè, quanto inutile. Ed anche se saremo sempre legati per una ragione difficile da identificare… bèh, non lo so. Non ci voglio nemmeno pensare.
Ma la vita va avanti.

La persona che invece veramente vorrei, mi fa dannare l’anima.
Pare non ci siano altre, non sia gay, non nutra manie da serial killer e non dorma con una accetta sotto il letto (ah, no… quella sono io…), che mi voglia bene. Ma il soggetto in questione, appunto, non vuole rotture, non vuole me, va a letto alle nove e saluti al secchio.
Stressato dal lavoro, dice.
Non vorrei mai che fossi io a stressarlo, ed allora baci e abbracci.

Ora, io questa cosa non la so gestire, ché sono abituata a sceneggiate, tradimenti, rotture, pianti, cocci rotti, righe sulle macchine e apoteosi degne di romanzi dell’ottocento.
Ma alla depressione dell’uomo del 2006, francamente no.
Come la gestisco? Io, schiava dell'assioma "mi lasci ergo c'hai un'altra", preferivo avere una concorrente racchia da stendere con la Pegeout 206 grigio Islanda e da lasciare sanguinolenta a terra.
Prima di ripassarla in retromarcia, ovvio.

Ma allora... Ho sempre ragionato troppo per luoghi comuni?
Sono diventata troppo “uomo”, magari anche non volendolo?
Non sono più in grado di cogliere le sfumature di una persona?
Sono diventata così diretta da ammettere solo il mi vuoi/non mi vuoi e se non mi vuoi pazienza?
Se è vero che gli uomini hanno un numero infinitamente più basso di sinapsi rispetto alle donne, come si spiega tutto sto casino?
Non dovrebbero essere le donne afflitte da problematiche sentimentali e pippe mentali assortite mentre gli uomini restano schiavi del vizioso circolo cibo-calcio-pisello?

Non sarà mica che gli uomini hanno lo stesso numero di neuroni, ma si rifiutano di usarne più di un tot per ragioni culturali, politiche, sociologiche?
Certo, sarebbe una grande scoperta.
Da Nobel.

Stai a vedere che divento famosa...

Ah, dimenticavo.
Auguri, donne.

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3 marzo 2006 5 03 /03 /marzo /2006 16:56

Per salvare il blog dalla paranoia nichilista e dalla depressione e me stessa dalla visione ripetuta nella mia mente degli ultimi episodi salienti della mia vita (e senza considerare questo fastidioso mal di denti, che mi fa desiderare ardentemente di avere la dentiera) ho cercato di impegnare i prossimi giorni in una sfilza di impegni senza sosta.

Così, giusto per non aver tempo di piangermi addosso guardando il Festival dib sanremo, autocommiserando me stessa e la mia cellulite.

Ergo, il mio fine settimana sarà sfavillante, mondano e casinaro. O almeno, questo è sicuro, pieno.
Ma proprio PIENO.

Stasera
Concerto del grande vecchio, che approda a Perugia alle 21 e 15. A me e al solerte Giacomo i biglietti sono stati gentilmente forniti dagli inferi, a cui stiamo approntando un busto in marmo ricoperto di foglie d’oro a grandezza naturale.

Sabato mattina
Shopping!!!  Sta per arrivare la primavera e quindi l’estate, insomma il caldo. E per me non c’è momento migliore per sputtanare qualche euro in colori accesi e canottiere che poi guarderò languida finché il clima esterno non sarà per lo meno sufficientemente adeguato. Quindi, puntatine rapida al mercato e poi di corsa verso i miei negozi favoriti, !

Sabato pomeriggio e domenica
Siccome sono folle, e chi è folle ha sempre un discreto seguito, io e le mie amiche ci siamo iscritte alla Convention dell’Anno. Non dieci, non dodici, ma ben 15 ore di lezione con presenter provenienti da tutta Italia nonché da tutto il mondo.

Domenica sera
Svengo a letto, o tutt’al più mi metto a guardare uno dei miei telefilm preferiti che, come al solito, conosco solo io e altre 4 o 5 persone.

Dopo un fine settimana così, il lunedì tornare al lavoro sarà rilassante.
E di sicuro, vedrò tutto sotto una luce migliore, rilassata.

E magari sarà arrivata la primavera….

Update di lunedì 6 marzo: Non piove. NEVICA.

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1 marzo 2006 3 01 /03 /marzo /2006 15:51

Oggi è il primo marzo.

Tra ventuno piccolissimi giorni sarà formalmente primavera.
Un soffio.
Primavera.
La stagione dell’amore.

L’amore.

L’amore è certamente il sentimento più sopravvalutato della nostra epoca.

Perfida invenzione dei Baci Perugina e dei disegnatori di bigliettini coi cuoricini.
Non mi ricordo chi l’ha detto, ma doveva essere uno molto cinico. O molto saggio. Oppure entrambe le cose.

Arriva, rende estatici, devasta, distrugge e se ne va, lasciando i cocci per terra, senza nemmeno spazzare nascondendo il malfatto  sotto il tappeto come si usava una volta. Oh, i bei tempi andati.


Non trovo intorno a  me un esempio un solo esempio positivo.
Duraturo intendo, non se ne abbiano a male le coppiette che vegetano e/o vivono intorno a me.


Stamattina, aspettando di fare le analisi e godendomi l’ameno spettacolo dell’ospedale brulicante di varia umanità, ho avuto modo di riflettere sulla mia vita attendendo l’arrivo dell’infermiera ago-munita.

Ogni volta che ho provato ad avere una relazione degna di questo nome, ho sofferto. Un minuto di felicità e 100 di angoscia. Magari ora esagero, in preda a chissà quale nichilistico impulso, ma la proporzione non si distacca poi tanto dalla realtà oggettiva e fattuale.

Intorno a me, il delirio.


Coppie in frantumi e liti davanti ai figli.

Irrisolvibili paturnie che cancellano anni vissuti insieme nel bene e nel male.

Lividi, non solo nell’anima.

Vedere una persona per cui credevi di essere importante allontanarti con freddezza.

Corna.

Insoddisfazione.

Tradimenti ed ipocrisia.

Rapporti che hanno il sapore amaro di una abitudine consolidata nel tempo, ma che hanno già bruciato tutto in una pira ardentemente violenta, ma troppo breve.

Mancanza di coraggio, codardia a palate e paura di venire travolti.

Ma allora, il gioco vale la candela?

Val bene il dolore e la paura?

Comincio a credere di no.

Almeno non per me.

Scusate tanto ma io mi sono un pochino stufata.

E sono anche un tantinello disgustata.

Non mi va più di camminare sul filo.

Mi sembra tutto abbastanza squallido.


Ho tante cose nella mia vita: l’affetto dei miei cari, sogni da realizzare socchiusi in un cassetto, una gatta che mi coccola, i libri, la mia finestra sul lago che si tinge di rosso al tramonto. Gli amici, la gente che mi gira intorno. Sto cominciando ad apprezzare la mia vita piano piano, partendo dalle piccole cose.


E siccome negli ultimi due anni della mia vita, dopo la dipartita di Mr. Big, la mia vita è corsa via lo stesso, divertendomi, facendo il comodo mio ed abusando talvolta di una posizione dominante, vivendo, in sostanza, abbastanza da maschio, non capisco perché dovrei cambiare ora.


Perché c’ho provato, lo giuro, a mettermi in gioco.

Ma se non mi tiro via ora ci rimetto anche le scarpe.
Il cervello no, quello oramai è compromesso.


Perché, lo so, dovrei averlo imparato: gli uomini non si innamorano di me. Parole testuali, si invaghiscono della mia luce, che non si dimentica, ma poi non sanno gestirla, non sanno cosa farsene. E mi salutano per qualcuno più easy. Magari migliore, sotto molti punti di vista.

Non lo so.

Da oggi si torna ragazzaccia, si fa un passo indietro.

Si torna ad essere ciniche e convinte che l’amore sia solo umano desiderio di affiliazione.

Perché l’amore, quello dei miei nonni, non si può avere.

 

E a me un succedaneo non basta.
E allora meglio niente.

 

 

 
Pazienza. Sopravviverò.

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27 febbraio 2006 1 27 /02 /febbraio /2006 12:53

Sono sempre stata una grande frequentatrice di palestre.

Un po’ per la pigrizia di non voler fare un sport che mi impegnasse troppo, un po’ per problemi fisici che mi obbligavano all’attività fisica costante, ma non impegnativa, mi sono sempre ritrovata a bazzicare questi affascinanti luoghi di aggregazione e di sudore autoindotto.


Vista la mia nota schiavitù verso la Nutella ed i suoi gustosi derivati, non posso essere qualificata come una schizzata che vive con una dieta di bresaola e gallette integrali allegramente intervallata da appetitosi filetti di tonno, e per questo non posso essere considerata una purista, ma visto che il mastodontico proprietario della mia palestra si nutre di proteine e panini al salame… credo di essere capitata nel posto giusto.

A parte la mia predilezione per lo step coreografato tendente all’acrobatico che mi portano a seguire stage ed improbabili quanto costosissime convention, la palestra è un ottimo osservatorio sociologico in cui ammirare il genere umano mentre prova a dare il peggio di sé.


I tipi umani che è possibile ammirare in quest’ambiente sono i più svariati, e tutti degni di menzione particolare.



Il piacione d’attacco.
Dinoccolato e spesso munito di ciuffo brizzolato, con il fisico da sollevatore di grissini, rompe le scatole a qualunque cosa si muova e di cui sospetta anche solo minimamente il sesso femminile. Parte all’attacco della nuova arrivata (che ancora non ha idea del potenziale rompimento di balle che il soggetto comporta) roteando le mani nel ciuffo e millantando cultura a iosa ed un’aria da gattino voglioso di coccole, causando dopo 5 minuti d’orologio nella malcapitata l’impellente necessità di correre nello spogliatoio.

La variante del piacione d’attacco è il piacione d’attacco muscoloso, pari in tutto e per tutto al genere principale, a parte il fatto che invece di cercare di intortarvi con la chiacchiera a vuoto, proverà ad incantare i vostri sensi muovendo i pettorali. Disgusto e raccapriccio. Diffidate e scappate. Veloci.

La bulimica.
Secca come la sbarra di un bilanciere, vestita (o meglio dire fasciata) da tutine improbabili che ne metto in mostra la mezza di reggiseno, passa le sue giornate sul rotex sudando ed ansimando (e tu pensi stia per morire, ed hai già in mano il telefono per chiamare il 118…) cercando di smaltire quel rotolino lì. Sì, proprio quello lì. Quello sopra il collo. Quello a cui sono attaccati i capelli. E tutti i vostri tentativi di convincerla che è magra non serviranno. L’ottenebrata confermerà non solo la sua grassezza, ma anche la vostra debortante magrezza. Sì, di voi che ne siete il doppio esatto. Sono belle cose.


Io-ballo-da-solo
Ce ne è uno in ogni classe di coreografia. E voi lo vorreste morto. Non negatelo, non credo sia peccato. Io, almeno, il mio lo voglio morto. Miope come Mr. Talpone (ndr. Lo spasimante di Pollicina, ma come… non lo conoscete????) ed allegro come un becchino con la depressione, spinto ad iscriversi in palestra dallo shock di aver compiuto 50 anni   e folgorato dallo scoprire il bello della coreografia. Compie movimenti al limite del circense, e tutti si domandano come possa essere sempre fuori tempo. Eppure, una volta almeno, per la legge dei grandi numeri, un otto lo dovrebbe indovinare… Col suo uno e ottanta, incurante dell’altezza media degli altri, si piazza davanti a tutti in braccio all’istruttore, con atteggiamento  irrispettoso e, diciamolo, stronzo. Epocale la volta in cui, a lezione di aerobica ha travolto l’istruttore causandone la caduta rovinosa e la speranza collettiva che si fosse rotto una gamba. Niente. E’ mia ferma intenzione di chiedere al mio amico gay di fargli cadere la saponetta sotto la doccia…


La comare
Voi ve ne state lì, ciarlando con le vostre amiche mentre vi spalmate la cremina, vi rivestire e ritoccate il make up, intente a ridere del poveraccio di turno o a disquisire sul sedere di uno, che eccola. Come un’aquila sul passerotto si inserisce nella conversazione, cercando di carpire notizie con cui riempire la sua vuota vita di moglie e madre. Già, perché spesso il soggetto è non giovanissimo d’età, ma giovanissimo nell’animo e nei vestiti. E si crede di essere tua cara amica solo perché usate la stessa panca. Invadente e viscida, va rimessa al suo posto per il suo stesso bene, chè se vi becca in una giornata storta rischia la vita senza nemmeno saperlo. Può infatti capitare, come è capitato a me, che stiate parlando con una amica del ragazzo che vi fa penare e che arrivi lei:

Comare: “AH! Ma allora trombi”

Phoebe: “…”

Comare: “Allora trombi, eh!!”

Phoebe (ripresasi in fretta dallo shock):”Sì, e salutami tuo marito!”


La bellona
Convinta e fiera del suo charme, va in giro con il cd. palo-al-culo e capello fluente sciolto e allegro. Consapevole di come nessuno possa resistere al suo fascino da pantera di periferia, si aggira maliarda e sicura in cerca di qualcuno da sbranare.

Se cade dallo step, rido fino a  domani, lo giuro.



Tutto qui?

Finisce tutto così?
NOOOO! C’è molto altro da raccontare, tanti altri coloriti personaggi da scoprire.
Un mondo variopinto e multiforme.

 

Potrebbe diventare una rubrica fissa…

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21 febbraio 2006 2 21 /02 /febbraio /2006 15:27

Esiste il destino?

E’ tutto scritto nel cielo già al momento della nostra sciagurata nascita e noi non possiamo far altro che lasciarci trascinare come zattere travolte dalla Gulf Stream, attorniate da squali famelici?

Non ho mai pensato che il destino governasse le nostre vite.
Cioè, ok il caso (o la sfiga, chiamatela come vi pare), ma che le nostre vite siano predeterminate io proprio non ci credo. Al libero arbitrio, alla autodeterminazione e a tutte queste novità new-age un po' ci credo, insomma.

Anche se sto cominciando a ricredermi, ovviamente a modo mio…


Mia nonna diceva: “Non si muove foglia che Dio non voglia” e forse è vero. Ma io, blasfemamente, se proprio devo preferisco immaginare il destino come un bambino di cinque-sei anni con la faccia da peste ed il sorriso birichino, pronto a prendersi gioco dei malcapitati che si ritrovano loro malgrado sotto il suo dominio e che vengono trattati alla stregua di poveri pupazzi di Winnie the Pooh e compagni.


Perché ho cominciato a pensare al destino?

Perché la vita mi prende in giro, cercando in tutti i modi di dimostrarmi che sono sciocca, che non ho mai capito niente e che mai capirò come gira questo mondo.

Ho perso due anni buoni della mia adolescenza tardiva dietro al Principe dei Frequentanti, tra patemi d’animo, scoramenti e pianti dirotti. Va bene, ero solo una sciocca ragazzina. Ma tutte le fisse che sono nate in quel periodo albergano ancora saldamente tra le mie poche sinapsi neuronali.
Non voleva farsi vedere con me e che nessuno sapesse di noi, ad esempio, ed io invece di qualificarlo come ameba dotata di ego sovradimensionato e pronta all’acchiappo pensavo di non essere abbastanza: abbastanza bella, intelligente, carina. Abbastanza, insomma, per essere considerata presentabile. Di non essere sufficinetemente interessante e perfetta.

Ma pensa un po’ te.


E proprio questo soggetto, proprio lui, dopo quattro anni abbondanti viene a bussare alla mia porta. Con mia sopresa immensa mi informa, con ardore non richiesto, che mi vuole bene, che in tutto questo tempo mi ha sempre pensato in un certo modo e che, siccome è certo che questo è capitato assiduamente anche a me, vuole che stiamo insieme o che almeno ci riproviamo.
Insomma, che usciamo insieme.
MA TU DIMMI.

E più io dico di no, che non voglio, che è una cosa morta e sepolta… più lui insiste.
Perché il suo mononeurone, pompato da anni e anni di superego sviluppatissimo ed ipertrofico, è convinto oltre ogni ragionevole dubbio che io cederò. E prova e riprova, come vittima di qualche oscuro incantesimo che ne ha azzerato la dignità.

Perché, dice lui, ora tutto è chiaro: con me ha sbagliato tutto, ma recupererà.

E io cederò all’evidenza.

Ah, sì.

Infatti.

Io cederò. Sicuro.
Eh bèh.

E prenderò una bella accetta di quelle robuste stile boscaiolo di Cappuccetto Rosso.
E farò una strage.

Perché nel frattempo, e converrete che quattro anni sono un lasso di tempo ragionevolmente lungo per chiunque, ho fatto la radice quadrata a quel ragazzetto che ritenevo così importante. Ho trovato chi davvero mi ha rivoluzionato l’anima nonostante non gli fosse stato richiesto e ho fatto altre esperienze.
Insomma, sono cresciuta.


E mi viene da ridere pensando che questa sua invadenza che ora mi irrita così tanto, l’ho sognata e bramata.

Perché, come nella peggiore delle tradizioni dei romanzi ottocenteschi, oltre il danno la beffa e la cosa che ardentemente desideravi arriva solo quando oramai ha perso tutto il suo valore ai tuoi occhi.

Sarà la legge del contrappasso di dantesca memoria, visto che anch’io inseguo chi non mi vuole con una caparbietà ed una ostinazione che rasenta la follia.

Ma che bello.
Che belle cose.
Siamo tutti chiusi in un circolo vizioso senza uscita.
Inseguitori in fuga.
Patetici e impossibilitati ad essere davvero felici.


Magari non è il destino, magari è solo che il vecchio proverbio cinese “Siediti sulla riva del fiume ed aspetta: vedrai passare il cadavere del tuo nemico” è vero, e basta solo un po’ di pazienza.


Anche se a forza di star seduta ad aspettare m’è venuta la cellulite…

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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16 febbraio 2006 4 16 /02 /febbraio /2006 11:38

Io vivo in una città noiosa, ma che noiosa è dir poco.
Noiosa con problemi noiosi e gente molto noiosa.
Qui non succede mai niente, ma proprio niente. E ci piace anche così. Almeno, abbastanza.

Qui il problema più grave della viabilità è causato dalla brillante e geniale costruzione in quantità industriale di bellissime rotonde in cui bambini neopatentati e abili uomini col cappello (nonché signore dotate di viziosi cappellini possessori di vita propria) possono perdersi correndo a perdifiato in cerca dell’uscita giusta, mentre camionisti alle prese con dimensioni non adeguatamente calcolate dei loro mezzi smadonnano in retromarcia bloccando il traffico.


In quest’oasi di pace e felicità, nella provincia allegra e viva come un bradipo drogato di Lexotan, domani arriva lui per presentare, pare, il programmino di Forza Italia per le prossime elezioni. E per raccogliere soldini, chè lui è bisognoso e la lotta contro gli sporchi comunisti mangia-bambini è dispendiosa.

Arriva proprio dietro il mio ufficio. Precisamente accanto alla mia scrivania.
E troppo, troppo vicino alla mia palestra.

Arriva con tutto il carrozzone pubblicitario, le telecamere, il dentista (come farebbe ad avere sto sorriso abbagliante se non con una pulizia dei denti reiterata e costante nel corso delle 24 ore?), i leccapiedi ed i forzisti integhiti con la camicia a quadretti grandi, il completo blu e il capello pettinatissimo, dotati dell’aria io-sono-sto-cazzo più fastidiosa del mondo.

 

 

Peggio dell’invasione delle cavallette, peggio de “La guerra dei mondi”.

Ma a parte avere un po’ paura del contagio (altro che influenza aviaria!!!), ho paura che la viabilità verrà paralizzata, che sarò murata viva in ufficio fino a sabato mattina e che passerò la serata intenta a fabbricare bamboline voodoo con la faccia plastificata di Berlusconi per poi infilzarlo con la spillatrice nelle parti più dolorose del suo corpo da nano.

Perché il dispiegamento di forze dell’ordine sarà certamente imponente.

E a me chi mi protegge???

 
Cribbio!!!!!

UPDATE: La manifestazione, grazie alle mie vibranti proteste, è stata spostata.
Sotto casa dell'Avvogatta.
Lo giuro, non volevo.
E' stata questione di sopravvivenza.

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Published by phoebe1976 - in sick sad world
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15 febbraio 2006 3 15 /02 /febbraio /2006 11:43

Il giorno di San Valentino, secondo la migliore tradizione dettata dalle massime dei Baci Perugina, ha portato con sé forti emozioni.
Ma siccome io sono una che i dettami delle massime dei Baci Perugina spesso e volentieri li prende a calci sul culo, non sono state le canoniche emozioni che le pubblicità zuccherose piene di cuoricini, zuccherini, angioletti e ciarpame assortito prevedono.


E’ cominciato tutto così, all’improvviso.

Con una notizia a ciel sereno, di quelle capaci di squarciare in due una mente già debilitata come la mia.
Una notizia bellissima, ma inaspettata come la neve sul Sahara.

Capace di fermarmi il cuore e lasciarmi di stucco.

Senza parole. E, chi mi conosce lo sa, è un evento più unico che raro.

Una di quelle notizie che commuovono, fanno ridere, piangere. Che cambiano la vita. Perché la vita va avanti si evolve, lotta e trasfigura tutto il mondo intorno a te anche se tu non lo vuoi. Batte forte il cuore, così forte che fa male.

Per l’affetto che ti lega ad una persona che ha camminato per tanto tempo con te e che ancora lo fa. In silenzio, ma sempre vicina.
I miei migliori auguri e un pezzetto del mio cuore solo per lei.

Poi succede che, nonostante la felicità che ti porti dietro camminando ad un metro da terra, e dimentica che lo scudo termico anti-incazzatura provocato dalle belle notizie non dura in eterno, una povera ragazza rotola nella polvere nel giro di cinque secondi, passando dall’illusione di un amore o qualcosa di simile, alla certezza dell’indifferenza e della poca bramosia.

Come se non bastasse la mia pochissima autostima.
Scaricata per una mezza calzetta studiosa di Harry Potter, secca secca e con gli occhiali.
Bella prova.

E son finita nel letto a piangere guardando Manuale d’amore.

Piangere, che strano. Se di gioia o di dolore ancora non lo so.
Sempre lacrime sono.

Buttate...

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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8 febbraio 2006 3 08 /02 /febbraio /2006 12:20

La più grande paura dell’uomo moderno non è né l’influenza aviaria, né l’ebola, né il la sindrome da HIV.
La più terrificante fobia dell’uomo del terzo millennio è la solitudine.


Il terrore che quel telefono non suoni più, che la gente passi più in là, oltre, dimenticandosi di te, che i tuoi giorni scorrano tutti uguali, implacabili,  senza nessuna soluzione di continuità tra squallidi surgelati mono porzione e pizze precotte.


Ma è poi così brutta la solitudine?


La solitudine del lunedì sera, stessa sul letto con la voce di Lou Reed che esce dal lettore Mp3.
I pensieri che vagano disordinati tra la fantasia, le fate e chi non ti vuole o ti vuole solo come pare a lui.
Gli occhi incollati sulle pirotecniche e mirabolanti evoluzioni intorno alla lampada di un moscerino che, per tutte le regole della biologia e in nome di Piero Angela dovrebbe essere morto stecchito nel gelo di febbraio. Ma è ancora qui.
Poi, all’improvviso, tutto si rompe. Entra tua sorella blaterando e inveendo contro l’avanzare implacabile della cellulite o prendendosela con gli sceneggiatori di
RIS che hanno fatto morire la sua favorita. Il cellulare suona la sua fastidiosa melodia anche se, potresti giurarlo, ti sembrava fosse spento.

Ma la solitudine non è sempre piacevole rifugio.

Il
De Mauro Paravia, definisce solitudine la condizione di chi vive solo, in modo permanente o per un lungo periodo, ricercata per acquisire pace interiore o subita per assenza di affetti o appoggi materiali. Non sono molto convinta che la descrizione calzi a pennello, almeno non nel senso in cui la sento mia.

La solitudine, quella vera, quella che fa star male, è come un sasso che pesa sul petto come un incudine invisibile sul cuore. Sapersi soli, anche in mezzo alla fila del supermercato o in un locale affollato pieno di bella gente con vestiti firmati e drink colorato in mano. E sentire che tutta la gente che hai intorno non ha nulla da dirti, non ti tocca, è lontana. Sembra quasi che anche le voci ed i rumori ti arrivino attenuati, più soffici.

E sono quelle giornate in cui vorresti solo un abbraccio sincero, forte e caldo. Il contatto di qualcuno che davvero ti capisca. Ma chiedere è difficile, arduo più della scalata del K2.
E poi devi sorridere, mostrare i denti in una smorfietta stiracchiata che possa perlomeno risultare credibile. Perché c’è gente che dipende da te, dal tuo buonumore, che si preoccupa e che farebbe mille domande e diventerebbe schiavo di mille ansie  se solo immaginasse come stai davvero. Dentro.
E allora meglio fingere, satre zitti e immaginare che tutto sia perfetto.

Essere soli e sentirsi soli non è la stessa cosa. Proprio no.

Ma basta poco e le nuvole si allontanano.

La gatta che ti salta sul letto per farti le coccole, salvandoti dall’incubo di un sogno agitato. Parlare col tuo bonsai, che come dice Barbara così crescerà meglio (ma io non credo, anzi). Guardare con tua mamma vecchie foto ingiallite di quando avevi sette anni e cercavi di imboccare tua sorella con il cucchiaio. Asfissiandola.
Letteralmente.

Una bella dormita e passa tutto, domani il sole splenderà.

O comunque non pioverà così forte...

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6 febbraio 2006 1 06 /02 /febbraio /2006 11:32

Nel 1972 io non ero nata.

Delle Olimpiadi di Monaco, dell'attacco terroristico che nel Settembre del 1972 portò alla morte di 11 atleti israeliani sequestrati nel villaggio olimpico della capitale bavarese e di quel periodo storico conosco solo quello che raccontano i documentari periodicamente riproposti o le memorie che mio padre tira fuori ogni tanto.
Un po’ poco, lo ammetto.

E come sapevo, e forse ancora sò, poco di quest’epoca, così nulla conosco del conflitto israelo-palestinese, e non ho mai nemmeno preteso di capire,  se non che dal film sono passati più di trent’anni.
E nulla è cambiato, se non in peggio.

Cambiano i personaggi, le strategie, le persone che sperano, rimane la sofferenza e i morti, in un cerchio che non si chiude, ma che continua ad avvolgersi in una spirale che continua imperterrita a girare su sé stessa.

Per spiegare la situazione in due parole, Roberto mi ha fatto questo esempio, semplice ed illuminante:
E’ come se domani Bush dicesse agli italiani: bene, tantissimi albanesi si sono trasferiti in Italia. Facciamo così, da domani da Roma in giù la diamo a loro, che hanno tanto sofferto!”.
Magari è un po’ semplicistico, ma è quello che è avvenuto. E non credo che noi saremmo poi così d’accordo…
Oddio, magari qualcuno sì.

Un titolo semplice, "Munich" per un film complicato, disorientante, capace di trasmettere un pizzico di quell'ansia che le vittime di questo ormai eterno conflitto vivono ogni giorno, dove il semplice esistere può diventare una buona causa per essere uccisi.
Tratto dal contestato libro di George Jonas basato sulle testimonianze dell'ex agente del Mossad Yuval Aviv è di gran lunga il film più difficile di Spielberg. Non perché ostico o complesso da realizzare, ma perché presta il fianco alle critiche provenienti dall'ambiente politico, da entrambe le fazioni. Ed infatti così è stato.

Il film di Spielberg,  in  cerca forse di una specie di riabilitazione dopo il pastrocchio de “La guerra dei mondi”, affronta il problema complesso e spinoso del Medioriente partendo dal punto di vista israeliano, esulando tuttavia dalla classica catalogazione buoni vs. cattivi che tanto piace ai filmetti Made in Hollywood e raccontando la vendetta spionistica e violenta al primo attacco terroristico in diretta della storia.

Spielberg non suggerisce soluzioni, ma fotografa lo stato dei fatti: la guerra non porta, e non porterà da nessuna parte, anzi aumenta la diffidenza, l'instabilità, la paura (il protagonista, uno splendido Eric Bana, alla fine non riesce più a capire di chi potersi fidare).

Profonda invece è la sua riflessione sul significato di "casa" e "patria", specie nel dialogo improvvisato tra il protagonista ed una ignara spia palestinese che, credendolo una spia dell’Ira affermava per controbattere contro la pretesa civiltà portata in Palestina dagli ebrei:  "Tu non sai cosa vuol dire avere una patria. Noi vogliamo essere nazione. La patria è tutto". 

Ma forse tutto questo eterno ed estenuante lottare per un territorio, una nazione, non è così indispensabile, forse (e New York, la capitale della multietnicità, che fa da sfondo all'ultima emblematica scena ne suggerisce benissimo il messaggio) la casa è dove sono i nostri affetti, lì dove troviamo la tranquillità di vivere insieme alla gente, uguale e diversa da noi allo stesso tempo.

Bellissima la fotografia, che rende benissimo l’atmosfera anni’70, magistrale la colonna sonora, “Munich” è un film magistralmente girato, non solo un film politico. E' un film con un cast eccezionale ed in splendida forma, tra cui un ossuto e gelido Geoffrey Rush da premio.

Un film che fa riflettere, che non regala giudizi scontati e per questo colpisce come un pugno allo stomaco, che fa sentire dentro la voglia di non essere più uomini, ma di rinascere magari cane o gatto. Perché l’uomo è capace solo di distruggere sé stesso ed i propri simili in nome di ideali che sono senza senso.
Oppure no?
Chi ha ragione?
C’è una ragione?
E se c'è, vale tutto questo odio e questa morte?
Vale i bombardamenti dei territori occupati, vale le stragi, vale le lacrime di centinaia di orfani e di supestiti?

Palestinesi sfrattati e israeliani senza terra… ma non siamo tutti uomini?

Non si sarebbe potuto tentare la strada della pacifica convivenza, dell’integrazione, invece di rendere sovrani due stati sullo stesso territorio, infiammare i conflitti e incasinare tutto l’incasinabile? La mia è una visione infantile, lo ammetto.
Forse troppo moderna, forse utopica.
E poi non c'ero, che ne posso sapere?

Ma questo è un film che infastidisce, fa riflettere in molti modi ed in ogni singolo passaggio.
Verso la fine ad uno straziato Eric Bana, consumato dai sensi di colpa, la madre dice:”Facciamo tutto questo per vivere ebrei tra gli ebrei”. Ecco, questo mi ha colpito. Perché io avrei affermato “Facciamo tutto questo per essere liberi tra uomini liberi”.

Forse è colpa del modo blando con cui vivo la religione, forse i nostri valori sono altri.
Forse è impossibile capire.
Ma riflettere e cominciare a chiedersi è solo il primo passo.
 

Andate a vederlo, intanto...

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Published by phoebe1976 - in sick sad world
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30 gennaio 2006 1 30 /01 /gennaio /2006 12:22

Se è vero che l’Umbria, cuore verde d’Italia, è una piccola regione lontana dal mare e immersa nella natura, il comprensorio perugino è ancora più piccolo, capace di contare sì e no la popolazione di un quartiere di Roma.
Insomma, noi umbri perugini siamo pochi.

Che poi l’umbro in genere per definizione si sa, tranne eccezioni che sono proprio mosche bianche, è tradizionalmente chiuso e schivo, intento alla coltivazione del suo giardinetto privato ed a rimirare l’erba del vicino, ché guarda un po’ è sempre più verde.
Sempre che non viva sulle sponde del Trasimeno. In quel caso è un pazzo furioso.

Magari proprio per queste caratteristiche e per la tendenza a rimanere nel proprio bel guscio caldo, di perugini DOC famosi nel tempo e nella storia o che bazzicano lo show business non è che ce ne siano tanti, se si esclude per il vino e per il piacere della forchetta.

Tuttavia, tutto questo sta cambiando.
E all’improvviso oserei dire.
Verrete invasi, abbiate paura da subito.
Ciociari? Milanesi? Napoletani?
Occhio a voi, arriva la provincia dimenticata!

Sembra che in TV non si senta altro che parlare il nostro dialetto.
Il ché non è poi così bello e gratificante.

E siccome è logico che, più o meno, di vista o di nome, ci si conosca tutti nel bene e nel male, ma soprattutto nel male, e che il pettegolezzo sia lo sport nazionale in un contesto così ampio da paese allargato, vedere i propri concittadini in Tv fa sensazione.
Più del caso Narducci, che qui, detto tra noi, tra scambi di cadaveri e sette sataniche assetate di sangue, ci ha un po’ stufato.

Prima di tutto, come non ricordare l’ex bambino rapito che intenerì ormai ben 15 anni fa tutta Italia con la sua vicenda, ora rapito dalle telecamere del GF6?
Che è pur sempre uno spettacolo trash e assolutamente privo di sostanza, lo ammetto. Pure noioso spesso e volentieri. Io mica lo guardo, eh! E nemmeno lo seguo, ma ci mancherebbe.
Però quando Augusto De Megni, figlio della Perugia bene decaduta e un po’ snob, snocciola giù tutta una serie di frasi col donca (tipico modo di dire per indicare un modo di parlare con inflessioni dialettale perugino non proprio delicato), tipo “M’sé spento ’l foco”, non posso fare a meno di rotolarmi dalle risate.

Stessa cosa vale per una piccola promessa di un piccolo show defilippesco: Nicola Gargaglia, anima proletaria della nostra cittadina. Figlio di un simpatico parcheggiatore coi baffi dell’azienda comunale che ha tappezzato con le foto del figlio tutto ciò che in centro c’era di tappezzabile, eccolo lì alla corte della regina del trash per trovare il suo posto al sole. Insomma, il ragazzino diciannovenne, grande come uno scricciolo, canta e canta pure benaccio, oltre ad avere un sorriso aperto e sincero come solo i bambini riescono ad avere.
Gli auguro davvero tutto il bene possibile, e cioè di non finire a fare il trenino a Buona Domenica, ma di trovare il suo spazio in qualsiasi altro modo.

Lo so, non è che siano due esempi poi così alti e gratificanti.
Non letterati, non pittori, nemmeno giovani attori,  né novelli Mozart. Ma questo il convento passa, per ora, poi speriamo venga meglio.

Ma intanto è pur sempre un inizio, no?
Non vi basta?
Allora occhio a lei, presto la vedrete al cinema. E non solo col gommone di Kledi… E non è detto che sia poi così male, tutt'altro. E siate buoni che è la miglior amica di mia sorella.

Chi l’ha detto che il trash è monopolio delle grandi città? Anche noi in provincia abbiamo diritto alla nostra dose di reality, non trovate?

Oppure pensavate di salvarvi??

  

 

PS. Se volete cavalcare la moda del momento e imparare il perugino, passate qui a fare pratica (e anche due risate) e poi testate le vostre conoscenze. Quanti Baci Perugina avete vinto?

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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