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16 giugno 2006 5 16 /06 /giugno /2006 17:54

Ieri ero a pranzo con lei, come accade con una certa regolarità Difficile vedersi, vite diventate diverse, necessità ed obblighi mutati, tempistiche che possono essere conciliate solo con complicati calcoli trigonometrici. Ma affetto immutato. Quello verso una sorella.

E se una sorella aspetta un bambino, voi lo capirete, è un delirio di emozioni.

Anzi, una bambina.

E mentre lei mi parlava davanti alla parmigiana di melanzane della tutina a fiori rosa e del paio di body che aveva acquistato per la nascitura.
E parlava, parlava, parlava.
Ma mi sono scoperta a non ascoltarla.
Le guardavo solo la bocca. La guardavo muoversi e mi veniva da ridere. Con quella stessa bocca avevo discusso con lei di scarpe, ragazzi, esami, problemi post adolescenziali, sesso e chissà cos’altro.

E ora di tutine.

Ma la cosa, invece che farmi sentire triste, vecchia, sola ed abbandonata al mio destino di povera single senza speranza e via d’uscita alcuna, mi ha fatto ridere. Sorridere.

Il suo sguardo sereno sotto i capelli biondi e la pancia da neomamma mi ha fatto un regalo raro. Mi ha ricordato quant’è bella la vita.

E come si cambia.

Ci si trasforma.

Da bambine a ragazze. Da ragazze a giovani donne.

Non è una differenza sottile.

E anche la piccola Sara, che nascerà in un settembre assolato e incendiato di colori attraverserà la vita a piccoli passi, proprio come noi.

Con la curiosità ed i perché dei 5 anni.

Le paure degli 11 e le fobie delle scuole medie.

Le frustrazioni e l’inadeguatezza dei 15, bramati e temuti.

La sfrontatezza arguta ed onnipotente dei 20.

Crescerà felice e sua madre la proteggerà sempre, anche quando non sarà richiesto né indicato. Proprio come le nostre. Non cambia mai nulla.

Le leggerà le favole dei Fratelli Grimm, o magari le pagine dell’Odissea.
Le insegnerà a dire le preghiere nel letto, mentre il sonno appiccica gli occhi stanchi dal troppo gioco. Correrà dietro le lucciole e scoprirà con grosso rammarico guardandole dibattersi nel palmo della mano che non sono altro che piccoli insetti marroni e non fate.

Riderà.

Piangerà. E sua madre non potrà farci niente.

Vivrà la vita, farà le sue scelte.

Camminerà a testa alta nella vita ed attraverserà pericoli ed avversità.

 

La vita ed i suoi miracoli mi affascinano sempre. Mi affascinano ancora.

E la nascita è sempre un miracolo.

Una piccola esplosione nel mondo.

Non cambia niente, ma tutto è diverso.

 

Per sempre.

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13 giugno 2006 2 13 /06 /giugno /2006 12:54

Tutti i miei amici si stanno accoppiando.
No, non carnalmente.
O almeno non solo.
Tutti o quasi, insomma.
Una discreta percentuale, via.

Non mi era mai capitato prima.
Ma immagino che sia un destino naturale.
O no?

Prima o poi si cresce, si mette la testa a posto e si smette di vivere nel tipico limbo post-adolescenziale in cui navigano a vista i single.
O no?
Bisogna evolversi rientrando nei canonici schemi impostici da madre natura e dalla logica imparziale e naturale delle cose, mutando in creature dotate di anello.
O guinzaglio.
O entrambe. Magari.

Sano. Giusto. Sacrosanto.
Mia nonna approverebbe, ché la testa uno la deve mettere a posto.
No, niente invidia o gelosia.

E poi io sono contenta se vedo felici i miei amici, specie se poi riesco ad essere il deus et machina di tutta la faccenda, come un Mangiafuoco parecchio più trendy e senza pancia e baffi. Forse.

Solo che, in tutto questo sbocciare e rutilare di amori e relazioni, simpatie ed ammiccamenti… io rimango sempre sola.

Ora, non per enfatizzare la mia già patologica forma di sindrome della Piccola Fiammiferaia, però è così.

Intorno a me fioriscono, nascono e maturano amori, amorucoli o semplici flirt.

La vita, ovviamente, scorre.

Quello che mi sorprende di più tuttavia è proprio il naturale svolgimento della cosa in sé.

Che a me manca.


Ma andiamo per ordine e con un approccio scientifico che non guasta mai.

In genere, queste cose vanno con un ordine prestabilito, attraversando fasi che potremmo dire standard:
- il primo incontro

- la conoscenza e l’attrazione

- inizio del rapporto

- sesso

- consolidamento del rapporto


Ecco, io nelle prime quattro fasi sono una campionessa olimpica.
Bravissima.

Ma nella fase del consolidamento sono proprio una pippa. Oppure, avvenuta profonda conoscenza della mia persona, l’omuncolo di torno scappa a gambe levate.

Anzi, ora che ci penso… non è neanche così facile per me seguire l’iter di cui sopra, che sembra così normale e chiaro.

Sembra che sulla mia strada si parino innanzi solo disturbati problematici e leggermente paranoici, allergici a qualsiasi tipo di rapporto normale. Anche solo vagamente normale.
Saranno i feromoni tararti male? Forse sarebbe meglio cambiare profumo…

Oppure sarà che vivo di stereotipi?

Ma non ci viviamo tutti?

E allora perché ne faccio le spese solo io?

Sono il femminile di Peter Pan, una che non si accontenta mai o più semplicemente una povera trentenne perseguitata dalla sfiga?
Oppure non sono fatta per certe meccaniche interne che non capisco, non so interpretare, non so mediare col mio carattere troppo complicato e mutevole.
Magari la mia irrazionalità e follia latenta attira il maschio medio italiano e poi, terrorizzato, ne causa la fuga con una velocità folle, come se avessero messo dei cristalli di dilitio nel suo motore a curvatura.


Non che la mia condizione di single mi pesi più di tanto.
Anzi, credo di essermi patologicamente abituata a pensare singolo ed a non contemplare nelle mie decisioni un’altra persona. Credo che avrei difficoltà, che andrei comunque rieducata a pensare doppio.

Non mi pesa la mia condizione, no. O almeno, non mi pesa tutti i giorni e tutti i giorni allo stesso modo.

O forse non mi pesa finché sono allegra e mi diverto.

O finché non vengo confinata allegramente nel tavolo dei bambini alle cene familiari.

 

Pazienza.
Finirò a fare la zia zitella dei miei innumerevoli nipoti e verrò invitata alle cene di Pasqua e Natale a turno da tutte le mie “famiglie allargate” e chiamata a fare la babysitter nelle serate di libera uscita degli ingabbiati genitori.

Ma solo quando mi và.
Ché, andando per stereotipi, i figli sono belli quelli degli altri.

Dicono.

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1 giugno 2006 4 01 /06 /giugno /2006 15:47

Pensavo di essere una giovane donna abbastanza navigata.
Non tantissimo, ma abbastanza sì.
Pensavo che difficilmente qualcosa nel microcosmo perugino sarebbe stato in grado di sorprendermi. Quantomeno, non mi aspettavo certo che potesse accadere ieri.

E invece…

Proprio ieri, causa matrimonio di un amico, mi sono trovata nella condizione di dover fare un regalo.
E’ un amico caro, compagno di scorribande notturne quando entrambi facevamo i PR, avvezzo a rimorchiare bariste greche fino alla conversione alla brava ragazza di paese con almeno 3 neuroni in testa, che oggigiorno non sono mica pochi.

Così, mi sono recata in uno di quei negozi molto trendy e chic in cui si fanno le liste di nozze. Dicono.
Timorosa, sono entrata.
Ed all’improvviso sono stata travolta da un mondo fatto di piatti quadri, tondi, ovali, esagonali, di bicchieri poliedrici di 14 dimensioni diverse, tovaglie di Fiandra o di raso e vasi in cristallo multisfaccettato, portaombrelli a forma di anatra e portafotografie in argento massiccio alto tre dita lavorato finemente a mano da minatori ucraini.

La claustrofobia aumenta.

Mi viene incontro una simpatica ragazza, acchittata come se ci fosse già ad un matrimonio.
Io, dopo 9 ore e rotti di lavoro e l’ora di pranzo fatta in palestra, non sto a raccontare che aspetto ho. Mi guarda come se fossi uno scarafaggio.
Andiamo bene.

Mi guida tra cento tavolini diversi, cento liste di 200 disgraziati che a breve convoleranno a giuste (o ingiuste, chi può dirlo) nozze in un lasso di tempo abbastanza breve. Tazze, tazzine, taglieri, centrotavola, candelabri, vassoi pesanti come un bambino di 5 anni, portacaramelle in cristallo swarovski preziosissimo… ma quanto saranno grandi ‘ste case dei futuri sposi?

Annuncio il nome della coppia alla commessa che sorpresa come gli indigeni davanti a Colombo esclama: “Ma è domenica prossima!!!! NON SI PUO’!!!” Non si può che???? Comprare un regalo???? Ma vattene…

Parecchia claustrofobia.


Navigando tra i tavolini delle varie liste, sbirciando i nomi in barba alla paranoica legge sulla privacy, becco pure una coppia di amici miei che, orrore, non solo non mi hanno né invitata né considerata, ma nemmeno avvertita dell’evento! Ma che bastardi...
E mentre sto ponderando di mandargli un telegramma con su una di quelle frasette  sceme tirate su da qualche sito specializzato,  sento salire in me un vago senso di inadeguatezza.
Ma che ci faccio qui IO???
Io che ho trenta anni suonati e nessuna storia degna di nota alle spalle?
Io, la persona assolutamente più inidonea al rapporto di coppia nonché alla cura della casa, cosa ci faccio qui, nel tempio della presina ricamata a mano dalle suore del convento di Santiago de Compostela?
Serve ancora la zuppiera da 25?
Che ci faccio tra piatti di limonge e servizi d’argento con 182 posate a cranio?
E, eventualmente, qual è la posata giusta per il pesce?
Ma soprattutto, cos’è il limonge?


Immersa nei miei pensieri, mi ritrovo sola ed abbandonata dalla commessa, nel reparto THUN.

Moltissima claustrofobia.


Solo io ho paura dei pupazzetti di Thun?
Solo io ne sono profondamente e mortalmente angosciata e minacciata?
Mi sembra che possano da un momento all’altro sbattere chi occhietti tondi distogliendosi per un attimo dalla loro ebete fissità, digrignare i denti e saltarmi al collo strappandomi la giugulare.
Mi terrorizzano, oltre a spaventarmi per il prezzo esoso.

Ma succede solo a me? Eccoli, si stanno muovendo, si sono mossi!!! L’ho visto!!!
AIUTO!

Insomma, la lista è giustamente finita ed è un peccato perché la futura sposa, in quella fiera dell’inutile e del pacchiano aveva scelto cose che incontravano il mio gusto spartano e assolutamente poco incline al limonge. Qualsiasi cosa sia.

Vado fuori lista, acquisto un vaso da terra con una bella orchidea di seta dentro. Settanta euro e passa la paura, consegna e bigliettino compreso.

Uscita dal negozio demoniaco, chiamo mia madre per cercare conforto.

Ho comprato il regalo per C. Un vaso da terra, bello.”

Bene. Quanto hai speso?

Settanta. Sarà poco?

No, va bene. Tanto questi soldi non li rivedrai più.”

Mica ti sposi, tu!”

Ma che bello. Grazie davvero. Non so se essere consolata dall’affermazione della mia genitrice o mettermi a piangere.

 

Grazie mamma.

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30 maggio 2006 2 30 /05 /maggio /2006 12:05

Oramai è risaputo, io sono una personcina moderata.

Di quelle che non esprimono mai con violenza le proprie opinioni, che non vogliono avere a tutti i costi ragione, sbattendo i piedini per terra come se avessero ancora l’età dell’asilo infantile.

Sì, sì.

Infatti.

Proprio per questo, ieri sera in libreria, ingannando l’attesa del film, il solerte Giacomo è incappato nell’errore madornale di darmi il La, mentre pigra sfogliavo l’ennesima biografia del Che.

Se fossi Dan Brown, vorrei 100 lire per ogni puttanata che è stata scritta dopo la pubblicazione del Codice da Vinci!”

E io, tranquilla ma con tono forte e deciso, continuando a sfogliare pigra il libro (lo so, non si fa, lo so, ma lo faccio sempre, è un vizio. Commessi di tutte le librerie d’Italia: odiatemi!) e non alzando nemmeno gli occhi: “E se io fossi Leonardo Da Vinci uscirei dalla tomba con un lanciafiamme in mano e ripulirei il mondo da tutti ‘sti deficienti”.

Silenzio di tomba.

Occhi bovini che mi guardano.

Ora, mi ritengo una pseudo-intellettuale del cazzo quindi non rompete.
Già lo so. Quindi, inutile che lo ripetiate.

E siccome c’ho una giusta dose di spocchia, nonché una certa conoscenza in materia di libri, posso permettermi di salire in piedi sulla seggiola, aggiustarmi gli occhiali, ravviarmi i capelli e giudicare.

Io, a differenza di molti, il libro l’ho letto.
E pure in tempi non sospetti, nel lontano febbraio 2003. Me lo ricordo perché ero a casa reduce da un brutto intervento e, non potendomi muovere ed essendo profondamente annoiata dalla Tv, mi lessi 14 libri in 40 giorni. Tra cui questo.
Ora, all’epoca mi apparve subito per quello che è.
Cioè un thriller, nemmeno tanto ben scritto, con una trama esile ma una materia intrigante.
Prolisso e leggermente noioso, fatto apposta per scatenare pruriti.
Il classico libro sciacqua-cervello, da leggere sotto l’ombrellone o, appunto, in convalescenza. Niente di chè, invero. Ne esistono di migliori, di più divertenti, e pure con più scene di sesso.

E’ il classico libro che piace e colpisce chi non è abituato a leggere.
E non lo dico con falsa modestia.
Ma con cognizione di causa.
Una consapevolezza che mi rende mio malgrado avulsa dal 90% della popolazione ed irritata dall'importanza dell'argomento del momento.
Mio malgrado, lo ripeto.

Chiaramente, non è che sono una di quelli che l’opera di Dan Brown la metterebbe al rogo, e soprattutto non per motivi religiosi. Io pensavo che la Sacra Inquisizione fosse sparita, ma evidentemente il nuovo Papa ed il suo simpatico revisionismo storico stanno già alimentando la mente degli invasati.

Dell’acclamato libro apprezzo l’indotto che ad arte è stato creato intorno a lui, generando milioni di cloni, di saggi, di omini sagomati, di raccolte punti e dispense illustrate. Complimenti ai re del marketing ed ai polli che ci cadono.
Clap clap clap.

E siccome fa figo, tutti hanno una copia cartonata dell’opera in bella mostra sulla libreria. E magari in fondo non ci sono mai arrivati, ma fa figo lo stesso. Chè tanto, si sa, la cultura si paga un tanto al chilo.


A chi lo ha apprezzato come thriller, consiglio un illustre maestro del genere.
A chi è rimasto incuriosito dalla materia, consiglio questo libro che, dica quel che vuole la gente, è stato scritto ben due anni prima del capolavoro dello zio Dan.

A chi lo ha apprezzato come capolavoro, consiglio un buon psichiatra. O una scuola serale.

A scelta.

Ora, nonostante questo andrete al cinema, ingrosserete le fila dei fan in tutto il mondo e quelle delle pecore omologate pronte per ricevere la verità e la saggezza a piene mani. Ingrosserete anche le tasche di chi, furbo, macina miliardi dietro la vostra sciocca superficialità e la vostra voglia di essere allegramente in.

Per questo, simpatici pseudo-lettori, è solo un libro.
Nulla di più. Se avete curiosità sulla Chiesa Cattolica, leggete i Vangeli Apocrifi, non Novella 2000.
Oppure, leggete di meglio, che sul mercato, cercando, esiste.
Cercando bene.

Basta non fermarsi davanti ai cartonati troppo grandi.

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24 maggio 2006 3 24 /05 /maggio /2006 17:00

American psycho è, senza alcun dubbio, uno dei casi letterari del ‘900. Certamente un’opera che fa riflettere, che riempe il cervello anche mentre si è in fila alla Posta o mangiando un’insalata seduti al bar.
Rimane con te.
Nel tuo cervello.
Ed il mondo appare all’improvviso diverso.


Scritto e pubblicato nel 1991, giaceva da circa 2 anni nella pila dei libri da leggere, scavalcato da novità e vecchie glorie, rimesso in fondo alla pila in momenti non adatti, coperto di polvere in attesa pigra del fatidico istante.

“Quando incontro una bella ragazza per strada, mi vengono in mente due cose. A una parte di me gli viene voglia di abbordarla, di parlarle gentilmente e di fare il galante con lei”. Taccio, scolo il mio J&B. “E all’altra parte? Cos’è che gli viene voglia, all’altra parte di lui?” domanda Hamlin. “Di vedere che effetto farebbe la sua testa infilzata su un palo”, dico io.

Il libro, la cui fama è innegabile fu lanciato puntando tutto sulla violenza e sulla morbosità di alcuni suoi capitoli (pochi in verità, anche se in tutti viaggia nascosta e strisciante una violenza inenarrabile), prova ne è il fatto che le riviste Time e Spy pubblicarono come anticipazioni rispettivamente la descrizione di uno scuoiamento e quella di una decapitazione con annessa fellatio, entrambe ai danni di giovani donne, scatenando un tale bailamme soprattutto da parte di associazioni femminili e di genitori preoccupati della purezza della propria prole, che la casa editrice fu costretta a ritardare l’uscita del romanzo (o alimentò il caso,  per giusto per vendere così un numero record di copie, a voler essere tendenziosi…).
Pubblicità gratis.

Tutto ciò ha fatto di American Psycho un libro straveduto, sull’onda della moda dei serial killer degli anni’90. Ma  di certo non un libro capito fino in fondo. American Psycho non è un thriller, né un libro sui serial killer.
E’ una metafora.
Ben 515 pagine di metafora.
Anche gli omicidi seriali diventano un puro pretesto, svelato in un finale che lascia in piedi molte interpretazioni e nessuna certezza vera. Patrick Bateman, il magnetico, schizoide, sadico yuppie protagonista della vicenda, forse è un assassino, forse è solo pazzo, ma senza dubbio alcuno è il feticcio di qualcos’altro, di qualcosa di diverso.

Alcuni critici ci hanno visto un peana alla nostra cultura, rovesciata completamente e denigrata, con Patrick abile burattinaio di un orribile spettacolo, dove i corpi vengono abusati, uccisi, divorati, trasformati, consumati, fagocitati, privati della loro umanità e risputati senza domani, buoni solo per le mosche. Come la nostra cultura, che celebra la trasgressione del sé negando l’umanità in nome dello spettacolo e della massificazione omologata.

Altri critici hanno invece cercato e trovato un messaggio politico nelle efferate gesta di Patrick lo yuppie, con la sua ossessiva litania ipnotica di marche, griffe, multinazionali, ristoranti alla moda, tecnologie inutili ma all’avanguardia e cocaina altri non è che il sistema capitalistico in persona, che conduce violentemente alla omologazione, alla de-umanizzazione, allo spoglio dell’anima simboleggiata perfettamente dall’abisso senza luce nel quale sprofonda Bateman, mentre schiaccia senza pietà e con animalesca ferocia tutti i ‘deboli’ che gli si parano innanzi: barboni, animali domestici, prostitute, ex compagne di liceo, conoscenti. Senza perché. Senza motivo.
Incapace dei sentimenti elementari.
Incapace di empatia.
Per il piacere del possesso.
Ed è così che và.

La società capitalistica non ha tempo per i non perfettamente omologati, li sfrutta per il suo piacere (eventuale e breve) e poi li getta in una discarica, smembrati, in modo da non avere nemmeno più la sembianza minima di esseri umani, così ridotti al rango di cose, giocattoli rotti da un bambino viziato, burattini mutilati, involucri vuoti, inutili, senza senso. L

Attenzione, questo è un romanzo “pesante” e molesto, sebbene così ipnotico e coinvolgente da essere stato da me consumato nel giro di sei giorni lavorativi.

Non mi sento di consigliarlo a tutti, specie se siete facilmente impressionabili.
In alcune scene della seconda parte mi sono sentita quasi male nell’immaginare le torture che infligge l’elegante yuppie alle sue ignare vittime. Da donna mi sono sentita disturbata, impaurita, minacciate e disgustata.

Ma è anche vero che nelle prime 150 pagine è molto facile sentirsi affini al giovane Bateman.
Chi di noi non vorrebbe uccidere con una sparachiodi il collega leccaculo che ci ha soffiato l’affare del secolo?
Chi di noi non ha mai immaginato di far soffrire con indicibili torture medievali la donna o l’uomo che ci ha abbandonato spezzandoci il cuore? 
Chi non ha mai sentito il desiderio fortissimo di tagliare la giugulare al furbone che scavalcano la fila ci soffia il turno alle Poste?
Fantasie.
Anche positive, perché ci ermettono di scaricare l’aggressività.
Solo fantasie che non realizzeremo mai, a causa della morale, dell’educazione, ma anche e soprattutto per paura delle conseguenze e dei sensi di colpa. E allora scatta automatica la simpatia con il perfido yuppie psicopatico. Ma niente è come sembra davvero.

Forse…

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19 maggio 2006 5 19 /05 /maggio /2006 15:52

Ci sono cose che accadono così.
Proprio quando non te lo aspetti, quando la noia di una serata come tante già ti stordisce prima di cominciare.
Ci son serate che sembrano morte.
Noiose.
Vuote.
Spente.

E poi, all'improvviso, nel buio, una luce.
Poi, come se la logicità non fosse che una parola vuota, succedono cose così.

Chi l'avrebbe mai detto???

Anche io trashreporter per un giorno!!!!

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16 maggio 2006 2 16 /05 /maggio /2006 13:12

Non so come mai, ma molte mie amiche e/o conoscenti occasionali si sentono spesso in obbligo di confidarmi le proprie vicissitudini sessuali.
Saranno i miei occhi da Bambi.

Ora, io non è che mi ritenga Maria Goretti, ma nemmeno Willy Pasini. Né, tantomeno Eva Henger
In ogni caso i miei consigli lasciano il tempo che trovano e spesso sono affidabili come i numeri dati da Do Nascimiento.

Vero è che molto spesso la gente non cerca consiglio, ma semplicemente una persona che ascolti i loro guai anche semplicemente annuendo con la testa in maniera sconsolata e palesemente assopita.
Dovevo fare la psicologa, dovevo.

E cosa esce fuori nei colloqui con queste giovani donne?
Che la piaga sociale del nuovo millennio non è il sadomaso, né il bondage, non è lo scambio di coppia e nemmeno la disgustosa pioggia dorata.

L’ultima perversione è lui, il tremendo UOMO COL MAL DI TESTA.
Ebbene sì, nonostante barzellette, luoghi comuni e leggende metropolitane che vogliono la donna come restia al sesso, specie se ingabbiata in una relazione duratura, e comunque sempre dedita alla mentalità dei doveri coniugali, che non era vera per mia nonna, figuriamoci oggigiorno.
Oppure sei mignotta.
Ovviamente.


Luoghi comuni che lasciano il tempo che trovano e che oramai fanno parte solo del mondo delle barzellette, se è vero che molte mie amiche si lamentano dell’inappetanza dei loro uomini, dediti alla partita di pallone ed allo stress da lavoro più che alla ginnastica da camera.

E a nulla servono completini sexy, ammennicoli da sexy shop o dvd piccanti.
Niente.
Un vero disastro, con evidente frustrazione della poveretta che, infrangendo i famosi luoghi comuni di cui sopra, un po’ mignotta si sente davvero. E schiava essa stessa dei luoghi comuni finisce con l’approdare a diverse ed alternative, nonché sconcertanti, conclusioni affrettate:

- non mi ami più

- sono un cesso

- c’è un’altra

E io stessa, in linea di principio, non potevo che essere d’accordo.
Finché stamattina, bevendo il mio cappuccino e leggendo amabilmente i quotidiani, sono stata fulminata sulla via di Damasco da questa inquietante notizia.

A quanto pare eminenti sessuologi francesi (e chi meglio di loro? In fondo il bacio con la lingua si chiama french kiss) hanno verificato che la cd. anoressia sessuale è il ascesa vertiginosa, specie tra i maschi, specie tra i 25 e i 35 anni.
In pratica, sostiene questa ricerca, il bombardamento di immagini pornografiche ed il continuo riferimento alla sessualità da parte dei media (che, diciamocelo, usa una donna mezza svestita anche per la pubblicità dei pannolini), nonché la maggior aggressività delle donne emancipate del 2006, rende gli uomini preda del panico non solo da prestazione ed incapaci di elaborare il desiderio nella vita reale.


Così, intorno ai 30 anni, nel pieno delle energie, rinunciano alle relazioni sessuali di qualunque genere, prediligendo Playstation e calcetto. Se non, addirittura, l'altra sponda.

Tutto ciò è non solo preoccupante, addirittura aberrante.

Se la paura di mettersi in gioco sul piano sessuale è così alta, che dire del livello emotivo?
Impossibile da raggiungere?
Ma soprattutto, cosa c’è da aver paura?
E’ così bello rintanarsi nelle proprie paure e poi, magari, giocare al latin lover per chat e forum mentre la vita reale scorre fuori?

La razza umana si estinguerà?

Forse sì.

E magari ce lo meritiamo anche.

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10 maggio 2006 3 10 /05 /maggio /2006 17:14

Il nostro è un paese strano, pieno di contraddizioni e di nonsense. Complicato, contorto. Facile ai sentimentalismi, così come facile alle dimenticanze improvvise. Un paese dotato di una morale distorta, che vede ancora nel diverso in ogni sua forma un alieno da additare, e poi non nota la volgarità dei trenini scosciati e luccicosi a Buona Domenica.

Un paese ipocrita, senza coscienza nazionale, direte voi. Ma no, che dite!!!
Assolutamente no!
Ma che cosa dici?
Non la vedi la TV???

Basta vedere come tutto il paese unito, si stringe stretto, sofferente, commosso fino alle lacrime ed a capo chino quando qualcuno dei suoi valorosi soldati muore in qualche parte remota del mondo, assurta alle prime pagine dei giornali perché lì, e solo lì, non impera Signora Democrazia.

Senza stare a scomodare il Kuwait e il bellissimo exploit fatto dagli otto sparuti caccia della prima Guerra del Golfo, catturati e sbeffeggiati, di cui rimane nella memoria televisiva solo la faccia contrita del Capitano Cocciolone, la commozione degli italiani ha avuto nel corso degli anni molte occasioni di esprimersi in ondate di sdegno e orgoglio nazionale di puro plexiglass, saltando in piedi quando parte l’attacco dell’inno di Mameli.

Come dimenticare l’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003? Un camion cisterna pieno di esplosivo scoppia davanti la base militare italiana, provocando l'esplosione del deposito munizioni della base e la morte di 28 persone tra militari e civili.  In fondo, l’Italia è lì per una operazione di un operazione di peacekeeping, è in Iraq per garantire la sicurezza, ripristinare i servizi e le infrastrutture, addestrare la nuova polizia irachena. E ce ne sono così grati che dopo tre anni (ma non doveva durare poco?), il 27 aprile 2006, ci concedono il bis, facendo saltare per ariano dei nostri carri armati con dentro 5 militari, dei quali 4 moriranno per le ustioni riportate.

Venerdì 5 maggio 2006: due autoblindo vengono investite da un’esplosione a Kabul. Guerra dimenticata, ma viva. Muoiono 2 alpini, quattro sono i feriti. Ve la ricordavate la guerra che imperversa ancora in Afghanistan?

E giù, tutto il paese che guarda la Tv, che aspetta le bare scendere dall’aereo.


Mi viene da pensare, come sempre quando succedono queste cose, che almeno la casalinga mentre stira sa cosa guardare e la giornata le scorre via con meno difficoltà e più cose di cui parlare con la vicina. “Non è più mondo, signora mia!!” Troppo cinica? Forse.


Sarà che io della guerra come soluzione sono certa come della verità sull’Area 51.


Sarà che nei portatori di pace ho sempre avuto paura, ché un popolo la libertà, la democrazia la deve volere, cercare, desiderare. Noi, in fondo, al nostro modello di democrazia imperfetto ci siamo arrivati dopo secoli e secoli. Possiamo esportarlo così com’è anche a chi proviene da esperienze ed ha radici culturali così diverse da noi? L’autodeterminazione dei popoli non è possibile? E questa invasione, non porta solo ad un acutizzarsi dei conflitti per paura di una invasione sia fisica che culturale? Perché Hamas stravince tra i palestinesi e l’Iran ha un presidente, Mahmoud Ahmadinejad, più pazzo del Cavaliere in persona? Solo follia distruttiva?


Sarà, soprattutto, che in questi ragazzi, partiti al mondo come soldati e non ancora tornati, mi sembrano tutto meno che eroi. Mi sembrano il parto di una società che offre loro poco altro oltre ad una divisa e l’obbligo di sporcarsi le mani per faccende non loro. Per 2000 euro il mese o poco più, ma la vita di meglio non offre in certi posti.

Proprio come in certe zone degli Usa, in cui abili reclutatori lasciano dietro di loro scie di inquietanti fiocchi gialli, che non avranno un futuro di gloria. O magari sì.


Patrioti, sacrificati per un bene superiore.
Già, sacrificati al Dio petrolio, al Dio della ricchezza. Non certo partigiani, non certo in lotta per la libertà o per un mondo migliore.

Sono eroi, martiri della pace?

O ragazzi, uomini, padri, mariti come tanti?

Poveri disgraziati, per di più.
La “vocazione” è sempre più una rarità.
Ed io invidio la Spagna di oggi. La Spagna di Zapatero, che ha tolto le sue truppe dall'Iraq senza temere le conseguenze. Che poi, detto tra noi, se lottiamo per il petrolio, che almeno il prezzo della benzina scenda, capperi!


L’extracomunitario che, lavorando come manovale in nero per mantenere la sua famiglia in un paese che non lo vuole, cade dall’impalcatura non messa in sicurezza è meno eroe?

Il carabiniere freddato mentre compie il suo dovere, è meno eroe?

Il giudice che tutti i giorni lotta contro un potere che non potrà vincere, è forse meno eroe?

Una madre che mette al mondo un figlio oggi, merita forse di meno il titolo di eroina?


Certo, non è che possiamo far finta che tutto quello che accade fuori dal nostro orticello, ma perché certi paesi meritano la democrazia più di altri? Perché il mondo è pieno di guerre dimenticate?

Angola, Burundi, Ciad, Costa d'Avorio, Etiopia, Ciad, Nigeria, Congo, Somalia, Sudan, Uganda, Algeria, Saharawi, Colombia, Perù, Kurdistan, Birmania, Filippine, Kashmir, Indonesia, Nepal, Sri Lanka, Cecenia, Inguscezia e Daghestan, Georgia, Waziristan e chi più ne ha più ne metta.

 

Tutti in piedi, applaudite. Ecco l’inno.

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5 maggio 2006 5 05 /05 /maggio /2006 16:00

Primavera che invade le strade, gli uccellini che cinguettano, il sole che brilla nel cielo terso, i fiori che sbocciano sui rami dei ciliegi e sui cigli delle strade come ricami. Oh, quale momento più bello per innamorarsi, per cedere il proprio cuore alle lusinghe della passione, per rotolarsi nei prati col proprio amato, per bucoliche passeggiate manina man… STOOOP!!!

EHI, FERMA TUTTO!

Uè, mica stavate immaginando melense scene di sbaciucchiamenti adolescenziali?
Vi pare questo il posto adatto?? Svergognati!
No, dico io, ho preso cinque etti solo a scriverle ‘ste cose zuccherose e caramellate alla De Filippi! E tre solo a pensarle!! La mia cellulite ringrazia e fa l’inchino riverente e grata.

Vero è che l’arrivo della stagione “romantica” per eccellenza in cui io, per colpa del destino cinico e baro, mi ritrovo sempre scaricata dal mentecatto di turno, impone delle riflessioni e fa sentire ancora più forte la solitudine.

Che cos'è l'amor
chiedilo al vento
che sferza il suo lamento sulla ghiaia
del viale del tramonto

Già… che cos’è l’amore?
A quindici anni l’amore è tutto.
Il batticuore, l’ansia del non poter respirare, la vita che non scorre senza di lui: senza l’amore. Che non sempre è indirizzato verso la stessa persona, ma pazienza.
Innamorati dell’amore, con le stelline negli occhi e la tremarella nelle gambe. Bello è che per molta gente (quasi tutti maschi, ma qualche rara eccezione c’è anche fra le femmine), quest’età si procrastina fino alla pensione.

Finita l’età degli uccellini, dei cuoricini e dei tre metri sopra al cielo, cosa resta dell’amore ai trentenni di oggi? Ma esiste l’amore? A parte l’oggettiva difficoltà ad inquadrare cotanto sentimento in maniera non demagogica nella società egoista e, diciamocelo, qualunquista ed abbondante di luoghi comuni e stereotipi da quaraquaqquà, intendo.
La voglia di dividere con qualcuno la propria vita e di camminare insieme c’è ancora? Io stessa per prima, devo essere sincera, trovo difficoltà a concepire la mia vita dipendente da qualcuno. O forse no.

Che cos'è l'amor
è un sasso nella scarpa
che punge il passo lento di bolero
con l'amazzone straniera

Che cos’è l’amore?
E’ quello cantato da poeti e musici nei secoli dei secoli e che riempie le antologie delle scuole superiori? E’ quello che straborda  dalla bocca dei talk show da casalinga disperata?
L’essere umano può provare qualcosa di diverso dall’attrazione fisica e sessuale verso un altro essere umano? E’ solo chimica?
Oppure può essere qualcosa che non assomigli alla bramosia del possesso, né all’affetto dell’amicizia e della consuetudine.
Esiste?
O l’amore è solo umano desiderio si affiliazione? Paura i invecchiare triste e sola, giocando alla zia zitella con i figli delle mie amiche e allevando una colonia di gatti persiani dalle unghie affilatissime e quindi innato desiderio di attaccarsi con violenza a qualcuno che ci salvi dall’oblio delle feste di Natale passate davanti alla tv?
Esiste?
Esiste?

Ovvia, orsù, non buttiamoci giù. Che poi alla fine si sopravvive anche senza e pure discretamente bene, approfittando delle occasioni che la vita ci offre e fortificando la corazza protettiva e caustica che Dio ci ha donato la seconda volta che Eros ci ha dato una travata in mezzo agli occhi.
Sì, si supera tutto.
Con gli amici, con l’ironia, con gli hobby, con le coccole della mia gatta ed anche, perchè no, i fischi degli operai per strada. L’ego ringrazia. Ringrazia sempre, anche se sono extracomunitari a cui piace la donna nutrita ed adiposa.

Ma si superano le delusioni d’amore, o queste sono solo picche d’orgoglio?

Nel suo ultimo, ottimista ed idilliaco libro, Micheal Houellebecq definisce l’amore ed il sesso come sensazioni che ben si accompagnano solo alla gioventù, lasciando poi solo un velo di patetico rimpianto nel momento stesso in cui inizia il processo di disfacimento della carne. A trent'anni sarò già troppo vecchia??

Che cos'è l'amor
è un indirizzo sul comò
di un posto d'oltremare
che è lontano
solo prima d'arrivare
partita sei partita
e mi trovo ricacciato
mio malgrado
nel girone antico
qui dannato
tra gli inferi dei bar.

Esiste l’amore? E’ vero che fa girare il mondo?

Tutti ne parlano, tutti ne hanno avuto traccia vaga, ma nessuno con certezza sa afferrarne il concetto. Si soffre in nome suo, più che altro. Inseguendo, magari, un’utopia. Vivendo con al sindrome di Catherine.

Magari sono io ce non ispiro amore. Sono strana, mutevole, visionaria, incasinata, saccente e allo stesso tempo troppo buona. Un casino che non è facile da comprendere. Bisogna averci voglia e tempo da dedicare.
Con questo carattere dovevo nascere minino come Scarlett Johanson, perché qualcuno abbia la voglia di prendersi una briga come la mia.

Eppure, bisogna continuare a tentare. Bisogna provarci. E’ nella nostra natura. Non possiamo vivere senza la parvenza di un sentimento forte che ci faccia alzare dal letto la mattina. Perché, alla fine del nichilismo più nero, del cinismo esasperato, siamo tutti alla ricerca di una speranza.

...L'amore, in cui tutto è facile,
in cui tutto è dato nell'attimo;
esiste in mezzo al tempo
la possibilità di un'isola.

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3 maggio 2006 3 03 /05 /maggio /2006 13:11

La giornata era troppo bella per finirla alle sette di sera.

Uno scorcio d’estate violento in mezzo al mese di aprile troppo caldo e rosa per farne a meno. Per stare in casa davanti alla tv.
Ed allora, infilate le scarpe da ginnastica io, e il collare col guinzaglio alla mia bestia feroce, ci siamo inerpicati su per le colline che incorniciano il Trasimeno in un verde abbraccio.

Cammina, cammina, dove l’asfalto finisce ho tolto il guinzaglio alla mia belva. Una precauzione più per lei, incline ad attaccare briga con cani assai più grandi (inclinazione presa dalla padrona?) e a finire sotto le macchine, che per la gente intorno.
Capirai che paura. Davvero una gran paura.

Camminare, su per le colline, sulla strada sterrata. Tra il silenzio della campagna, rotto solo da qualche uccellino con la smania di protagonismo ed un ego ultrasviluppato. Di certo un usignolo.
Guardare nascere e sbocciare i fiori di campo sul ciglio della strada e per i campi, e ricordare le corse a perdifiato fino al biancospino.

Camminare, tra la campagna che riprende vita sotto i raggi del sole, fra i colori che si riaccendono anche lì dove pensavi fossero morti, dove credevi che non fosse più possibile.

Camminare, camminare.
Camminare senza nemmeno rendersi conto, col tiepido solo della fine del pomeriggio addosso ed il cane lanciato a caccia di ciò che resta del regno sepolto dei dinosauri solo per staccargli la coda, ché tanto ricresce per prodigio.

Camminare con la testa altrove, godendo della fine dell’inverno maledetto. Ed arrivare in cima alla collina, proprio lì, dove la strada finisce in un cancello. Una casa, una villa gigantesca col cancello di ferro battuto.
Alto, enorme, ma non così grande come te lo ricordavi.
La casa dei tuoi sogni, delle tue paure, la casa della tua infanzia.
Dove tuo nonno ti portava sempre.

Lì, semplice giardiniere appassionato alla corte del ricco di turno, sapeva creare mondi magici: innestare rose, variare paesaggi, costruire siepi, creare magici ritrovi per le feste dei folletti dei boschi.
E mentre lui lavorava, io esploravo il paese delle fate, vivevo avventure lottando contro i troll cattivi salvando il mondo, mi inerpicavo per mondi inesplorati alla ricerca della pentola con le monete d’oro.

Il cancello dischiuso un invito ad entrare, a violare il ricordo di bambina.
Entrare o no?
C’ha pensato il mio cane a rompere gli indugi, infilando il muso dentro e partendo all’attacco, attirata da chissà cosa. Magari dall'odore di troll...

Timidamente, eccomi dentro.
Chiamando la mia cagnolina, entro nel giardino della mia fantasia, dove tutto era grande, misterioso e magico. Vivo.
Bellissimo giardino.
Meno grande.
Meno ombroso.
Senza gnomi.
Anche le fate hanno sbaraccato, magari attirate da altre avventure.

Passeggio, ammutolita. Osservo.
Ecco lo scivolo, oramai arrugginito.
Ecco l’altalena, dove la mia gonna a pois preferita svolazzava allegra. Me la ricordavo più alta, più imponente. Come facevo a passarci sotto? Non me lo spiego.

Il giardino è bello, sì, ma non è come lo ricordavo. Dov'è finito?
Mi siedo sopra il tavolo circolare di pietra e mi guardo i piedi.
D’improvviso, le mie Nike sono di nuovo i sandali con i laccetti rosa. Corro felice tra le rose, posso andare in altalena e lì, tra le foglie del gelsomino non ancora sbocciato, mi sembra proprio di aver visto un’ala di fata brillare tremante…

Ma ecco, uno scalpiccio di passi; e torno nel mio mondo.
Mi verrebbe da nascondermi. In fondo, sto sempre violando una proprietà altrui, cerco di ricordare alla mia mente.
Ma è solo il mio cane, festante ed allegro per aver trovato un compagno con cui giocare. E’ solo un cagnolino tutto nero, fatto a forma di salsiccia, ma i due si guardano già con gli occhi dell’amore canino.

Non c’è tempo per i sentimentalismi, né miei, né della mia piccola belva. Dobbiamo andare, il ritorno alla realtà è obbligatorio.
Bisogna tornare a casa.

Cammino piano, scendendo la collina.
Si sta facendo buio piano piano, l’aria pizzica. La bambina che vive in me, si sente un po’ triste. I ricordi, ammantati dal velo della malinconia e resi brillanti dagli occhi di bambino, sono certo più belli della verità afferrata con la mente da adulta.
Prospettive. Tutta questione di prospettive.

I ricordi andrebbero lasciati in un cassetto e tirati fuori nelle giornate di pioggia per scaldare le l’anima infreddolita?
Tutti i ricordi?
Oppure, è giusto andare avanti senza lo spettro dei sogni passati? E’ giusto ridimensionare un ricordo, un amore, un’esperienza vibrante col senno di poi?

Io, intanto, a modo mio, alle fate continuo a credere...

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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