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20 marzo 2006 1 20 /03 /marzo /2006 10:25

Come si fa a dormire dopo aver visto “V for vendetta”?
Questo mi sono detta alle due di venerdì sera. Perché di carne al fuoco, nella mia testa, ce n’è troppa. TROPPA.
E dire che in genere tra i miei neuroni c’è un gran casino già a prescindere, consideratelo.

I fratelli Wachowski ne scrivono la sceneggiatura, tratta  dall'omonimo fumetto di Alan Moore, illustrato da David Lloyd e pubblicato per la prima volta sulla rivista a fumetti inglese Warrior tra il 1982 ed il 1985. Moore, senza entrare nel fastidioso spoiler, illustra una società inglese dispotica molto simile a 1984 di Orwell, in cui, in seguito ad una grave crisi interna ed estera, un partito unico di estrema destra ha preso il potere trasformando la Gran Bretagna in uno stato totalitario.
Questo comprende l'eliminazione del dissenso, delle minoranze, la costruzione di campi di concentramento ed un controllo totale delle attività dei cittadini.
A dominare su tutto, strumento del partito, il monopolio mediatico del governo (Ehm ehm... ricorda nulla?) e l’onnipresente televisione che troneggia in ogni dove, martellando la mente con idiozie fasulle e manipolando le notizie ad arte per creare nella gente il terrore ed instillare la PAURA.
Paura del diverso, dell’ignoto delle malattie (divertente il riferimento all’aviaria), della morte. Dimenticandosi della giustizia, della libertà, dell’autodeterminazione, del valore della vita.
Tutte belle parole di cui anche la nostra società si riempie la bocca, ma il cui significato reale sta venendo rapidamente dimenticato.

Tutto viaggia sui binari del piatto e perfetto terrore, finchè non arriva V.
A metà tra Zorro e una inespressiva bambola bukkaki. Insomma, un tizio tutto vestito di nero, con in faccia la una maschera di Guy Fawkes, il protagonista della fallita "cospirazione della polvere da sparo" del 1605, un complotto della nobiltà inglese cattolica per assassinare Re James I d'Inghilterra e altri nobili protestanti facendo saltare in aria la House of Commons. Un giorno che in Inghilterra è festeggiato, ma come uno scampato pericolo.

Chi è? Nessuno lo sa. E’ la gente, il popolo, la massa, è Edmond Dantes. E’ una bambina che corre per strada, siamo noi. Sei tu.
Ed all’improvviso il popolo, la sua frustrazione inespressa, la sua paura, sono tutti negli occhi tremanti di una splendida Natalie Portman, che perdendo tutto alla fine del tunnel trova la sua coscienza.

Non intendo rovinarvi la visione del film, voglio che lo vediate, ma la scena più bella ve la devo raccontare. Il dittatore (un tesserino a metà tra Hitler, Topolino e Gandalf) parla alla nazione mettendola in guardia e cercando di arginare la pericolosa anarchia che presto si scatenerà. Parla in Tv, certo. Tra i salotti, le cucine ed i bar dove prima si accalcava la gente sono vuoti.
Parla al nulla.
Al vuoto.
L’incanto è rotto.
Gli occhi sono aperti.

A parte le critiche sottese all’amministrazione Bush e, specchio riflesso qui in Italia, al nano liftato (ah, questo blog è schierato a sinistra se lo volete sapere, ma accetta volentieri il contraddittorio ed il dialogo. Se voi non lo accettate, ecco la porta), ciò che colpisce è il parallelismo tra la gente del film e NOI, gente vera. Seduti in poltrona a ciucciare le notizie sull’aviaria, su Cogne, sulle veline  e sull’ultimo importante tronista della De Filippi, abbiamo perso di vista l’orizzonte.

Negli anni’70, i temuti anni di piombo, ovunque si parlava di politica: nei bar, dal parrucchiere, dal meccanico, in TV. E tutti ne erano interessati, ognuno aveva la propria idea, non solo l’intellettuale. Oggi no, parlare di politica non è mica trendy. Avere un’idea non è importante. E se uno ce l’ha è subito tacciato al volo di estremismo e di essere allegro come un aspirante suicida.

FASCISTA DEL CAZZO.
COMUNISTA MANGIABAMBINI.

Poi accendi la TV e guardi un reality.
O magari, se sei proprio troppo avanti, leggi Dan Brown.
Il massimo.

Il riflusso nel privato è oramai arrivato ai suoi massimi livelli e sta uccidendo il nostro paese. Questo lo sta uccidendo, non l’influenza dei polli. Siamo diventati un paese frivolo, preda di un materialismo consumistico che non riusciamo a permetterci. La Milano da bere degli anni ’80 non esiste più o magari non è mai esistita. Oppure se l’è bevuta qualcuno, ma non sono stata io, giuro!

Di politica, di sociale, di valori si deve parlare. Meglio se con gente che non la pensa come te, che viene da realtà e culture diverse perché il contraddittorio politico (finché dura…) è l’anima di tutto. Sennò come si cresce? Certo, teorie ed idee vanno argomentate e ci si può accalorare, prendere fuoco.
Ed è questo il bello, sentirsi dentro le cose.

Tutta questa tirata, per arrivare… dove?
Dove Phoebe?

Tu, proprio tu?

Tu che hai sempre sostenuto che la politica è come la religione, un’idea personale e privata. Proprio tu?

Tu che parli di scarpe e amori impossibili, di frequentanti e tendenze, TU OSI PUNTARE IL DITO?

Sì, io. Ho cambiato idea. Che non si può??
Come direbbe mia nonna: "E' ora che basta."

Qualcosa da dire?

Ora, scusatemi. Mi vado a rasare i capelli.

Riflettete, gente…

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16 marzo 2006 4 16 /03 /marzo /2006 10:53

I mie problemi con i denti sono leggenda oramai da anni.

Tra denti da Fratel Coniglietto prima (e susseguenti macchinette per i denti e derivati assortiti), l’inaspettata nascita dei denti del giudizio, prima allocati in posizione orizzontale e indi desiderosi d’aria fresca, poi.

Come se ciò non bastasse, pare che un dente devitalizzato in epoca pleistocenica mi si sia rotto.
Così.
All’improvviso.
CRACK.

Per fortuna che il mio dentista, che mi conosce da quando avevo sei anni, è bravissimo.
Professore universitario.
Dottore all’ospedale.
Pure belloccio, con il capello nero brizzolato, l'occhio verde e la carnagione scura.
Grande innovatore.
Esimio.
Maniaco compulsivo dell’igiene, anche. Da piccola mi terrorizzava ad ogni visita, spalmandomi una speciale polverina sui denti che serviva ad evidenziare le zone della bocca che non pulivo bene, con seguente denigrazione pubblica della mia capacità d’uso dello spazzolino.
Bravissimo, eh.
E più difficile da reperire di Mick Jagger.

Ma, siccome la fortuna aiuta gli audaci, con una visita a sorpresa la settimana passata riesco a beccarlo a studio. Analizza la situazione, annuisce, scuote la testa, annuisce ancora, si aggiusta gli occhiali. La questione è complessa, ma non c’è infezione quindi posso essere salvata.
Ma prima mi affibbia una confezione equina di Keforal, rimandandomi alla settimana successiva.
Mi drogo quindi di antibiotici, lenendo il dolore alle gengive con sciacqui di malva. Che non è che abbia proprio un sapore buonissimo, diciamocelo.

Ma finalmente il gran giorno arriva: stasera mi guarirà.
Il mio salvatore, la mia speranza, il mio bravissimo dentista!!!

Arrivo pure con cinque minuti di anticipo e mi fanno accomodare in sala d’aspetto, tra pile di Rakam e Donna Moderna d’annata.

Dopo mezz'ora di anticamera entro e... il dottore non c'è. OHHHHH!
L’assistente, una ragazza piccola e minuta, piena di riccioli, mi fa: “Eh, mi spiace… ma il dottore è dovuto scappare in ospedale. Un’emergenza, sai…”
Mi verrebbe da chiedere se fa il dentista o il chirurgo spinale, che tutta ‘sta emergenza non la riesco ad immaginare, ma tengo a freno la mia linguaccia e mi siedo sull’iper-tecnologica poltrona.

L'assistente mi chiede sorridente: "Che dovevi fare?"
Io, evitando un ma che cazzo ti ridi che ci sarebbe stato pure bene: “Perché… non lo sai??”
Lei, candida: “NO”

Io (incazzata come una biscia): "Aprire un dente devitalizzato che s'è rotto, fare uscire l'Alien che c'è dentro e poi chiudere tutto"
E Lei: "AH, AH! Scherzi sempre!!!"

Bastava tanto così in più e l'ammazzavo...

Mi propone, tanto che ci siamo e per calmare il mio stato d’animo già visibilmente alterato, di fare una bella pulizia ai denti con gli ultrasuoni (Oh, ma grazie!!!) e inizia guardarmi la bocca.
Ma ecco che la porta scorrevole si apre e dal nulla, di verde vestito, appare… no, non il mio dentista, ma un dottorino secco secco, che c’avrà si e no 26 anni e due figure, dall’aria impacciata ed intimidita.

L’assistente, garrula, mi dice: “Oh, che bello. Il dottore s’è liberato!!! Così ci pensa lui!!”
E mentre io vorrei urlare un Dove te ne vai, puttana nana!! NOOOO! Ma non posso perché, lo ricordo semmai vi foste distratti un secondo, sono sempre a bocca spalancata e con un milione di aggeggi infernali in bocca, il dottorino si posiziona seduto e inizia la sua opera.

Potrei dire tante cose, ma non servirebbe a nulla.
Dirò solo che se domani il dottorino farà un’altra pulizia dentale, secondo me sarà la seconda della sua vita.
Mi ha spruzzato acqua per tutta la faccia, strappato un paio di gengive e ridisegnato la mappa dentale, ma per fortuna la tortura non è durata più di 15 minuti.
Poi, felice e soddisfatto, il dottorino mi ha fatto sciacquare la bocca, ha pigiato la pedaliera raddrizzando la poltrona luogo-di-tortura e sorridendo mi ha detto: “Fatto! Sentito nulla?”
No, ma figurati, nulla.

Ho sorriso, a stento, perché questo sarà si e no laureato da un paio di settimane.
E la colpa non è mica sua, in fondo.
Ma di quel borioso, tronfio maledetto del mio dentista. Troppo rockstar per il mio povero dentino.
L’appuntamento prossimo è per martedì.
Ore 19 e 30.
Se non viene faccio una strage.
Impicco l’assistente alla poltrona, strozzandola con il filo dell’aspiratore.
Appicco il fuoco allo studio ipertecnologico, buttando un cerino nel contenitore delle sovrascarpe di plastica che ti costringono ad indossare.
Anzi no, meglio. Se non viene gli telefono, ricordandogli che gli devo oltre 500 euro.


Sono certa che funziona…

 

 

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13 marzo 2006 1 13 /03 /marzo /2006 12:59

Oh, ci siamo!

Ho trent’anni e per questo devo certamente avere un forte desiderio di maternità.
In fondo, l’orologio biologico ticchetta, ricordando la fine oramai prossima del periodo fertile, provocatore anzichenò della morte sociale e dell’indispensabilità ai fini della specie della donna stessa.

Ma anche no.

Beninteso, io adoro i bambini.
Specialmente quelli degli altri.
Inoltre, ora che una mia carissima amica è in dolce attesa, sono in pieno sclero da lieto evento, con tanto di visione di filmino di ecografie (oddio… per poco mi metto a piangere… i piedini! Si vedono i piedini!!!) e scelta di abiti premaman discretamente fashion.

Tuttavia, non sento l’impellente desiderio di progenie mia sulla Terra ed una gravidanza in questo momento sarebbe, oltre che da sottoporre al visto di Benedetto XVI per la omologazione del miracolo, una disgrazia di proporzioni atomiche.

Ma forse è solo perché non ho accanto una persona che questo cose me le fa desiderare.
In ogni modo, anche se non mi sento internamente mamma, sono ancora abbastanza giovane per ricordarmi bambina.

E ricordarmi anche, quando me ne capita l’occasione, delle violenze gratuite perpetrate dalla stragrande maggioranza dei genitori sui propri figli e a tutto vantaggio degli psicologi che, per il resto della loro vita, tenteranno di inculcargli l’autostima persa dietro lauto compenso.
Tutte fatto per il bene dei figli, eh! Sia chiaro!

Anche il genitore più aperto, nel corso degli anni, ha sottoposto il proprio pargolo a torture degne di Guantanamo. Negando, ora che il pupo è cresciuto eed ha superato indenne (o quasi) l'età dell'innocenza, con una veemenza ai limiti dell’isteria.

Sabato pomeriggio, entrando nel mio negozio/spacciatore di fiducia de Denny Rose, ci trovo una ragazzina in età pre-puberale accompagnata dalla madre vestita da diciottenne ma accessoriata con rughe da ultraquarantenne. La tapina è stata costretta ad indossare (e comperare) un inadeguato tailleur gessato blu composto da giacca e bermuda a mezza coscia, invero orribili in ogni età, ma a maggior ragione tremendi se ti stanno troppo lunghi.

La poverina sembrava un attaccapanni e guardava con occhi da daino la madre gongolante, desiderando alternativamente un machete ed un paio di jeans + felpa non solo più comodi, ma certamente più consoni alla sua età.
Mentre la madre faceva strisciare la carta di credito, mi sono chiesta di quali beffe verrà fatta oggetto la tapina, troppo alla moda e troppo da adulta vestita e mi sono ricordata che lo stesso atroce destino era già toccato a me, incapace di negare questa gioia a mia madre, intenta a vestire la sua poco incline figlia di trine e merletti prima, di abiti troppo da grandi poi, causando (specie durante le già orribili e nefaste scuole medie) prese per il culo ed infiniti traumi sull’inadeguatezza nonché sul mio scarso sex-appeal.
Cioè, già uno si sente uno schifo a quest’età. Vorrebbe giocare con le bambole, ma oramai è troppo grande. Vorrebbe sentirsi Paris Hilton, ma è troppo piccola. Un casino, insomma.

Che dire poi dei genitori iperattivi che coinvolgono i figli in mille attività?
Mi è tornata in mente l’esibizione di piccoli mostri ballerini a cui ho assistito all’interno della convention, in cui tredicenni maschi stretti in tutine modello Cugini di Campagna piene di strass e intagli (indirizzati oramai senza soluzione di continuità verso l’omosessualità anche loro malgrado) ballavano stretti a ragazzine imbellettate a caso col fard impostate sull’ineluttabile “wannabe figa di legno”, per la gioia del genere maschile e del pedofilo della porta accanto.

Negli occhi di questi sciagurati, la consapevolezza di esser ridicoli e la voglia di essere da qualche altra parte: a giocare a pallone, a correre, a chiacchierare con un amico o magari davanti al pc.
Ma non lì, cavolo. 
Mentre negli occhi dei genitori, il brillio sinistro dell’autocompiacimento giustificava il circo al quale stavo assistendo.
E m’è venuto alla mente che pure mia madre c’ha provato.
Mi voleva trasformare in una piccola regina della mazurca e mi iscrisse ad un costoso corso di ballo, certa che questo avrebbe incrementato la mia vita sociale e eliminato la mia timidezza pre-puberale. Alla fine però, dopo che il mio ballerino fu costretto ad un paio di protesi ai piedi e dopo infinite testate al muro dell’insegnante, conscio della propria inettitudine nell’insegnarmi i rudimenti del valzer viennese, tra lo scorno parentale fui assecondata ed iscritta al corso di tennis.
Felice e soddisfatta.
Averlo saputo, l’azzoppavo il ballerino.
C’aveva pure i brufoli.
E l’occhio bovino.
E provò pure ad infilarmi la lingua in bocca.
Ma pensa te.
SCANDALO!

Tralasciando la falsa retorica sulle tendenze dei genitori a rovesciare sulla prole le proprie ambizioni fallite ed i propri sogni violentemente sfumati e bla bla, bla bla, mi basta solo dire che molto spesso la buona fede con cui sono compiute queste piccole nefandezze (e mia madre era in buona fede) non le rende meno frustranti per i ragazzini che le subiscono.
Anzi.

Certo, io non sono madre, né probabilmente farò mai parte della cricca genitoriale.
Quindi non ne capisco niente, non posso giudicare e sono zotica.
Ma di me bambina/ragazzina mi ricordo.
E voi?
Ve lo ricordate?

Ah, lascio il capitolo "Piccola Phoebe majorette per costrizione" ad un'altra puntata.




Non ve la prendete, eh...

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8 marzo 2006 3 08 /03 /marzo /2006 13:09

Oggi è la Festa della Donna.
A parte la stupidità della festa, il suo evidente intento discriminatorio nei confronti del gentil sesso e l’inutilità dei maschi che ti fanno gli auguri ma poi si dimenticano il tuo compleanno, credo comunque di meritare un regalo.


No, niente mimosa, please, che io con le piante non ci so fare. Prova vivente ne è il mio povero bonsai, che sta crescendo mango camera mia fosse “La piccola bottega degli orrori” e mi strangolerà nel sonno una notte di queste.

Nemmeno balocchi o merletti, nossignore.
Io voglio un libro.
Ma non un libro facile, un bestseller.
Niente Dan Brown o Alessandro Baricco.

Voglio un libro che mi faccia capire i maschi.
Già.

Poco, eh?

Preso per assunto che non è vero né questo, né tanto meno questo (e io ne sono una prova vivente, mania per le scarpe a parte), io non sono più in grado di comprendere nessuno. Non so più che pesci prendere.

Non riesco più a gestirli, io, i rapporti con l’altro sesso diversi dall’amicizia.
Forse la gente che c’ho intorno mi spiazza, mi confonde e mi porta al surriscaldamento del mio mononeurone. Se poi mi esplode in mille pezzettini, sono affari vostri.

Il passato che ritorna, anche se nessuno glielo ha chiesto né apertamente né in segreto, e da uomo insensibile e, diciamolo, stronzo, si professa pentito ed accessoriato di capo cosparso di cenere, desideroso di coccolarmi e trattarmi come la principessa sul pisello,  perché io valgo.
Pronto addirittura a ricordarsi non solo del mio compleanno (della cui data era ignaro durante la nostra relazione, nonostante segnali velati e missili terra/aria lanciati dalla sottoscritta) ma anche tutte le festività del calendario, compreso onomastico di cui io stessa ignoravo l’esistenza e la vetusta data dell’otto marzo. Sono basita.
Avrà battuto la testa?
O forse sarà lo shock causato dal mio rifiuto di dargliela?
Non lo saprò mai.
E tanto non gliela do. 
Ma questo non si arrende.

Il mio Mr. Big, sgamato allegramente dalla fidanzatina, è tornato nei ranghi di bravo ed ubbidiente bambino, dimentico del nostro strano rapporto. O, forse, ancora più divertito dalla pericolosità che qualche innocente sms ha raggiunto nella sua vita.
C’è chi si droga, dico io, forse dovrebbe cominciare anche lui.
Il nostro strano rapporto, già. Strano, ahimè, quanto inutile. Ed anche se saremo sempre legati per una ragione difficile da identificare… bèh, non lo so. Non ci voglio nemmeno pensare.
Ma la vita va avanti.

La persona che invece veramente vorrei, mi fa dannare l’anima.
Pare non ci siano altre, non sia gay, non nutra manie da serial killer e non dorma con una accetta sotto il letto (ah, no… quella sono io…), che mi voglia bene. Ma il soggetto in questione, appunto, non vuole rotture, non vuole me, va a letto alle nove e saluti al secchio.
Stressato dal lavoro, dice.
Non vorrei mai che fossi io a stressarlo, ed allora baci e abbracci.

Ora, io questa cosa non la so gestire, ché sono abituata a sceneggiate, tradimenti, rotture, pianti, cocci rotti, righe sulle macchine e apoteosi degne di romanzi dell’ottocento.
Ma alla depressione dell’uomo del 2006, francamente no.
Come la gestisco? Io, schiava dell'assioma "mi lasci ergo c'hai un'altra", preferivo avere una concorrente racchia da stendere con la Pegeout 206 grigio Islanda e da lasciare sanguinolenta a terra.
Prima di ripassarla in retromarcia, ovvio.

Ma allora... Ho sempre ragionato troppo per luoghi comuni?
Sono diventata troppo “uomo”, magari anche non volendolo?
Non sono più in grado di cogliere le sfumature di una persona?
Sono diventata così diretta da ammettere solo il mi vuoi/non mi vuoi e se non mi vuoi pazienza?
Se è vero che gli uomini hanno un numero infinitamente più basso di sinapsi rispetto alle donne, come si spiega tutto sto casino?
Non dovrebbero essere le donne afflitte da problematiche sentimentali e pippe mentali assortite mentre gli uomini restano schiavi del vizioso circolo cibo-calcio-pisello?

Non sarà mica che gli uomini hanno lo stesso numero di neuroni, ma si rifiutano di usarne più di un tot per ragioni culturali, politiche, sociologiche?
Certo, sarebbe una grande scoperta.
Da Nobel.

Stai a vedere che divento famosa...

Ah, dimenticavo.
Auguri, donne.

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3 marzo 2006 5 03 /03 /marzo /2006 16:56

Per salvare il blog dalla paranoia nichilista e dalla depressione e me stessa dalla visione ripetuta nella mia mente degli ultimi episodi salienti della mia vita (e senza considerare questo fastidioso mal di denti, che mi fa desiderare ardentemente di avere la dentiera) ho cercato di impegnare i prossimi giorni in una sfilza di impegni senza sosta.

Così, giusto per non aver tempo di piangermi addosso guardando il Festival dib sanremo, autocommiserando me stessa e la mia cellulite.

Ergo, il mio fine settimana sarà sfavillante, mondano e casinaro. O almeno, questo è sicuro, pieno.
Ma proprio PIENO.

Stasera
Concerto del grande vecchio, che approda a Perugia alle 21 e 15. A me e al solerte Giacomo i biglietti sono stati gentilmente forniti dagli inferi, a cui stiamo approntando un busto in marmo ricoperto di foglie d’oro a grandezza naturale.

Sabato mattina
Shopping!!!  Sta per arrivare la primavera e quindi l’estate, insomma il caldo. E per me non c’è momento migliore per sputtanare qualche euro in colori accesi e canottiere che poi guarderò languida finché il clima esterno non sarà per lo meno sufficientemente adeguato. Quindi, puntatine rapida al mercato e poi di corsa verso i miei negozi favoriti, !

Sabato pomeriggio e domenica
Siccome sono folle, e chi è folle ha sempre un discreto seguito, io e le mie amiche ci siamo iscritte alla Convention dell’Anno. Non dieci, non dodici, ma ben 15 ore di lezione con presenter provenienti da tutta Italia nonché da tutto il mondo.

Domenica sera
Svengo a letto, o tutt’al più mi metto a guardare uno dei miei telefilm preferiti che, come al solito, conosco solo io e altre 4 o 5 persone.

Dopo un fine settimana così, il lunedì tornare al lavoro sarà rilassante.
E di sicuro, vedrò tutto sotto una luce migliore, rilassata.

E magari sarà arrivata la primavera….

Update di lunedì 6 marzo: Non piove. NEVICA.

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1 marzo 2006 3 01 /03 /marzo /2006 15:51

Oggi è il primo marzo.

Tra ventuno piccolissimi giorni sarà formalmente primavera.
Un soffio.
Primavera.
La stagione dell’amore.

L’amore.

L’amore è certamente il sentimento più sopravvalutato della nostra epoca.

Perfida invenzione dei Baci Perugina e dei disegnatori di bigliettini coi cuoricini.
Non mi ricordo chi l’ha detto, ma doveva essere uno molto cinico. O molto saggio. Oppure entrambe le cose.

Arriva, rende estatici, devasta, distrugge e se ne va, lasciando i cocci per terra, senza nemmeno spazzare nascondendo il malfatto  sotto il tappeto come si usava una volta. Oh, i bei tempi andati.


Non trovo intorno a  me un esempio un solo esempio positivo.
Duraturo intendo, non se ne abbiano a male le coppiette che vegetano e/o vivono intorno a me.


Stamattina, aspettando di fare le analisi e godendomi l’ameno spettacolo dell’ospedale brulicante di varia umanità, ho avuto modo di riflettere sulla mia vita attendendo l’arrivo dell’infermiera ago-munita.

Ogni volta che ho provato ad avere una relazione degna di questo nome, ho sofferto. Un minuto di felicità e 100 di angoscia. Magari ora esagero, in preda a chissà quale nichilistico impulso, ma la proporzione non si distacca poi tanto dalla realtà oggettiva e fattuale.

Intorno a me, il delirio.


Coppie in frantumi e liti davanti ai figli.

Irrisolvibili paturnie che cancellano anni vissuti insieme nel bene e nel male.

Lividi, non solo nell’anima.

Vedere una persona per cui credevi di essere importante allontanarti con freddezza.

Corna.

Insoddisfazione.

Tradimenti ed ipocrisia.

Rapporti che hanno il sapore amaro di una abitudine consolidata nel tempo, ma che hanno già bruciato tutto in una pira ardentemente violenta, ma troppo breve.

Mancanza di coraggio, codardia a palate e paura di venire travolti.

Ma allora, il gioco vale la candela?

Val bene il dolore e la paura?

Comincio a credere di no.

Almeno non per me.

Scusate tanto ma io mi sono un pochino stufata.

E sono anche un tantinello disgustata.

Non mi va più di camminare sul filo.

Mi sembra tutto abbastanza squallido.


Ho tante cose nella mia vita: l’affetto dei miei cari, sogni da realizzare socchiusi in un cassetto, una gatta che mi coccola, i libri, la mia finestra sul lago che si tinge di rosso al tramonto. Gli amici, la gente che mi gira intorno. Sto cominciando ad apprezzare la mia vita piano piano, partendo dalle piccole cose.


E siccome negli ultimi due anni della mia vita, dopo la dipartita di Mr. Big, la mia vita è corsa via lo stesso, divertendomi, facendo il comodo mio ed abusando talvolta di una posizione dominante, vivendo, in sostanza, abbastanza da maschio, non capisco perché dovrei cambiare ora.


Perché c’ho provato, lo giuro, a mettermi in gioco.

Ma se non mi tiro via ora ci rimetto anche le scarpe.
Il cervello no, quello oramai è compromesso.


Perché, lo so, dovrei averlo imparato: gli uomini non si innamorano di me. Parole testuali, si invaghiscono della mia luce, che non si dimentica, ma poi non sanno gestirla, non sanno cosa farsene. E mi salutano per qualcuno più easy. Magari migliore, sotto molti punti di vista.

Non lo so.

Da oggi si torna ragazzaccia, si fa un passo indietro.

Si torna ad essere ciniche e convinte che l’amore sia solo umano desiderio di affiliazione.

Perché l’amore, quello dei miei nonni, non si può avere.

 

E a me un succedaneo non basta.
E allora meglio niente.

 

 

 
Pazienza. Sopravviverò.

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27 febbraio 2006 1 27 /02 /febbraio /2006 12:53

Sono sempre stata una grande frequentatrice di palestre.

Un po’ per la pigrizia di non voler fare un sport che mi impegnasse troppo, un po’ per problemi fisici che mi obbligavano all’attività fisica costante, ma non impegnativa, mi sono sempre ritrovata a bazzicare questi affascinanti luoghi di aggregazione e di sudore autoindotto.


Vista la mia nota schiavitù verso la Nutella ed i suoi gustosi derivati, non posso essere qualificata come una schizzata che vive con una dieta di bresaola e gallette integrali allegramente intervallata da appetitosi filetti di tonno, e per questo non posso essere considerata una purista, ma visto che il mastodontico proprietario della mia palestra si nutre di proteine e panini al salame… credo di essere capitata nel posto giusto.

A parte la mia predilezione per lo step coreografato tendente all’acrobatico che mi portano a seguire stage ed improbabili quanto costosissime convention, la palestra è un ottimo osservatorio sociologico in cui ammirare il genere umano mentre prova a dare il peggio di sé.


I tipi umani che è possibile ammirare in quest’ambiente sono i più svariati, e tutti degni di menzione particolare.



Il piacione d’attacco.
Dinoccolato e spesso munito di ciuffo brizzolato, con il fisico da sollevatore di grissini, rompe le scatole a qualunque cosa si muova e di cui sospetta anche solo minimamente il sesso femminile. Parte all’attacco della nuova arrivata (che ancora non ha idea del potenziale rompimento di balle che il soggetto comporta) roteando le mani nel ciuffo e millantando cultura a iosa ed un’aria da gattino voglioso di coccole, causando dopo 5 minuti d’orologio nella malcapitata l’impellente necessità di correre nello spogliatoio.

La variante del piacione d’attacco è il piacione d’attacco muscoloso, pari in tutto e per tutto al genere principale, a parte il fatto che invece di cercare di intortarvi con la chiacchiera a vuoto, proverà ad incantare i vostri sensi muovendo i pettorali. Disgusto e raccapriccio. Diffidate e scappate. Veloci.

La bulimica.
Secca come la sbarra di un bilanciere, vestita (o meglio dire fasciata) da tutine improbabili che ne metto in mostra la mezza di reggiseno, passa le sue giornate sul rotex sudando ed ansimando (e tu pensi stia per morire, ed hai già in mano il telefono per chiamare il 118…) cercando di smaltire quel rotolino lì. Sì, proprio quello lì. Quello sopra il collo. Quello a cui sono attaccati i capelli. E tutti i vostri tentativi di convincerla che è magra non serviranno. L’ottenebrata confermerà non solo la sua grassezza, ma anche la vostra debortante magrezza. Sì, di voi che ne siete il doppio esatto. Sono belle cose.


Io-ballo-da-solo
Ce ne è uno in ogni classe di coreografia. E voi lo vorreste morto. Non negatelo, non credo sia peccato. Io, almeno, il mio lo voglio morto. Miope come Mr. Talpone (ndr. Lo spasimante di Pollicina, ma come… non lo conoscete????) ed allegro come un becchino con la depressione, spinto ad iscriversi in palestra dallo shock di aver compiuto 50 anni   e folgorato dallo scoprire il bello della coreografia. Compie movimenti al limite del circense, e tutti si domandano come possa essere sempre fuori tempo. Eppure, una volta almeno, per la legge dei grandi numeri, un otto lo dovrebbe indovinare… Col suo uno e ottanta, incurante dell’altezza media degli altri, si piazza davanti a tutti in braccio all’istruttore, con atteggiamento  irrispettoso e, diciamolo, stronzo. Epocale la volta in cui, a lezione di aerobica ha travolto l’istruttore causandone la caduta rovinosa e la speranza collettiva che si fosse rotto una gamba. Niente. E’ mia ferma intenzione di chiedere al mio amico gay di fargli cadere la saponetta sotto la doccia…


La comare
Voi ve ne state lì, ciarlando con le vostre amiche mentre vi spalmate la cremina, vi rivestire e ritoccate il make up, intente a ridere del poveraccio di turno o a disquisire sul sedere di uno, che eccola. Come un’aquila sul passerotto si inserisce nella conversazione, cercando di carpire notizie con cui riempire la sua vuota vita di moglie e madre. Già, perché spesso il soggetto è non giovanissimo d’età, ma giovanissimo nell’animo e nei vestiti. E si crede di essere tua cara amica solo perché usate la stessa panca. Invadente e viscida, va rimessa al suo posto per il suo stesso bene, chè se vi becca in una giornata storta rischia la vita senza nemmeno saperlo. Può infatti capitare, come è capitato a me, che stiate parlando con una amica del ragazzo che vi fa penare e che arrivi lei:

Comare: “AH! Ma allora trombi”

Phoebe: “…”

Comare: “Allora trombi, eh!!”

Phoebe (ripresasi in fretta dallo shock):”Sì, e salutami tuo marito!”


La bellona
Convinta e fiera del suo charme, va in giro con il cd. palo-al-culo e capello fluente sciolto e allegro. Consapevole di come nessuno possa resistere al suo fascino da pantera di periferia, si aggira maliarda e sicura in cerca di qualcuno da sbranare.

Se cade dallo step, rido fino a  domani, lo giuro.



Tutto qui?

Finisce tutto così?
NOOOO! C’è molto altro da raccontare, tanti altri coloriti personaggi da scoprire.
Un mondo variopinto e multiforme.

 

Potrebbe diventare una rubrica fissa…

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21 febbraio 2006 2 21 /02 /febbraio /2006 15:27

Esiste il destino?

E’ tutto scritto nel cielo già al momento della nostra sciagurata nascita e noi non possiamo far altro che lasciarci trascinare come zattere travolte dalla Gulf Stream, attorniate da squali famelici?

Non ho mai pensato che il destino governasse le nostre vite.
Cioè, ok il caso (o la sfiga, chiamatela come vi pare), ma che le nostre vite siano predeterminate io proprio non ci credo. Al libero arbitrio, alla autodeterminazione e a tutte queste novità new-age un po' ci credo, insomma.

Anche se sto cominciando a ricredermi, ovviamente a modo mio…


Mia nonna diceva: “Non si muove foglia che Dio non voglia” e forse è vero. Ma io, blasfemamente, se proprio devo preferisco immaginare il destino come un bambino di cinque-sei anni con la faccia da peste ed il sorriso birichino, pronto a prendersi gioco dei malcapitati che si ritrovano loro malgrado sotto il suo dominio e che vengono trattati alla stregua di poveri pupazzi di Winnie the Pooh e compagni.


Perché ho cominciato a pensare al destino?

Perché la vita mi prende in giro, cercando in tutti i modi di dimostrarmi che sono sciocca, che non ho mai capito niente e che mai capirò come gira questo mondo.

Ho perso due anni buoni della mia adolescenza tardiva dietro al Principe dei Frequentanti, tra patemi d’animo, scoramenti e pianti dirotti. Va bene, ero solo una sciocca ragazzina. Ma tutte le fisse che sono nate in quel periodo albergano ancora saldamente tra le mie poche sinapsi neuronali.
Non voleva farsi vedere con me e che nessuno sapesse di noi, ad esempio, ed io invece di qualificarlo come ameba dotata di ego sovradimensionato e pronta all’acchiappo pensavo di non essere abbastanza: abbastanza bella, intelligente, carina. Abbastanza, insomma, per essere considerata presentabile. Di non essere sufficinetemente interessante e perfetta.

Ma pensa un po’ te.


E proprio questo soggetto, proprio lui, dopo quattro anni abbondanti viene a bussare alla mia porta. Con mia sopresa immensa mi informa, con ardore non richiesto, che mi vuole bene, che in tutto questo tempo mi ha sempre pensato in un certo modo e che, siccome è certo che questo è capitato assiduamente anche a me, vuole che stiamo insieme o che almeno ci riproviamo.
Insomma, che usciamo insieme.
MA TU DIMMI.

E più io dico di no, che non voglio, che è una cosa morta e sepolta… più lui insiste.
Perché il suo mononeurone, pompato da anni e anni di superego sviluppatissimo ed ipertrofico, è convinto oltre ogni ragionevole dubbio che io cederò. E prova e riprova, come vittima di qualche oscuro incantesimo che ne ha azzerato la dignità.

Perché, dice lui, ora tutto è chiaro: con me ha sbagliato tutto, ma recupererà.

E io cederò all’evidenza.

Ah, sì.

Infatti.

Io cederò. Sicuro.
Eh bèh.

E prenderò una bella accetta di quelle robuste stile boscaiolo di Cappuccetto Rosso.
E farò una strage.

Perché nel frattempo, e converrete che quattro anni sono un lasso di tempo ragionevolmente lungo per chiunque, ho fatto la radice quadrata a quel ragazzetto che ritenevo così importante. Ho trovato chi davvero mi ha rivoluzionato l’anima nonostante non gli fosse stato richiesto e ho fatto altre esperienze.
Insomma, sono cresciuta.


E mi viene da ridere pensando che questa sua invadenza che ora mi irrita così tanto, l’ho sognata e bramata.

Perché, come nella peggiore delle tradizioni dei romanzi ottocenteschi, oltre il danno la beffa e la cosa che ardentemente desideravi arriva solo quando oramai ha perso tutto il suo valore ai tuoi occhi.

Sarà la legge del contrappasso di dantesca memoria, visto che anch’io inseguo chi non mi vuole con una caparbietà ed una ostinazione che rasenta la follia.

Ma che bello.
Che belle cose.
Siamo tutti chiusi in un circolo vizioso senza uscita.
Inseguitori in fuga.
Patetici e impossibilitati ad essere davvero felici.


Magari non è il destino, magari è solo che il vecchio proverbio cinese “Siediti sulla riva del fiume ed aspetta: vedrai passare il cadavere del tuo nemico” è vero, e basta solo un po’ di pazienza.


Anche se a forza di star seduta ad aspettare m’è venuta la cellulite…

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16 febbraio 2006 4 16 /02 /febbraio /2006 11:38

Io vivo in una città noiosa, ma che noiosa è dir poco.
Noiosa con problemi noiosi e gente molto noiosa.
Qui non succede mai niente, ma proprio niente. E ci piace anche così. Almeno, abbastanza.

Qui il problema più grave della viabilità è causato dalla brillante e geniale costruzione in quantità industriale di bellissime rotonde in cui bambini neopatentati e abili uomini col cappello (nonché signore dotate di viziosi cappellini possessori di vita propria) possono perdersi correndo a perdifiato in cerca dell’uscita giusta, mentre camionisti alle prese con dimensioni non adeguatamente calcolate dei loro mezzi smadonnano in retromarcia bloccando il traffico.


In quest’oasi di pace e felicità, nella provincia allegra e viva come un bradipo drogato di Lexotan, domani arriva lui per presentare, pare, il programmino di Forza Italia per le prossime elezioni. E per raccogliere soldini, chè lui è bisognoso e la lotta contro gli sporchi comunisti mangia-bambini è dispendiosa.

Arriva proprio dietro il mio ufficio. Precisamente accanto alla mia scrivania.
E troppo, troppo vicino alla mia palestra.

Arriva con tutto il carrozzone pubblicitario, le telecamere, il dentista (come farebbe ad avere sto sorriso abbagliante se non con una pulizia dei denti reiterata e costante nel corso delle 24 ore?), i leccapiedi ed i forzisti integhiti con la camicia a quadretti grandi, il completo blu e il capello pettinatissimo, dotati dell’aria io-sono-sto-cazzo più fastidiosa del mondo.

 

 

Peggio dell’invasione delle cavallette, peggio de “La guerra dei mondi”.

Ma a parte avere un po’ paura del contagio (altro che influenza aviaria!!!), ho paura che la viabilità verrà paralizzata, che sarò murata viva in ufficio fino a sabato mattina e che passerò la serata intenta a fabbricare bamboline voodoo con la faccia plastificata di Berlusconi per poi infilzarlo con la spillatrice nelle parti più dolorose del suo corpo da nano.

Perché il dispiegamento di forze dell’ordine sarà certamente imponente.

E a me chi mi protegge???

 
Cribbio!!!!!

UPDATE: La manifestazione, grazie alle mie vibranti proteste, è stata spostata.
Sotto casa dell'Avvogatta.
Lo giuro, non volevo.
E' stata questione di sopravvivenza.

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15 febbraio 2006 3 15 /02 /febbraio /2006 11:43

Il giorno di San Valentino, secondo la migliore tradizione dettata dalle massime dei Baci Perugina, ha portato con sé forti emozioni.
Ma siccome io sono una che i dettami delle massime dei Baci Perugina spesso e volentieri li prende a calci sul culo, non sono state le canoniche emozioni che le pubblicità zuccherose piene di cuoricini, zuccherini, angioletti e ciarpame assortito prevedono.


E’ cominciato tutto così, all’improvviso.

Con una notizia a ciel sereno, di quelle capaci di squarciare in due una mente già debilitata come la mia.
Una notizia bellissima, ma inaspettata come la neve sul Sahara.

Capace di fermarmi il cuore e lasciarmi di stucco.

Senza parole. E, chi mi conosce lo sa, è un evento più unico che raro.

Una di quelle notizie che commuovono, fanno ridere, piangere. Che cambiano la vita. Perché la vita va avanti si evolve, lotta e trasfigura tutto il mondo intorno a te anche se tu non lo vuoi. Batte forte il cuore, così forte che fa male.

Per l’affetto che ti lega ad una persona che ha camminato per tanto tempo con te e che ancora lo fa. In silenzio, ma sempre vicina.
I miei migliori auguri e un pezzetto del mio cuore solo per lei.

Poi succede che, nonostante la felicità che ti porti dietro camminando ad un metro da terra, e dimentica che lo scudo termico anti-incazzatura provocato dalle belle notizie non dura in eterno, una povera ragazza rotola nella polvere nel giro di cinque secondi, passando dall’illusione di un amore o qualcosa di simile, alla certezza dell’indifferenza e della poca bramosia.

Come se non bastasse la mia pochissima autostima.
Scaricata per una mezza calzetta studiosa di Harry Potter, secca secca e con gli occhiali.
Bella prova.

E son finita nel letto a piangere guardando Manuale d’amore.

Piangere, che strano. Se di gioia o di dolore ancora non lo so.
Sempre lacrime sono.

Buttate...

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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