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7 novembre 2005 1 07 /11 /novembre /2005 16:17

Non si sceglie dove nascere e dove crescere.
Dipende da dove ti lascia la cigogna.
E a me m'ha depositato qui.
In un villaggio di pescatori strambi, proprio davanti al Trasimeno.

Abitare in un paese ha i suoi svantaggi ed i suoi innegabili aspetti positivi.
Certo, io non l’ho scelto di vivere in un paese di nemmeno 800 anime, schiacciato tra il lago e la collina. Con il piccolo borgo di pescatori e la chiesa da un lato, il museo della pesca al lato opposto e la cooperativa dei pescatori col circolo a fianco, sede di interminabili tornei di tressette, dall’altro.

Paese di gente strana, il mio.
Artisti sui generis, tutti hanno una passione, un sogno, una particolarità.
C’è chi fa sculture solo con il legno dell’ulivo, chi insegna a rammendare le reti o raffinati punti di ricamo antico, chi studia da cantante lirica e la domenica mattina ti sveglia di soprassalto credendosi Violetta.
Chi suona, chi canta, chi balla.

Giusto per avvalorare la tesi secondo cui dentro al lago ci sarebbe l’uranio impoverito.

Come in ogni paese, tutti conoscono tutti e tutti conoscono te.
Tutti sanno tutto di tutti e anche dei parenti e conoscenti di tutti.
E molti si ricordano di te con le trecce, della tua prima cotta, di quando sei caduta dai pattini a rotelle e persino di quando sei caduta giù dai gradini dell’altare con l’acquasantiera in mano.
Bella prova.
Parecchi ti hanno visto andare di nascosto in due col motorino di un altro, chè tuo padre mica voleva ci andassi ed ora son botte certe.

"Te sei la figlia di Elio"
Sì, sì, sono io.
Bravissimo.

Il pettegulezzus interruptus è il virus più diffuso, altro che influenza aviaria.
Impossibile avere storie d’amore (o di sesso, peggio ancora: il pettegolezzo è più gustoso) clandestine e/o seminascoste.
Puoi andare anche in cima all'Everest.
Basta che si incontri un paesano in giro di tre passaparola e due sms lo sa tutto il paese. Comprese le zie streghe impiccione e che in pratica vivono dalla parrucchiera, il mostro del lago, l’edicolante, il postino ed i tuoi genitori. Che pensavano fossi al cinema con l’amica di infanzia timorata di Dio. Certo.

Quasi una società segreta, una confraternita impicciona, una famiglia un po’ troppo allargata, al paesello non si sfugge così facilmente, nemmeno andandosene lontano.
Tanto qui devi tornare.

Specie quando l’estate finisce, i turisti tornano a casa e da fare c’è davvero poco, lo sport nazionale è quello di origliare, occhieggiare da dietro le persiane di legno chiuse, andare a prendere il caffè dalla comare a fianco giusto per sapere delle corna del fruttivendolo e del vizietto del farmacista.

E poi, dimenticatevi i divertimenti: cinema solo quel che passa il convento, mostre nemmeno a parlarne, eventi culturali all'acqua di rosa (tipo "L'esposizione delle reti da pesca di inizio secolo" al blasonoato museo della pesca, presente anche sulla Lonely Planet, mica pizza e fichi!!!) e noia, noia, noia.  

Ma abitare in un paese non ha solo svantaggi.

Sono cresciuta selvaggia, al riparo dai pericoli, per strada sempre in bicicletta, divisa tra i campi e l’oratorio, figlia di un mondo che non esiste quasi più, annegato tra i palazzi, la tecnologia e la playstation.
E quando mia nonna è venuta a mancare, il paese c’è stato.
Era lì, presente.
E non solo al funerale, per vedere chi c’era, com’era la bara, se i fiori erano abbastanza belli e se eravamo sufficientemente afflitti. In due mesi e spiccioli mia madre non ha mai comprato fiori per il cimitero, perché dalla piccola fioraia del paese c’era chi c’aveva pensato, lasciando pagato per ricordare mia nonna.
Non è niente, è una cavolata.
Non è che lenisce il dolore.

Ma è il bello di vivere qui, di essere parte volente o nolente di qualcosa.

Di un qualcosa che assomiglia a Wisteria Lane in un certo senso, col suo sottobosco di piccole e grandi tragedie, di cose non dette, di orrori e di felicità. E bisogna adattarcisi. Anche se la vicina bussa con la scusa di portarti ad assaggiare il nuovo dolce di sua creazione (una bomba con una valenza calorica da sfamare un piccolo paese del terzo mondo per una settimana) invece vuol solo venire a vedere se tieni abbastanza in ordine, pazienza.
Succede.

Ed è anche bello così.

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2 novembre 2005 3 02 /11 /novembre /2005 10:45

Gli uomini e le donne sono diversi, e Cremonini dica un po’ quello che gli vuole lui. Magari è meglio che si fumi tutta la maggese dell’universo, perché in queste cose non è che ci capisca tanto.
Ma del resto, è pur sempre un uomo.
E’ così.

Siamo diversi, è innegabile.

E chi afferma che veniamo da pianeti diversi, non è che ci è andato tanto lontano. Anche se io vestita da venusiana mi ci vedo assai poco. Non so se mi starebbe bene il vestitino con tre occhi.

Saranno motivi generazionali, saranno pure le classiche ed ataviche differenze comportamentali stile "Io uomo caccia – Tu donna cucina", sarà la doppia elica del DNA, sarà quel che vi pare, ma è così. Le differenze, più che culturali o di educazione autoimposta da società e obblighi genitoriali (anche se un brivido d’orrore mi percorre la schiena ogni volta che vedo la pubblicità del ferro da stiro giocattolo, che Dio perdoni la De Longhi e tutti i possibili acquirenti…), risiedono lì, proprio tra le sinapsi dei neuroni e le pieghe della dura madre.

E questo, mi duole dirlo ai maschietti, è perché noi ne abbiamo molti più di voi.
Di neuroni, intendo.

Facciamo un rapido esempio.

Questo.

Per l’uomo il viola è semplicemente VIOLA.
Per la donna può essere viola, lavanda, violetto, prugna, indaco, lilla, peonia, glicine, melanzana, mauve, vinaccio, ciclamino.
Come minimo.
Ecco.

Una delle differenze fondamentali è tutta qui.

Chiedete ad un uomo di media intelligenza ed aspetto che colore è questo, e lui risponderà che ci vede semplicemente e chiaramente il VIOLA. E solo e soltanto quello.
Non che sia poi così grave, beninteso.
E' un esempio.
E’ solo che siamo diversi.

E’ questione di sensibilità.
Siamo diversi.

Nella percezione delle cose esterne. Del mondo circostante.
I colori, le situazioni, i sentimenti.
Tutto viene analizzato, compreso, immagazzinato e metabolizzato per essere quindi risputato fuori in maniera troppo diversa dai due sessi perché possa pretendere di capirsi fino in fondo.

E questo non per cattiveria, malafede o ignoranza.

E’ proprio che il nostro cervello ragiona in maniera diversa. Cercando sfumature, ravanando nei doppi sensi e scavando in un inconscio, quello maschile, che spesso non c’è.
Perché i maschi, ahimè, sono lineari. Diretti. Semplici.

Sarebbero anche prevedibili, se solo noi donne riuscissimo a mondare il cervello dagli inutili orpelli deduttivi ed immaginifici che lo adornano.
Senza lazzi e senza pizzi, l’uomo ci sarebbe più comprensibile.

O forse no?
E’ proprio vero che gli uomini sono così lineari?
Così semplici nel senso non proprio carino del termine??
Che sono così scarni e privi di tatto non a causa loro, ma del DNA?
Oppure è tutta una scusa sedimentatasi nel corso dei secoli per giustificare una pigrizia materiale e sentimentale?
E se fosse solo una giustificazione alla stronzaggine?
Se non fosse vero che siamo così diversi?

Così si spiegherebbe il fenomeno (raro, eh!) dell’emo-boy che tanto piace in astratto alle donne e disgusta il maschio medio e tutto concentrato su di sé e sul suo essere profondamente maschio.
Ma che poi, alla fine della fiera, piace assai di più in concreto alla sciocca femmina?
Tra cui, ovvio, ci si mette a pieno titolo anche la sottoscritta.

Ma allora, se non siamo poi così diversi, da dove nasce l’incomunicabilità?
La differenza di percezione?
Sono tutte scuse?
Oppure no?

Ad esempio, se un uomo che è stato qualcosina di più di un cortese amicizia e continua a mandarti mail e messaggi assortiti, béh, una donna normale e sana di mente potrebbe anche pensare che costui sia un tantino, non dico innamorato, ma per lo meno interessato.
O arrapato, fa lo stesso.
E invece no.

 Vedete, siamo diversi.

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25 ottobre 2005 2 25 /10 /ottobre /2005 12:47

In genere io non parlo dell’attualità. Né tantomeno di politica. E’ una scelta mia, magari sbagliata non dico no. Ma ci sono delle volte che non ci si può tirare indietro. Specie davanti a notizie allucinanti come questa.

Che due sorelline americane a cui i genitori hanno fatto il lavaggio del cervello vadano in giro inneggiando ad Hitler ed a Hess, orgogliose del loro essere ariane e di volerlo restare per generazioni e generazioni posso tollerarlo. Chissenefrega.

Che il di loro padre marchi le proprie mucche con la svastica mi può sembrare strano e un tantinello preoccupante per la salute psichica del povero mandriano certamente colpito da più di una poderosa zampata proprio alla base della nuca. Ma chissenefrega.

Ma scoprire che c’è un pubblico "solo di bianchi" che va ai loro concerti, che compra i loro dischi e guarda i loro video… bèh, francamente mi angoscia. Mi fa paura venire a conoscenza di questo orribile sottobosco americano. Terrorizzata nel venire a sapere che esiste un movimento nazionalista denominato "National Vanguard" di cui le (ignare?) ragazzine sono diventate la bandiera e l’orgoglio.

Che poi dico, nei film Tv americani, basta che danno uno scappellotto al figlio che arrivano gli assistenti sociali in pompa magna e se lo portano via.
E dove stavano per le sorelle Gaede?
Dov’erano quando i loro neuroni venivano shakerati e la loro capacità di giudizio annebbiata e deviata per sempre? Che già comunque chiamare due bimba Lynx e Lamb (Lince e Agnello, per capirsi… ma avrà un qualche significato?) mi pare un reato punibile con l’olio di ricino, tanto per restare in tema.

Sarà che sono ingenua e non me l’aspettavo, sarà che tutto ciò mi evoca un racconto poco conosciuto tratto da un libro non molto famoso del re dell’horror intitolato "L’allievo", ma questa notizia mi inquieta.

Mi inquietano i loro sorrisi di ghiaccio, l’inconsapevolezza che l’odio non è un sentimento di cui andar fiere, l’orrore che deriva diretto dal loro nome, "Prussian Blue" sostanza chimica derivata dalla combinazione dell'acido cianidrico (il veleno usato nei campi di concentramento) con il ferro, la cui assenza in molti campi di sterminio è usata dai revisionisti storici come scusa per negare l’olocausto.
Ma ci sono questi pseudo-storici???
Cioè, fatemi capire. C'è ancora gente fuori di testa che nega l'olocausto??

Ma chissenefrega.
Tanto noi in Italia c’abbiamo Paola e Chiara.
Un po' zoccole, ma almeno rassicuranti.

Poco?

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24 ottobre 2005 1 24 /10 /ottobre /2005 10:33

Un po’ per necessità di qualificazione professionale, un po’ per voglia di conoscere cose nuove e tenere allenato il mio simpatico mononeurone, circa un anno fa ho ceduto alle lusinghe di una blasonata scuola d’inglese di cui sono oggi tutt’ora grata studente e un po’ meno affezionata sovvenzionatrice.

La scuola, a parte il costo che sfiora l’usura, è favolosa.
Oltre agli indubbi metodi didattici, agli insegnanti solo madrelingua ed ai testi eccezionali, offre la possibilità di applicare l’inglese in mille rutilanti modi.
Non c’è settimana dell’anno in cui non si organizzino aperitivi, cene etniche, cene normali, giochini vari (non pensate male, eh!), picnic, lezioni di tango, lezioni di cucina, book club, ecc ecc. Il tutto, ovviamente, SOLO in inglese. Molto bello, se non si lavora o più in genere non si ha una vita.
Faticoso per chi, come me, deve costruire la propria agenda settimanale come un puzzle.

Come in ogni scuola che si rispetti, ho le mie preferenze.
I miei insegnanti preferiti sono in assoluto i più pazzi della scuola, e cioè il newyorchese scappato nella campagna, Terry, e l’anglo-pakistana Bee, nonché entrambi felici rettori del book club più scalcinato della storia, capace di segnalare tra le sue letture sempre libri non ancora editi in Italia e da inseguire quindi su Amazon
Anche se, per dirla tutta, sono e resto orfana del canadese, scappato in patria senza nemmeno darmi una piccola soddisfazione. Codardo...

Il primo soggetto in questione è un ammericanno from Brooklyn di colore, smilzo e sempre vestito oversize. Completamente rasato e con la faccia da pusher, ha abbandonato una promettente carriera nel marketing per l’Italia, una pittrice e la natura. Ah, anche perché Bush gli sta sulle palle. Porello, è arrivato in Italia e c’ha trovato il Cavaliere…
Unico americano comunista di mia conoscenza, vive ora in una casetta rosa con panorama sul Trasimeno in compagnia della moglie pittrice, leggendo, insegnando inglese e ammirando la sua gatta che, fino ad ora, non aveva mai camminato sull’erba vera.
Ovviamente di questo elemento io sono la cocca, perché i pazzi attirano i propri simili. Siamo stati anche protagonisti di scene d’isteria e follia dopo la nostra separazione per la (mia) pausa estiva. E così mi sta iniziando agli scrittori del sottobosco newyorchese e so quasi tutte le parolacce che si trovano nelle canzoni rap. Poco? Se non fosse sposato e non mostrasse la fede come un trofeo, un pensierino ce lo farei. Vabbè, lasciamo stare...

Bee invece è un vero tesoro. Oltre ad essere simpaticissima e molto colorata nel vestire, è pure bellissima. Tutta la scuola le sbava dietro e, chissà come mai, le sue lezioni di conversazione sono sempre affollatissime di maschi. Mah… Fidanzata con un bestione di due metri che si guadagna da vivere facendo il figurante ad Eurochocolate vestito da Gocciadilatte (ieri ho girato in lungo ed in largo per vederlo, ma non l’ho trovato…) e vessato da cani e bambini, ha sempre il sorriso sulle labbra ed è completamente folle.

Come Terry nelle sue lezioni di conversazioni finisce sempre immancabilmente a parlare di sesso, con lei si termina la lezione sempre con strani giochini psicologici.

Nell’ultima lezione con lei, il tema era:

If I were

1) a colour
2) an animal
3) a thing
4) a landscape
5) a season
6) a zodiac sign

I would be_____*

Ognuno doveva completare la lista e poi, su quella base, psicoanalizzare il vicino. Che, nel mio caso, non era certo il bell’ingegnere, figurarsi, ma una tipa vestita di fucsia e amante del Made in Japan dall’aria abbastanza sciroccata.

Ordunque, le mie risposte sono state nell’ordine:
1) blue
2)
a cat
3) a book
4)a seaside
5)summer
6)
Capricorn

Da ciò, la tipa ha elucubrato una serie di interessanti deduzioni psicologiche a cui non ho potuto che assentire muovendo la testa su e giù, mentre l’ingegnere ascoltava interessato.
Finchè la giapponesofila (si dice?) afferma baldanzosa che ho scelto il gatto come animale perché sono dolce e coccolona. A questo punto Bee scoppia a ridere dicendo "You, sweet… Phoebe??" seguita a ruota dagli studenti che meglio mi conoscono e dall’aggrottamento del sopracciglio destro dell’ingegnere (che detto tra noi, come animale ha scelto il leone. Roar!).
Ok, ok. Mi è toccato confessare che la scelta del gatto era chiaramente ispirata alla sua indipendenza e non alla dolcezza. Contenti?

Insomma, accompagnata dalla puzza di bruciato (che sia l’ingegnere?) mi sono lanciata nella psicoanalisi della fucsia-vestita, cannandola in pieno. Ma del resto, lei aveva scelto come animale la scimmia, potevo forse dirle che inconsciamente l’aveva fatto perché le piace la banana?

Insomma, il giochino non è male. Volete partecipare?
Capisco che sia difficile l’astrazione per immaginarsi in un paesaggio, ma suvvia, cosa vorreste essere?
Coraggio, di che colore vi sentite? Rosa? Nero? A pois?
Che animale sareste stato? Ah, non è che gli uomini possono rispondere maiale, che è troppo facile, ve lo vieto!!!
Come dite?

Mica vorrete psicoanalizzare me???? 

 

* Traduzione: Se io fossi: 1)un colore 2)un animale 3)una cosa 4)un paesaggio 5)una stagione 6)un segno dello zodiaco sarei_____

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19 ottobre 2005 3 19 /10 /ottobre /2005 17:59

Avere la testa tra le nuvole è una delle mie prerogative.
Sono famosa per questo quasi quanto per la capacità innata di tenere la mente dei miei amici allenata e giovane col mio saltare di palo in frasca denza apparente filo logico.

Da Paperino a Goethe in tre passaggi, mi scherniva una volta una persona per me importante.
E allora, saltiamo...

  • Ieri un passero è entrato nel mio ufficio dalla porta del bagno con gran sbattimento di ali e cinguettii isterici. Prontamente sbattuto fuori tra le urla delle colleghe cittadine, mi è tornata alla memoria la volta in cui ancora studentessa, ripassavo diritto del lavoro appoggiata al tavolo davanti alla vetrate. Vidi arrivare in picchiata un uccellino, ignaro che i fenici fossero stati così in gamba da inventare il vetro. La botta fece tremare i doppi vetri e del cadavere fece scempio la mia gatta. Una triste storia vera.

  • L’autunno è esploso in tutto il suo grigiore. Pioggia, vento, nebbia e freddo che ti entra nelle ossa. E io, che non ho ancora fatto il cambio dell’armadio perché spero in altri giorni di sole lontana dalla lana, non voglio ancora arrendermi e mi tengo il raffreddore più resistente alla vitamina C che la storia ricordi. Ma sarà l’influenza aviaria? Forse è colpa del passero di ieri. Maledetto.

  • Nonostante la pioggerella londinese, mi sono concessa una passeggiata tra le bancarelle di Eurochocolate. Fiumi di zuccherosa cioccolata, liquida, a barrette o a praline. Care come diamanti delle miniere del Sudafrica. Ma invitanti, inutile negare. Mancava solo Willy Wonka. Come non farsi tentare, specie quando si hanno carenze affettive violente come la mia? Praticamente impossibile resistere quando si vedono tonnellate di calorie. Ma passando ad acquistare la mia crema alla gianduia preferita, mi sono resa conto che non ci saranno più sabato pomeriggio d’inverno a mangiare cioccolata e guardare "Amici" spettegolando insieme a mia nonna.

  • Perché non posso avere una sentimentale normale? Perché? PERCHE’?? Non dico di volere una vita banale come quella di mia sorella e del suo illustrissimo fidanzato, ma almeno decente, senza avere la mente deviata da fisse che mi procurano un surriscaldamento assolutamente non necessario dei neuroni. Tremendamente inutile. E senza futuro, poi. Che me ne faccio di tanto fumo se poi non avanza nemmeno un pezzettino d’arrosto per me??? Senza invaghirmi, oltretutto, di persone che non mi filano nemmeno se mi addobbo come un albero di Natale o ballo la macarena con addosso solo gli orecchini. E per di più, ingegneri. Che, come tutti sanno, perdono presto i capelli, blaterano di cose incomprensibili e prive di senso ed alla fine stramazzano davanti alla playstation. Per di più.

  • Bol mi ha perso un ordine. Come sia stato possibile non lo so, ma ciò è terrificante in quanto conteneva tre opere che attendo con grande apprensione e che non vedo l’ora di leggere. Ho visitato il sito e non risultano ordini pendenti con il mio username. Ora faccio una strage, uccidendo i nani che lavorano all’interno del sito ed impacchettano i libri in quella maniera schifosa e che rischia, tra l’altro, di farteli arrivare strompicciati a casa. Sapevo che non potevo fidarmi della Mondadori, eppure ho ceduto alla grafica accattivante e alle promozioni. Per le prossime volte, devo tenere presente che solo Feltrinelli è degno di nota. Feltrinelli rulez.

Ora scusatemi. Vado a correre 45 minuti e a fare otto milioni di addominali, così magari l’ansia che ho addosso mi passa un po’ e ricomincio a ragionare come una persona normale e non a trafiletti.

Non che in genere io sia normale…

*  Il titolo è preso in prestito da un bel libro della promettente giovane scrittrice Gwendoline Riley. Provatela!!

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14 ottobre 2005 5 14 /10 /ottobre /2005 18:59
Non è solo un libro capostipite della chick lit.
E’ la realtà.
Più dura della vita dei concorrenti dell’Isola dei Famosi.
Peggio del lavoro nelle miniere di sale di Sassu Scrittu.
Più tremenda delle miniere di carbone dove lavorava il povero Remi.

La vita da single è veramente una jungla.

E tutti quelli che lo negano, che affermano di sguazzare allegramente nella loro condizione atavica di single per scelta o coloro che rimpiangono questo nuovo status in quanto accoppiati per tutta la vita o meno, tutti loro mentono. E mentono sapendo benissimo di mentire, il chè è peggio.
Oppure si sono dimenticati di com'era, ora che la loro vita è immersa nel tedio assoluto e nella tranquillità.

Diciamocelo, la vita da single ha i suoi vantaggi.

  1. Puoi uscire con chi ti pare, senza dover rendere conto né di orari né di luoghi e situazioni. Libera come l’aria.

  2. Se libera avere valanghe di amici maschi con cui avere comportamenti assolutamente camerateschi che possono sfociare dalle fughe a Mediaworld fino alla gara di rutto libero post-birra infrasettimanale

  3. Non devi simulare mal di testa immaginari, se non ti va di fare sesso non ti va. E basta. E il frequentante di turno s’attacchi al tram. Senza nemmeno bisogno di inventarsi una encefalite fulminante da stress.

  4. Se qualche pazzo sconsiderato ti guarda un po’ troppo insistentemente o un operaio di un cantiere ti fischia mentre passi non si rischia tutte le volte il rissone con tanti di insulti ai reciproci morti.

  5. Se una vecchia zia vedova piena di anelli ti chiede: "Sei fidanzata o ancora no? No? Ma una bella ragazza come teee!!" puoi anche prenderti la libertà di scandalizzarla a morte cusando la prematura scomparsa del lavoro del parrucchiere sulla nera chioma di tua madre e la rinascita improvvisa dei suoi fu capelli bianchi apostrofando l’odioso dinosauro a scelta o con un "Sono lesbica" o con un gustoso "Io solo due alla volta".

  6. Sei libero di andare a caccia, fregandotene di regole, convenzioni sociali, ecc. ecc. Insomma, ammore libero, nessuna pippa mentale, nessuno che ti dice cosa fare e tutte le volte che qualcuno colpisce la tua attenzione in maniera particolare sentirsi come il leone che acquattato nella savana che punta la gazzella. E partire di scatto. Bèh, più o meno…

Fin qui i vantaggi.
Che sono molto belli, molto gratificanti, importanti… certo, certo.
Ma non è tutto oro quello che luccica.

Prendete le festività.
Tutte, ma proprio tutte. Da quelle religiose come il Santo Natale a quelle maledettamente commerciali e schifate all’unisono con gesti di disgusto come S. Valentino, l’essere single si rivela una vera sciagura che cagiona la famosa depressione da festività, con conseguente salita di avvoltoi sulle spalle e umore nero, ma così nero capace di trasformare in Scrooge anche Pollyanna. Ed è vero, ci sono gli amici, per carità. E le tombolate in famiglia con la zia sorda e il nipotino teppista di 5 anni. Ma, a ben vedere, tua sorella che amoreggia sotto il vischio col fidanzato (benchè simile ad Homer Simpson) ti sembra più felice.

Senza considerare tutte le cose che si fanno in due: la passeggiatina romantica, la coppa gelato megasuperallanocciola con due cannucce, il tunnel dell’amore al Luna Park, le serate d’inverno sotto il piumone.

Poi ci sono le canzoni romantiche, quelle che ti fanno venire voglia di fare cucci cucci. Come si fa, eh? Come si fa??

E per ultimo l’aspetto più rimpianto dal maschio ingabbiato: la caccia.
A parte che stare sulla piazza è una fatica allucinante, mica non è detto che dia sempre buoni frutti, anche ai più speranzosi ed introdotti.
La caccia al single è fatta di feste, cocktail, chiacchiere, vestiti alla moda (pure troppo), chiacchiere banali, occhiate sfuggenti che diventano occhiate un po’ più sicure, vorrei ma non posso, posso ma non voglio ed avanti discorrendo.
Ogni venerdì e sabato sera (ma il venerdì fa più chic) il single deve affrontare locali affollati (e per fortuna non più fumosi, santo Sirchia, sennò ero morta), rumorosi e assolutamente non a buon mercato, ingurgitando massicce dosi di alcool per cercare di slegare i freni inibitori ed accennando improbabili passi di danza degni di Garrison ubriaco.
Il tutto per trascinarsi fino alle cinque, esausto ma felice di eventuali conquiste che si riveleranno fuffa la mattina dopo almeno nove volte su dieci, o, comunque d’avè passat à nuttata.

Quindi riemergere dal come la mattina dopo con la faccia degna di Micheal Jackson in Thriller.
Perché, detto tra noi, il trentenne non c’ha più l’età per queste cose, specie se le fa da quando ne aveva dieci di meno senza soluzione di continuità.

Insomma, la vita del single è dispendiosa, tediosa e molto faticosa.

Una vera jungla, dove la competizione è altissima e assolutamente senza nessuno scrupolo morale. Dalle ragazzine alla tardona (e vale anche per gli uomini. Forse.) sembrano tutti avidi della persona ideale. Ma chi è? Dov’è? Che è sta gara?

Una faticaccia, insomma.

A cui sottrarsi sembra impossibile, a meno che nella nostra vita non si affacci il salvatore che ci traghetti verso una vita serena e felice.

Io, nel frattempo, mi sarei scocciata.

 (Ndr. Tanto per essere chiari non intendo trattare l’argomento dei fidanzati/delle fidanzate ed eventuali corna. Sarebbe troppo lungo e andrei fuori tema).

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10 ottobre 2005 1 10 /10 /ottobre /2005 12:17

Il rito di accoppiamento del riccio è molto lungo.
Spesso può durare per ore durante le quali il maschio gira intorno alla femmina, la spinge e le morde gli aculei.
Quando la femmina è pronta ed è finalmente convinta, abbassa le spine per non ferire il compagno e la penetrazione avviene come negli altri mammiferi, e non ventre contro ventre come si potrebbe pensare vista la pericolosità del vestitino dell’animaletto.
Nella cicogna bianca l’accoppiamento è introdotto da un rituale di corteggiamento che comprende una serie di rumorosi colpi inferti al suolo da entrambi i partner e contemporaneamente la testa è gettata all’indietro.
La tartaruga maschio durante il corteggiamento nuota avanti e indietro di rimpetto alla femmina, sbarrandole continuamente il passo, con la testa a pochi centimetri di distanza da quella della partner, fermandosi ogni tanto per farle vibrare innanzi le unghie degli arti anteriori ed "accarezzarle" il muso, il mento e il collo; dopo alcune repliche la femmina affonda leggermente e il maschio sembra salire sul carapace della compagna e aggrapparsi al suo margine anteriore con le lunghe e robuste unghie delle zampe; la femmina nuota con il maschio sul dorso per qualche tratto e poi cala sul fondo dove avviene l’amplesso vero e proprio.
L’accoppiamento vero e corteggiamento dei pesci tropicali è uno degli eventi più spettacolari a cui si può assistere nei nostri acquari. Durante il corteggiamento e l'accoppiamento gli animali mostrano quanto di più bello possiedono, proprio per conquistare il partner.
Tipico il comportamento del maschio che, con grande maestosità, alza la pinna dorsale e continua a girare intorno alla femmina per farsi notare. Ed i duelli tra i maschi non sempre finiscono con la vittoria del più forte, ma con quella del più bello!

Che bello il mondo animale, mi sento molto Piero Angela.
Chiaro e limpido, con le sue regole e le sue didascaliche e nette distinzioni.
Sono regole ferree, dettate dal DNA e da millenari scenari naturali ed etologici, che portano alla scelta del partner migliore sotto il punto di vista della continuazione della specie.

Fin qui, nel mondo animale stictu sensu.

Nel mondo degli uomini, invece, c’è un preciso rituale di corteggiamento? O meglio, c’è ancora?

Una volta, certamente.
Ed aveva le sue regole ferree e rigide, inquadrate da galateo, consuetudini e buona creanza.
Un’occhiata, uno sguardo, una mezza risatina della donna. Magari un fazzoletto con le iniziali ricamate fatto cadere per caso al momento opportuno poteva essere incoraggiante.
E poi all’uomo spettava farsi avanti, presentarsi, tenere la conversazione, offrire il braccio per una passeggiata se proprio era impudico. Insomma, la palla stava al maschio, almeno in apparenza, e stava a lui fare il primo passo.
Mia madre sbatteva i tappeti alla finestra buttando l'occhio, e mio padre passava e ripassava incuriosito dalla eccezionale quantità di polvere che pareva albergare nella casa dei miei nonni materni.

L'uomo.
Era lui il capitano della compagnia, il direttore dei giochi mentre la donna poteva limitarsi tutt’al più al ruolo dell’oscura burattinaia di tutto il balletto del corteggiamento. E comunque doveva fare la ritrosa, millantando castità e purezza seppur fasulle.
Con discrezione.

Altrimenti, diciamocelo, la donna era considerata zoccola. Pesantemente.
Ma oggi?
Tutto questo ha ancora senso nella nostra società?
Spetta ancora all’uomo il primo passo?
Una donna che fa la prima mossa viene ancora vista come una poco di buono? Oppure è un gesto apprezzato?
Se una ragazza fa il primo passo, facendo capire chiaramente al maschio il suo interesse o magari invitandolo ad uscire, causa il calo verticale della libido del sesso forte oppure lo gratifica?
La donna deve ancora aspettare che il primo passo lo faccia l’uomo pena essere considerata un'avventura e nulla più?

E se ciò dovesse portare all’estinzione della razza umana?
Un uomo sente ancora il bisogno di lottare nel corteggiamento, sentendosi orgogliosamente l’artefice di tutto, o questi sciocchi paraventi sono oramai caduti?
Una ragazza che prende l’iniziativa, è vista come una facile anche al giorno d’oggi?
Pure nel 2005?
Anche dopo il femminismo, la rivoluzione sessuale ed il Grande Fratello???

Ma davvero?
No, ragazzi, ditemelo.
Che così mi regolo, visto che per me in genere non è così scandaloso fare il primo passo.
Anzi, l'ho fatto eccome.

Finora.

Aiutatemi.

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6 ottobre 2005 4 06 /10 /ottobre /2005 12:48
Da piccola il mio passatempo preferito era la bicicletta.
La banda di ragazzini che abitava nelle vicinanze veniva a bussare alla porta di mia nonna subito dopo Remi:

"Signora Spina, può uscire sua nipote?"

E la sua nipotina, che di anni ne aveva sei o forse sette, inforcava la bicicletta verde bottiglia a cui erano state tolte le ruotine e aggiunto un rumoroso campanello e se ne andava a scalare inespugnabili mucchi di rena ed esplorare intricate foreste di erba medica.

Odiavo le gonne, da bambina, ma più di tutto odiavo la sottoveste (o sottabito, come la chiamava mia nonna) di pizzo che mia madre si ostinava a farmi mettere la domenica mattina. La odiavo, mi si appicicava alle gambe e, nella migliore delle ipotesi agitandomi mi arrivava fino in gola. E allora dopo la messa scappavo in camera mia a togliermela, incurante delle grida della mamma che tanto aveva sognato una bimba da vestire di pizzi rosa ed invece si ritrovava me. 

Ero un maschiaccio da bambina, sempre in giro tra i campi col cane dietro. Tornavo a casa coperta di fango e contante cose da raccontare.
Come quella volta che ero stata due ore ferma immobile ad ammirare una crisalide attaccata nell'incavo di un ramo e che si apriva piano piano, liberando la farfalla che c'era nel bruco. Ero rimasta così tanto affascinata dal vedere le ali spiegazzate aprirsi piano piano che non m'ero accorta che l'ora di pranzo era passata da un pezzo e che mia nonna urlava il mio nome disperata.
Oppure come la volta che, col mio gruppo di scalmanati, abbiamo sezionato una rana, causando lo svenimento dell'altra bimba della comitiva.Solo per vedere che c'era dentro.
Bello avere sette anni e nessuno scrupolo morale. Completamente ignari del politically correct.

E crescendo, non è che sono migliorata...
Ma nemmeno per scherzo.

Invidio quelle ragazze dotate di grazie naturale.
Si ravviano i capelli, di danno un tocco di mascara e puff! sono pronte ad affrontare il mondo con il fascino naturale di dddonna con tre d belle evidenti. Alla perugina.
Perfette anche senza trucco, affascinanti e naturali.
Insomma, donne. Quelle che sono citate da Cosmopolitan, perfino troppo frivole per i miei gusti, ma rassicuranti nel loro essere perfettamente sè stesse. Quelle hce da piccole giocavano a stirare, insomma.
Ecco, io mica sono così.
Sono una che inciampa per strada, che ha la testa tra le nuvole nove volte su dieci e che si allaccia la camicetta sbagliando le asole. O che si mette il maglione al contrario, ma tanto dicono che porti fortuna.
Sono una che si siede come se dovesse arrampicarsi sulla seggiola invece che sistemarsi composta e perfetta con le gambe accavallate.

Certo, forse il lavorare in un ambiente quasi esclusivamente maschile e andare allo stadio dalla tenera età di 5 anni, non aggiunge punti alla mia femminilità già poco spiccata.
E nemmeno avere una netta prevalenza di amicizie maschili che ti trattano come fossi uno di loro, coinvolgendoti in discussioni e riflessioni che una donna mai e poi MAI dovrebbe sentire, pena la voglia incessante di diventare lesbica frenata solo dalla poca appetibilità dell'atto in sè.
Ma forse è una cosa innata, una di quelle qualità che o hai o non hai. O sei Grace Kelly o non lo sei, c'è poco da fare.

E sto diventando uomo in tante cose, specie nei sentimenti. In tutto quello che di negativo c'è in questa accezione. Specie nei sentimenti e nella corazza che molti si portano dietro.
Ah, sì. Anche nel menefreghismo. Che, non negatelo lettori maschi, è alquanto tipico.
Forse il mio atteggiamento recente è frutto di un mix del mio backgrund culturale e delle delusioni che la vita ti appiccica addosso senza che tu possa fare niente, rendendoti un po' più dura di come vorresti essere.

E di sicuro più divertente...

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4 ottobre 2005 2 04 /10 /ottobre /2005 18:19
Sono stanca.
Non fisicamente, nè di cervello.
Sono emozionalmente stanca.
 
Stanca.
Sfinita.
 
Sono sempre stata pronta ad ascoltare tutti, a capire tutti.
I problemi di tutti erano i miei, dall'unghia spezzata al gattino rimasto intrappolato in cima all'albero della vicina e che non ne vuole sapere più di scendere.
Passando per pippe assortite e fidanzati gelosi, attraverso frequentanti smaniosi e rapporti senza futuro alcuno che generano fiumi di lacrime a non finire.
Non solo per amiche e/o amici veri. Quello è un piacere/dovere al quale in ogni caso è impossibile sottrarsi senza incorrere in sensi di colpa senza fine a causa di rimembranze nemmeno tanto antiche in cui i sopracitati amici mi hanno risollevato.
Proprio per tutti compresa l'amica lagnosa e fidanzata che si fa sentire una volta ogni 4 settimane e sempre in sconvolgente concomitanza con una litigata senza fine per poi sparire inghiottita dal nulla fino alla prossima sfuriata. 
Un orecchio ed una parola per tutti.
Una spalla affidabile e ironica.
Ora non ce la faccio.
 
Io ero quella in grado di fare 100 cose, prendere mille impegni e trottare a testa bassa per giorni senza mai dirsi stanca. Scuola d'inglese, ballo, palestra, teatro, cinema. Chi più ne ha, più ne metta. E poi ilo tempo per scrivere, quello solo per me.
Di corsa da un posto all'altro. Mille attività.
Ora non ce la faccio.
 
Io ero quella che teneva le fila di rapporti di amicizia scalcinati, magari anche a distanza. Conoscenze occasionali e non, nate in vacanza o in posti lontani. Così come è successo con la mia guru, conosciuta in quel lido allegro e solare di Pineto e diventata poi con il tempo e la passione di entrambe, più che una amicizia una sorellanza.
Io, con la costanza di mantenere rapporti, scrivere, inviare foto, invitare sulle ridenti sponde del Lago Trasimeno ed offrire albergo ai soggetti più disparati, collezionando amicizie in tutta Italia.
Ora non ce la faccio più.
 
Sono stanca.
Forse sono solo diventata egoista.
Ma mi sento prosciugata.
Esausta.
Non ho più nulla da dare.

Magari è un momento.
Magari è che la morte di mia nonna è stata un dolore troppo grande e non mi ha lasciato altre energie mentali ed emozionali per nessuno.
Per nessuno.
Nemmeno per me.
Il dolore si è inghiottito tutto, passano i giorni ma è sempre con me come un piccolo chiodo ficcato nello stomaco che non passa e mi immobilizza al suolo.
 
Passerà.
 
Passerà. Speriamo.
 

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30 settembre 2005 5 30 /09 /settembre /2005 17:07

Il giudizio che abbiamo di noi stessi è spesso diverso dalla percezione che gli altri hanno di noi.

Molto diverso.

E certe volte ce ne dimentichiamo, certi che le persone che ci stanno intorno ci conoscano davvero.

Per quello che siamo, e non per la maschera di cera che ci portiamo a spesso sette giorni su sette, piova o ci sia il sole.
Come attori consumati, veliamo la nostra anima rivestendla di una bella armatura di ghisa, sperando che non ci ingoffi troppo i movimenti.
Magari inconsapevolmente.

Giusto la settimana scorsa ero con un amico davanti alla macchinetta del caffè. Gentilmente, lui si offre di sovvenzionarmi una dose di caffeina standard necessaria per arrivare correttamente in fondo alla giornata lavorativa.

Amico di Phoebe: "Come lo prendi il caffè? Lungo? Con lo zucchero? Macchiato?"
Phoebe: "No, no. Semplice. E senza zucchero"
Amico di Phoebe: "Ma dai!!! Già la vita è così amara!!!"
Phoebe: "Oh, a me lo zucchero non piace nel caffè. E poi io già sono dolce di mio!"
Amico di Phoebe, contorcendosi dalle risate: "AHAAAHHHHHAAHAHAHAHAAH!"
Phoebe, accigliata dalla grassa risata dell’amico: "Cioè?????
Amico (ex amico a questo punto??): "Tu, dolce? Ma se sei il Grinch!!"
E tutti i presenti a sghignazzare, come se avesse fatto un battutone degno del miglior Zelig.

Credo che se fossi stata in SPM, mi sarei messa a piangere come una fontana dando uno spettacolo indegno a tutti i presenti.
Ma ho assorbito la botta ed ho deciso di non ucciderlo per questa volta, evitando di donare i resti del suo cadavere ai cani randagi.
Povere bestie, anche loro devono mangiare.
Ma non questa volta.

Però, c’ho riflettuto.

Non avevo mai pensato di dare un’immagine così cinica di me.
Così poco edificante.
Ho sempre pensato di essere una brava bambina, attenta alle necessità ed alle esigenze delle persone che mi stanno accanto.
Magari un filino troppo diretta e sincera, questo sì, lo ammetto. Ma è poi un difetto così grave?
Ma è questo che arriva ai miei amici?
Davvero l’immagine che arriva di me è quella di una vecchia zitella acida, stretta parente di Crudelia Demon? Pensandoci bene, è un paragone molto fashion.

Davvero nessuno mi conosce per come credo di essere io?
Ho paura.

Molta.

 

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