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28 settembre 2005 3 28 /09 /settembre /2005 09:15
Ad inaugurare l’appuntamento mensile con la rubrica Dillo a Phoebe ho selezionato la mail di una lettrice silente, Augusta, che mi propone un tema caro a tutte noi psicotiche donne del 2005: Mr. Big. Eh, sì. Proprio lui. Tutte ne abbiamo uno chiuso in un cassetto a chiave, il cui tacito e silenzioso ricordo avvelena la vita nostra e dei poveri amici che ci circondano.
La lettera (ehm, la mail) recita così:

Ma Mr. Big, allora, non tornerà?
Smetto di sperare e aspettare?
Eh?
Augusta

All’inizio la mia risposta era stata classica e da buona madre di famiglia: vai avanti e vivi la tua vita. Ma Lei, a dire il vero, non è che sia rimasta granché soddisfatta dalla banalità rassicurante della risposta. Questo mi ha dato l’occasione per rifletterci su.

In fondo, Carrie è baciata dalla fortuna (fortuna?) di vedere il suo Mr. Big inseguirla fino a Parigi, strapparla dalle braccia del suo fascinoso pittore dopo anni di tira e molla (e un matrimonio con un’altra così bella e perfetta da meritare la ghigliottina più di Maria Antonietta) e poi… poi boh. Il telefilm finisce così, sigla, titoli di coda e The end. Insomma, perché non dovrebbe capitare ad ognuna di noi, single un po’ schizzate, ma tanto interessanti che caracolliamo lentamente (ma non così lentamente) verso o nei trenta?
Perché?
Perchèè?
Ma perchè?????

Bèh, delle buone ragioni per non attendere alla finestra il Mr. Big di turno ce ne sono a bizzeffe e tutte molto buone. E proprio per questo dettate dalla testa e non da quell’organo maligno che ci domina e sovrasta: il cuore. O magari è solo che c’abbiamo problemi a governare le sinapsi, chi può dirlo?

Ma analizziamo le ragioni per cui la vostra Phoebe vi consiglia non solo di girare pagina, ma di chiudere proprio il libro e comprarne un altro più interessante. O per lo meno rilegato meglio.

  1. Capisco che Sex & The City sia un telefilm dotato di un alto grado di immedesimazione di cui pure io sono vittima (tutte le donne non si sentono un po’ Carrie?), ma resta solo e pur sempre questo: un telefilm. Gli sceneggiatori vi ci devono far credere all’amore, no? E quindi dopo anni di dubbi, incertezze, paure lui prende e decidere di vivere la sua storia con Carrie. Nella vita non succede. Anzi, sì. Succede eccome. Ma il vostro Mr. Big decide di vivere la sua vita non con voi, ma con un’altra. Più alta. Più bionda. Diversa da voi. Molto diversa. 

  2. E’inutile invocare la legge dei grandi numeri: se ad una vostra amica è successo, non è detto che succeda anche a voi. Anzi. La mia guru convive con quello che fu il capostipite dei frequentanti e contro tutte le previsioni non solo lui è una persona eccezionale, ma sono anche felici. Ma è un caso, l’eccezione che conferma la regola. NON ILLUDETEVI. Non accade mai. E inoltre ricordate sempre che il mio Principe dei Frequentanti penzola ancora in fondo alla catena alimentare della vita e se tornasse da me chiamerei il 118. Per lui, però.
     
  3. Il martirio non paga. Almeno, questo genere di martirio. Se proprio vi sentite votate al sacrificio, fatevi suore, diventate infermiere, partite per una missione umanitaria nel Darfur. Ma non sentitevi martiri della vita perché il vostro Mr. Big vi ha lasciate. Sareste sciocche. E poco autoironiche anche.
     
  4. I maschi sono tutti uguali. Tutti porci uguali. Tutti infantili uguali. Queste sono verità essenziali da cui non si può prescindere, ma ragionate un attimo: volete precludervi tutto? Sbarrare a tutti gli uomini attirati dalle vostre grazie e dalla vostra innegabile intelligenza e classe le porte del vostro cuore portando avanti un confronto che, cristallizzato nel tempo e nella memoria, non può avere rivali?
     
  5. Siete davvero sicure di volerlo? Cioè, se il vostro tanto agognato Mr. Big si presentasse davanti alla porta di casa vostra con un girasole in mano chiedendo perdono e gridando "Ti amo", passato il momento di gioia iniziale, sbattimento di ciglia, braccia e quant’altro, cosa fareste dopo una settimana? E dopo due? Meditate donne, meditate. 

Fin qui quel che ragione detta.

Venendo a me, io sono bravissima, la meglio oserei dire, a predicare bene e razzolare in maniera disastrosa. Sono peggio di tutte voi messe insieme. Non solo io ci spero (anche se mi sentirete negarlo fino allo spasimo, giurare spergiurare il contrario, battermi il petto invocando il vostro ass… ok, la pianto), ma non faccio nulla per eliminare il pensiero dalla mente. Sono la più patologica. 

Magari, il problema è solo uno, care donne (e uomini, perché credo anche se non ne sono certa che la cosa sia valida anche rovesciata. Attendo numi a tal proposito dalla frangia maschile) e la soluzione è molto più facile del previsto, nonché immeritevole di una così lunga disquisizione: NON MI SONO INNAMORATA DI NUOVO.
E così succede ad Augusta, e a tutte voi che rincorrete il mito di Mr. Big. Your own private Mr. Big. Ma uin giorno, vi/mi capiterà ancora e tutto cambierà.

Forse.
Forse, perché c’è chi dice che nella vita si ami una sola volta ed una soltanto.
Ma anche se fosse, siccome l’amore non è facile da schematizzare ed impossibile da inquadrare in canoni e misure specifiche, che cos’è e se quello per Mr. Big sia stato o sia tale nessuno lo sa.

Sono stata sufficientemente chiara?
No?
Ma come no!!!!!

In ogni caso, scrivete a Phoebe!

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23 settembre 2005 5 23 /09 /settembre /2005 16:35
Ci sono uomini che ti scivolano addosso come l’acqua sotto la doccia.
Non hanno fatto niente di male, beninteso.
Spesso sono anche persone buone, belle, gentili. Non è rilevante. Non è colpa loro. E’ finita? Ok, mannaggia, mi spiece, tanti saluti. Rimaniamo amici? Boh, non so, forse, vabbè.
E non perché siano persone cattive, anzi.

E’ solo che proprio il tuo cuore non fa tump-tump.
Maledetto puttaniere.

Poi ci sono uomini da cui non riesci a scollare la mente.
Persone che vivono sotto la tua pelle, come un Alien in miniatura.

Ti sembra di veder muovere il pensiero di lui accanto alle falangi, passare vicino alle ossa del braccio e risalire su fino alla testa.
E non importa quante lacrime hai versato, quante volte hai pregato Dio di resettarti l’anima e quanto la parte razionale che alberga in te cerchi da sempre di affogarlo sotto la nebbia densa dell’oblio.
Non è dolore fisico, nè malinconia.
E' un pensiero sottile che ti cammina saltellando tra i neuroni.

Stai lì, magari davanti al PC o a vedere un film con la tua migliore amica. O stai a bere Cosmopolitan con un amico seduta al bancone del bar.
Ed eccolo, è con te. PUF! Ti arriva in mente.

E non fa niente se l’ultima volta che l’hai visto sono stati cinque minuti rubati a non si sa che cosa.
Anzi sì, sì che lo sai.
Rubati alla sua vita vera, quella di cui tu non fai parte e lo sai.
Eppure di quei cinque minuti sei grata, sono vissuti come un regalo.

Mi domando, è un’illogica ossessione?
Oppure le persone che si sono amate restano sempre incastrate in un pezzetto d’anima?
Le ferite non si rimarginano mai?
E’ il peso del rimpianto di ciò che poteva essere?
Cos’è questa cosa a cui non si riesce a dare nome?

Forse è solo follia…

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20 settembre 2005 2 20 /09 /settembre /2005 15:03

I miei amici hanno la spiacevole abitudine di mettere in dubbio il mio ineccepibile buon gusto in fatto di uomini.

Sì, lo ripeto e sottolineo: BUON GUSTO!

Mi prendono in giro, affermando che nel mio poco affollato armadio polveroso, giacciono ex che potrebbero allegramente lavorare nel Circo Barnum: gobbi, nani, pagliacci e compagnia cantante, i miei cari amici maschi hanno una parola per tutti.
Eppure, posso dire di esser stata solo con ragazzi che mi piacevano ed attiravano fisicamente, non mi sento né pazza né una benefattrice.

Sono di sicuro loro che sono troppo severi (vorrei fare i raggi X alle loro donne o presunte tali) e comunque gelosi.

E’ vero che i belloni non mi piacciono, ma credo di avere buon gusto lo stesso, apprezzando il fascino che una persona può emanare o meno.
Insomma, uno bello e stoccafisso non mi attrae, ci devo leggere qualcosa in fondo agli occhi del maschio in questione.
In una parola sola, l'uomo ideale deve avere l’aria un po’ stronza (ops, pardonne moi le francesisme…), di uno che, come recitava una vecchia pubblicità, non deve chiedere mai.

Per capire come mai i miei gusti si sono sviluppati in tal senso, credo sia opportuna un’analisi indietro nel tempo, lasciando perdere miti letterari e scaturenti dai libri che verranno trattati in modo approfondito in separata sede.

Da bambina non ero innamorata di mio padre, come dicono sia tipico e come sta scritto dei sacrosanti libri di psicologia.
Per carità, era ed è un bell’uomo dall’aria mediorientale, moro e con gli occhi verdi, la carnagione olivastra e l’aria bonaria.
Ma, nonostante tutto l’affetto, il primo a farmi battere il cuoricino di bambina cinquenne fu l’unico occhio di
Capitan Harlock. Capite bene che, già da allora, ero segnata per sempre.
Era una mania, e nonostante fosse un cartone animato tipicamente da maschio, non ne perdevo una puntata e passavo il pomeriggio a cantare la sigla, con le note che uscivano dal vecchio mangiadischi arancione. Era un disco di vinile blu, me lo ricordo benissimo. Blu elettrico.
Ah, che nostalgia. Il mio primo sogno erotico. E nemmeno lo sapevo!

Crescendo, alle elementari mentre tutte le mie compagne erano affascinate dalla bellezza zuccherosa di Lowell, io ero innamorata di Terence e morivo dalla voglia di prendere Candy Candy a testate sulle gengive per esserselo lasciato scappare.

Gli anni a cavallo tra gli ottanta e i novanta (i più formativi per me sotto questo punto di vista) e le scuole medie sono state la scoperta del cinema e della musica.
Diari ricoperti di foto ritagliate da Cioè ed appiccicate con la pritt che le faceva arricciare tutte ed invaccherava le pagine, rendendo impossibile riporre chiuso il povero diario in questione.
Per la maggiore andava il bel
Tom ed il suo soriso americano DOC a 86 denti, ma anche Bon Jovi e Joey Tempest erano molto gettonati e ritagliati.
Il mio preferito era il semi-sconosciuto ma bellissimo
River Phoenix, astro nascente del cinema d'autore e giovane promessa. Causa sua, mi sono vista film assolutamente inadatti alla mia giovane età, uno su tutti "Belli e dannati" di Gus Vav Sant che credo abbia contribuito molto alle mie psicosi post-adolescenziali, ma che però mi ha dato modo di conoscere quello che sarebbe diventato il mio nuovo amore di cartapesta causa anche la precoce dipartita del povero River: Keanu Reeves.

In mezzo a tutto ciò c’era anche il re degli animatori, Patrick Swayze, che insegnava a ballare alla saracinesca più brutta del mondo, e se ne innamorava pure!!! Come non invaghirsene e sperare??

Sull’onda del ricordo, siamo arrivati fin ai giorni nostri, in cui il mio immaginario erotico è diviso tra Costantine di cui sopra, il fascino intellettuale di Alberto Angela e gli occhi azzurro mare di Alessandro Preziosi, che pure recita come un cane ma pazienza nessuno è perfetto.

Immaginate il casino.
Ma in fondo, non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. De gustibus non disputandum est, diceva  una volta gente che ne sapeva assai di inciuci sentimentali. E allora sarà vero.
Comunque, io resto con la convinzione di avere un gusto ineccepibile, e chi osa smentirmi lo picchio con lo Zingarelli edizione de luxe.
Anche perchè il fascino è una cosa soggettiva.
Non parametrabile.

Oppure no?

NB. In questo breve elenco vengono citati solo personaggi di cartapesta e/o attori che hanno fatto o fanno parte del mio immaginario erotico non perché abbia vissuto solo nella fantasia in questi anni, ma perché non ho voglia di prendermi una denuncia per violazione della privacy. Qualora qualcuno degli appartenenti al circo Barnum voglia essere citato, prego inviare una liberatoria via mail

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15 settembre 2005 4 15 /09 /settembre /2005 12:12
Non sono la persona più adatta a dare consigli.
Cioè, se vi serve una consulenza su un paio di scarpe, sul colore di moda quest’anno o su una borsa, cavolo, arrivo.
Anche una consulenza letteraria mi gratifica parecchio e mi vanto pure di saper individuare il libro adatto ad ogni persona.
Ma non mi sento proprio la persona adatta a dare consigli in merito alla vita, l’amore, l’esistenza, Dio, e chi puù ne ha più ne metta.

Eppure, nonostante io non assomigli nemmeno un po’ alla Bree Van De Kamp che tutti vorremmo come consulente, conoscenti o quasi estranei mi sottopongono spesso all’esame delle loro vite, come se io avessi la bacchetta magica capace di far uscire la parola giusta al momento giusto.

E non è così, affatto!
Anzi.

Proprio ieri in palestra, una conoscente mi rendeva partecipe delle disgrazie che aver iniziato la vita coniugale a 18 anni causa gravidanza comporta, comprese scenate di gelosia del marito e affini.
A me. A ME. PROPRIO A ME.
A parte ricordargli che la mia relazione più lunga è durata si e no sei mesi, ho arrabattato quattro frasi pescando dalla vita coniugale dei miei e me la sono cavata, causando forti certi di consenso con la testa da parte della sciagurata e un ritardo clamoroso alla lezione di step coreografato.

Ed è solo un piccolo esempio.
In fila dal medico, alle poste, in treno.
Molta gente prova l’irrefrenabile desiderio di confidarsi con me.
E così vengo a sapere tutti i fatti degli altri.
E passo pure per pettegola impicciona, olè.
Ma la gente continua. E continua.

E non ne capisco il motivo, davvero.
Magari gli occhioni nocciola da Bambi mi danno quell’aria con un che di rassicurante e dolce, ma si sbagliano di grosso. Non sono adatta a ridimere conflitti, a sanare pene d’amore, né tanto meno a elargire illuminanti pareri amorosi. I miei pareri potrebbero scatenare entro breve la fine della famiglia italiana, l’Apocalisse e l’estinzione della razza umana.

Inutile dire che, nonostante la narrazione delle mie disavventure sul blog, la richiesta di consigli continua anche via mail. E mi trovo nella posta del blog bellissime lettere di gente che vorrebbe da me un consiglio, una prece, un’idea. O semplicemente, sentendosi affine ai miei casini, vuol rendermi partecipe dei suoi.

Da qui, l’IDEA: anche se non mi sento adatta, ammesso che ci sia qualcuno che possa definirsi tale, ergendosi al ruolo di supemo consigliere, da oggi creo la settimanale rubrica che cambierà la vita di tutti voi.

DILLO A PHOEBE!!!

Avete problemi d’ammòre?
Il vostro cuoricino batte per un Mr. Big che non tornerà mai?
Vostro marito passa l’aspirapolvere in perizoma alle 4 del mattino?
Vi sentite Paris Hilton e volete farlo sapere al mondo?
La vostra ragazza si fa le unghie durante il vostro settimanale rapporto sessuale?
Siete state scaricate e ora volete farla pagare al bastardo con molta fantasia?

DILLO A PHOEBE!!!

Lui ha detto che chiamerà ma sono passati 4 anni infruttosamente?
Non sai se ad un matrimonio possono essere indossati i sandali senza sconfinare nella volgarità?
Non sapete come rimorchiare il ragazzo carino che vedete passare sotto la vostra finestra tutte le mattine?
Il tuo cane si sente un gatto e tenta di ingropparsi il felino del vicino?
Il vostro ragazzo vuol farvi mettere il burqua e secondo voi non vi slancia?

DILLO A PHOEBE!!!

A tutte le mail verrà data risposta compatibilmente con gli impegni lavorativi e/o personali della sottoscritta ed una volta a settimana le più meritevoli (a discrezione della mirabile consigliera) verranno pubblicate.

Scrivetemi!!!

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12 settembre 2005 1 12 /09 /settembre /2005 11:36
In un mondo che col potere dei fatti cerca in ogni modo di convincere i propri sciagurati abitanti del fatto che, per ragioni sociologiche, fisiche ed ormonali l’AMORE non può esistere se non nei romanzi zuccherosi e datati della Harmony, arriva come un fulmine a ciel sereno un libro.
Io odio i libri d’amore strictu sensu.
Sono più irreali di Asimov e molto più noiosi certamente.

Non sembra nemmeno un libro d’amore, ma una di quelle incasinatissime storie che escono dalla penna di Jonathan Carroll. Invece, c’è il trucco.
Perché "La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo" è una storia d’amore. Atipica. Stramba. Ma è una storia d’amore. Dolcissima, ma non mielosa.
Amore incondizionato. Destino.
Anzi, non destino.
Predestinazione.
La magia incontra la scienza o viceversa. Oppure sono la stessa cosa, chi può dirlo?

Henry de Tamble non è un uomo normale. Lui viaggia nel tempo. Non per scelta o per magia, ma per una strana malattia genetica a cui non può opporsi. Cronoalterazione. Come starnutire, più o meno. E così interseca in modo assolutamente aleatorio e (forse) sconclusionato la propria vita (incrociando anche altri sé stesso) e quella dei suoi cari. Ancora. E ancora. E ancora.

E poi c’è Clare. La prima volta che si incontrano lei è bambina di appena sei anni intenta a giocare su un prato, lui viene dal futuro ed è già un adulto di trentasei anni,
Si incontreranno davvero solo POI. E la vita di Clare sarà fatta di amore, attesa e di pile di vestiti pronte.
Ed è subito chiaro che sarà per tutta la vita.

Che sarà la storia di due persone che si amano, e vorrebbero farlo per sempre, a qualunque età e in qualunque momento.
La storia è raccontata direttamente dai due protagonisti, con tanto di data e varie età indicate in ogni paragrafo per non far perdere la cognizione del tempo allo sparuto lettore che, specie nelle prima 50 pagine, si può sentire disorientato. Trama assurda? Sembra. Ma l’autrice, Audrey Niffenegger professoressa dell’Illinois alla sua opera prima, è bravissima a tenerlo per mano ed a portarlo in una realtà in cui gli orologi girano a casaccio ma anche no. Ciò che sembra impossibile appare quotidiano, normale.

Non è una versione romantica di "Ritorno al futuro" e nemmeno di "The butterfly effect". La fantascienza non c’entra nulla. Ad essere in primo piano sono i sentimenti e la loro immutabilità.

Questo libro rincorre un’utopia di coppia, mette in scena una sensibilità femminile, un desiderio, una fantasia. Il sogno di amare l’uomo che ami anche quando tu non lo conoscevi e lui non ti conosceva, scrutarlo, spiarlo, fare sesso con lui da amante perché lui, in quel dato segmento di tempo, sta con un’altra. Amarlo quando è più giovane di te, quando è come te, quando è più vecchio di te (nel tempo lineare Henry ha otto anni più di Clare). Fare l’amore contemporaneamente con lui giovane e lui vecchio, perché i due Henry possono anche incontrarsi. E raccontarsi la propria storia.

Qui tutto è scritto, tutto è già deciso. Il futuro è già scritto e non può cambiare, dipinto da una mano invisibile. Tutto è deciso, tutto deve accadere ed accadrà, non può essere evitato o modificato.
Un libro diverso, da leggere.
Per sperare che l’amore esista, che non sia solo bisogno umano di affiliazione.

I diritti di questo libro erano stati comprati da Brad Pitt e Jennifer Aniston, affascinati dalla bellezza e leggerezza della storia, quando ancora erano una coppia felice. Doveva essere il loro primo film insieme, una metafora del loro amore.
La realtà, insomma, è diversa dai libri.

Persino da questo.

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7 settembre 2005 3 07 /09 /settembre /2005 19:16

Insomma, c’è che c’è in TV questo programma scemo su MTV in cui due ragazze (o due ragazzi) hanno un appuntamento con lo stesso ragazzo (o ragazza, chiaro no? Ah, a meno che non sia una puntata della serie gay, nel qual caso le cose si complicano, lasciamo stare…) che alla fine deciderà quale delle (o dei) due vuol conoscere meglio e quale verrà scaricato/a: dismissed, appunto.

Il gioco di per sé è proprio deficiente ed in genere i ragazzi scelgono quelle con le tette più grosse. Inoltre, diciamocelo, io lo guardo perché è in inglese e tutto serve per mantenersi in esercizio, anche programmi idioti come questi. Pure "Pimp my ride", vedete un po’.

Solo che ho iniziato a guardarlo.
E a pensarci e ricamarci sopra.
Male, molto male.
E’ immondizia, tv spazzatura.
Denigrante.

Eppure ho continuato, nonostante sia troppo patinato per i miei gusti.
E mi viene logico immaginare cosa succederebbe se fossi io una delle due a dovere "lottare" per essere scelta. O meglio, per non essere scaricata.

Cioè, non che io approvi questi giochetti pseudo-reality da quattro soldi che non permettono alla popolazione giovane di sviluppare la propria intelligenza ed il proprio spirito critico infarcendogli la testa di sciocchezze e frivolezze che, signora mia, chissà dove ci porteranno mai!!
Meglio sempre un bel libro, eh!

Ma ragionando per assurdo…
Bèh, penso che difficilmente verrei scelta, e non solo a causa della mia seconda scarsa. Anzi, mi duole dirlo, ma a detta di molti ed anche di chi mi vuole bene, sopportarmi non è facile.
Anzi, alla luce dei fatti della mia vita, credo che verrei scelta.
Il maschione di turno verrebbe intortato dalla mia chiacchiera, sedotto dalle ciglia da Bambi e anestetizzato da un stream of consciousness
degno di un James Joyce in grandissima forma.

Mi sceglierebbe e sorriderebbe felice alla telecamera mentre mi infila la lingua in bocca.
Poi passerebbero circa un paio d’ore, magari un giorno o due se è un tipo resistente. Forse pure una settimana o addirittura un mese o due se il tipetto c’ha le palle oppure è abbastanza folle.

Poi, inspiegabilmente, si ricorderà del foglietto accartocciato che giace nella tasca posteriore dei pantaloni e dove per sbaglio s’era appuntato il cellulare dell’altra concorrente.
E scapperà via a gambe levate.
Perché c’avrà tanto da fare.
E verrà inghiottito dal nulla come ne "
La Storia Infinita" di Micheal Ende.
E si fidanzano.
TUTTI.
Se porto sfiga o fortuna, non spetta a me dirlo.

Molte donne lamentano la incapacità di conoscere gente nuova, di fare amicizie, di incontrare l’altro sesso. O comunque, di fare colpo. Per me, tranne i lacrimosi casi del canadese semi-minorenne o del filosofo (gay, secondo i miei amici, sfigato cronico per le mia amiche) non ho mai avuto grandi problemi a farmi conoscere ed apprezzare, se lo voglio. Certo, nella normalità delle cose ed evitando i soggetti alla Brad Pitt o alla Gabriel Garko che non mi vedrebbero nemmeno se indossassi un vestito da coniglio stile Donnie Darko.

Il mio problema è che poi mi conoscono.
Cominciano ad entrare nel mio mondo.
Oh, pare brutto a dirlo, ma è proprio così.
Nella mia limitata esperienza, mi succede sempre così.

Metaforicamente parlando, accade ciò. Il maschio si interessa, si invaghisce, gira intorno alla preda (e cioè a me nel caso specifico), la brandisce e circuisce con mille paroline e occhietti languidi. La preda (cioè io. Immaginatemi come una gazzella che scappa nella savana, che oggi mi va così) è circospetta e ritrosa, ma piano piano si fa blandire.
Tanto più la preda (la gazzella) si fa interessata, tanto più il maschio diventa ritroso. Un pochino alla volta, lentamente, infila il piede nella porta pronto allo scatto della fuga, tramutato da predatore a vittima.
E poi scappa.
Veloce.

E già so cosa passa nella vostra mente di divoratori di Intimità e Cosmopolitan. La risposta è NO, la fuga non coincide con il post coito maschile. Se il problema fosse questo non solo sarebbe banale, ma anche piuttosto squallido e deprimente per il genere maschile tutto.

La fuga comincia quando si entra nel mondo della sottoscritta.
Un mondo, ad onor del vero lo ammetto, abbastanza incasinato.
Io non ci vedo nulla di strano, non mi sento particolarmente svitata.
Ma capisco anche che nuotare nel mare incasinato e ingarbugliatissimo delle mie connessioni sinaptiche, per esseri mediamente dotati di una coppia di neuroni non sia così accessibile.

Ma quando un numero considerevole sul totale dei tuoi ex pronunciano la frase :"Sei matta" rivolta a te, qualche dubbio ti viene. La cosa più fastidiosa è la doverosa precisazione che segue la simpatica affermazione di cui sopra qualora io necessiti, come ovvio, di una spiegazione perlomeno adeguata:

"Ma in senso buono, eh!"
"E’ un complimento, cosa credi?"

Il prossimo che me lo dice, gli rifilo una testata.
Forte.
Fortissima.
In mezzo alla fronte.

Anzi, siccome un prossimo non ci sarà perché mi sono davvero stufata, il problema non si pone nemmeno.
E non ho nemmeno intenzione di diventare lesbica come mi ero proposta. Ho conosciuto una coppia e ho scoperto che hanno gli stessi problemi degli eterosessuali.
E io evidentemente non sono tagliata per le relazioni interpersonali.

Mi sono stancata di non essere accettata per come sono, un po’ Amélie Poulin, un po’ Alice, un po’ Phoebe e parecchio semplicemente Silvia.

Sono così stanca che lo sventurato che per sfortuna mi chiederà di uscire, lo cospargo di benzina e lo brucio. Anzi, lo faccio sbranare dal mio ferocissimo cane di tre chili.

 Cane femmina, ovvio.

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5 settembre 2005 1 05 /09 /settembre /2005 15:08
Viaggiare, spostarsi, trasportarsi
Il viaggio è stata un’esperienza, già solo per il fatto che il treno da prendere per raggiungere il nostro charter era alle 4 del mattino. Quattro donne all’avventura, con nessuna particolare aspettativa se non quella di divertirsi e di staccare la spina da un periodo poco roseo per tutte.
Insomma, si và: io Vale, Claudia e l’avvocata.
Quattro amiche rodate. Una certezza.
Dopo un ritardo di 3 ore all’aeroporto di Bologna, conseguente pranzo offerto a tutto il volo a carico della compagnia ed evidente socializzazione con tutti gli sciagurati passeggeri, il trabiccolo che ci si presenta davanti aveva il salubre aspetto di un prototipo dei fratelli Wright.
Andiam bene…
E per fortuna io sono un tipo molto fatalista, perciò appena salita, complice l’alzataccia delle 3 del mattino fatta per trascinarci a Bologna in treno son crollata addormentata sulla spalla della Vale per svegliarmi solo al momento fatidico dell’atterraggio.

Ma non finisce qui.
Pulmino e roulette russa. Già, perché noi, spilorcie e pulciare, avevamo prenotato con la formula ‘ndò coglio coglio e quindi non sapevamo ancora il nome del nostro albergo. Gira, gira, gira, passando davanti a splendidi alberghi il pulmino s’è svuotato. C’eravamo rimasti solo noi e tre giovani ragazzotti fiorentini quando il simpatico autista si ferma davanti ad una amena collinetta proprio davanti al mare.
Scendiamo, scarichiamo le valige, ammiriamo la tipicità dell’albergo tutto bianco e blu e scopriamo che entrambe le comitive hanno due camere al quarto piano.
Senza ascensore.
Scale esterne.
Larghe un metro.
78 scalini.
SETTANTOTTO.
Ah…

Per fortuna che avevo solo una valigia, in rispetto del monito di mia nonna "Porta solo quello che riesci a trasportare da te". E detto da una che non ha mai visto il mare e che per viaggio lungo intende andare a Roma (il luogo più lontano da lei visitato) mi è sempre sembrato un ottimo consiglio.

Heeeeey, baby! I wanna knoooow if you’ll be my girrrrrl!
L’albergo si dimostra non male, le due chiattone proprietarie un po’ stronze, i vicini favolosi.
La privacy, essendo tutte le terrazze/pianerottoli rivolte verso le scale, non esiste e non c’è garante che tenga. In due giorni abbandoniamo tutti i pudori e girare in mutande sembra più che naturale, ovvio.
Sveglia alle 11, ogni giorno una spiaggia diversa e poi alle sette appuntamento al Tropicana. Balli, cena, infine doccia e si esce di nuovo.
I giovani fiorentini ci ergono al ruolo di ziette consigliatrici, capaci di scongiurare abbinamenti coatti e consolatrici consigliere sul genere femminile.
Instauriamo ben presto la moda del cuba libre pre-uscita alle una di notte tutti in camera nostra, con festeggiamenti, musica e balli di pianerottolo sulle note delle più svariate melodie e che causano l’odio inverecondo degli altri abitanti dell’albergo, tutti greci e pertanto con gravi problemi di comunicabilità con noi.

Mykonoooooooos!!!!!
Ah. Ho dimenticato di dire che l’isola è completamente folle. FOLLE. FOLLE.
Una sorta di paradiso all’inferno, dove tutto è concesso e non c’è nulla che non devi aspettarti.
Mare bellissimo, casette bianche e blu arroccate, mulini a vento, Mykonos town piena di stretti vicoli tutti uguali che non sai mai dove ti porteranno.
E casino.
Tanto casino.
Prendete i vostri orari, buttateli nel cilindro del Cappellaio Matto, mescolate con due litri di daiquiri e poi rovesciateli sulla sabbia. Ecco, ora avrete più o meno idea della follia del luogo, unico posto (forse, almeno finora per me) in cui tutti possono fare quello che vogliono senza che nessuno dica una parola.
Tanto per farvi capire, la prima sera, tornando dal Tropicana alle nove di sera, due simpatici turisti trombavano allegramente nel parcheggio, in mezzo alla gente che passava.

Olè, benvenuti sull’isola eh!!!

Sa sa sa, sa-sà!
Il Tropicana, beach bar situato sulla spiaggia più in, la Paradise, meriterebbe pagine e pagine solo per sé, ma se non lo si vede è difficile da credere al delirio animalesco.
Alle sei del pomeriggio si scatena il delirio: alcol, musica house, fischietti, gente che balla sul cubo, gara al pareo più fico, cappelli di paglia, birra tirata in aria, vino trafugato negli zaini, mani ovunque, strani accoppiamenti in riva al mare e chi più ne ha più ne metta.
Dalle sei del pomeriggio alle 10 di sera, più o meno.
Il tutto animato da uno strano soggetto in perizoma, ogni giorno con un animale diverso sul davanti (elefante, pipistrello, serpente, ecc.) che risponde all’intelligente nome di Sasà, capace di muovere una quantità immensa di gente e di scatenare la parte peggiore degli istinti degli astanti.

Nightlife
Uscendo dall’albergo alle 2 di notte, è chiaro immaginare che più che di vita notturna è logico parlare di flusso indistinto di ore all’interno di una giornata che sembra non finire mai. Ad acuire questa sensazione, negozi e ristoranti che sembrano non chiudere mai, adattandosi alle esigenze di una comunità multietnica completamente fuori, e non solo dal mondo.
Tra i posti più bazzicati, lo Scandinavian Bar, ritrovo degli italiani ma non solo ed unico posto in tutta l’isola in cui un cocktail costa l’accessibile cifra di sei euro. Già, perché l’isola di Mykonos, contravvenendo alle leggende popolari che vogliono la Grecia tra le mete di villeggiatura più abbordabili economicamente, è cara guasta.
Carissima.
Mortacci sua…

Quello che le donne non dicono…
Conoscere gente sull’isola per quattro ragazze sole è fin troppo facile e ci siamo ritrovate a salutare mezzo Tropicana nel giro di due giorni. Comitive di toscani vestiti tutti uguali come gli scout, un ragazzetto rimano innamorato di Claudia che ne urlava il nome per i vicoli alle 7 del mattino disperato per il due di picche rifilatogli dalla sua bella, camerieri con le mani lunghe (e non solo le mani, vero?), condomini affettuosi e nipotini zelanti, milanesi troppo bravi ragazzi (ma nemmeno troppo), avvocati coi capelli lunghi, ed una massa indistinta di gente che si presenta, fa due chiacchiere e se ne va, come in tutti i luoghi di villeggiatura degni di questo nome.

Quel che resta oggi 5 settembre sono qualche bella amicizia che forse continuerà, un paio di batticuore che forse scalderanno l’inverno, la sottile delusione per qualcosa che poteva essere, ma che non sarà perché manca la volontà e la voglia di correre rischi che tutto sommato possono considerarsi inutili.

Forse.

Mykonos è bella ma non ci vivrei
Gli ultimi 3 giorni della vacanza, per un motivo o per un altro li abbiamo vissuti tutti di filato senza mai toccare il cuscino per dormire. Il tempo sembrava dilatato, come se il sole fosse incapace di tramontare.
Più di 70 ore sveglie: un bel record per quattro ragazze bon-ton che sono più vicine ai enta che ai venti. Ho la sensazione che questa vacanza non sia durata sette giorni, ma molto di più.

Molte cose sono successe, troppe perché possano essere raccontate qui.
E comunque come al solito un po' di foto stanno qui.
E poi lederei la privacy già abbastanza defraudata delle mie donne.
Mare, sole, vento che stacca la testa.

Tassisti folli, amori nati beni e finiti male o nati male e finiti bene, vicoli tutti uguali e senso dell’orientamento vicino allo zero, musica house ovunque dalle nove di mattina e voglia di sentire Schubert per defatigare le orecchie, gente che balla per strada e freni inibitori che non esistono più.

Tutto e questo e molto, molto di più è Mykonos.
E una settimana è sufficiente.

Provare per credere… 

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1 settembre 2005 4 01 /09 /settembre /2005 10:44
Vivere nel 2005 non è facile.

Anzi, meglio. Essere una donna single nel 2005 non è facile, specie se ci si sta per affacciare al triste ed irreversibile traguardo degli –enta che pensavi non dovesse mai arrivare ed invece eccolo lì.

E specie se, ora e proprio ora, come uno schiaffo arriva la consapevolezza che la concorrenza è agguerrita, le armi affilate e le minigonne sempre più inguinali.

Tra i vari pericoli che la donna media che legge Cosmopolitan, dotata di pollice opponibili e di una intelligenza ed ironia leggermente superiore alla media può incontrare nel tentativo di affrancarsi dall’affannosa ricerca dell’anima non dico gemella, ma perlomeno affine, il più infido e nascosto non è certo la già citata abbondantemente (mai aggettivo fu più adatto) chiattona, che come unico delitto ha forse un evidentissimo vizio di forma.

L’essere strisciante, che vive nell’ombra, da tenere sotto stretta sorveglianza, avvelenare e se si presenta l’occasione additare al pubblico ludibrio è lei, la peggiore di tutte: la santarellina.

Si aggira con l’espressione di Gwyneth Paltrow stampata in faccia, serena ed angelica come solo le donne dei quadri del ‘500 sanno essere. Apostata dell’ingenuità e della verginità modello Britney Spears, si aggira negli ambienti di lavoro, nelle comitive, nei luoghi di ritrovo, nelle scuole d’inglese. Ovunque.

E pensi: "Oh, che brava ragazza!!"

Vestita in modo dimesso, con twin-set in depressivi colori pastello poco appariscenti e pantaloni un po’ sflosciati, se ne sta lì senza mai osare o dire una parola di più. Nel’ombra.

Tu, donna pseudo-emancipata, abituata ad essere indipendente ed a parlare di sesso liberamente come se fosse parte della trama di Beautiful o la lista del supermercato, all’inizio non ti senti minacciata.

Sciocca.

Occhioni celeste mare, lunghe ciglia sventolanti, boccoli da bambola di porcellana fin dè siecle. Cosa mai potresti temere? Parliamone, è pure un po’ forte di fianchi. Tu, che ti ritieni furba, non le dai importanza.
Il tuo mononeurone ti dice che è innocua. Ti fa pure un po’ di pena.
Povera, dovrei invitarla ad uscire fuori, eh…

Invece il cervellino della donna pseudo-emancipata dovrebbe ragionare su altri livelli, primo fra tutti che LA DONNA INGENUA NON ESISTE. Cioè, esiste solo se allevata dall’età di anni 0,5 in un collegio inespugnabile di suore naziste sito ai piedi del Monte Fato, con centinaia di Nazgul che ci volteggiano intorno urlanti e minacciosi per fare la guardia.
Novanta volte su 100 è tutta una tattica.
Perché, come disse un mio collega: "Se gli uomini son tutti figli di troia, allora per la proprietà transitiva le donne…"

L’ingenua, gioia di mamme, nonne e suocere di ogni ordine e grado, nasconde dietro le immense ciglia sempre in movimento sussultorio la sua vera anima: è la più zoccola di tutte.
Sì, siori e siore.
Mi duole affermarlo, ma è così.
"L’acqua cheta rompe i ponti" diceva la mia nonnina. Ed è tremendamente vero.

Esempio lampante ne ho avuto in prima persona, arrivando a scoprire sulla mia pelle quanto l’antico proverbio sia drammaticamente vero e santo nella sua semplicità contadina: la dolce, ingenua, innocente biondina nana della scuola d’inglese, quella che decantava Proust ed abbassava gli occhi se qualcuno le rivolgeva una domanda troppo diretta, proprio lei… ebbene, si tromba mezza scuola.
Lei.
Proprio lei.
Già.
E perché io no?

Cioè, dico. In fondo, oggettivamente io sono molto meglio. Ok, va bene, sono proprio un altro tipo rispetto a lei, ma cioè non cambia la sostanza dei fatti.

Perché gli uomini sono attratti da questo alone di ipocrisia?
Magari, dentro di loro nel profondo, cercano ancora la donna illibata?
C’è ancora la necessità di esporre il lenzuolo al balcone?
E’ più rassicurante per il maschio inseguire questa tipologia di donna?
Il maschio ha ancora bisogno di sentirsi "superiore"?
Oppure "indispensabile"?
O all’uomo piace credere di avere il potere della conquista della dama che giace addormentata sul verone del castello? C’è ancora bisogno di questi sotterfugi? Ma non c’era stata l’emancipazione?
Possibile che l’uomo medio, anch’esso dotato per la maggior parte dei casi di pollice opponibile, non sappia riconoscere una sceneggiata e ne cada così vittima?

Non che io sia uno scaricatore di porto ubriaco, per carità, e nemmeno una prostituta da bar di periferia. Sono solo una ragazza normalissima.
Ma non sono finta.
Anzi, il mio peggior difetto è proprio quello di essere un libro aperto, e contemporaneamente incapace di tacere la mia opinione senza avere attacchi di gastrite.

Come dite?
Dovrei andare a scuola da una santarellina diplomata?
No, dai.
Non credo di averne bisogno.
...
...

Bèh, magari… un paio di lezioni…

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29 agosto 2005 1 29 /08 /agosto /2005 17:47

Siamo oramai agli sgoccioli di quest’agosto ballerino, e l’estate (è inutile negarselo, è la triste ma ovvia verità) sta per abbandonarci definitivamente.

Lo vedi, lo senti.

La luce è cambiata.
C’è il sole, ma non scalda più come vorresti.
Il condizionatore sta lì, inutilizzato ed anche un po’ triste.

L’estate sta finendo e si tirano le somme di quello che, casistica e storia lo vuole, è il periodo più bello dell’anno.

Inutile tentare di nascondersi dietro un dito, l’argomento principe di noi donne è sempre quello: l’odiato ed agognato maschio.

Eh, sì.
C'hanno ragione i giornaletti femminili da quattro soldi e con la psicologa della mutua.
E’ inutile che meniamo il can per l’aia, al centro di tutte le chiacchiere, le lacrime, i sorrisi ed i pettegolezzi anche della donna più emancipata, colta, indipendente e piena di interessi del mondo c’è l’amata/odiata altra metà del mondo.
Questo vale anche per il suo piccolo entourage di amiche, ovvio.
Non c’è nessuna che ne sia immune, nessuna. Nemmeno chi nega e spergiura che non è così, neppure colei che sbandiera alacremente la favola del femminismo.
Tutte le donne vogliono una storia. Pure l'Avvocata.
E, se possibile, la vorrebbero pure romantica quanto basta

E l’estate è, per sua natura, il periodo di caccia grossa per eccellenza.
Tutta colpa/merito del caldo e dei vestiti più liberali.

Allora ecco questi uomini che non sono come vorremmo, o che se lo sono stanno a 400 km di distanza.
Uomini che non vogliono crescere o troppo adulti, con la testa a canarino o con troppi capelli ad ottenebrargli il pensiero. Uomini che non vogliono cambiare o che vogliono cambiarci, che credono di tenerci sotto scacco, ma che sono anche a loro volta schiavi di situazioni improponibili.
E tutte le paure, le fobie, le cicatrici che stano lì, appena un paio di millimetri sotto l’abbronzatura perfetta e ci vuole un niente perché tornino a galla più velenose e orribili che mai.

La paura di non essere amata, la paura di non saper amare.
Di essere soli.

E gli amici non bastano, nemmeno se si rivelano più preziosi e impagabili del dovuto. Non basta nemmeno se ci sorprendono, nel bene o nel male, con il loro comportamento.

La vita è un casino, e crescere è anche peggio.

E mai come in questo scorcio di fine estate sento la mia vita in movimento, come se stesse portandomi verso grandi cambiamenti, anche contro la mia volontà.

E non parlo di cambiamenti tipo casa/lavoro/abitudini, ecc.

Dalla morte di mia nonna, è come se avessi un rimestolio dentro. La sensazione che niente potrà essere più come prima, che la Phoebe di prima non potrà esserci più nemmeno volendo.
Che la vita come la conoscevo prima è finita, ingoiata da un buco nero come quello in cui salta Paul per tornarsene a casa sua.

Non so ancora identificare bene cosa voglia dire, ci dovrò lavorare.
Magari diventerò più forte, più volitiva.
Più sicura.

Oppure solo attendere, fissando nelle notti di insonnia il soffitto della mia camera, pregando che mia nonna mi guardi ancora da lassù e mi indichi, come sempre, con una battuta o uno sguardo la giusta via.

Io credevo bastassero due giorni in paradiso per ricaricare le batterie a dovere.
E invece mi sento ancora più sola oggi.
Come se le persona a cui voglio bene mi scivolassero dalle dita come la sabbia del mare.

Sarà che sento l’arrivo dell’autunno.
O che quando uno donna è in fase SPM acuta, lo stato le dovrebbe concedere due giorni di malattia.

Per il bene della comunità tutta...

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20 agosto 2005 6 20 /08 /agosto /2005 14:38

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il primo ricordo che ho di me bambina è nella cucina di mia nonna, nella vecchia casetta di campagna data a mio nonno in comodato dal padrone.
Avrò tre anni sì e no, e me ne sto seduta in un cantuccio a giocare con le pentole e i piattini di plastica, sentendomi una grande ed esperta cuoca ed imbandendo un immaginario pranzo pantagruelico per la mia cagnetta bianca e nera che osserva scettica i miei rimestolii.

Mia nonna, che mi sembra un donnone immenso nel suo metro e cinquanta scarso di altezza, cucina davvero e mi guarda dall’alto.

In quello sguardo, nei suoi gesti, tutto l’amore per me. Lo sento. Non lo capisco coscientemente, ma lo sento.
L'ho sempre sentito, durante tutta la vita. Non c'è stato un giorno in cui lei non è stata con me.

Ed il suo amore che veglia su di me mi ha sempre accompagnato, nei momenti belli e in quelli brutti. Nella gioia e nella tristezza.

Con un gesto, uno sguardo, una battuta.

Magari con una delle sue massime di saggezza contadina, da donna del popolo che si vanta di essere arrivata (addirittura) alla terza elementare.
Il suo spirito incrollabile di leone, non solo astrologicamente parlando, le ha fatto attraversare con coraggio e sarcasmo le peggiori avversità che la vita può offrire in regalo.
Senza sconti, senza facilitazioni.
Ha nuotato nella vita con grinta, come un trattore a cingoli. Ha accudito un marito sconfitto e malato, incapace di riconoscerla e di parlarle, e ha cresciuto due nipoti che senza di lei avrebbero di certo  commesso un mare di scemenze.

Queste due nipoti ora sono donne.
E non sarebbero quelle che sono, se lei non fosse sempre stata lì. Con la mano tesa.

Il nome di mia nonna è Spina. Un nome strano. Diverso. Inconsueto. Quasi tutte le nonne si chiamano Maria, ma non la mia.
Forse perché è diversa, perché in quel nome c’è tutta la sua essenza.

Il nemico della mia nonnina si chiama osteoporosi. Venticinque anni di lotta contro un mostro che ti rosicchia le ossa giorno per giorno, rendendo le ossa di vetro.
Una lotta impari, persa in partenza, ma affrontata sempre a testa bassa e con il sorriso sulle labbra. Impossibile da vincere, nonostante i progressi della scienza, che sa creare un cocomero senza semi o clonare una pecora, ma non guarire lei.

Mia nonna è morta.

Mi fa impressione scriverlo e vederlo lì, il mio cervello non ha ancora realizzato. Penso ancora di scendere le scale e trovarmela lì che guarda la De Filippi, sbraitando contro questi maschi che si imbellettano e vanno a cercar moglie in Tv.

E invece no. Non c'è più.

E ora che il flusso dei parenti e degli amici è finito, ora che il prete ha finito il rosario, ora che ho visto la sua bara chiudersi, devo farmene una ragione e dirmi che lei sarà sempre con me.
Magari ora mi guarda da lassù, tenendo per mano il mio caro nonnino e sorridendo.
Ci vorrà tempo.
E l’amore delle persone che ho accanto, che per fortuna non mi manca mai.

Ciao, Nonna Spina...

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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