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31 marzo 2014 1 31 /03 /marzo /2014 07:48

… dormire otto ore consecutive è più difficile che ricordarsi tutti i decimali del pi greco dopo il 14.

… non puoi fare la pipì nel momento del bisogno, ma solo quando si crea l'occasione.

… guardare film o telefilm in cui ci sono bambini vittime di violenze o disturbati vi sconvolge in un modo che prima non conoscevate e che manda la Miss Cinica che è il voi a remare lontanissimo (“Guarda i fiori, Lizzie, guarda i fiori”).

… fare la doccia si trasforma da un momento di igiene personale quotidiano ad un insostituibile momento di beata solitudine, meglio di qualsiasi SPA tu abbia mai frequentato prima.

… il tuo corpo non è più tuo, specialmente le tue tette.

… specie se all'inizio, ogni piccolo malanno ti terrorizza, ti toglie quel poco sonno e ti rende vicina al baratro della disperazione. Poi passa. Ma torna, eh.

… la tua preoccupazione non è più “sono grassa?”, ma è “avrà mangiato abbastanza?”.

… non sei più sola, e non è detto che questo ti piaccia.

… scopri che il sesso va fatto quando si presenta l'occasione, in luoghi di casa che (quasi) mai avresti immaginato ed in orari che mai avresti pensato, ma che va bene anche così.

… e vedi l'Amoretuo cantare venti volte consecutivamente l'inno nazionale con una intonazione che nemmeno Peppa Pig e la faccia da ebete, hai un po' paura.

… ci sono giorni in cui vedi la tua vita allontanarsi a passi da gigante, mentre tu sei inchiodata alla routine poppata/pannolino/nanna senza vederne la fine.
... diventi la stalker del pediatra e temi che ti metta sulla sua blacklist o ti denunci per molestie.

… e tua figlia piange, a volte vorresti solo che smettesse o che in alternativa ti spiegasse che diavolo ha, ma non può farlo e allora inizi a capire cosa intendevano le tue amiche con la frase “Ti viene voglia di buttarlo giù dalla finestra”.

 

… e tua figlia ride nel suo sorriso a zero denti, ti scordi tutto, ma proprio tutto.

 

Ed è l'unica cosa che conta...

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28 marzo 2014 5 28 /03 /marzo /2014 16:01

Dei sacrifici che una madre deve fare e della rinuncia transitoria all'alcol ho già parlato. Una rinuncia transitoria e per di più controversa, tanto che alcune teorie vogliono che in gravidanza un bicchiere di vino faccia sangue e che durante l'allattamento una birretta sia d'aiuto.

Ma una rinuncia più grande, immensa direi e che si manifesta sin dall'inizio della gravidanza è un'altra: la rinuncia alle droghe. Intese, ironicamente, come medicine. Le medicine serie, intendo. Che cosa avevate pensato? Ma vi sembro il tipo? AH!

Vi sembra cosa da poco? Anche a me, all'inizio.

Poi ti viene un mal di testa, di quelli forti che non ti fanno pensare né articolare una frase di senso compiuto. E tu puoi prendere solo una tachipirina. E con moderazione, anche. Una TACHIPIRINA. Del paracetamolo, insomma. Una cosa così blanda da poter essere equiparata alle mentine. E così un mal di testa che prima stroncavi a martellate di ibuprofene, all'improvviso dura cinque giorni. Cinque lunghissimi giorni in cui veleggi nel cattivo umore e nel fastidio.

E se sei come me ed hai la sfortuna di soffrirne spesso, béh è una tortura vera e propria.

Poi ti viene il raffreddore. Normale, no? Anche qui niente aspirina o affini, niente prodotti bomba specifici, nemmeno uno Zerionol. E nemmeno uno schifosissimo spray che non sia omeopatico.

Che diciamolo, l'omeopatia, le acque termali, l'acqua di mare, la propoli: cazzate. Volete mettere una medicina fatta come si deve? Una che funzioni davvero e che sia efficace ORA?

Datemi un actigrip, un ibuprofene, un vicks ma anche solo un fottutissimo sciroppo per la tosse che mi faccia tornare a respirare, sentire e parlare come un essere umano e non come se non avessi fatto le adenoidi a tre anni.

E invece nulla, una tachipirina. TACHIPIRINA. E poco conta se ne puoi prendere una carriola: è efficace come lo spray all'acqua termale. E non mi dite di fare i fumenti, io li odio. Mi sento soffocare, non respiro e poi puzzano. Peggio ancora l'aerosol, lo odio all'ennesima potenza, è uno strumento costruito dal demonio in persona. E poi mi annoia.

Dalla nascita di Emma sono al secondo terribile raffreddore, corredato da tosse ma mal di gola. Superaccessoriato come si deve, insomma, ché io le cose fatte male non le riesco a fare.
Ora dico io: la scienza progetta di far andare l'uomo su Marte e ancora non è riuscito a creare delle medicine per il raffreddore che possano essere prese anche da donne incinta o in allattamento?
Ma scherziamo? E' chiaramente tutte una macchinazione delle grandi aziende farmaceutiche multinazionali, le stesse che hanno causato la caduta dei capelli in massa, le scie chimiche e che promuovono l'inserimento del microchip sottopelle per i neonati. Maledette. La pagherete.

Aspettando che mi passi questo tremendo raffreddore, ne prendo nota nella lista di cose da rinfacciare a mia figlia adolescente, insieme alla morte dei miei addominali ed al mio primo capello bianco.

 

Ah, i sacrifici di una madre...

 

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26 marzo 2014 3 26 /03 /marzo /2014 08:19

Gli italiani, oltre ad essere tutti allenatori di calcio provetti e ad avere un romanzo nel cassetto senza leggere manco un libro all'anno, sono anche tutti educatori ed esperti in pedagogia e puericultura. Non lo sapevate? Eppure è proprio così, e tutte le neo mamme prima e poi devono fare i conti con questa realtà, che comprende sia la categoria degli amici e/o parenti sia i conoscenti, ma ahimè si estende in maniera virulenta ed incontrollata anche e soprattutto agli estranei.

Non è troppo coperto? (Ma...)
Ma non sentirà freddo? (...)
Lo prendi troppo in braccio, poi chi lo fa scendere? Guarda che poi t trovi male! (Gufo)
Dorme nel lettone? Ah, male... Fino a dieci anni poi chi lo smuove? (Gufo al quadrato)
Ma l'acqua gliela dai? No? NO? Ma è gravissimo! Non lo sai che il latte è salato? (Devo commentare?)
Di nuovo in braccio? Ahi, ahi, ahi! Diventerà mammone! (Ma ha due mesi?!)
Se piange non lo prendere subito, fallo sbattere un po' che per strillare gli viene la voce bella. (Ma chi è che ti ha cresciuto, Priebke?)
E il ciuccio? Non lo prende??? Ma glielo hai forzato? (Guarda, ora l'affogo)
E il ciuccio? Lo prende? Gli verranno i denti storti! (...)
Sempre attaccato alla tetta, secondo me non è normale. (Mangia, non è che pomiciamo, eh)

Dorme? Ma dorme? (Scuotendo il pupo) ma dorme proprio! (Sì, fino a tre minuti fa)

E quando lo svezzi? (Ha due mesi!)

Non ninnargli l'ovetto, sennò si abitua e si rammollisce. (Questa poi...)

E ogni quanto dorme? E ogni quanto mangia? (Aspetta, ora gli cronometro la giornata)

Ma non lo coccoli troppo? (Eh, vabbè)

E questi sono solo alcuni esempi, a cui vi pregherei di aggiungere la vostra esperienza personale che, sono sicura, sarà varia in maniera direttamente proporzionale all'età del pargolo.
Insomma, alla gente in generale Tata Lucia gli spiccia casa: sono tutti esperti. E non c'è luogo che si salvi o argomento che non sappiano trattare, attenzione, e si devono impicciare assolutamente di tutti.  
E tu devi tacere perché, lo sai bene, hanno molta più esperienza di te che non sai nulla. 
Neofita, tzè.
La cosa divertente è che questi esperti in genere non hanno figli oppure hanno tirato su degli esemplari talmente bizzarri che non li prenderebbero nemmeno al Grande Fratello. O al circo dei freaks, che poi è la stessa cosa.

Secondo questa gente coccolare un neonato è la peggior cosa che una madre possa fare ed ascoltare le necessità del proprio pargolo solo se vuole tirare su una mammoletta senza spina dorsale né autonomia. Dovrebbe invece disinteressarsi e basarsi semplicemente sulle mere necessità corporali del neonato, ma piegandole alle necessità genitoriali.

Ora, non dico che una debba necessariamente impazzire e diventare una chioccia, ma anche sì e soprattutto non penso che ninnare il proprio figlio neonato lo trasformi in qualcosa. In qualunque cosa.

Eppure tutti, proprio tutti, si sentono in diritto di impicciarsi e di provare a farti sentire la peggior madre sul pianeta. E ci riescono pure, questo è certo, almeno all'inizio quando la gestione della vita quotidiana è sconvolta dall'ingresso di una nuova parte in causa e gli ormoni non si scordano mai di fare la loro parte. Poi un vaffanculo non lo rimediano solo per (troppa) educazione, ma a volte giustamente sfugge.

Perché in fondo la mamma lo sa sempre, per istinto sa sempre cosa è giusto fare e se sbaglia la prossima volta farà meglio e suo figlio la capirà. Non lo credete anche voi?

 

Mi chiedo però se un giorno anche noi neo mamme ci trasformeremo in questa gente e come zombie andremo alla ricerca di poveracce a cui succhiare il cervello?
Oppure a forza di subire saremo immuni da questo virus?

 

Ai posteri l'ardua sentenza...

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24 marzo 2014 1 24 /03 /marzo /2014 08:19

Ho sempre odiato l'ufficio postale per evidenti e logici motivi, quindi ho fatto in modo di domiciliare tutte le bollette per non doverli frequentare in maniera eccessiva.

Anche perché non posso nemmeno lamentarmi della lentezza del mio ufficio postale, visto che al mio paesello non c'è l'ADSL e siamo tutti ridotti all'antenna sul tetto.
In genere vado alle Poste solo in tre casi, nessuno dei quali divertenti:
1) il ritiro di qualche amena raccomandata, di cui il postino si è premurato di lasciarmi il tagliando nella cassetta delle lettere scordandosi sistematicamente di indicare il mittente, giusto per farmi venire l'ansia
2) il pagamento della Tarsu/Tares o vattelappesca come si chiama adesso
3) telegrammi di condoglianze.

Dovendo esperire all'incombenza n.3, già di per sé non bella, decido di andare all'ufficio postale del paesello accanto, più grande e più veloce. Immagino. Sbagliando.
Già devo parcheggiare in bocca alla luna e va bene, scendo l'ovetto, carico mia figlia e via. Arrivo davanti all'ufficio postale e un idiota ha parcheggiato il SUV sul vialetto d'accesso alla rampa, costringendomi ad un giro assurdo per un marciapiede costellato da radici sporgenti e buche immense. Io auguro al guidatore di SUV di morire male, Emma ride: beata lei.
Arrivo dentro, decisa a fermarmi solo se la fila non fosse stata eccessiva. Tre persone in fila e quattro sportelli vengono valutati dal mio neurone attivo come "poca fila", perciò mi avvicino alla colonnina per la stampa del numero.

Ora, vorrei porre la vostra attenzione sulla suddetta colonnina. Non so voi, ma non so mai che scegliere, mi mette ansia. Tipo: un bollettino da pagare è un servizio postale o un prodotto? È il telegramma? Ansia. 
Stampo un numero a casaccio e attendo fiduciosa.
Emma dorme.

Passa mezz'ora e non s'è mosso nulla. Niente. Io, da brava studentessa secchiona, ho fatto i compiti e compilato il modello per il telegramma in ogni sua parte.
Dopo altri dieci minuti di immobilismo, la fila dietro di me è aumentata, la gente rumoreggia e l'impiegato del quarto sportello si sente in dovere di chiudere per fumarsi una sigaretta.
Emma apre un occhio. Ohi ohi.
Dopo ulteriori dieci minuti in cui non succede nulla, io comincio a credere di essere di Candid Camera ed Emma inizia a piangere, presa dalla noia. E giustamente, direi. Mentre provo a ninnarla disperatamente mi rendo conto che molti di quelli in fila vorrebbero mettersi a piangere come lei. Forse pure io.
Dopo cinque minuti interminabili in cui mia figlia non smette per un secondo di piangere disperata, scatta il numero e la signora con lo chador prima della fila viene da me e mi dice:"Vada lei con la bimba, facciamo a cambio di numero".
Commossa accetto, ringrazio e corro allo sportello, lanciando il modulo alla cotonatissima ed imbalsamata impiegata. Tentando di infilarle il ciuccio in bocca e di consolarla, dico ad Emma: "Dai amore mio, mamma ha quasi fatto". La mummia biondissima dall'altro lato sbotta:"Per fare le cose ci vuole il tempo che ci vuole, i figli piccoli non ci si dovrebbero portare!"
Ma brutta stronza. "Appunto, ci vuole il tempo che ci vuole, non un'intera era geologica!" mi sento dire con un tono di voce un po' troppo alto. Emma smette di piangere, la gente in fila dietro ride, alla mummia compare sulla fronte un nuova ruga.
"Sei euro e trenta" mi dice a denti stretti. Pagando penso che la prossima volta mando dei fiori ché risparmio di sicuro, pure in salute.
E poi che Renzi c'ha ragione a voler licenziare una valanga di statali, io questi li manderei tutti a lavorare in miniera, l'animaccia loro. Nelle miniere di sale di Sassuscrittu, porca puttana.

Mentre macino amaro il mio scontento e imbocco una strada diversa da quella cui sono venuta perché più ombreggiata.
C'è il mercato settimanale, cazzo. Vabbé, proseguo tra camioncini della porchetta e banchi vari, fin quando mi imbatto in un banco posizionato male, troppo vicino al marciapiede e che mi impedisce il passaggio. Vorrei precisare che il marciapiede è così alto da poter scongiurare senza ombra di dubbio il rischio tsunami del Trasimeno e che l'unica rampetta per salire si trova DOPO il banco.

Provo a passare, ma niente. Il proprietario del banco, un ragazzo che avrebbe un disperato bisogno di Chris Powell se ne sta appoggiato ad uno stipite a braccia conserte e guarda. Ovviamente, con tempismo perfetto, Emma riattacca a piangere. Riprovo a passare con l'ovetto, invano, e mi maledico mentalmente per non essere ancora riuscita a procurarmi una fascia da Mammalice. Ma quanto sono tonta?

Sto per inveire in cirillico contro di il ciccione che ha messo il banco a schifo quando dal bar a fianco esce Alì, il mio panettiere pakistano oggi in libera uscita, che corre in mio soccorso, prende in braccio Emma che dopo due moine gli sorride e mi offre pure il caffè.

Ora, se c'è una morale in questa giornata non lo so, di certo c'è solo che viviamo in un paese che ha dimenticato l'educazione ed il rispetto verso il prossimo. Posso solo immaginare quello che una persona con disabilità debba provare ed è veramente degno di un paese del terzo mondo.
Ecco cosa siamo diventati.

O forse siamo sempre stati.

Ora vi lascio. Nella cassetta delle lettere ho trovato il tagliandino per ritirare una raccomandata...

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20 marzo 2014 4 20 /03 /marzo /2014 08:07

Tra i sacrifici che una buona futura madre deve affrontare, un ruolo non marginale ce l'ha l'astensione dall'alcol.
Parliamoci chiaro, qui non di parla di ubriacature moleste né di dipendenze, ma siamo italiani ed un bicchiere di vino a tavola ogni tanto ci sta bene. Rosso ovviamente, ché i miei nonni erano contadini e sulla nostra tavola non manca mai una bottiglia di vino dei colli umbri.

Il tutto vietato giustamente qualora si sia in dolce attesa, anche se io supportata dal mio ginecologo in bicchiere di vino a settimana in occasioni particolari l'ho sempre bevuto. Il vino rosso fa sangue in fondo, lo dice la tradizione popolare e non potrà sbagliare del tutto.

Anche se la stessa tradizione dice che la birra fa latte, pensandoci bene, e la questine mi sembra alquanto ambigua.
Anche se magari è vera. 
Sarà vero?

Ad ogni modo, ora che allatto ogni forma di alcol è bandita. E giustamente, direi, perché tutto quello che ingurgito finisce nel latte e nella pancia di mia figlia. Non vorrei già cominciare male, via.

Certo che non è divertente, né tanto meno è consolante pensare che è tutta salute e risparmio di calorie inutili.
Ripeto, non parlo di abuso, anche se a volte penso che il mio aumento di peso ingiustificato dopo i trent'anni sia una ritorsione del karma per tutto quello che ho bevuto nella mia vita precedente. Un po' come se tutte le calorie mi fossero esplose all'improvviso per farmela scontare, insomma.
Me lo dicevano le mie amiche già mamme, ma io non avevo dato peso alla cosa: che sarà mai in confronto alla gioia immensa della maternità?
Poca cosa, in effetti.
Però.

Mi basterebbe uno spritz con due patatine, per dire, io che ora all'aperitivo prendo un succo di frutta ACE che fa tristezza anche al cameriere. O un bicchiere di vino con la carne. O la birra con la pizza. Rossa. La birra, eh.
Senza considerare che io stessa produco un limoncello degno di nota ed un liquore ai corbezzoli che è il mio vanto e la mia gioia, nonché la goduria dei miei commensali.

Anche se, ora come ora dopo tutti questi mesi, credo che mangiare un boero mi renderebbe completamente ubriaca.

Ma passerà, finirò di allattare (l'ho già detto che sono una mucca a tempo determinato?) e in fondo si tratta di una abitudine salutare che non può farmi che bene.

In fondo c'è anche chi è astemio per scelta o necessità.

E poi è la volta che dimagrisco, magari.
 

Magari...

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18 marzo 2014 2 18 /03 /marzo /2014 08:19

Ho letto questo libro attirata dalla copertina e anche, si ancora, dal titolo. Lo sapete che mi frega sempre, no? Sono schiava del marketing editoriale, che volete farci? Lo dico sempre: non lo faccio più.

E invece un bel titolo mi frega sempre.

In più la fascetta recitava “Storia di tre vite complicate a Parigi”: intrigante, non trovate? In più le recensioni in rete erano ottime e le vendite discrete. Tutti segnali che mi dovevano convincere a desistere, ma niente.

 

"L'Atelier dei miracoli è un aiuto ad essere ognuno di noi artefice del proprio miracolo, è un romanzo toccante, un piacere, una lezione di vita."

 

Caspita. Addirittura.

Insomma, mi aspettavo un libro leggermente new age, magari romantico, un po' stile Musso. E le mie aspettative, fino a due terzi del libro, sembravano ben riposte. C'era anche la narrazione corale ad intrigarmi, e una abbondante dose di surreale che mi piace sempre.

Poi, all'improvviso, il libro via verso la cattiveria umana, il mondo vero, la crudeltà dell'uomo.

Cacchio, ho pensato, vuoi vedere che ho trovato per caso un gran libro? Vuoi vedere che invece del solito libro easy e consolatorio ho trovato un grande autore?

E invece no, a poche pagine dalla fine, quando oramai ero abbastanza sicura di aver capito il trend del libro e il suo finale, la storia sterza di nuovo verso il buonismo esasperato regalando un happy end senza infamia e senza lode, con l'aggravante dell'intenzione.

Mi aspettavo un libro buonista, è vero, ma all'improvviso questi cambi di rotta hanno reso il finale del libro un dolce stucchevole, di quelli che lasciano un cattivo sapore in bocca.

Peccato.

Peccato, perché l'idea era buona e la scrittura dell'autrice gradevole anche se non eccelsa.

Forse non ho capito bene il messaggio del romanzo, forse non sono abbastanza profonda o new age. O forse il messaggio è che bisogna accontentarsi di quello che si sa fare bene, senza rischiare virate azzardate, specialmente se non si ha il coraggio delle proprie scelte e non si riesce ad andare fino in fondo per andare a vedere che succede poi.

 

Non è così anche nella vita?

 

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13 marzo 2014 4 13 /03 /marzo /2014 09:05

“Ah, è tua figlia?”
“(No, sai, l'ho trovata per strada e l'ho presa perché casualmente mi somiglia. Fammi sorridere, và.) Sì, lei è Emma.”
“E quando sei stata incinta?”
“Eh... fino al 22 gennaio, evidentemente.”
“E per quanto tempo?”
“Nove mesi?”
Eh! Voi giovani che volete fare la dieta. Guarda là, sembra che non hai fatto nulla.”
(Non ho capito, è un complimento? Nel dubbio...) Grazie.”
“Hai fatto da sola?”
(Sì, come le mucche. In piedi, tra l'altro.) No, ho fatto il cesareo”
“ Accidenti!”

In genere inizia qui un racconto lugubre, sanguinolento e molto dettagliato di parti disgraziati accaduti a vicine/parenti/amiche o, peggio, a loro stessi. Voglio dell'alcol. Ora. Anche se sono le undici di mattina e allatto.

“E quanto pesava quando nata?”
“Tre chili e mezzo”

“Mmmmm...”
“(Ma mmm che?)”
“E il latte le dai il tuo? O quello artificiale?”
“Ho il mio per fortuna”
“Ah, e ti basta?”
(Gufo che non sei altro, tiè!) Sembrerebbe.”
Perché io (o mia moglie/mia figlia/ mia nuora a scelta) non ce l'avevo.”
“Mi spiace, ma un volta..”

Segue ulteriore racconto fin troppo dettagliato delle sventure altrui che, sebbene io non sia superstiziosa, mi fa ringraziare mentalmente mia madre per aver messo un fiocco rosso all'ovetto di mia figlia.

“ Non è che è troppo coperta?”
“ Ma, non so... non credo che...”
“ Per me sente freddo.”
“ ??? “

Ripetetelo per un numero variabile tra lo zero e il 580 (numero di abitanti del mio paese) ed otterrete in pieno il nastro sbobinato delle mie conversazioni quotidiane durante le mie passeggiate con la pupa.

Non ce la posso fare.

 

Per fortuna c'ho ancora la prolattina in circolo...

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11 marzo 2014 2 11 /03 /marzo /2014 09:14

Nel mese di novembre 2013 al corso preparto l'ostetrica, tra le altre nozioni di puericultura, ci informava che secondo lei il miglior posto dove far dormire il neonato nei primi mesi era il lettone. Contestualmente, circa 25 donne molto panciute e facilmente irritabili scuotevano la testa in un rigurgito da Tata Lucia e in sottecchi di scambiavano tra loro accorati "Ah, io no!"

Oggi, marzo 2014, tutte quelle pance si sono sgonfiate, le loro portatrici sono tornate tutte (o quasi) abbastanza in forma, la vita è andata avanti alla velocità della luce. E almeno il 90% dei nuovi nati passa agevolmente la notte nel lettone, tra mamma e papà. 
Evviva la coerenza, direte voi.

Come al solito, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare... o la maternità, in questo caso. Parlare è facile, poi trovarsi con quell'animaletto appena nato tra le braccia cambia tutto.

Ma Emma no, direte voi.

No, Emma invece sì. Dopo le prime due settimane in cui la allattavo e la rimettevo nella carrozzina in fondo al mio letto anche di notte, il suo rifiuto per un aggeggio che era diventato troppo piccolo per lei e le sue mire espansionistiche sommato alla mia pigrizia hanno portato al suo trasferimento nel lettone genitoriale.

E' una comodità mia, lo ammetto. Non solo, è anche troppo bello vederla dormire, con le belle guanciotte tonde che non toccano nemmeno il materasso da quanto sono gonfie ed il respiro regolare quando dorme. In fondo, mi sono detta, è piccola. Davvero molto piccola.

Posso smettere quando voglio, lo giuro.

E poi lo fanno tutte, gli hanno dato anche un nome figo: co-sleeping.

Nonostante quello che dicono nonne e zie è giusto, è sano, non è vero che è un vizio almeno in certe fasi della vita di un bambino.

Nella maggioranza delle culture i neonati dormono con i genitori, così come accade anche nei primati che tanto ci assomigliano. Non è che fanno due tane, eh, una piccola per i cuccioli e una grande per gli adulti. Non vi ho convinto?

Inoltre secondo molti psicologi il dormire nel lettone e sentire la vicinanza della madre il più possibile da piccolo renderà il neonato più autonomo e sicuro da grande.

Come dicevo, più che una esigenza di mia figlia si tratta di pigrizia mia: lei si sveglia una volta la notte e girarmi ed allungarle la tetta in bocca è molto più agevole che alzarmi, prenderla, sederci, allattarla per venti minuti e poi riaddormentarla. Così, tra cambio di pannolino e tutto, in poco tempo già dormiamo di nuovo entrambe. Due bradipi, insomma.

Ma tutto questo sta per finire.

Come dicevo, mia figlia ha mire espansionistiche. Grosse mire, a quanto pare.
I neonati in genere necessitano di contatto fisico coi genitori, ma lei no. Lei vuole il suo spazio e solo il suo, peggio di Patrick Swayze in Dirty Dancing. Stanotte, ad esempio, è riuscita per due volte a mettersi in posizione perpendicolare ai suoi genitori, rischiando di buttarmi giù dal letto con la massima nonchalance ed il sorriso sulla bocca sdentata. Oltre a prendere a schiaffoni l'Amoremio per almeno una decina di volte a notte. Il tutto ad occhi ben serrati, ovviamente ed alla tenera età di un mese e mezzo.

Senza considerare Nevruz, un capitolo a parte della coabitazione notturna.

Stiamo quindi pianificando un modo per spostare il lettino di Emma, dove lei già dorme di pomeriggio, dalla cameretta alla nostra camera in modo da agevolare il passaggio con il tempo. In questo momento, non sono in grado di pensarla dormire la notte da sola in cameretta, è troppo piccina.

In fondo, così staremo più comodi tutti, anche lei che di pomeriggio ha già iniziato una relazione amorosa tutta sensoriale con il salsicciotto che la protegge dalle sbarre del lettino.

 

Oppure lasciamo a lei e al gatto il lettone e andiamo a dormire direttamente sul divano.

 

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7 marzo 2014 5 07 /03 /marzo /2014 09:54

Se c'è una cosa che ho capito in questi ultimi quaranta giorni e spicci, è che essere una neo mamma è un po' come andare sulle montagne russe, e senza nemmeno aver allacciato le cinture di sicurezza.
Non ci credete?

Un giorno ti senti la più strafiga di tutte, la miglior mamma del mondo, quella che può e riesce in tutto. Ti guardi allo specchio e pensi che in confronto Wonder Woman è una vecchia signora col cerchietto di metallo ed il deambulatore. Ti senti in grado di educare tua figlia con dolcezza e determinazione, canticchiando pure meglio di Maria in “Tutti insieme appassionatamente”.

Il giorno dopo, ma anche mezz'ora dopo, non riesci a smettere di piangere, ti senti una vera merda umana (scusate il francesismo, ma era una descrizione che calzava a pennello) e le mura di casa ti sembrano troppo troppo vicine. Ti senti soffocare, vorresti a minuti alterni scappare via lontanissimo e scusarti con tua figlia neonata per averla messa al mondo con cotanta madre degenere ed impedita a disposizione.

La frequenza con cui questi due picchi si possono manifestare non è certa e non è calcolabile con precisione scientifica. Dipende da troppi fattori, sia interni (gli ormoni, siori e siore, dove li mettete?) che esterni.

In particolar modo i fattori esterni possono assumere importanza direttamente proporzionale al numero di ormoni nel sangue al momento dell'accadimento, che non deve per forza rivestire il carattere della gravità, anzi. Alcuni esempi:

  • la pupa non vole addormentarsi

  • la pupa piange

  • la pupa piange e non sai cosa diavolo mai possa avere

  • la pupa starà male?

  • ti senti sola

  • ti rendi conto che la tua vita si è ridotta alla routine pannolino/poppata

  • piove

  • ti senti sfasciata fisicamente

  • ti scopri un (ulteriore) capello bianco

  • hai la sensazione che

  • il sesso

  • la programmazione tv propone film con storie strappalacrime su bambini di età inferiore a tre anni

  • una combinazione di più elementi sopraindicati

  • varie ed eventuali

L'unione a caso di questi fattori genera l'effetto montagne russe, più o meno accentuato a seconda dei giorni e dell'indole della neo mamma

Io, nello specifico, sconfiggo un attacco su tre con l'ironia, ma i restanti me li becco tutti in piena faccia. Anche se ho ancora la fastidiosa tendenza a mascherare, a non fare vedere nulla agli altri ed a fare quella forte.

Pessima abitudine.

La buona notizia, care neo mamme, è che più passa il tempo più gli attacchi sono distanziati tra di loro e meno frequenti. Forse, e dico forse, alla fine passa.

 

Dicono.

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4 marzo 2014 2 04 /03 /marzo /2014 10:27

Si fa un gran parlare del nuovo Ministro per la Semplificazione, nominato il 21 febbraio con il nuovo Governo Renzi (no, non ne voglio parlare, andiamo oltre che è meglio). Il Ministro non è solo giovane e donna, ma, anatema, è pure incinta di sette mesi e si è presentato al giuramento davanti al Capo dello Stato con un vestitino che ne metteva in risalto la pancia, mica con un orrido camicione o con la salopette.
Donna, giovane, incinta.
Certo, fosse stata anche lesbica sarebbe stato perfetto, i programmi di intrattenimento televisivo del pomeriggio avrebbero avuto di che parlare fino alla fine della stagione, ma non si può avere tutto dalla vita.

Ricapitoliamo: donna, incinta, giovane. Non è nemmeno orrida, e questo non la agevola. Sulla sua competenza e intelligenza nulla posso dire, non la conosco. Non conosco nulla nemmeno sulle sue idee o slla sua vita politica, tranne la polemica con Chiara Geloni che la accusava (a torto o ragione) di essere una banderuola e di cambiare idea come si cambiano le scarpe, senza mai spiegare il perché.
Ah, so anche qualcosa di gossip: è stata la fidanzata del figlio di Napolitano. Ecco, mi chiedo, come sarà? Non so perché ma me lo immagino vecchio come il padre, un po' muffo e noiosetto, tipo Federico di Masterchef. 
Ma non divaghiamo.
Quello che mi ha colpito sono state tutte le inutili polemiche sul fatto che la Madia abbia ricevuto l'incarico e, peggio, lo abbia accettato essendo incinta. Cioè, mi sono spiegata bene? 

INCINTA. 

Vi rendete conto?
Praticamente spacciata, morta lavorativamente, finita, stop. Ché lo sanno tutti, una donna dopo che fa un figlio si rincoglionisce, chiede il part-time, c'ha altro per la testa e poi diventa solo un peso. E infatti, giustamente, le donne in età fertile un datore di lavoro nemmeno le dovrebbe assumere, avesse un po' di sale in zucca!!!! 
Fargli fare carriera, poi, o ricoprire un ruolo importante o direttivo assume contorni da fantascienza, manco fossimo in America!!!! Ma scherziamo?

Ora, sarebbe facile dire: "Eh, ma ora partorisce, c'avrà da fare, da accudire suo figlio/a. O trascurerà il lavoro o trascurerà quella povera creatura!
Già in questa frase c'è tutto il pregiudizio conro le donne al lavoro: o sono pessimi investimenti o sono madri snaturate, niente vie di mezzo.

Qualche cosina in merito la vorrei dire:

- E' vero, la donna partorisce fisicamente un figlio, ma la sua responsabilità e la sua cura ricade (o dovrebbe ricadere) su entrambi i genitori. Perchè, allora, non vengono discriminati anche i neo padri? 
- Il problema non sono le donne che scelgono di diventare madri, ma le istituzioni che se ne strafregano di rendere accessibili e consone le necessarie strutture che le potrebbero aiutare. Sapete quanto costano gli asili nido? E che orari fanno? Ed i salti mortali che si devono fare per incastrare nonni/baby sitter/vicine di casa? Se se ne hanno le possibilità, ovviamente. Tuttavia, qualcosa dentro di me mi dice che qesto non sarà l caso della Madia. 

- Se l'Italia va così male, se non cresciamo, se la qualità e la produttività del nostro lavoro è così scarsa è anche perché non riusciamo a liberare nel mercato del lavoro le energie delle donne, da sempre viste nel nostro paese come angeli del focolare. Ma stateci voi sedute sul bordo del focolare, cazzo.

- Sono figlia di una madre che ha sempre lavorato a tempo pieno, che si è dovuta barcamenare tra mille cose come un funambolo, che ci dedicava la qualità del suo tempo più della quantità, che pur soffrendo per non poter esserci sempre ci mandava dal dentista con la zia e dal medico da soli a dodici anni. Bèh, io son venuta su bene lo stesso.

- Quando ero incinta i soliti ipocriti mi dicevano: "Eh, poi tutto sarà diverso!". Certo, tutto è diverso. Non è che uscendo dal lavoro penserò di andare a bere uno spritz o al cinema, ma avrò il pensiero fisso lì, alla mia pupa che mi aspetta. Non credo che questo farà di me una lavoratrice peggiore, semmai mi renderà più consapevole. Ai posteri l'ardua sentenza.

Ripeto, io non conosco Marianna Madia, ma di certo non dovrebbe essere criticata per il suo status di futura madre; magari per quello di raccomandata, ecco quello sì. 
Non ne facciamo la portabandiera di una battaglia atavica che le donne combattono tutti i giorni con le unghie e con i denti, perché non credo che se lo meriti. Ci sono esempi ben più meritori di una ragazza che ad occhio e croce mi sembr anche in gamba, ma che per status sociale e conoscenze non mi sembra abbia bisogno di ulteriori tutele.
Saprà fare la madre?
Saprà fare il Ministro? 
Non lo so, ma se non sarà in grado di fare il suo lavoro, non sarà certo per il fardello che ha scelto di portare.

Chiamiamo le cose con il loro nome, per favore.

 

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