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19 ottobre 2013 6 19 /10 /ottobre /2013 11:05

4527226_0.jpgCi sono libri che perfettamente disegnano un’idea con il loro titolo, creando aspettative, aspirazioni e legittimi desideri. Rendendosi perciò, perché no, anche appetibili al mercato.

Ed è questo il caso di questo libro: “Tentativi di botanica degli affetti”. Non è bellissimo?

Sottende una ricerca, un tormento, una lotta in sé che avevo voglia di leggere e divorare.

In più è stato anche candidato al Premio Campiello, mi sono incuriosita.

 

Così eccoci qui, nel mondo ottocentesco di Bianca Pietra, ragazza di origini borghesi con madre inglese e padre italiano, cresciuta all’estero e che, una volta rimasta orfana, decide di usare il suo talento per la pittura e lavorare invece di maritarsi e trovar pace, cosa estremamente scandalosa per l’epoca. Così, grazie ai buoni uffici del suo mecenate, trova accoglienza e lavoro di illustratrice botanica a Brusuglio, nella residenza estiva di colui che chiamano Il Poeta, uomo ombroso con una colorita e scapestrata tribù fatta di madre, moglie, figli, istitutori, nutrici, giovanotti senza arte né parte, servette misteriose e vicini strambi.

Immediato il parallelismo tra Il Poeta e Alessandro Manzoni, che proprio a Brusuglio aveva la sua residenza estiva ed era noto all’epoca per le sue stravaganze.

Buone premesse, mi pare.

Peccato che il libro, molto accurato nella ricostruzione storica ed attento fino al parossismo ai dettagli, navighi nel mare della noia, le pagine come macigni, lasciando al lettore la sensazione che non si riesca ad avanzare mai. Perché se è vero che la Masini tratteggia bene i suoi personaggi e ne descrive i caratteri in un guizzo, tutto intorno a loro è immoto, fino al finale troppo veloce ed incomprensibile, almeno per me.

Bianca, la protagonista, mi ha dato l’idea sin da subito di una sorta di eroina di Jane Austen venuta male; per questo non ho potuto far a meno di ridere al suo stesso definirsi una sorta di Emma Woodhouse mal riuscita. Che sia voluta dalla scrittrice questa mia sensazione? Ad ogni modo, è tutt’altro che piacevole. Non si riesce ad amare Bianca, ad avere empatia con lei. Al massimo si ha a cuore Pia, con il suo candore infantile, ma anche lei è distante.

Ed è un peccato perché le premesse per intrigare erano molte, tutte interessanti e piene di fascino. Ma la scrittrice ha scelto di velare il tutto con l’ombra del non detto, molto opportuna per l’epoca ma difficile da gestire in un romanzo rendendo tutto confuso e lento.

 

Insomma, poteva andar meglio, decisamente.

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17 ottobre 2013 4 17 /10 /ottobre /2013 14:00

scherl-elca-sisters-in-berlin-1925.jpgTutte le cose belle finiscono presto e così anche le vacanze. Capita così che mi tocchi di tornare a casa dopo cinque giorni berlinesi e all’aeroporto di Schonefeld trovare al teminal di Easyjet talmente tanta gente da farsi venire la claustrofobia. Ma siamo in anticipo, siamo innamorati e non abbiamo bagaglio da imbarcare, quindi io e l’Amoremio siamo belli tranquilli e rilassati. Non si va in vacanza per questo?
facciamo la fila, chiacchieriamo, lui si preoccupa se sto bene. Sto bene, lo giuro, anche se c'ho la panza da bevitore di birra tedesco.

Arriviamo ad una svolta della fila accanto al check-in per l'imbarco in stiva, quando un'orda di persone si inserisce di violenza sbraitando e spingendo.
Indovinate di che nazionalità?

Sì, bravi. Avete vinto una bandierina dell'Italia da ficcargli in un occhio.

Non posso esimermi, non ce la faccio.

"Ehi, guardate che la fila comincia trenta metri più giù!"

Capofila della combriccola dal chiaro accento romano e una bionda che non sfigurerebbe in un Jersey Shore all'amatriciana, dall'età apparente intorno alla cinquantina e con problemi al biondo dei capelli: "Ma noi una fila l'abbiamo già fatta: quella per l'imbarco bagagli! Siamo corretti!"

"Ma davvero? Invece noi abbiamo portato meno roba e piegato i vestiti ad origami perché siamo sadici e pure un po' tirchi dentro."

"..."

"La fila comincia da laggiù, signora mia."

"Nun credo proprio!"

Sto per partire alla carica quando l'Amoremio mi trattiene con uno sguardo chiaro: vale la pena?

Vale la pena di incazzarsi per una questione di principio, perdere  i benefici di una vacanza appena giunta al termine, picchiarsi con una cafona per nulla?

No, effettivamente no.

Lascio perdere sopportando stoicamente anche il ciarameglio ingiustificato della combriccola, che ha invaso il piccolo terminal trasformando un luogo tranquillo in una molesta borgata.

Per lo scorrere della fila la bionda raffinata si ritrova al mio fianco per puro caso, poggia gli occhi matitatissimi sulla mia pancia e sgrana le sue tonnellate di ombretto.

"Oh, ma sei incinta!"

"?!?!"

"E me lo potevì anche dì, che ti lasciavo passare no?" Mi dice col suo più materno dei sorrisi.

Sorrido anch'io, dolce e materna: "Signora, io pretendo rispetto come essere umano, non come incubatrice."

E procedo.

 

L'ho già detto che la maternità mi ha migliorato il carattere?

 

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16 ottobre 2013 3 16 /10 /ottobre /2013 10:45

berlin-mauer.jpgI berlinesi non sono tutti biondi, ma anzi sono fatti di mille etnie diverse. Solo che non te ne accorgi ad uno sguardo superficiale, perché sembrano tutti uguali.
I berlinesi credono nella partecipazione alle istituzioni, tanto che nei cantieri pubblici ci sono punti di osservazione da cui vedere l'avanzamento dei lavori. no, nessuno tira sassi o monetine agli operai.

I berlinesi parlano una lingua francamente incomprensibile.

I berlinesi hanno rimosso quasi tutte le tracce scomode del Terzo Reich, come se affossando un periodo storico nell'oblio lo si potesse cancellare.

I berlinesi hanno cambiato la faccia della città dal 1989 ad oggi in una maniera talmente profonda da risultare fantascientifica. In Italia staremmo ancora discutendo sugli appalti per buttare giù il muro.

I berlinesi vanno sempre in bicicletta, anche se piove. Se la portano ovunque: sulla metro, sul treno, dappertutto. Ci vanno vestiti da crucchi, vestiti bene e con le gonne corte ed i capelli appena fatti dal parrucchiere.

I berlinesi sono gentili, molto gentili. Ed è stata una sorpresa, perché i tedeschi che vengono in vacanza sul Trasimeno in genere sono simpatici come l’herpes genitale (parola di una che ci ha lavorato) ed invece guarda tu che tesorini di persone. Esempi? Una cameriera di un ristorante, a cui avevo spiegato i miei problemi col latte, mi ha scritto su un foglietto “intollerante al lattosio” in tedesco per le prossime volte. Poi ho trovato anche una commessa molto molto puttana in panetteria, ché siccome avevo preso la fila dal verso sbagliato, me l'ha fatta rifare daccapo. Puttana.

I berlinesi vivono in un cantiere a cielo aperto. Avremo contato 50 gru a spasso per la città, poi abbiamo smesso.

I berlinesi hanno problemi col riscaldamento: fuori fa freddo, ma nei locali, nelle camere d’albergo, nei negozi il riscaldamento ti schiatta tant’è che gli autoctoni stanno in maniche corte. Montone fuori, cotone sulla pelle.

I berlinesi hanno la fortuna di avere la rete di servizi di mobilità urbana più fighi che abbia mai visto. Veloce, sicura, pulita. Dentro ci puoi trovare di tutto, una svariata umanità che va dalla famigliola, all’uomo d’affari, all’imbianchino  fino ad arrivare alla comitiva dark. Non abbiamo mai atteso più di cinque minuti una coincidenza. Come in Italia, insomma.

I berlinesi mangiano sempre, in continuazione. Non sono riuscita bene a capire a che ora pranzi usualmente una famiglia tedesca, visto che il cibo da strada viene consumato da tutti a tutte le ore da tutti ed in porzioni che farebbero impallidire Obelix. Il tutto sempre a base di carne, ovviamente.

Tra i berlinesi ci sono molti vegetariani, chissà perché.

 

I berlinesi, a dire il vero, mi son piaciuti più di quello che m'aspettavo.

 

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10 ottobre 2013 4 10 /10 /ottobre /2013 08:18

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8 ottobre 2013 2 08 /10 /ottobre /2013 11:09

urlo_munch.jpgAlla macchinetta del caffè.
Mattina ore 08:30.

Non dovrebbe già essere sufficientemente traumatico?
No.

 

Arrivo e ci trovo due colleghe, giovani, già mamme e con evidente sindrome sotuttoio.

“Ciao”

“Ciao, ti si vede la pancia, eh? Che mese sei, quarto?”

“No, veramente nel sesto.”

“Ah. Ma mangi abbastanza? Non mi sembra…”

“Veramente non mi è cambiato l’appetito, mangio come sempre. Comunque la pupa cresce.”

“E dormi la notte?”

“Beh, sì”

“E non ti svegli mille volte per andare  a fare la pipì?”

“Mmm… per ora, dipende da quel che mangio o bev…”

“Insomma, dormi e non ti svegli mai?”

“Oddio, stanotte quando il gatto che voleva le coccole m’è salito in faccia, io…”

“AH!!!”

“Oddio”

“Che è?”

“Non lo posso nemmeno sentire… il gatto sul letto! Io non lo vorrei nemmeno in casa!”

“Ah, nemmeno io!”

“Guarda che il mio gatto è controllatissimo e molto più pulito di molta gente umana”

 

Espressione disgustata e faccia da “sei una brutta persona, sporca e sciatta, nonché futura madre degenere

 

“E poi… sei incinta, mio Dio!”

“La toxoplasmosi!!!”

“E quando nasce il bambino? Come farai?”

“Lo sai che i gatti rubano il respiro ai bambini?”

“E che se ingoiano un pelo muoiono?”

“…”

Scuotimento di teste collettivo.

Sospiri.

Per me queste mi chiamano i servizi sociali.

 

Se avessi avuto le palle, mi sarebbero rotolate fino al distributore di merendine.

 

  

 

 

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7 ottobre 2013 1 07 /10 /ottobre /2013 10:13

Z12012L’ho già detto che amo il mio lavoro?

Sì, mi sa di sì.

Quello che non ho detto è che mi mantiene anche giovane, a causa di tutte le puttanate che sento e che mi fanno morire dal ridere. Da ciò, questa nuova rubrica, molto periodica e random come al solito, di perle quotidiane, ma anche di più.

 

Driin driin!!

 

”Buongiorno, sono Phoebe!”

“Buongiorno, sono XXX. Lo sai che mi sono sposata?”

“Congratulazioni!”

“Non ti dico la cerimonia, le bomboniere, il panzo, il vestito, blabla, blabla, blablabla.”

“…”

“Senti, ora che mi tocca?”

“In che senso?”

“Assegni familiari?”

“Hai figli?”

“No.”

“Eh, allora no.”

“Detrazioni fiscali maggiori?”

“Dipende. Tuo marito lavora?”

“Graziaddio!”

“Eh, allora no.”

“Ma non c’è proprio nessuna nessuna agevolazione col matrimonio?”

“No, mi spiace”

“Nessuna?”

“No.”

“E allora che mi sono sposata a fare!!??!!??”

“…”

“Italia paese di merda”

“Eh.”

 

…continua…

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4 ottobre 2013 5 04 /10 /ottobre /2013 09:00

 

Tu che guardi il Tg da ieri sera, incollato davanti all'ennesimo speciale e ti senti stringere la gola.

Tu che stamattina dici alla macchinetta del caffè che andrebbe fatto qualcosa, sì andrebbe proprio fatto qualcosa.

Tu che scuoti la testa, e ripeti come un mantra che la colpa non è solo italiana, ma europea.

Tu che ora chiacchieri contro la Bossi-Fini definendola per osmosi una legge ingiusta, ma quelli che l'han creata li hai sempre votati. Non che l'altra sponda sia migliore o abbia fatto di meglio, per carità.

Tu che ascolti le parole di Papa Francesco, parole arrabbiate e livide di dolore vero, e dici "Che bravo Papa! Che facciamo stasera, andiamo al cinema?".

 

Tu, sappilo, mi fai schifo.

Perché la colpa è anche tua.
Sì, proprio la tua e della tua ipocrisia del cazzo.

 

Tua, che pensi di elevarti sopra gli altri per la tua distratta pietà di oggi, ma che avrai dimenticato già domattina.

Tua, che oggi paradossalmente ti senti più buono, più umano, più vero.

Tua, per tutte le volte che hai trattato male un mendicante per strada, senza regalargli nemmeno il sorriso dell'educazione.

Tua, per tutte le volte che hai guardato migranti sbarcare ed hai pensato che venivano a rubare il tuo lavoro ed il tuo benessere.
Tua, che se i morti fossero stati tre invece di trecento avresti fatto spallucce e continuato a vedere lo speciale sul matrimonio di Belen.

Tua, per tutte le volte che hai incrociato per strada un immigrato e ti sei scostato, manco potesse darti la scossa.

Tua, per le volte che hai predicato contro la scuola di tuo figlio che accetta pure quelli lì, e gli hai insegnato a non mischiarcisi tanto che son diversi da noi.

 Tua, per tutte le volte che sentendo parlare di ius soli hai fatto finta di non capire o peggio hai inveito contro chi te lo proponeva come l'inizio di un mondo più giusto.

 

Tua, per tutte le volte che hai girato la testa.

 

Tua, e anche mia. 

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2 ottobre 2013 3 02 /10 /ottobre /2013 10:13

Artwork-Pregnant-Woman-SilhouetteQuando la gente vede la tua pancia abitata, anche se non ti conosce o sa pochissimo di te, si sente in dovere morale, specie se ha già dei figli e se questi sono sufficientemente grandi da avergli fatto scordare pannolini e affini, di avvertirti.
Attenzione, la pacchia è finita: ora devi mettere la testa a posto!
Come se tu prima vivessi a Mykonos in una comune, insomma.

Ma insomma, stiliamo un elenco approssimativo. 

 

Cose che devi imparare  fare (o smettere di fare) ora che stai per diventare genitore:

-  Smetterla di mangiare la Nutella direttamente dal barattolo col cucchiaino. Prima di tutto sono allergica al latte e mi fa pizzicare la lingua e poi non sta bene. Che esempio dai alla pupa?

- Smettere di tenere il gatto in casa, essendo lui un ricettacolo mortalmente epricoloso di virus/germi/ecc. molto più di un qualsiasi bambino moccoloso del nido. E poi è feroce ed ha certe unghie che mettono i brividi. Brrr!

Smetterla di avere idee progressiste e sinistroidi. Lo sanno tutti che quando diventi mamma devi mettere la testa a posto, andare in Chiesa, predisporti al catechismo che verrà e non fare tante domande, pensando solo al bene di tua figlia che di certo è nell’omologazione agli altri e nella tranquillità di non pensare mai a nulla di diverso. Anche la maglietta col Che, sappilo. Mettila via, su, fai la brava.

Mettere la testa a posto, non pensare di poter continuare ad inseguire i tuoi sogni e pensare invece a fare il bucato. Scrivere? Pfui!

- Smettere di lavorare o comunque di farlo in modo serio. Insomma, si sa, la donna che diventa madre deve fare dei sacrifici, piegarsi al part-time se proprio è fortunata al massimo e scordarsi di fare carriera che mica è un uomo. Infatti il padre può fare un po' quello che gli pare. La madre, invece, no. Come se oggi  fosse sufficiente uno stipendio a famiglia.

-  Smettere di fare sesso. Le madri per definizione non fanno sesso, sono creature asessuate come gli angeli, essendo appunto angeli del focolare. Non vorrete mica che un ragazzino si traumatizzi, vero? In fondo siamo e restiamo un paese cattolico. No, nemmeno a diciotto anni suonati un figlio può sapere che i suoi fanno sesso, assolutamente.

 

Ora, io non voglio dire che diventatndo genitore la vita non cambi, assolutamente. Non devi più pensare solo a te, ma c'è un esserino al tuo fianco che dipende al 100% da te ed è tuo preciso compito fare in modo che non gli manchi nulla da nessun punto di vista.

Ma non è che si muore, eh.

Cioè almeno credo.

Alle mie amiche non è successo, non credo succederà nemmeno a me.

Magari farò un sacco di casini, mia figlia verrà su scombinata e mai con il nastro al posto giusto nei capelli o le copertine dei quaderni adeguatamente rilegate, ma sono abbastanza fiduciosa: posso farcela.

 

In fondo, nonostante quel che dice l'iconografia sessista, non sono sola... 

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30 settembre 2013 1 30 /09 /settembre /2013 11:20

carrie-diaries-ratings-are-in.jpgPer la mia generazione di donne Sex & The City è stato un punto di riferimento importante, non tanto per la storia d’amore (orrevole e malsana, secondo me) tra Carrie e Mr. Big che magari ha fatto sognare le più romantiche tra noi, ma per lo sdoganamento dell’argomento sesso nelle chiacchiere tra amiche e soprattutto del linguaggio diretto, per non dire sboccato secondo alcuni, ed ironico che lo caratterizza. Lo, so, ora sembra una cavolata, ma che volete? Erano gli anni ’90, anni in cui Donna di Beverly Hills predicava la verginità, per dire.

 

E’ sempre un piacere rivederlo in televisione, specialmente e soprattutto le prime serie, anche se non è che fosse perfetto. Prima di tutto Mr. Big è figo come il corriere di Bartolini che stamattina mi ha portato il mio ultimo acquisto su Groupon, e ‘sti attributi li vorrei proprio vedere ché mica ci credo tanto; c’aveva solo il fascino dell’uomo sfuggente, impegnato e stronzo che in genere piace ad un certo tipo di donna, ma che andrebbe fustigato nella pubblica piazza con un gatto a  nove code.

 

E poi Carrie.
Dico io, va bene: TUTTE noi ragazze, soprattutto se  con velleità di scrittrice, ci siamo sentite un po’ Carrie e ci siamo identificate con lei, ma c’ha rovinato la vita. C’ha fatto credere che bastasse scrivere una pulciosissima rubrica settimanale su un giornale per poterci permettere una casa a Manhattan, scarpe di Manolo e cene fuori quando ci pare. Certo. Infatti io sono in causa con un giornale e devo prendere diecimila euro che non so se vedrò mai. Grazie Carrie.

Lo sapevo che dovevo prendere come modello Samantha.

O al limite Miranda.

No, Charlotte no: c’ha un marito pelato e un cane orribile.

 

Ora, dopo la fine del telefilm e due film di cui uno realmente indecoroso, ecco uscire fuori The Carrie Diaries, ossia la nostra eroina all’età di 16 anni fatti e finiti. Com’era? Dov’era? Che scarpe portava? Ho cercato di starne lontana lo giuro. Anche perché è il genere di telefilm che l’Amoremio proprio non digerisce. Ma ho fallito, miseramente, ed inseguo le repliche su Foxlife ad orari impossibili per non dare troppo nell’occhio.  Troppa la curiosità e la voglia di “conoscere” Carrie da ragazzina anche se:

  1. Carrie a 16 anni è troppo carina e per essersi trasformata poi nella thirty-someting Sarah Jessica Parker degli anni 2000 possiamo solo immaginare che traumi abbia dovuto affrontare. Oppure un taxi di Manhattan l’ha messa sotto. Un paio di volte. Almeno.
  2.  Storia del telefilm vuole che Carrie inseguisse sempre l’amore sbagliato perché vittima di un padre assente e fedifrago. Quello della serie è buonissimo, quindi o c’ha raccontato un sacco di storie nel telefilm per giustificare le sue pessime scelte sentimentali o questo telefilm ha più incongruenze di X-Men - L'inizio e questo è tutto dire.
  3.  E’ noioso. Va bene, è un teen drama, ma in confronto Dawson’s Creek era Sodoma.

Però la musica anni Ottanta ed i vestiti sono bellissimi.

Ma quant’era fica la moda anni’80? I nastri di pizzo tra i capelli, le calze rotte, le spallin… ehm, no. Forse anche no,

Dovrei smettere di guardarlo, è una perdita di tempo.

Uno sciacquacervello, al più.

 

Ma tanto  va a finire che lo guardo tutto, che vi credete?

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27 settembre 2013 5 27 /09 /settembre /2013 10:13

NON VOLARE VIAIn genere sono io che dispenso consigli letterari ad amici e conoscenti, dall'alto del mio essere una divoratrice onnivora di libri. E mi piace consigliare, specie se conosco bene il destinatario del consiglio, mi sembra di fare una specie di regalo.
Ma siccome non si smette mai di imparare, accetto anche consigli, specie se provengono da più parti e tessono lodi sperticate di autori che non ho mai letto.
Non sono così snob, in fondo, vero?
Ma forse dovrei.

 

Così ho iniziato a leggere “Non volare via” di Sara Rattaro.
Avevo voglia di leggere un libro che mi portasse via, una bella storia avvincente e, perchè no, toccante, qualcosa che potesse lasciare un segno. Un po' come mi è capitato con “Il senso dell'elefante” di Marco Missiroli, una piacevole scoperta totalmente casuale.
E così mi sono buttata nella lettura, ed in poco più di tre giorni l'ho letto.

 

La scrittura di Sara Rattaro mi ha subito conquistata e la storia non avrebbe potuto essere più intrigante. Cosa c'è di più empatico per il lettore della storia di una famiglia con un figlio disabile e di un rapporto genitori figli così intenso, quasi morboso, da trascendere la realtà? E se l'infedeltà coniugale ed il vero amore bussano alla porta, come non gettarsi tra le pagine con voracità?
Intrigante, vero?
Ma dopo poche pagine l'odore di bruciato ha preso il sopravvento: dove vuole andare a parare questo libro? Quando le carte sono già tutte in tavola, cosa può succedere d'altro? 

La storia è tutta qui, in un libricino piccolo piccolo che sembra voglia regalare al lettore una chiave di lettura diversa per la propria vita, ma che si scioglie in un happy end inutile, sconcio e possibile come lo sbarco dei cugini di ET nel mio giardino, proprio lì acccanto alla magnolia.
Un finale anche un tantino ipocrita, diciamoci la verità.

Ed eccomi qui, con il libro terminato, a chiedermi: perché?

Non che nei libri debba esserci una morale, un senso superiore ed aulico, né l'accettazione implicita del proprio stile di vita, ma un senso sì, lo pretendo.

Quale senso ha questo libro?

Che l'amore filiale vince tutto?
Che il dovere viene prima della felicità o che l'amore inteso come passione travolgente è un sentimento effimero ed egoista? Oppure che nella vita bisogna prendersi le proprie responsabilità ed accontentarsi di ciò che passa il convento?

Non so, questo libro non mi ha convinta.

Non che la Rattaro non sia brava, al contrario: siamo agli antipodi di Premoli & Co. La sua scrittura è limpida, invoglia alla lettura, ricca. Ma l'amore tra noi non è scoccato.
Arrendersi? Arrendersi così? No, non si può.

Ed allora ho letto un altro suo libro, che pare sia stato un caso letterario di un certo livello: "Un uso qualunque di te". Piccolo libricino, a dire il vero, ma con una copertina accattivante che non guasta mai.
Letto in un giorno, capito in un attimo, odiato fino allo spasmo.  Cercavo conferme? Le ho avute. Il libro naviga verso un chiaro porto d'arrivo che il lettore spera di aver sbagliato ad intravedere, e invece no. L'assurdo si concretizza e questo romanzo, seppur ben scritto, alla fine diventa il detonatore dell'insofferenza del lettore.
Sto esagerando?
Forse sì, ma io sono un po' come Vivian e da un libro io voglio di più, voglio la favola. Voglio innamorarmi dei personaggi, oppure odiarli, o anche tutt'è due. Voglio viverla, sentirmi partecipe degli eventi nel bene o nel male.
Nei libri di Sara Rattaro non c'ho trovato nulla se non un forzato richiamo all'empatia spiccia, quella del popolo televisivo che guarda My shocking story e scuote la testa con il senso di soddisfazione che il pensiero Non è toccato a me può dare.

Tra noi no, non è nato l'amore... 

 

 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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