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25 settembre 2013 3 25 /09 /settembre /2013 10:36

workingIl mio lavoro è complicato, fatto di rapporti personali e di gestione di dati sensibili, non solo di burocrazia spiccia e di conto di monete. Almeno io amo viverlo così, e il mio lavoro mi piace tanto. Così tanto che l’Amoremio mi rinfaccia sempre di essere una tossica, di non saper staccare ed è vero: me lo sogno anche, a volte. Ho sognato di fare le buste paga, lo giuro. E nemmeno una volta sola.
Insomma, è così: in quanti possono dire di amare il proprio lavoro? Io sì.
Ok, mi capita di avere a che fare con la gente. Con tutti i tipi di gente, anche i più assurdi.
Anche con quelle persone che pensano che tu, anche se sei un collega, li stai certamente cercando di fregare, ma loro sono moooolto più furbi e di certo riusciranno a sgamarti. Magari chiamando anche Giacobbo ad intervistarli, poi. Sì, come no.

Ma in genere ho tanti bravi colleghi, eh, gente che lavora e che magari a volte rimane di stucco davanti alla esponenziale e logorroica burocrazia italiaca e allora sclera. O chiede almeno un milione di volte le stesse cose, facendo sclerare me.
Ad ogni modo cerco di essere più gentile e comprensiva possibile, specie con quelle donne che si avvicinano con timore alle pratiche per la marternità. E qui casca l’asino (povera bestia), nel senso che trattasi della questione lavorativamente più spinosa che possa capitare.
Spesso per un retaggio maschilista del piffero, a cui avrei voglia di rispondere “Ma tu sei nato sotto un cavolo? Oppure ti hanno clonato da un primate?” Col massimo rispetto per le scimmie, eh.

Non c'è giustizia e non c'è femminismo che tengano: tra un uomo ed una donna il selezionatore medio sceglierà sempre un uomo perché, per dirlo alla perugina, non ha impicci. Poco conta se le donne lavorano meglio, sono più produttive, più sveglie, ecc. Stereotipo contro stereotipo vince sempre quello della maternità. Quello che fa affermare che "una donna incinta poi non la rivedi più". O almeno dopo due anni.
Ché le donne, si sa.

L’argomento mi tocca molto da vicino, chiaramente, ma non posso fare a meno di chiedermi: c’è del vero? Dalla mia posizione privilegiata, che mi permette di osservare un discreto campione della popolazione, posso solo dire che alcune donne si approfittano pesantemente dell'attuale disciplina della maternità, specie di quella anticipata.
Lo so, non è bello detto da una donna, o forse sì.
Molte persone hanno lottato per la tutela della materità e credo che questi istituti vadano rispettati. Eppure molte donne non la pensano così, lo vedono come un evento logico. Sei incinta? E perchè lavori? Chi te lo fa fare? Basta il certificato di uno specialista che dica che tu non te la senti ed il gioco è fatto: chi metterebbe in dubbio la parola di una incubatrice?
E allora ecco fiorire le scuse più colorite. Dal classico sono molto stanca al fantasioso la testa non m'accompagna, passando per sono gli ormoni, salvo poi prodursi in fantasiose attività ricreative documentate dall'immancabiel Facebook.
Alla faccia dell'INPS, del datore di lavoro e dei cadaveri di coloro che hanno lotatto per la sacrosanta tutela della maternità.

Io, se fosse concesso, queste future mamme le prenderei a schiaffoni. Primo perché offendono tutte quelle donne che hanno davvero bisogno di stare a casa, e secondo perché buttano benzina sul fuoco del maschilismo esasperato che domina l'Italia.

Che carina la mentalità italiana, in tanti anni non è cambiata di una virgola. La donna, se può, deve stare a casa, anche bluffando. 

 

O frodando lo Stato, perchè questo è. 
 

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20 settembre 2013 5 20 /09 /settembre /2013 12:05

1236474 10201340685871668 309173039 nLeggere è un po' come mangiare per me: un bisogno insopprimibile, un desiderio, uno sfizio. Andare in libreria è sempre stato un tornare a casa, respirare l'odore della carta e navigare con la mente tra gli scaffali un passatempo delizioso. Vuoi essere la mia libreria del cuore? Ordina tutto per casa editrice.
Sapevatelo.

Ed il fatto che io sia passata al 90% dal libro fisico al digitale, non cambia nulla. Amo andare in libreria, comprare libri e regalarne cercando di indovinare cosa potrebbe piacere al destinatario del dono.
Così con la scusa del compleanno della figlia di una mia amica, mi sono buttata nella letteratura per ragazzi. Lo so che cosa state pensando: "Ma che palle, ha sette anni e le regali un libro!"
Ma per me regalare un libro è regalare un piccolo sogno, uno spazio sospeso nel tempo e nello spazio. E poi ci ho aggiunto due smaltini fluo super tamarri di Kiko, lettori di poca fede. So come farmi amare, io.


Grazie alle commesse sempre gentili e competenti (sì, qualcuna ancora ce n'è) compro due libricini della collana Giunti Junior tra cui "Il paese di Eseap" di Lidia Ravera. Colorati, illustrati ed accattivanti, spero che possano attrarre l'attenzione di una bimba di sette anni attualmente impegnata con orgoglio e tremore nella difficile missione della seconda elementare.

Poi l'occhio mi è caduto sui classici in edizione semplificata, quelli che nella mia gioventù si chiamavano "Classici per ragazzi" e che hanno popolato la mia libreria per tutte le elementari. lo ammetto, non ho resistito: ho comprato "Piccole donne" per la figlia dell'Amoremio.

C'ho pensato tanto, perchè non voglio forzarla e vorrei prendesse la lettura non come un obbligo scolastico, ma come un bellissimo passatempo. Ma il messaggio non è così facile da passare. Quand'era piccola nei pomeriggi freddi leggevo per lei Roald Dahl e lei sghignazzava delle avventure di Charlie, si spaventava davanti al GGG e si indignava degli Sporcelli, ma quando ha iniziato le elementari ed è stata in grado di leggere da sola qualcosa è cambiato: le era diventato faticoso leggere.

Pigrizia? Forse.

Parlando con la commessa e chiedendole un parere, da mamma lei non ha potuto far a meno di evidenziare la stessa problematica: anche sua figlia ha avuto il rigetto da elementari.

"Vuoi mettere leggere Cipì? Veniva sonno a me, figurati a mia figlia!"
Ed in effetti.

Ok, un classico, eh.

Però leggerlo con una bimba di sette anni mi fece pensare all'epoca più ad un esercizio di training autogeno che ad una storia che possa colpire la fantasia.

Così come Gianni Rodari, un mito per me, ma non così adatto ad attrarre l'immaginazione di riottosi ragazzini di terza elementare cresciuti tra Yu Gi Oh e Violetta, che poi scappano via terrorizzati dal mondo della lettura perdendosi veramente una parte di infanzia bellissima e magica.
Così, ci siamo abbandonate ad una serie di riflessioni amare, ma dettate dall'amore per i libri.
 

 

Prima di tutto, l'ovvio: l'Italia è un paese vecchio, muffo, stantia, dove anche i programmi scolastici si adeguano tristemente alla sorte generalizzata dello stivale, manco fosse una barca al naufragio. Vanno bene i classici, massimo rispetto per i classici, ma magari anche non tutto il nuovo è da buttare.

E poi: vista la penuria di lettori mi chiedo se la scuola non sbagli proprio la chiave d'accesso al cervello dei bambini. Da profana non capisco: perché non si può dare come libro da leggere Harry Potter per le vacanze estive ad un bambino di seconda elementare? O qualcosa di Dahl? O di Bianca Pitzorno, per non essere per forza esterofili.

I bambini di oggi sono abituati all'immediatezza, ad assumere storie ed informazioni predigerite in una rincorsa di colori ed app pronte per l'uso. Sanno usare il telecomando meglio di me, ma non conoscono la parola quattrini, ad esempio. Provate a chiedere.
E' vero devono imparare, ma non avrebbe più senso fargli amare quel che devono fare per forza? Magari non sarà possibile per tutti, ma se in una classe di 25 bambini anche solo 5 imparano ad amare la lettura sarebbe già moltissimo.

Ma il problema principale è quello di cui sopra: l'Italia è un paese vecchio, che ragiona sempre sul una volta si stava meglio senza cercare mai di capire la realtà attuale.

 

Questo il mio parere, attendo i vostri da mamme e papà, ma anche da insegnanti.

 

 

 

 

 

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19 settembre 2013 4 19 /09 /settembre /2013 14:07

two of a kind bunny theblackappleIo non sono una che porta rancore, ma non per bontà cristiana o per coglioneria.

E’ che sono pigra. Sono come Sid, il bradipo de “L’era glaciale”: non ce la faccio, è troppo faticoso.

Me ne dimentico, è più forte di me.

E quindi, visto il mio collegamento cervello-bocca molto corto e senza filtri, mi ritrovo spesso a dire in faccia alla gente tutto quello che penso e poi chiudere lì la faccenda.

Senza rancore, eh.

I miei amici ci sono abituati, sono rodati.

Alcuni, i più coraggiosi, apprezzano persino.

Folli.

 

Tuttavia in questo mio particolare modo di vedere le cose, sono in grado di fare eccezioni. Rare, rarissime eccezioni, ma pesanti come macigni. Sì, anche io porto rancore, e quando lo faccio non è mai uno scherzo. Indirizzatarie della mia furia sono poche e selezionate persone che sono riuscite a scalfire la mia corazza fatta di ironia e finta noncuranza per arrivare a ferirmi davvero.

Ma visto che queste persone sono (per mia fortuna) così poche che basta una mano per contarle sono per me di complicata gestione.

In quanto passa il rancore?

E l’odio?

Perché di questo si parla, non è peccato dirlo.

Credevo che cinque anni fossero un lasso di tempo ragionevole. O almeno, abbastanza ragionevole, sufficiente per mettere un punto e girare pagina, convertendo il risentimento in bieca noncuranza.

Cinque anni senza vedersi, senza nominare l'innominabile, cercando di cancellare le tracce di una amicizia che credevo vera e sincera, e invece era un calesse.
E invece no.

 

Basta poco e l'odio riaffiora, perverso e velenoso come l'edera.

Invece è bastato solo sentirti nominare da chi non ha nulla a che fare né con me né con te per riaccendere la scintilla dentro di me.

non ne sono fiera, sia chiaro. Non sono un cittadino esemplare, una donna da cui prendere esempio, non sono Maria Goretti e mi cospargo il capo di cenere per la mia poca cristianità e l’incapacità di perdonare.

Non sono una bella persona, me ne rendo conto.

 

Però tu accetta un consiglio: se mi incontri per caso, scappa.

 

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18 settembre 2013 3 18 /09 /settembre /2013 12:51

Zen

zen-stones-green.jpgL'ospedale non è un bel posto, di quelli in cui si va volentieri a fare una passeggiata. Ma in certi frangenti la sua frequentazione diventa indispensabile, seppur non poi così piacevole.
Da quando ho una pancia abitata, sono costretta una volta al mese ad andare a fare le analisi del sangue di routine,
Quando sei incinta entri in uno strano club, privilegiato se mi passate il termine. Un club composto da donne incinta, malati di tumore e portatori di handicap, un club poco allegro ma che non deve fare la fila. In alcuni casi al club si uniscono anche i bambini sotto i 10 anni, e allora la compagnia diventa più allegra, ma in genere c'è poco da star allegri.
Però è comodo.
In genere.
Non oggi.

Arrivo a pagare il ticket e scopro che la cassa prioritaria non funziona: i “prioritari” devono rivolgersi alle altre casse passando avanti a chi ha preso il numeretto ed attende. Ovvero, come rendersi simpatici agli occhi di chi aspetta in una semplice mossa.
E infatti.

“Signorina? Signorina, mi scusi! C'ero io!”
Tra me e la cassa c'è una signora di una certa età, vestita di tutto punto ed evidentemente appena uscita dal parrucchiere.
“Mi scusi signora, ma io avevo la priorità. La cassa preposta è chiusa e...”
“Lo vede sul cartellone che numero c'è? Il 120! E io ho il 120.” E mi si para davanti con fare minaccioso sventolando il fogliettino dell'eliminacode.
“Signora, glielo ripeto: ho la priorità.” E mi appoggio al bancone per pagare.
“E' per questo che l'Italia va male: perché ci sono i raccomandati!”
“Signora, non mi faccia essere maleducata...”
Mi batte con un dito adunco sulla schiena: “Io è un'ora che aspetto!”

Basta.
BASTA.

“Signora, mi deve scusare. Solo una domanda: deve andare al lavoro lei?”
“Io? Io no. Sono in pensione, io!”
“Ecco, io invece sì. E sono incinta, ho la priorità. C'è scritto lì. Quindi mi faccia una cortesia: stia zitta!”

La megera batte in ritirata, mi fa mettere i timbri che devo mettere (ah, le raccomandazioni) e in trenta secondi ho finito. Avrei fatto anche prima se non m'avesse rotto così tanto.
Ma che poi mi chiedo: perché?
Perché i pensionati che hanno tutta la giornata libera vanno a fare i prelievi alle sette di mattina?
Perché sono così accidiosi?
Invecchiando si peggiora? O si diventa invidiosi dei giovani?
No, perché io giovane giovane non lo sono più, eh, almeno da un po'. Sono una primipara attempata, in fondo.

Non dovrebbero gli altri esser pazienti con me?

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16 settembre 2013 1 16 /09 /settembre /2013 14:11

NZOImmaginate un paese dove non esistono librerie e dove i cittadini non possono confrontarsi liberamente su niente e non possono nemmeno scegliere chi sposare o frequentare, un mondo dove esiste una sola ed unica versione ufficiale della Storia e dove la propaganda è talmente martellante che in ogni casa c’è una radio obbligatoriamente accesa e sempre sintonizzata sul canale di Stato che trasmette 24 ore su 24 i discorsi dell’unico leader politico che esiste, un po’ come se vi obbligassero tutti i giorni a vedere Pomeriggio5. Un vero incubo.

No, non è fantapolitica o un romanzo di fantascienza distopica come sarebbe logico attendersi, ma il presente vissuto e raccontato in prima persona da Adam Johnson nel romanzo Il Signore degli Orfani, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2013. 
Nonostante la materia non proprio leggera, era da molto tempo che cercavo un libro così, che mi prendesse e trascinasse con sè. Ed in effetti il libro di Adams è uno di quelli che si divorano e da cui si viene divorati, e che generano in me nel mezzo della lettura vere e proprie ossessioni: potremmo vivere anche noi con un Caro Leader che pensa a tutto? E Kim Jong II non è forse un Berlusconi a cui s’è lasciata sciolta la briglia? Ma anche e soprattutto: possibile sia tutto vero?


Sì, lo è, anche perché trattasi del frutto di una lunga ricerca da parte dell’autore, che prima di iniziare a scrivere ha condotto lunghi studi ed è tra i pochissimi cittadini americani ad essere riuscito ad entrare in Corea del Nord  attraverso un escamotage romanzesco, ma del tutto vero: è riuscito a farsi passare come aiutante di un raccoglitore di mele, riuscendo poi persino ad incontrare il Caro Leader in persona. Una vera assurdità, ma che dimostra l’aberrazione di paesi dove sembra impossibile sorpassare le strettissime maglie di una burocrazia che diventa dittatura. E Johnson racconta proprio tutte le contraddizioni, politiche e burocratiche, della Corea del Nord come di tutti i regimi totalitaristici.


Ma non solo. Il Signore degli Orfani è quello che si potrebbe definire un romanzo classico d’altri tempi, uno di quelli che ti fa venire la nausea mentre lo leggi, ma che alla fine non vorresti mai finire, perché non è soltanto narrativa d’intrattenimento, ma qualcosa che rimane dentro e ti fa crescere di un gradino ancora. Quasi come Anna Karenina, se mi si passa il paragone azzardato con Tolstoj e con le galline di Levin.


Il protagonista del romanzo è Pak Jun Do, figlio del direttore di un orfanotrofio, dove anche lui viene allevato come fosse uno di loro, e di una madre rapita per diventare cantante di regime e divertimento per i potenti della capitale. Il ragazzino cresce nel più rigido degli indottrinamenti dei regimi comunisti, cresce nelle milizie dell’esercito, un perfetto “signor nessuno”, un “uomo qualunque” plasmato per obbedire a qualsiasi ordine nel  “regno eremita” dello stalinismo governato ai tempi del dittatore Kim Jong.

Non è certamente Rambo.

Non ne ha gli strumenti, l'educazione, l'impostazione mentale. La sua rivoluzione è tutta nella testa, nel modo di pensare e di vivere, fino ad un finale che non può essere un happy end.

Inevitabilmente inevitabile.

Come la fine dei regimi.

 

Jun Do diventa così nel tempo un perfetto strumento militare, preso di mira dalle vessazioni dei superiori  e costretto alle prove di più atroce disumanità e disumanizzazione. Nonostante questa spersonalizzazione dell’individuo che fa tremare i polsi al lettore ad ogni pagina, in tutte le sue vicende anche le più violente dal punto di visto della psicologia propagandistica di massa, ci si ritrova a fare il tifo per Jun Do e a confortarsi in lui. Attraverso un umorismo che non riesce ad omologarsi, si intravede la sua salvezza: ubbidisce senza battere ciglio alle regole più ferree, ma il suo annientamento come essere umano è soltanto apparente.

Lui è vivo, è e resta un essere autonomo, senziente e mai davvero domo, nonostante l'indottrinamento feroce e l'annientamento di tutto ciò che si possa definire come personale.
Ma non fraintendetemi, Jun Do non è un eroe, almeno non nel senso politico del termine.
Non rovescia regimi, non anima folle e piazze, non infiamma rivolte.

 

Da leggere, per capire e imparare.

 

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11 settembre 2013 3 11 /09 /settembre /2013 14:21

french-john-pillbox-hat-with-feather-1960s.jpgOgnuno ha i suoi vizi, io mi faccio il gel alle unghie.

E’ comodo, pratico, mi permette di non pensare al capitolo mani per almeno un mese e, fatto non trascurabile, mi regala mezz’ora solo per me in cui sono gli altri che pensano a coccolarmi e io non devo fare nulla.

Senza contare poi che Laura, la mia estetista, è in pratica la mia psicologa. Poraccia, che vita grama.

 

Sì, lo so che per qualcuno è volgare.

Per me, no.

E' comodo.

E poi io odio farmi le unghie, mettermi lo smalto e pensare alle mani, quindi l'alternativa al gel è lo stato brado.

Chiaro?

 

Tra chiacchiere e amenità varie, suona il telefono del centro estetico e lei va a rispondere.

 

Nel momento di silenzio che segue non posso far a meno di ascoltare il vociare proveniente dalla cabina attigua, e grazie alla voce particolarmente discreta della cliente apprendo che:

 

Ha una figlia che quest’anno farà la prima media

L’hanno (anatema!!!) messa in una classe con troppi stranieri. Siamo in Italia, porca miseria, dove arriveremo? A quei ragazzini che c’hanno due madri o due padri?

Gesùcristo!

Ah, ma lei ha protestato, eh! Pure dal sindaco! Perché lei li conosce i suoi diritti, mica si fa fregare, eh!

No, non ha ottenuto nulla, ma s’è fatta sentire. Certo, c’è uno che s’è ritirato per questo motivo ed è andato in un’altra scuola media, ma a lei sta scomoda e quindi…

La figlia studia pianoforte da tempo immemore, è brava bravissima, ma la professoressa del Conservatorio le ha detto che no, non è il suo mestiere.

Che gente incompetente che gira, tutti raccomandati poi!

Ha accompagnato il figlio piccolo ad un compleanno che si svolgeva su un prato e per star seduta sull’erba “me s’è agrencheto tutto l’culo, pareva ‘na salamella!

AIUTO.

AIUTATEMI.

 

Tutto nei cinque minuti in cui la ragazza è andata a rispondere al telefono, che al suo ritorno mi ha trovata tramortita e stesa sopra il fornelletto in preda a convulsioni di riso e disperazione.

Non so se essere divertita o terrorizzata, devo ancora decidermi.

Comunque, la gente di paese è meravigliosa.

 

Ma anche no.

 

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10 settembre 2013 2 10 /09 /settembre /2013 11:19

978-88-541-4792-8.jpgCi sono libri che in genere non leggo, non perché io sia snob ma solo perché ho la certezza che non abbiano la possibilità di piacermi. Questi sono quelli cosiddetti smielati o con titoli che richiamino una impennata improvvisa della glicemia: non fanno per me, gli Harmony e tutti i loro derivati non fanno per me. Sia chiaro, massimo rispetto per chi li legge, ma soprattutto li scrive, ma io anche no.

E lo dico da fervente ammiratrice di Sophie Kinsella, che ritengo una grande ed ironica scrittrice: divertente, mai banale, con una scrittura fluente e amabile, la Kinsella dà lustro ad un genere, la letteratura d’evasione rosa, ingiustamente bistrattato e relegato a letteratura da donnicciole.

Ora, nonostante la mia avversione non ho potuto non seguire la vicenda letteraria dell’estate: la vittoria di Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli  del Premio Bancarella. Ora, quando l’ho sentito ho pensato due cose:

-   Forse il titolo e la copertina sono ingannevoli, un po’ come per The eternal sunshine of the spotless mind, tramutato nell’orribile Se mi lasci ti cancello  da un titolista ubriaco e spacciato per una storiella romantica quando invece era ben altro.

-  Forse con Premio Bancarella si intende il best seller delle bancarelle “Tutto a 2 euro” che vendono libri di seconda mano. Che poi non ci trovo mai niente, l’ultimo acquisto che c’ho fatto è stata “La signora delle camelie” quando avevo 12 anni (e non c’erano gli euro, come sono anziana…)

 

Fattostà che la mia perplessità non ha trovato accoliti, e sfogliando l’albo d’oro del Premio Bancarella c’è da chiedersi come mai. O forse no, visto che vi figurano (per dire) Marcello Simoni e Bruno Vespa, seppur accanto a Elisabeth Strout e Donato Carrisi. Per citarne alcuni recenti, chiaramente. A caso. altrimenti ci troverete pure Hemingway, tanto per scomodare un signor Nessuno.

L’unica stroncatura che ho trovato è stata quella di Pippo Russo, capitatami per sbaglio tra le notifiche di Facebook e, ho scoperto poi essere diventata quasi virale.

 

Ma prima di criticare un libro, specialmente di una autrice che non conosco, occorre sempre documentarsi e buttarsi nell’opera incriminata. Potrà mai essere così orribile?  Così indecoroso?

E così l’ho letto.

Tutto.

Giuro.

Anche se il finale proprio no.

 

Ma già a metà rimpiangevo ardentemente gli Harmony che a dodici anni rubavo dalla libreria della zia, dove insopportabili colleghi di lavoro bonazzi convertivano con il calore del proprio corpo animale (per non dire del proprio membro vibrante) la più riottosa delle colleghe zitelle, trasformandola in un agnellino adorante ed implorante.

E invece noia. Moltissima noia. Sembra che un bacio possa scatenare nella protagonista una tempesta ormonale capace di farle uscire un gigantesco brufolo sul naso. Che poi può anche essere, ma lo devi sapere descrivere;  non è che tutti nasciamo Jane Austen. Insomma, per essere un romanzo rosa senza la benché minima ironia è decisamente troppo casto per me.

E non è l’unico problema:

  1. La grammatica. Ragazzi, la grammatica è importante. Non me ne frega nulla se per molti l’italiano è una lingua in evoluzione, se sta involvendo nella mitica forma codificata dagli sms o se il congiuntivo è noioso. Se tu vuoi fare lo scrittore DEVI padroneggiare la lingua italiana e non scrivere “c’è” al posto di “ce”.  E la concordanza dei tempi non può essere una mera opinione, caro mio. Finché si tratta di un libro straniero, si può sempre prendere a male parole il traduttore (molte volte a ragione), ma io che leggo certi strafalcioni in un libro italiano me la devo prendere con la scrittrice o con l’editor?
  2. La storia è davvero senza senso. Non surreale, altrimenti mi sarebbe anche potuta piacere: proprio senza senso. La protagonista dice e fa cose totalmente irragionevoli, incomprensibili ai lettori dotati di intelligenza media e anche a quelli sotto la media. Che poi, la storia è così scema che non ti viene nemmeno voglia di prendere la protagonista a martellate sulla testa quando fa una cavolata. Per non parlare della psicologia dei personaggi, proprio non pervenuta. Specialmente quelli di contorno son tagliati col coltello, senza sfaccettature, senza un briciolo di lavoro sul personaggio
  3. Lo stile: NON CI SIAMO. A volte ho avuto la sensazione di leggere un romanzo scritto da una ragazzina venuta su tra Harmony e chick-lit scadente. Va bene utilizzare uno stile fluido e scorrevole, però un minimo di originalità, un guizzo nella trama, un punto di svolta, una descrizione esaltante… no, niente. Noia. Buio. Si legge in un giorno, sono d’accordo. Perfetto per l’ombrellone, è vero. Ma non è che questi siano complimenti, eh.

 

Non vorrei essere fraintesa: io Anna Premoli non la conosco, è il suo primo libro  che leggo e rischio di diventare come uno di quegli avventori di bar che si sentono tutti allenatori della Nazionale senza aver mai tirato un calcio al pallone. In fondo leggendo la sua storia mi sta anche simpatica, si è autoprodotta il libro in ebook e per questo la stimo; solo dopo è arrivata la Newton e il Premio Bancarella.

Non è certo la classica raccomandata in stile Moccia, né la ragazzina torbida che pubblica romanzetti scollacciati.

 

Però il Premio Bancarella è ridotto davvero male, poraccio…

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7 settembre 2013 6 07 /09 /settembre /2013 10:40

vintage-typewriter-620.jpgCaro Papa Francesco,

 

ti scrivo anche se la mia non è una storia lacrimosa, né tantomeno orribile o infelice, ma anzi bellissima, felice e solare come tante altre in Italia e nel mondo. E per fortuna, oserei dire.

Ti scrivo perché mi sei simpatico (uso il tu, posso vero?), perché non hai paura di dire il tuo pensiero e di sbatterlo in faccia agli altri potenti della terra e perché in te intravedo la possibilità, seppur remota, di ritrovare la fede cattolica della mia infanzia. Fede spazzata via da anni di ingiustizie e sciocchi muri clericali, che mi hanno portata lontana, ma mai troppo. Diciamo che sono cattolica per indole e vocazione, ma anticlericale per partito preso. E anche per esperienza diretta.
Anche perché, concedimelo, parli come Belen e mi fai ridere parecchio.

Ma andiamo per ordine.

Mi presento, ho 37 anni, sono nubile e sono incinta.

Non sono sposata e non potrò esserlo mai per la Chiesa, perché il mio compagno è un uomo divorziato con una bimba. Ma questo, all’onor del vero, non mi cruccia. Molte mie coetanee si sposano in Chiesa solo per l’abito bianco, la cerimonia e le foto, e non credo siano più cristiane di me. Oppure sì?

Futura mamma, matrigna, convivente. Mi vuoi già bruciare sul rogo e stai buttando questa lettera? Se sì, vuol dire che ho mal riposto la mia fiducia. Se invece stai continuando a leggere, mettiti seduto, perché mica è finita qui.

La bimba che arriverà ad anno nuovo e che cresce dentro di me, tu come la vedi?

No, perché io mi trovo in difficoltà ora: che faccio, la faccio battezzare?

Mi piacerebbe, sono sincera, ma non se devo far passare mia figlia come una derelitta tra i neonati.

Mi spiego meglio. Per esperienza diretta di mia amiche o conoscenti, preti di paese o di città sono pronti a levare gli scudi contro la mia moralità e quella del mio compagno, alzando un sopracciglio schifato contro qualcosa che vedono incurabile anche con 1852 Padre Nostro ed un numero imprecisato di Ave Maria. Eppure siamo entrambe brave persone, anche se entrambe col difetto di dire un po’ troppo quel che pensiamo. Giuro, c’abbiamo un ottimo pedigree.

Inoltre, a me i guai piacciono molto, quindi vorrei che la madrina fosse la mia sorellina minore. Che convive col suo ragazzo, ovviamente, come la maggioranza dei suoi coetanei. Vorrei mia sorella perché la amo profondamente, perché è una parte di me e non vorrei nessun altro mai. Ma anche qui è complicato, complicatissimo.

Mi è stato detto “Basta che non lo dice”, ma si può fondare un sacramento su una bugia? Sul dichiarare il falso?

Io non credo, e soprattutto non voglio.

Ma innanzitutto, Dio non dovrebbe già saperlo?

 

Ora, caro Papa Francesco, ti starai chiedendo cosa voglia da te quest’eretica.

Una soluzione, voglio una soluzione.

Mia figlia può essere una bambina come tutte le altre, come di fatto è, anche agli occhi del Clero? Non dico di Dio, perché ben so che per lui è già esattamente così. E’ possibile, o dovrò rinunciare a battezzarla, causando sulla faccia di mia madre la nascita di un numero imprecisato di bolle da orticaria nonché un indistinto numero di suoi peana contro di me?

Devo lasciare che sia lei da grande a decidere cosa fare, secondo il suo desiderio?

Attendo risposta, anche se non solerte diciamo verso gennaio.

In fondo, c’è tempo, no?

 

Saluti carissimi, Phoebe

 

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5 settembre 2013 4 05 /09 /settembre /2013 10:17

diy_expat_living_realists_wanted.jpgMio cugino è alto e dinoccolato, coi capelli arruffati di chi ha troppo da fare e pensare per abbassarsi all'idea di pettinarli.

Ha 22 anni mio cugino, e gli occhi di chi già è oltre, lontano, perso nel suo mondo fatto di luoghi lontani e gente indaffarata come lui in cose troppo poco materiali per poter essere censite da mente comune.

Ha un bel sorriso, mio cugino, di quelli timidi che non sono abituati a scoppiare, ma a farsi desiderare per poi illuminarti una giornata intera.

 

A forza di borse di studio ha preso la laurea triennale in Lettere quando tutti lo volevano impegnato in qualcosa di più concreto. Che futuro ha un laureato in Lettere? In Italia? Il cameriere, forse, ma anche no. Non è meglio ingegneria? O medicina, magari!

Ma lui no, dritto e deciso ha preso la sua strada e con l'ennesima borsa di studio se n'è volato a Princeton per finire gli studi. E’ volato lontano, come un uccello che ha stirato a lungo le sue ali ed ora è pronto per l’esperienza estrema della migrazione. Se ne è andato, tra i pianti e gli strepiti di mamma e nonne che lo vorrebbero sì brillante e apprezzato, ma magari un tantino più vicino a casa e alle gonne matriarcali.

 

E’ volato lontano, forse per non tornare mai più, perso in una carriera accademica che in Italia non sarebbe possibile mai. Se non conosci, se non sai, se non lecchi un po’ quie  un po’ là.

Perché l'Italia è un paese avaro coi suoi giovani talenti, è una matrigna cattiva che spedisce le proprie migliori creature a spasso per il globo rimpiangendole poi come mamma coccodrillo.

 

E mentre sento mia zia parlare di orgoglio, ma anche di dispiacere per il figlio lontano, non posso far a meno di pensare che questo sembra essere diventato l’unico destino possibile in questo paese secco e asciutto che non fa nulla per evolvere e crescere, ma mira solo alla conservazione dei privilegi e delle piccole caste.

Che resta ai ragazzi di oggi e di domani se non andarsene ed esserne felici?

Possibile che sia davvero così?

Davvero in un paese con la nostra storia, le nostre tradizioni, la nostra inventiva è morto?

Avere tutti gli strumenti possibili per fare la valigia e scappare è davvero il meglio che io possa augurare a mia figlia?

 

Sul serio?

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3 settembre 2013 2 03 /09 /settembre /2013 15:19

500full-mia-farrow.jpgCi sono persone che le vedi ed è impossibile che non rimangano impresse nella mente per l'aura perfetta che emanano. Una luce che le rende speciali, ma con naturalezza, come se la perfezione non fosse un obiettivo da raggiungere, ma uno stato d'essere genetico.

Esseri umani che sono farfalle in un mondo di bruchi

Persone che le vedi e pensi:"Vorrei essere così".

Ma tu non sei una farfalla, al massimo a voler strafare sei una falena e non ci riusciresti mai ad essere diversa, nemmeno se ti ci impegni  a morte e ti metti le catene ai polsi come  Mimì Ayuara. Non c’è verso.

Quell’aura lì, di lieve disincanto e di purezza, che far star bene queste fortunate icone anche con lo straccetto peggiore al mondo non si impara. Tu sembreresti una pulciara, loro sono vintage.

Senza pensarci nemmeno, senza studi o accorgimenti.

Dubiti persino si guardino allo specchio, sarebbe troppo frivolo.

Loro sono così e gli è naturale come bere un bicchier d’acqua, come respirare o come levitare a pochi centimetri dal suolo.

Impossibile non rimanerne affascinata, impossibile.

E non è che siano persone particolarmente belle  o interessanti, anzi. E’ solo la loro luce che li rende particolari, unici e così fastidiosamente perfetti da farti desiderare di passarci sopra con un trattore a cingoli.

Eh, sì. Perché tu, che quando mangi il gelato ti sporchi, che sei capace di rovesciarti addosso il contenuto di una Bic intera e che sei vittima della sfortuna come Paperino, c’hai provato mille volte ad essere così, dalla seconda elementare.  E’ che proprio non fa per te, tu che quando starnutisci fai un rumore assurdo, mica cinguetti come chi è naturalmente perfetto.

E ti sei sforzato pure di avvicinarti per gradi, di generare amicizia confidando in un effetto osmotico che avrebbe sanato la tua imbranataggine e attirato anche qualche maschio, ma niente.

Ma ora basta.

E’ che ora c’hai un’età per cui lo puoi dire tranquillamente e senza paura di avere ripensamenti.

 

Ma vaffanculo, và.

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