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30 gennaio 2013 3 30 /01 /gennaio /2013 16:34

1490180254.jpgSotto le scalinate di Montmartre l’anno scorso comprai un braccialetto. Non particolarmente bello, a dire il vero, ma me lo ritrovai al polso contro la mia volontà, mentre un ragazzo di colore dal sorriso accattivante snocciolava all’Amoremio tutte le qualità degli italiani a dispetto degli altri europei. Affermando che, specie lui, la nazionalità ce l’aveva scritta in fronte.

“Per te, tre euro! Per americano, sei!” e rideva giù di gusto, come se l’accoppiata americano/pollo da spennare lo rendesse felice. Chissà cosa diceva, che ne so, ai francesi.

“Ora respira e… desiderio!” mi ordinò mentre lo legavo. E via, su, mi son detta: esprimiamolo ‘sto desiderio. Che costa in fondo?

E siccome il mio albergo era da quelle parti, tutti i giorni lo rincontravo e sbandieravo il mio braccialetto a mo’ di lasciapassare e lui buttava lì dei gran sorrisi bianchi.

Attenzione: pollo già spennato. Proseguire pure.

 

È passato quasi un anno da allora e il braccialetto sta ancora lì, al mio polso destro. Nulla ha valso l’incuria, le docce quotidiane, la spiaggia, i maglioni, lo sfregamento con altri più blasonati braccialetti.

Nulla, lui è rimasto lì, ad attendere il passaggio del tempo e delle stagioni, saldamente (più o meno) ancorato al mio polso.

Invece di rompersi e di fare il suo dovere liberando il mio desiderio, lui che fa? S’allarga.

S’è allargato, il bastardo, e  ora rischio di perderlo in giro. Di perderlo, capite? Senza che si sia rotto.

Ora, ovviamente non ci credo a questa storia del desiderio.

Chiaramente.

 

Se fosse così facile ottenere quel che si vuole, il simpatico ragazzo di Montmartre sarebbe ricco sfondato e con la fila fuori dalla porta. Però trovavo tutto molto poetico, quasi da film. Vuoi vedere che stavolta… e invece no.

Non è che Dio mi poteva mandare un segnale classico, tipo “Toh, s’è rotto e non è successo nulla”.

No. Per essere certa che io recepisca il messaggio, il bracciale s’è allargato, mi esce, ma non s’è rotto.

Del tipo manco-ci-sperare.

Anche se non è che ci sperassi poi granché.

E non è che io abbia espresso il desiderio di fare sei al Superenalotto o di ricevere direttamente dal cielo un bonifico da € 100.000 sul conto.

Io scelgo sempre cose banali, cose banali ma non facilmente realizzabili.

Magari al livello dell’impossibile o giù di lì.

Cose che da sola non posso realizzare, sennò faccio da me.

 

Ché mica dei braccialetti mi fido tanto, io, eh…

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26 gennaio 2013 6 26 /01 /gennaio /2013 16:47

 

rsz_book314-wildwood-book-colin-meloy-carson-ellis.jpgSono una grande consumatrice di fantasy ed in genere non vado molto per il sottile.
Ho letto un po' di tutto, da opere molto blasonate e strettamente fantasy come mastro Tolkien, alla Rowling e Terry Pratchett, proseguendo poi con Neil Gaiman e l'onorevole e prolisso Mr. Martin.
Ho letto anche Licia Troisi con un certo godimento, non vado per il sottile io.
E poi ci sono le nuove leve, ma per il momento sorvoliamo.

Son abbastanza di bocca buona quando si tratta di questo genere letterario, che coccola il bambino che vive in me e mi aiuta ad affrontare meglio le giornate di pioggia.
Capirete quindi che non potevo lasciarmi scappare Wildwood, opera prima di un giovane scrittore Meloy Colin, primo di quello che si preannuncia essere una saga e campione d'incassi.
Ne ero molto curiosa per diversi motivi, prima fra tutte l'idea romantica e un po' vintage delle illustrazioni, opera della moglie dello scrittore, Carson Ellis.
In seconda battuta, mi attirava l'idea di una nuova saga che andasse a prendere nel mio cuore il posto di Harry Potter. Le cronache del ghiaccio e del fuoco sono belle, sì, ma diciamocelo: non sono affatto confortanti, ma anzi assomigliano ai telegiornali attuali in versione medievale e io necessito di svago.
Per migliorare il tutto, le recensioni che lo definivano un libro fantasy, dal sapore ecologista, per i bambini di tutte le età. Edito da Salani, per di più, una casa editrice di cui sono feticista.
E poi le vendite strabilianti: possono tutti questi lettori sbagliarsi?
A quanto pare sì.

Perché io, proprio io, che sono in grado di divorare qualunque porcheria fantasy mi sono arresa davanti ad un libro noioso e, sinceramente, anche adeguatamente sciocco, di cui trovate il riassunto qui.

Prima di tutto la protagonista, Prue. Alcuni l'hanno accostata a Coraline, ma evidentemente erano ubriachi. Prue è odiosa e fastidiosa come un protagonista di Masterchef Junior e interessante ancor di meno. Per tutto il libro speri sempre che un'aquila gigante se la porti via per nutrire i cuccioli.
E poi, gli animali parlanti della foresta. Ve lo immaginate voi il re degli uccelli? No, non è un libro porno. No, è un gufo. Gigante. Facile da immaginare, vero?
Facile come immagnare Antonio Banderas disquisire con una gallina. 

Insomma, il libro mi è sembrato un frullato di molti libri già letti. Un po' di Gaiman, un pizzico abbondante di Tolkien, e (perché no?) una spruzzatina di Road Dahl per renderlo più ironico.
Peccato che i copia ed incolla non vengano mai bene.
Leggerlo? Insomma, anche no.
Un bel prodotto, con una bella confezione, ma con poca sostanza.
Oppure sono io che sono invecchiata, o che ho perso di vista il fanciullino che vive in me. Può essere, eh.

Attendo altre opinioni...

 

 

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24 gennaio 2013 4 24 /01 /gennaio /2013 15:05

beautiful-girl-quotes-vintage-dream-fb-bce7b99ced0ddd9b4986.jpgSi dice che da grandi si smetta di sognare, che sia una prerogativa dell’infanzia e dell’adolescenza.

Forse in parte è vero, visto che mia sorella da ragazzina parlava addirittura nel sonno, gridando contro l’orrida maestra di matematica della seconda elementare, la signorina Masotti, che per anni le ha impedito uno studio serio e sereno della materia. Oddio, a dire il vero per tutta la vita, visto che ad oggi non sa cosa sia un’equazione.

Ok, andiamo avanti.

I sogni, dicevo.

C’è chi dice di non sognare, chi ce li ha sulla punta della lingua la mattina e poi se li scorda, chi sogna Darth Vader che gli dà i numeri e vince al lotto.

Io sogno spesso, sogno tanto e ancor più spesso li dimentico col secondo caffè della giornata. E se così non avviene, mi capita di mischiarli con la realtà, di cominciare a credere che siano cose accadute veramente e mi si confonde il cervello. Una volta, ad esempio, ho sognato che un mio amico aveva l’AIDS e me lo confidava. Dopo due giorni non ero del tutto convinta fosse stato un sogno. Ripensandoci, non lo sono nemmeno ora. O forse sì.

 

Ma l’altra notte ho fatto un sogno brutto, orribile, come pochi me ne sono capitati.

Non ve lo racconterò, perché ancora non me la sento, ma vi dico solo che si svolgeva in un ristorante molto chic, tipo quelli che si vedono a S&tC, con le luci soffuse, le sedie imbottite e le modanature sofisticate. E che il sogno finisce con me che piango al bagno, sola. Un bagno molto bello, per carità, di quelli con i sanitari sospesi e le fughe delle mattonelle così pulite che ci si potrebbe mangiare. Me ne stavo lì, rannicchiata in un angolo a piangere disperata e quello che mi invadeva più di tutto era un senso di solitudine opprimente.

Piangevo e volevo che qualcuno mi notasse, mi venisse a cercare, mi abbracciasse.

 

E magari qualcuno sarebbe anche arrivato se il telefono appoggiato sul comodino non avesse trillato per l’arrivo di un messaggio su Whatsapp. E poi un altro. E un altro. Inavvertitamente avevo lasciato la suoneria inserita e le mie amiche hanno problemi sia di insonnia che da dipendenza di Whatsapp.

Almeno metaforicamente, qualcuno ha interrotto il mio pianto.

Evviva le amiche.

Evviva le MIE amiche.

 

Il sogno mi ha lasciata scombussolata, come se avessi pianto davvero.

E per un motivo giusto, ve lo assicuro.

Se ci ripenso piango anche ora, come una fontana.

 

Forse è l’ansia che mi divora da un po’, forse è la mia completa incapacità di condividere le mie turbe e caricarmi sulle spalle il peso del mondo. Ho sempre pensato di poter fare tutto da sola, di poter pensare a tutto io per me e per le persone che amo.

Ma il mondo non funziona così.

E non è detto che sia un male.

 

Forse è il momento di uscire dal bagno e chiedere aiuto.

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21 gennaio 2013 1 21 /01 /gennaio /2013 10:10

 

kiss-library-love-couple-kissing-reading-c9a5ce431-copia-1.jpgGirellavo per la Feltrinelli di mattina, in attesa di un appuntamento spostato all’ultimo minuto.
Girellavo, appunto, e ho approfittato per comprare un classico che mi mancava, chiedere di un libro e scoprire che non ce l’hanno manco nella libreria più fornita della mia città  e cercare la guida Lonely Planet per il prossimo viaggio in programma.

E così, nel reparto viaggi e cinema (che poi questo accostamento me lo devono spiegare), mentre scoprivo con orrore che la Lonely Planet non ha una guida completa alla città di Lisbona e io senza non sono in grado di viaggiare, mi sono imbattuta in due ragazzini in evidente salina da scuola.
Sì, salina. Marinare la scuola, bigiare, voi come lo chiamate? In ogni caso ci siamo capiti.

Erano carini, dall’apparente età di 16 anni, una ragazzina con le Converse e lui col cappuccio di lana. Che poi, marinare la scuola e andare in libreria me li ha resi simpatici in automatico.

 Nell’attesa (lunga, molto lunga) della commessa li ho osservati spulciare tra i dvd.
Lui, chiaramente, è partito di corteggiamento d’ordinanza.
Lei, prendendo in mano questo dvd: “Che bellino che è questo, fa tanto Natale e poi fa piangere! L'ho visto la sera della vigilia!!”
Lui: “Ehm… ma dai? Pensa che il mio film preferito di Natale è Nightmare before Christmas! Lo conosci?”

Cerca di dirglielo con la massima carineria, sorride stentato, ma nel tremolio della voce mi sembra di sentirgli dire “Ma brutta scema, sei carina ok, questo gioca a tuo favore. Ma c***o!!!
Lei sorride, scuote la testa e gli dice con gli occhi a cuoricino: “Ma come sei acculturato!”
Ora, se non sono sbottata a ridere è perché è arrivata la commessa che m’ha dato la notizia sull’assenza ab initio della Lonely Planet.

Mi distraggo un attimo, ma quando mi focalizzo di nuovo sui piccioncini mi accorgo di non aver perso molto, tranne che per la distanza tra i due che s’è ridotta molto e ora sono quasi fianco a fianco. Lui le sta spiegando qualcosa e lei pende dalle sue labbra.
Ma che bellini.
Sembrano una pubblicità, anche se in questo momento dovrebbero essere a scuola e invece amoreggiano in giro. Lo sapessero i genitori, sarebbero un po' meno contenti.
Son ragazzini, si sa, ma la  mia mente è volata oltre,verso inquietanti interrogativi.

Perché noi donne dobbiamo vivere di sudditanza e ammiccamenti per far contento un uomo che ci piace e attirarlo verso di noi? Perché crediamo, almeno fino ad una certa età (ma alcune pure per sempre), che essere sciocchine ci renda più carine?
Da quando conoscere un film (che adoro) di Tim Burton è considerato cultura? E se conosceva Antonioni gliela dava così, davanti a tutti quanti?

Ma perché le librerie sono sempre più sfornite? Sono io che ormai sono abituata ad avere tutti i libri che voglio in digitale o le librerie sono davvero allo sfascio più completo?
Sono davvero in mano alle grandi case editrici che producono ormai solo scadenti libri a € 9,99?

Ma soprattutto, perché la Lonely Planet non ha una guida su Lisbona?
Non ne vale la pena forse?
Ho fatto un errore a prenotare?
E ora come faccio? Cambio destinazione?

Che mi consigliate?

 

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18 gennaio 2013 5 18 /01 /gennaio /2013 12:28

vintage-gal-writing.jpgScrivere è sempre stato per me un luogo dell’anima, un posto della mia mente dove rintanarmi e non far entrare la paura, il dolore, le cose che non volevo né capire né vedere.

Il luogo della fantasia, certo, dei paesaggi fatati, delle principesse incantate, delle storie d’amore perfette.

Ma anche un modo per raccontarmi, raccontare e sfogarmi.

Scrivere per me è sempre stato vitale, ma anche naturale, un po’ come iniziare a camminare o a parlare. E se si considera che secondo mia madre ho iniziato a parlare per non smettere più, capirete la portata della questione.

E’ solo che ultimamente non riesco.

Non riesco a buttare giù tutte le idee e gli spunti che mi frullano per la testa. Sono troppi, oppure troppo pochi.

Non riesco a capire se la mia testa è troppo piena oppure è vuota del tutto.

E’ difficile spiegare la sensazione, ma mi capota di sedermi al computer, guardare la tastiera… e ecco, niente.

 

Perché non scrivi un libro?                                      

Non hai l’idea?

L’idea ce l’ho sì, ma…

Ma che cosa? Allora scrivi!

 

Ho sempre pensato che scrivere non fosse come cucinare, ché ti metti ai fornelli e qualcosa tiri fuori.  

Ci vuole la giusta predisposizione d’animo, è un attimo per sé proprio come farsi la maschera d’argilla contro la pelle grassa.

E’ impegno, è mettere in ordine una ridda di pensieri e vocine che fanno a botte nel cervello.

Ci vuole calma, e io forse in questo periodo sono troppo ansiosa, troppo presa in un vortice e troppo incasinata mentalmente per avere lucidità.

O forse ho solo perso le parole, per citare un cantautore famoso.

Fattostà, mi sento bloccata.

Imprigionata.

Chiusa in un tunnel da cui non vedo che un piccolo spiraglio di luce.

So già che per uscirne dovrà seguire quella luce, ritagliarmi angoli solo miei, seguire geometrie che non so disegnare, percorrere strade dimenticate. Non è un percorso facile, vuol dire trovare un equilibrio diverso tra le diverse me, tra tutti i personaggi che abitano il mio cervello e ci si azzuffano dentro. Mediare i miei vorrei, saper accettare le cose che non posso cambiare, ritrovare un centro che mi sembra smarrito.

Seguire la luce, sì, lo so.

Ma ora no.
Domani, magari.

 

Per ora vorrei solo sedermi nel tunnel e  dormire un po’, grazie.

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17 gennaio 2013 4 17 /01 /gennaio /2013 14:48

la-corsa-delle-onde.jpgEra da molto che non leggevo un libro "di carta", ma ilr egalo di Natale di una amica, un buono da spendere in libreria, mi ha fatto approfittare dell'occasione per leggere questo libro, introvabile per ora in ebook. Chi l’avrebbe mai detto qualche tempo fa che sarei diventata una fanatica del digitale?

Ero ansiosa di leggerlo, perché la Trilogia dei lupi di Mercy Falls, della stessa autrice, Maggie Stiefvater, resta tra i miei libri preferiti. La copertina, come potete vedere, è molto bella, la storia invece la trovate comodamente riassunta qui.

C’erano tutti i presupposti per una piacevole lettura, eppure.

Eppure, eppure nonostante la mia stima per la scrittrice, diversi appunti non posso evitare di farli:


1) La storia è particolare ed interessante, un misto tra realtà, fiaba e mito. Molto bella l'idea dei capall uisce, i cavalli d'acqua, creature così belle e letali da essere mitologiche. Notevole anche, come al solito, la connotazione dei personaggi. Eppure aleggia in tutto il libro un senso di incompiutezza della storia, una sorta di mancanza di credibilità. Paradossalmente, l'idea dei lupi mannari risultava più "vera", questa voltal'idea di destrutturare e cambiare le carte in tavola davanti ad un mito non dà gli stessi risultati. Del resto, non tutte le ciambelle possono riuscire col buco.


2) Perchè il finale deve essere così sfacciatamente buonista? Se è vero che già da metà libro era facile per il lettore di media intelligenza intuire l'happy end, perché non regalare alla Corsa dello Scorpione più pathos e dramma? Perché i buoni devono vincere (con banalità) su tutta la linea?


3) Ho trovato diverse pagine rotte, sembravano tagliate col seghetto. Lo so che non è colpa del libro singolo, ma della Rizzoli anche sì. Ora, se si paga un libro quel che sta bene, e pure di più a volte, mi pare sia lecito almeno pretendere che sia integro e correttamente leggibile. E siccome non è la prima volta che mi capita, non posso fare a meno di pensare che la mancanza di cura sia uno dei motivi per cui l’editoria non naviga in acque floride. Devo sottolineare quanto siano fastidiose per una feticista del libro come me queste cose? No? No.

 

A parte questi piccoli appunti, si tratta sempre di un libro molto godibile e ben scritto, piacevole sia per gli amanti del fantasy, sia per coloro i quali amano le storie d’amore col lieto fine.

Da leggere, certamente.

 

Magari aspettando l’edizione economica.

 

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14 gennaio 2013 1 14 /01 /gennaio /2013 13:58

Avete mai la sensazione opprimente di vivere in una società vecchia, obsoleta, che non prende in considerazione i vostri bisogni, né tantomeno le opinioni di chi poi in realtà la società la compone veramente?
E questo perché l'Italia è fatta in gran parte di vecchietti al bar, che ricordano ancora le storie di guerra e sono inchiodati ad un mondo che non c'è più.
Internet?
Social?
E che è?

Eppure, per la maggior parte di "noi", è una parte della nostra vita. Volente o nolente certi meccanismi sono oramai entrati nella nostra vita. C'è il Festival di Sanremo? Sopportabile solo grazie a Twitter ed alle malignità assortite degli utenti.
Scatti una bella foto? Subito su Instagram!
Hai un sassolino nella scarpa? Esterna il tuo disagio su Facebook!

Ed è quindi naturale che anche i grandi marchi e le aziende più importanti comincino a tener conto di questi nuovi aspetti della vita quotidiana.

Nasce così l'idea di TIM, una azienda che non solo ha prodotto i più bei spot del 2012 (scagli la prima pietra chi non ha adorato Dante/Neri Marcorè e Marco Mazzocca/Virgilio a spasso nell'inferno), ma che da sempre è attenta alle nuove tendenze e tecnologie e mira ad esplorare questa terra sconosciuta: come utilizzano i social network gli italiani?
TIM ha creato così Pick1, un velocissimo sondaggio di solo tre domande al quale è facile e rapido rispondere. Lo trovate qui, in un tab di Facebook denominato ParlaciDiTe
Compilandolo riceverete un piccolo omaggio, una suoneria gratis, da scaricare, per il cellulare fatta da Marco Mazzocca.

Io ho partecipato, e voi che aspettate?

 
Articolo sponsorizzato

 

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7 gennaio 2013 1 07 /01 /gennaio /2013 09:05

 

HappyBirthdayVintage.jpgOggi è il io compleanno.

Sì, sono nata il giorno dei saldi, quello in cui si torna a scuola dopo le vacanze, quello in cui di disfa l'albero di Natale ed il presepe. O, se preferite, il giorno dopo la Befana.

Che s'era scordata e ha rifatto il giro? Ma dai? Non me l'ha fatta mai nessuno la battuta.

Ad ogni modo, io il mio compleanno l'ho sempre un po' odiato e non mi riesco a lasciare andare. Sin da bambina questo giorno mi metteva ansia, ma proprio parecchia. Sia per l'idea di festeggiare in sé, sia perchè davanti alla faccia cortese che mi dice "Auguri!" mi vien sempre da rispondere "Anche a te!" manco fosse Natale.
Sarà che le feste sono ancora vicine, mi confondo.

Festeggiare: perché?
Che cosa, poi?
Il passare degli anni?
L'incedere impietoso dei giorni sui giorni?
Il ticchettio sempre più violento del mio orologio biologico, così forte che tra un po' mi lede un timpano?
O la caduta verticale delle mie chiappe?
L'ho già detto che non mi piace festeggiare il mio compleanno?
Che vorrei svegliarmi il giorno dopo?

Ad ogni modo, visto che sono coerente, oggi sono in ferie e festeggio. In modo parco, per carità, nulla di particolare. Mi faccio coccolare dal l'Amoremio, e poi il resto vedremo.

E poi devo festeggiare con le mie amiche, che m'aspettano al varco.

E anche la mia famiglia, certo.

Mia madre, nella sua normalità di genitore, insisteva sempre perché festeggiassi e organizzassi quelle festicciole che alle medie sdoganavano il pomiciamento (altrui) con la scusa del lento e del ballo al buio.

Ripensandoci, forse è questo che m'ha traumatizzato, non l'idea del tempo che scorre.

In ogni caso, come dicevo, son trentasette.

 

ARGH!

 

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3 gennaio 2013 4 03 /01 /gennaio /2013 14:36

donna-al-volanteInterno macchina.

Notte o giorno scegliete voi, è indifferente.

Guida l’Amoremio, io sto seduta al lato passeggero.

Amoremio: “Ma guarda… che cazz… ma come guida questo?”

Phoebe: “Una lumaca!”

Amoremio: “Ma… accc… se va un po’ più piano torniamo indietro nel tempo!”

Phoebe: “Porta pazienza, sarà un uomo col cappello!”

Amoremio: “Macché, E’ UNA DONNA”

Phoebe: “Ma come fai a dirlo??”

Amoremio: “E’ UNA DONNA, SONO SICURO!” Afferma sorpassando l’utilitaria che avanza con la velocità tipica delle lumache da corsa.

 

Ecco, io non ho risposto, ma avrei voluto dire all’Amoremio che lo stereotipo delle donne che non sanno guidare è davvero una delle cose più maschiliste del mondo.

 

Che mica non è così, tra l’altro.

 

Che tanti uomini guidano con le orecchie allo stesso modo di certe donne.

E che comunque se noi donne magari siamo sovrappensiero  qualche volta mentre guidiamo è solo perché siamo troppo impegnate. Guidiamo e pensiamo alla spesa da fare, alla lavatrice, ai panni da stendere, al gatto che (pora stella) ha finito i croccantini e tu non glieli hai rimessi. E poi alla dieta, alla cellulite che avanza, ai pantaloni che (vaffanculo) non ti entrano più.

E anche a quello carino del terzo piano, al lavoro da consegnare, alle pratiche da sbrigare, e poi anche alle amiche che nonchiamipiù e alle rughe che stamattina ti sei vista in faccia. E no, non era il segno del cuscino.

Perciò, se una donna vi taglia la strada, va piano, non è reattiva al semaforo o solo ti mostra il dito medo quando cerchi di scavalcarla in fila in mezzo al traffico, no è che non sappia guidare: c’ha solo un milione di cose da fare.

Riflettici, maschio medio ciabattato, nonché campione olimpico di sgassata atomica.

Riflettici.

 

 

Ah, per la cronaca: era una donna…

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30 dicembre 2012 7 30 /12 /dicembre /2012 22:44

images--1-.jpgMi sono sempre piaciute le cose semplici della vita.
Il calore di una tazza di tè tra le mani.
Un fiore che sboccia nel tragitto tra casa e la fermata dell'autobus.
Uno sconosciuto che dice “buonasera” incrociando lo guardo al supermercato, anche se non sa chi è e lui nemmeno ti conosce.
Una foto scattata in una giornata d'inverno tutta azzurra: 
Fare la marmellata e metterci il dito dentro per sentirne il sapore in anteprima.
Il sorriso di un bambino al parco, mentre scende dallo scivolo.
Piccole cose, che hanno sempre avuto il potere di tirarmi su il morale.
Ma in quest'anno difficile, bisesto e funesto, non è bastato, no.

Anzi, mi ha lasciata svuotata, incapace di ritrovare in questi piccoli piaceri un motivo per tirar fuori un sorriso e ricaricare la riserva di energia.

Per curiosità sono arrivata anche a fare il test sulla depressione Zung online. Depressione media. Tzè, a me che a scuola ero una secchiona media non l'ha mai detto nessuno. Ci sputo sopra, io. Inutile, insomma, se non per far affondare ancor di più.

Ma oggi finisce questo 2012, un anno che a parte due piccole grandi gioie è stato avaro. Un anno duro, complicato, di crescita e lotta interiore.

E per quest'anno nuovo vi auguro quel che auguro a me stessa: essere in grado di ritrovare la bellezza nelle piccole cose. Negli sguardi, in un tramonto, in una fila indiana di formiche o nella forma nelle nuvole. Dove volete voi, insomma, purchè vi consoli il cuore.

Benvenuto 2013, fai il bravo eh...

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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