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6 marzo 2013 3 06 /03 /marzo /2013 23:07

Io sono molto fortunata, sia chiaro. 
Non sono mai stata particolarmente dotata in cucina, ma sono scivolata allegramente dalla cucina tradizionale materna a quella fusion-etnica dell'Amoremio senza mai avere il problema del "Cosa mangio stasera?" o dell'eco in frigo. O dei temuti accoramenti materni.
Eppure mia madre è leggermente apprensiva, ma il mio fidanzato è davvero uno chef provetto che non mi fa mancare nulla. E, ahimè, s vede.
Ma non mi lamento: amo la buona tavola.

Ma come sopravvivere quando lui è fuori per lavoro?
Andare da mamma?
Da un'amica?
Al ristorante?
Per fronteggiare questi eventi, che trasformano mia madre in una apprensiva maniaca del cellulare ("Hai mangiato? Ma hai mangiato bene?"), ho imparato a cucinare. Complici anche gli indispensabili consigli dell'Amoremio, che mi ha insegnato poche semplici regole gustose: solo buoni ingredienti, pazienza, cura e Cuore di brodo della Knorr.
E proprio grazie a Cuore di brodo della Knorr ho scoperto un grazioso concorso che è anche un modo molto originale di fare gli auguri alla mamma per la sua festa. Avete anche voi una classica mamma italiana, di quelle che vi obbligano a portarvi il giubbino d'estate anche con 40 gradi? Una mamma che vi chiama mille volte per sapere se avete mangiato? ("Sì, ma mangiato come??? Guarda che poi ingrassi!") 

Knorr vi aiuta ad emanciparvi da madri troppo simpaticamente ingombranti dandovi la possibilità di creare una campagna pubblicitaria apposta per loro, proprio come hanno fatto i tre protgonisti del video che trovare in fondo al post, e a dimostrare con ironia che oramai siete grandi, checchè ne pensi lei. 
La campagna si chiama Cuore di Mamma ed è molto divertente: andate sulla pagina facebook di Cuore di Mamma e personalizzate un annuncio di Cuore di brodo inserendo un'immagine di voi da piccoli, modificata però con la vostra faccia da adulto. Aggiungete uno slogan personalizzato e inviatelo come cartolina alla vostra mamma, invogliandola a provare Cuore di brodo e svelandogli così anche una ricetta (e regalandole così anche uno socnto).
I 5 più carini andranno in tv il giorno della festa della mamma.
Non è un bel pensiero?

Certo, non è che le preoccupazioni materne si eliminano da un girono all'altro.
Così, per cercare di ammansire mia madre, un giorno in cui ero sola l'ho invitata a pranzo. Lei, scettica, mi ha chiesto se doveva portarlo lei, il pranzo. Io, pragmatica, le ho fatto un risottino ai funghi da leccarsi le dita.
"Ma che ci hai messo?"
"Ehhhh!"
Che faccio, le svelo il segreto del Cuore di brodo?

O le mando una cartolina?

 

Cuore di Mamma


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6 marzo 2013 3 06 /03 /marzo /2013 17:16

sgomento.jpgDa piccola ero molto frustrata dal fatto che il telegiornale non parlasse mai dell’Umbria, né tantomeno di Perugia. Non parliamo poi del paesino sulle ridenti rive del Trasimeno che abito dalla nascita. MAI, nemmeno per le cose brutte. E sì che smaniavo per vedere un luogo conosciuto, perché si sa che se non appari in televisione non vali nulla.

Ho sempre detto che a Perugia non succede mai nulla.

Ho sempre affermato di vivere nella più noiosa delle regioni.

Poi oggi dal nulla mi manda un sms una amica lontana: “Mica sarai andata in Regione oggi, eh?”

Non capisco, lo chiamo e mi informa di quello che sta rimbalzando su tutti i media.

Ah.

Non c'è nulla da dire.

Non ci sono parole, è ovvio.

 

Io poi lì ci andavo pure abbastanza spesso quando lavoravo con l’azienda precedente, conosco gli uffici, i visi, le persone.

E’ stato uno shock.

Quanta disperazione deve maturare un uomo per fare un gesto del genere?

 

Ma soprattutto il pensiero mi corre in automatico a quelle due poverette che stamattina, uscendo di casa magari anche un po’ di corsa, sono andata a lavorare senza sapere cosa le attendesse.  Magari non hanno salutato come avrebbero voluto una persona cara, magari non hanno fatto quella telefonata lì pensando di farla dopo. Magari non si son messe il rossetto nuovo, erano a dieta e si immaginavano in vacanza. Magari una di loro aveva il raffreddore e avrebbe voluto restarsene a casa.

E invece il loro tempo è finito, così come quello del disperato assalitore che ha strappato le loro vite.

 

Due vite inconsapevoli, di persone qualunque che svolgevano un lavoro per lo Stato. Non un lavoro di frontiera, ma uno qualunque, di passacarte magari. Pure precario, si dice. E hanno pagato loro per un sistema burocratico e ozioso, cavilloso come se fosse stato redatto dall’avv. Azzeccagarbugli in persona. Ma che mica era colpa loro.

E per me è stato impossibile non alzare gli occhi ed incontrare quelli della mia collega, impossibile non pensare che certi tipi di lavoro che vanno a toccare nei punti vivi la vita delle persone non siano oggetto di anatemi e lamentele, specie in questa congiuntura economica che sembra succhiare via la speranza della gente.

E per quanto si cerchi di essere accomodanti e  di capire tutto, a volte si dice NO.

Perché non si può, perché occorre applicare la legge, perché semplicemente non dipende più dalla persona che si ha di fronte e non è giusto prendersela con lei.

 

Non ci sono parole per la tragedia di oggi, che è una tragedia in ogni senso, senza redenzione.

Non ci sono vincitori né vendicati, non c’è onore né rispetto.
Non c'è pace.

E nemmeno il più pallido sentore di giustizia.

 

Solo disperazione.

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26 febbraio 2013 2 26 /02 /febbraio /2013 22:31

Io e il calcio di Serie A abbiamo sempre avuto un rapporto contrastato. Prima, quando la squadra della mia città, Perugia, navigava a vista nella massima serie, non c'era nulla che mi impedisse di andare allo stadio quando giocava in casa, né di urlare come una ossessa quando c'era da farsi sentire.
Poi, ahimè, come tutte le cose belle finiscono e lasciano (spesso) strascichi giudiziari e guai con il fisco che ancora oggi, dopo quasi 10 anni, fanno dire al perugino medio: "Gaucci è un ladro, sì... ma quanto ci divertivamo!!!"

Ma il gioco del calcio è andato avanti, si è evoluto senza di me che ora lo occhieggio solo mentre l'Amoremio guarda le partite del Pescara che boccheggia a fondo classifica.
Come tirarlo su di morale?
Un'idea carina può essere quella di far apparire una mia foto con una faccia buffa in tv quando meno se l'aspetta, non trovate?
Farlo è abbastanza semplice. Se avete TIM Young fino al 5 maggio potete caricare una vostra foto, attraverso la app gratuita di facebook o attraverso il sito del concorso, invitando i vostri amici a votarla.
Se la vostra foto sarà tra le più votate, diventerete protagonisti degli spot TIM che andranno in onda durante le partite della serie A  su Sky e Mediaset Premium.

La vostra squadra del cuore vegeta in fondo alla classifica? Sorridete con TIM Young !
La vostra squadra vince e ve ne andate per il centro storico cantando canzonacce sconce? Festeggiate con TIM Young!
Diventate anche voi protagonista per un giorno, partecipate al concorso e beccatevi i vostri 15 minuti di celebrità.

Come dite, volete vedere la mia foto?
Davvero?

Ma davvero???????


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26 febbraio 2013 2 26 /02 /febbraio /2013 15:26

perplesso.jpgSono attonita.

Da ieri davvero non ho parole, eppure ce ne sarebbero tante da dire.

Dalle male parole con cui avrei voglia di prendere a schiaffi chi vota Grillo e si sente paladino della giustizia sociale, ai documenti per l’interdizione di chi ha votato sempre Silvio perché ci ridà l’IMU e perché s’èfattodasè.

E il PD dove lo vogliamo mettere, eh? Io, pure io che ho votato Ulivo e Quercia, sono andata a votare con un peso sul cuore, ché sta gente anche no.

Ma ho esercitato il mio diritto lo stesso, senza farmi prendere la mano dal consiglio di mio padre: “Scrivici Renzi vicino al simbolo, diavolo ladro!”.

Ma io, no. Corretta e coerente, guidata dall’accettazione del volere popolare delle primarie.

Vaccaboia.

 

E ora sto qui, attonita.

Nemmeno la cura combinata di due puntata consecutive de “Una mamma per amica” + Ruzzle a manetta ha sortito l’effetto anestetico desiderato.

Niente. Il groppone è rimasto lì, ancorato giusto un filo sotto l’esofago.

E non mi andava di parlarne, né di scriverci qualcosa su.

Ma alla fine ero e sono così sconvolta, così incredula e abbacchiata da dover condividere il mio stato d’animo con qualcuno.

 

Come la vedete?

Che ne pensate?

 

State anche voi digitando furiosamente su Google “Australia + lavoro”?
State valutando di riallacciare i rapporti con quel vostro zio in Germania che non vi stava particolarmente simpatico?
Oppure state valutando la difficoltà della pronuncia nella lingua cinese?

Io personalmente penso più ad investire in un baracchino che venda arrosticini e torta al testo in Nuova Zelanda. Bel posto, no? E poi in fondo, mi potrei trovare bene: lì c’hanno 70 milioni di pecore e poco più di tre milioni di cittadini.

 

Come in Italia, più o meno…

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20 febbraio 2013 3 20 /02 /febbraio /2013 17:41

vintage-woman-with-pearls-looking-in-mirror.jpgNon mi guardo molto allo specchio, non mi piaccio.

Non mi piace rimirarmi, mi specchio il minimo sindacale. Giusto il minimo indispensabile per non andare in giro con una nutria morta in testa o per truccarmi.

Non sono mai stata una vanesia che si piace, non ,i piaceva specchiarmi nemmeno da piccola.

Non mi piaccio, va bene?

Non mi sono mai piaciuta.

Non mi trovo nemmeno particolarmente simpatica se è per questo, e quindi? E non mi tirate fuori tette le storie zen sul bisogna piacersi per stare bene con se stessi. Sono 37 che sto così e oramai mi trovo bene.
E poi specie se sono stanca mi sembra di vedere la faccia di mia zia allo specchio e proprio non mi piace.

Ma non è di questo che volevo scrivere.


Volevo scrivere della drammatica scoperta che ho fatto una delle rare volte in cui mi sono specchiata con un po’ più di attenzione ho fatto una orribile scoperta, più tremenda di quando scoprii che un orribile pelo nero e  spesso stile Amelia la-strega-che-ammalia spuntava imperterrito dal neo che ho vicino alla bocca.

Ho scoperto che mi sono venute le rughe.

Sì, le rughe.

Così, all’improvviso.

A tradimento.

Maledette.
No, non è la prima volta che le noto, ma prima era accucciate in un angolo, in sordina. Indisponenti, sì, ma anche un filino irrilevanti.
Ora no.

 

 

Le rughe d’espressione, ai lati della bocca e sulla fronte.

Ovunque, insomma.

LE RUGHE.

Non ero preparata, a dire il vero. Non ho mai nemmeno lontanamente pensato di comprare una crema antirughe e ora scopro che è troppo tardi.

Che poi, non è possibile, non ero preparata, non posso.

Cioè, le rughe: era ieri quando andavo in discoteca, facevo l’Università, combinavo mille casini! Vabbè, proprio ieri no, diciamo l’altro ieri al massimo!

Sono troppo giovane, è troppo presto! Ma come, a mio padre le rughe sono iniziate a spuntare a sessant’anni e io? Io non ho forse il suo DNA? Ma che legge è?

Ma non è giusto!

 

E soprattutto, che faccio?

Ci sono modi di evitare di diventare uno shar pei?

Ginnastica facciale?

Docce gelate?

Creme a base di bava di lumaca?

Gite a Lourdes?

Botulino come se non ci fosse un domani?

Rassegnazione al cubo?

 

L’ho presa bene in fondo, no?

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13 febbraio 2013 3 13 /02 /febbraio /2013 18:11

writing-2.jpgL‘italiano è una lingua bellissima, complessa e molto strutturata. Una lingua fatta di tempi e modi, di mille sfaccettature e regole grammaticali. Una lingua difficile da studiare, ma molto apprezzata per la sua musicalità e completezza.

Una lingua storica, in cui si cantava la lirica e si esprimeva il bel mondo che fu.

Ma se l’italiano è una lingua davvero così bella, come mai proprio noi italiani sembriamo così ansiosi di bistrattarla e trasformarla in una accozzaglia di neologismi mutuati o partoriti dalla mente di qualche sadico?

Ma andiamo per ordine.

 

Inglesismi.

Dico io, l’Italia è il paese in cui nessuno conosce l’inglese, in cui un povero turista abbandonato che non sia dotato di ottimo navigatore è costretto dagli eventi a girare in tondo piangendo e sperando in un’anima pia che mastichi quattro parole in croce della lingua di Albione. Eppure, nonostante questo cimitero di ignoranza, tutti, ma proprio tutti vogliono avere il piacere di ficcarsi in bocca almeno un paio di paroline inglesi.

Spesso fuoriluogo.

Spesso corredate da parole in dialetto.

Spesso inutili, perché esiste una parola italiana più esaustiva.

Esempio n.1 (non grave)

“Ti sei segnato le cose da fare?”

Sì, ho fatto una checklist!”

Esempio n. 1 (grave)

Ti ho foruuardato un allegato, l’hai visto?” 

(No, sono svenuta nel frattempo, non ho potuto)

 

Neologismi

L’italiano ha una varietà sconfinata di parole, dote che ci è riconosciuta da più di un libnguista nonché dal peso notevole del dizionario. Ma  a molti tutto ciò non basta e si devono inventare termini nuovi, tutti loro e con un fascino tale da ritenere di doverli usare sempre, anche e specialmente fuori luogo.

In genere non si tratta di parole errate, solo brutte o estremamente sgradevoli, più o meno come le unghie che graffiano la lavagna.

Esempio n.1 (non grave, ma orrido)

“Hai un attimino?”

“NO.”

Esempio n.2 (terribile)

“Ti puoi agendare quest’appuntamento?”

“…”

“Te lo agendi si o no?”

Sììììì, agendami tuttaaa!”

 

La grammatica, please.

La grammatica è importante, e non solo a scuola. Se vi è morta la maestra in seconda elementare e non ve l’hanno mai sostituita, non prendetevela con me. Io ho avuto un professore di grammatica così fissato da segnare errore grave (penna rossa!) l'apposizione di un numero di puntini di sospensione diverso da quello corretto. Che è tre.

Importante: NON ESISTE SOLO IL MODO INDICATIVO.

E soprattutto non esiste solo l’indicativo presente, ma tutta una sfumatura di modi e tempi che si configurano come un mondo da scopire. Non ci credete?

Eppure è così.

E anche se il congiuntivo è sul letto di morte, ucciso soprattutto dai conduttori televisivi che ci inciampicano menco avessero la coda, vi posso assicurare che c’è ancora speranza!

 

 

Io all’italiano corretto ci tengo. Non che si debba sempre parlare in punta di forchetta, ma la confidenza tra le persone secondo me non deve per forza generare la morte per inedia della lingua italiana. A meno che davanti non abbia una forma di vita al di sotto dell’ameba non mi eprimo a monosillabi. Odio anche chi parla ai bambini piccoli come fossero deficienti, immaginate un po’.

Insomma, conoscere l’italiano e parlarlo  (non parliamo di scrivere che è meglio) correttamente è, secondo me, una forma di rispetto.

Capisco che parlare di rispetto in un mondo in cui questa parola non ha più nessun significato è complicato,, ma qualcosa si può fare.

Cosa? Fare come faccio io, ad esempio.

Mi si rivolgono in una maniera che ritengo non adeguata?

“Scusa, non ho capito. Puoi ripetere in italiano?” oppure “Se non parli italiano non capisco.”

Qualcuno ride, i più se la prendono e si correggono.

Prima o poi, stando all’Amoremio, mi prenderò un pugno in faccia.

 

Ma non mi arrendo…

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12 febbraio 2013 2 12 /02 /febbraio /2013 16:28

Io col PC e con tutto ciò che è informatica sono davvero negata. Non ci credete? Pensate che esageri? Chiedete conferma all'Amoremio, allora! Non solo sono disordinata e poco propensa ad archiviare con razionalità nella vita vera, immaginate cosa posso combinare nella vita virtuale!

Ma non è colpa mia.
E' la tecnologia che mi si ribella.
Non più tardi di un mese fa il mio netbook è morto.
Così, senza preavviso, dalla sera alla mattina. Prima stava bene e sfarfallava in tutto il suo splendore e poi... bum, il buio.

"Era vecchio decrepito" ha sentenziato l'Amoremio davanti al mio scoramento. "Poi, tanto hai il backup dei contenuti, vero?"
Avete presente le faccine dei cartoni animati giapponesi che sgranano occhioni enormi con lacrime gigantesche?
Ecco, io, perché ovviamente non avevo MAI fatto il backup.
Bene, brava, bis.
Non vi dico la ramanzina che mi sono sorbita, comprensiva di "Se ci fosse stato il tuo libro futuro lì dentro?"

Certo, avessi avuto TI Cloud tutto questo non sarebbe successo, tutti i miei dati, le mie foto ed i mie articoli sarebbero stati al sicuro e lontani dall'oblio. Cos'è TI Cloud? Facile, è un nuovo servizio associato all'ADSL di Telecom Italia che permette di eseguire il backup automatizzato di file, foto, video e persino allegati di posta elettronica, nella massima sicurezza e nel rispetto delle regole sulla privacy italiane.

Facile ed intuitivo da installare, tramite un applicativo web compatibile con i più comuni sistemi operativi in commercio.
Tutti i miei articoli sarebbero stati al sicuro e belli comodi nei 200 Giga messi a disposizione dal servizio ed accessibili via pc (e presto anche dal telefonino) ed avrei avuto la possibilità di attivare il tutto, ed essere aiutata nelle mie (mille) problematiche, dall'insuperabile asssistenza telefonica di Telecom Italia.

Facile, intuitivo e sconfinato.
Senza considerare che è stato testato da grandi web celebrities come Marco Zamperini e Gianluca Neri, nonché dal grande Massmo Mantellini che ha raccontato la sua esperienze nel proprio blog, Eraclito.

E voi, avete mai pensato ad un servizio simile? 

Siete mai stati vittime della sventura, in cerca di riscatto come me?
Avete voglia di provare questa nuova opportunità?

Fatevi furbi,fatevi un backup automatizzato!

 

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11 febbraio 2013 1 11 /02 /febbraio /2013 08:32

audrey-hepburn-bampw-book-reading-vintage-Favim.com-125346Quando ero piccola la lettura era il mio rifugio. Un posto solo mio, al riparo dagli eventi, dove l'imprevisto correva solo tra le righe e non poteva toccarmi se non sulle ali dell'empatia. Leggere era la mia piccola isola, un posto che nel mio cervello solo mio, dove nessuno poteva entrare e che potevo controllare a mio modo.

Leggendo Jane Eyre a nove anni mi faceva piangere la solitudine della protagonista e mi terrorizzavo all'idea della moglie pazza che vive in soffitta, salvo poi essere felice e saltellante quando il signor Rochester (zoppo e mezzo sbruciacchiato) sposa la protagonista.
Ingenua bambina, sì che fece un bell'affare.

Ma che leggi? E' per i compiti?”
No, è perché mi piace.”

Così venivo bollata come strana dai compagni di classe più popolari, tanto da venire relegata tra gli sfigati che passavano la ricreazione seduti sul muretto in fondo al cortile. Ma nemmeno questo ha posto un freno alla mia passione.

Ho popolato librerie, riempito scaffali, odiato bibliotecari e fatto amicizia con signore piccole piccole che odorano di borotalco e che conoscono la classificazione decimale Dewey a menadito. Ho avviato amici e fidanzati recalcitranti alla lettura, per poi fargli scoprire un mondo nuovo, diverso.

Perché leggere è una finestra sul mondo, è essere un giorno pirata e un giorno Obama restando comunque sempre se stessi. E' volare in alto, vivere mille avventure seduti sul divano di casa, costruire castelli in aria ed esercitare il cervello a sognare.

Certo, la scuola italiana che obbliga alla lettura de I promessi sposi alla velocità di due pagine la settimana, con tanto di esegesi del testo e compiti in classe, non aiuta eh.
Ma io ero anarchica anche in questo: se a scuola mi davano come compito di leggere un libro, io per presa di posizione non lo leggevo. MAI. E come finivano I promessi sposi l'ho scoperto grazie al Trio.
E questo ha sempre indispettito alquanto le mie insegnanti d'italiano, anche se poi alla fine capitolavano sempre.
Certo, non tutti possono avere avuto la fortuna di una maestra come la mia in quarta elementare. Aveva istituito un'ora di lettura due volte la settimana. Potevi portare un libro o prenderlo dalla biblioteca. Potevi anche non far nulla, ma dovevi star seduto composto e in silenzio.
Potevi leggere Topolino oppure Le avventure di Jim Bottone.
O quello che volevi tu.
Poi non c'erano compiti, riassunti, test.
Niente.
Era solo il puro piacere di leggere, di dire al tuo compagno “Leggilo, è bulo!” (nda. Bulo=molto bello in perugino)

Chi mi dice “Non mi piace leggere”, è solo un cucciolo che s'è perso per strada senza trovare chi lo aiutasse, una povera anima da indottrinare. Oppure una personaccia con cui, chiaramente, non ho nulla in comune.

Non mi piace leggere” è un pregiudizio, un non aver mai provato ad astrarre, ad immaginare e perché no, a sognare. Chi non ama leggere non saprà mai nemmeno sognare, lo penso davvero. Dovrà nutrirsi di sogni preconfezionati e predigeriti, creati apposta per lui da chi se ne intende.
Chi non ama leggere si perde un pezzetto di mondo, un momento per sé, un soffio di vita. Perde l'immaginario, la possibilità di costruirsi un mondo a misura propria, non capisce che leggere è vivere.

 

Chi non ama leggere, francamente, non sa cosa si perde.

 

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9 febbraio 2013 6 09 /02 /febbraio /2013 15:58

diario-di-una-schiappa-mancarsi-limonov-le-no-L-rVa5Kv.jpegSono da sempre contraria a quei libri piccoli, scarni, poco più che racconti, che ti vanno via in un’ora o poco più salassandoti ben bene il portafoglio.

C’è stato un tempo, a dire il vero, in cui avendo pochi soldi in tasca e una velocità di lettura imbarazzante sceglievo i libri a peso, calcolando il rapporto prezzo/n. di pagine come indicatore di bontà letteraria. Oggi sono leggermente cambiata, non tanto per la disponibilità economica (sempre scarsa), ma grazie all’ebook reader e allo smercio in rete.
Così mi è capitato tra le mani questo libricino piccino picciò di non più di 90 pagine.
Sottile, sì.
Ma l’autore è quel Diego De Silva di cui avevo già avuto modo di parlare in un’altra occasione e che già in precedenza mi aveva colpito per una assonanza di pensieri strabiliante. Fossi in lui mi preoccuperei e andrei da uno bravo.

Ma veniamo al libricino in questione, che si rivela interessante fin da titolo: Mancarsi.
Mancarsi può corrispondere ad una nostalgia reciproca, e quindi presumibilmente all’essersi trovati e poi persi, ma anche al non cogliersi mai, nel gioco cinico, terribile e quotidiano a cui la vita ci sottopone senza che noi ce ne accorgiamo. Ma siccome si può sentire la mancanza anche di qualcosa che non si è mai avuto, tutte le supposizioni tornano al punto di partenza: impossibile non leggerlo.

La storia che racconta e che trovare riassunta qui, è quella di Irene e Nicola, una storia semplice: due persone, sole per diversi motivi, ruotano intorno allo stesso bistrot senza incontrarsi, ma cercandosi inconsciamente.
Ed in questa storia, semplice eppur d’effetto De Silva regala un’analisi sull’amore, su quello vissuto e su quello immaginario, su quello finito e sull'amore che poteva essere ma non è mai divenuto, in un carnevale di riflessioni ed associazioni mentali contagiose, intriganti ed esigenti.

Se gli devo trovare un difetto è proprio la lunghezza. All'improvviso, quando il romanzo dovrebbe prendere quota ed involarsi verso l'alto... finisce. Finisce e ci lascia così, un po' attoniti ed intontiti dalla somiglianza delle nostre vite con quelle di Nicola e Irene.

Ve lo consiglio come si consiglia una fetta di torta fatta in casa.

 

Assaggiatelo.

 

 

 

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7 febbraio 2013 4 07 /02 /febbraio /2013 18:37

19844054577579328_ZjnKXW4W_b.jpgA volte mi sveglio la mattina ed è come uscire da un tunnel nero. Col sonno ancora appiccicato agli occhi, camminare come un zombie fino al caffè facendo il salto ad ostacoli col gatto un filino troppo appiccicoso e iniziare la giornata non è facile.

Non è facile, no.

Un giorno dietro l’altro, una mattina che segue una notte. Giorni tutti vicini, tutti un po’ simili, fitti come l’erba di un prato di primavera. La primavera, cazzo. E’ quasi arrivata e nemmeno me ne sono accorta. Mi sembra ieri che mettevo su le decorazioni dell’albero e invece è quasi finito anche Carnevale. E  la primavera, la primavera è quasi qui.

A volte vado a dormire e Morfeo non ne vuole sapere di venire a farmi compagnia, lasciandomi lì con gli occhi fissi al soffitto ad ascoltare il cuore che batte. L’avete mai ascoltato battere il vostro cuore? E’ un rumore consolatorio, bello. Ti dice che sei vivo, che il buio che vedi è solo la notte. Ci pensate mai alla morte? No, non è un bel pensiero, è vero. Ma da bambina mi chiedevo sempre: “Come sarà?” e facevo le prove, stando a occhi chiusi trattenendo il respiro. Sarà così? Continuerò a pensare? Oppure è come dormire? Sì, lo so: ero una bambina problematica.

Sono viva e qualche volta lo scordo. Corro, corro solo, non mi rilasso mai, come se la mia vita fosse un treno in corsa che non fa fermate fino alla destinazione.

Sono ansiosa, ma ansiosa davvero.

Sento la vita scorrere veloce, ma non riesco a fare nulla per fermarla.

Mi sento obbligata a correre, manco fossi un criceto sulla ruota. Senza tempo, senza fiato. Almeno facesse dimagrire, tutto ‘sto correre.

Macché, mi gonfio: è lo stress.

 

Ma non è nemmeno questo il punto.

E’ che sono ormai grande, e lo sono mio malgrado come tutta la mia generazione. Abbiamo lottato, ma siamo stati sconfitti: come novelli Peter Pan mancati, alla fine siamo cresciuti anche noi.  Mi sento grande, adulta insomma, e sento di aver imboccato una strada da cui non si torna: ho compiuto 37 anni.

Sì, adesso starete tutti lìa  dire che non sono poi molti, che sono una ragazzina, e blablabla. Ma certo, sì, infatti, è così. L’importante è come ci si sente dentro. Certo. E’ quello che dice la tipa ultracinquantenne che viene in palestra con me e si veste come se avesse 17 anni: come non crederle?

 

Forse sento solo il bisogno di cambiare, di crescere ancora un po’.

Di spiegare le ali, tentando di essere un po’ meno criceto con la gastrite e un po’ più Phoebe.

Di ritrovare sogni e desideri.

Di ascoltarmi e di trovare tempo.

 

 

Sapete se c’è un negozio che lo vende al chilo aperto fino a tardi?

 

 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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