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7 marzo 2012 3 07 /03 /marzo /2012 22:50

 

121112702.jpgTolgo le scarpe, mi infilo le ciabatte e mi butto sul divano. Ci sono giorni che sembrano avere la prolunga, non finiscono mai. Anzi, sembrano doppi.
Il gatto mi sale sulle ginocchia, inizia a ronfare in cerca di coccole. Vita dura, eh? Mi viene spontaneo pensare.


Accendo la televisione su Sky News per vedere che è successo nel mondo e se il globo terracqueo gira ancora nella stessa direzione.

Dall’altro lato della stanza l’Amoremio spadella la cena (sì, sono fortunata, ok? Ora odiatemi pure!) e io  mi rilasso.
Quando ecco che, pronunciata da non ricordo chi, emerge questa frase:

Potremmo rispondere in maniera assertiva ma probabilmente non sarebbe la giusta risposta per lo meno, non del tutto soddisfacente…

Madonna, ma quanto mi sta antipatica ‘sta parola… assertivo… va di moda proprio come stage!” sbotto allungando le gambe.
“Assertivo. E che vuol dire, poi?” mi fa eco l’Amoremio dalla cucina.
“Ma non lo sanno nemmeno loro… fa solo figo!”
“Eh, ho capito. Ma che vuol dire?”
“Uff…ehm… come te lo spiego? Non mi vengono le parole…”
“Cioè, non lo sai?”
“...”
“Tu, che conosci mille milioni di parole, se non tutte quelle della lingua italiana, non lo sai?”
“Non ho detto questo”
“Oddio, mi crolla un mito”
“Ma tu dimmi...”
“Pensavo sapessi tutto il vocabolario”
“Sì, me lo sono ingoiata da piccola. Ah, per la cronaca questo tuo non è un comportamento assertivo! Affatto!”

C
omportarsi in maniera assertiva vuol dire esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni, opinioni o idee senza tuttavia offendere né aggredire l'interlocutore.

Secondo molti psicologi è «un comportamento che permette a una persona di agire nel suo pieno interesse, di difendere il suo punto di vista senza generare in sé ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti di difendere i suoi dirittisenza ignorare quelli altrui».

Essa si può anche delineare come il giusto equilibrio tra due polarità: da una parte il comportamento passivo, dall'altra il comportamento aggressivo (proprio come me, sì. Ahahhahahah!).


In una parola, paraculo.

 

Certo, non è una parola così figa, ma rende l'idea, non trovate?



 

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5 marzo 2012 1 05 /03 /marzo /2012 13:12

Blog_Richter_GwiliAndre1932-thumb-350x442-copia-1.jpgE poi ci sono quei giorni in cui non  è.

Anche se ti sforzi, se ci metti tutta l'anima e il sorriso più di plastica che hai, non è.

 

Giorni in cui non sai dove sta il tuo posto nel mondo, e ne vorresti uno bello comodo e tranquillo.

E proprio tu che hai sempre odiato le persone inquadrate nelle caselle come pedine della dama, proprio tu vorresti una bella casellina tutta tua dove accomodarti. Ci metteresti anche una porta, magari, con un lucchetto, anche, e una poltrona per renderla più comoda, ‘sta casella.

L’hai sempre schifata, questa concezione sociale dell’incasellamento, vissuta come una forzatura, un voler essere tutti uguali.

 

Ma anche una semplificazione, perché la gente se ti capisce, se in quella casellina messa in un luogo imprecisato, ma chiaro, riesca a mettertici, sta più tranquilla.

Vive meglio, CREDE di capirti meglio.

Altrimenti sei quella strana, particolare, buffa. La cugina scema, in pratica.

In giorni come questi io la casellina la vorrei proprio. Vorrei sentirmi inquadrata, trovare empatia con gente come me.

E invece no, non ce l’hai.

 

Ed è sempre stato così, lo sai.

 

Possibile che tutti abbiano la propria casella tranne te?

 

C’hai già provato a stare in una casella, e dopo un po’ (nemmeno tanto, giusto un po’) la smania di scappare, di uscire, una sorta di claustrofobia sociale t’ha preso alla gola e sei scappata.

Non ti ci vedeve a fare sempre sì con la testa e a non essere te.

 

Ma ora è diverso.

Ora sono matura.

Ora sono pronta.

Ce la posso fare.

 

O forse no.

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2 marzo 2012 5 02 /03 /marzo /2012 13:13

strangeHo un brutto carattere.

Ma bruttobruttobrutto.

Me lo dicono tutti, anche i miei genitori. Quindi, ergo, sarà vero.

E poi in questi giorni ho la testa vuota.

O troppo piena, non saprei.

Non riesco ad articolare una socialità, scusatemi.

A volte non riesco nemmeno a  rispondere alle mail delle mie amiche, poracce.

Prima o poi chiamano i vigili del fuoco.

 

I pensieri si affastellano uno sopra all’altro, inciampano e cadono, litigano per trovare posto tra le sinapsi e iniziano a litigare tra di loro mostrandosi (a volte) il dito medio.

Ecco, in tutto questo, l’omino buffo che dovrebbe essere vigile e controllore delle priorità, che dovrebbe regolare il traffico nel mio cervello e rendermi la donna organizzata, fashion e perfetta… sì, lui, ma dove cazzo è??

Che lo pago a fare se s’imbosca a fumarsi una sigaretta?

Tra l’altro io odio le sigarette e la loro puzza!?

Mica se ne starà con i piedi sulla scrivania a limarsi le unghie con dovizia, mentre impazza il delirio intorno a  lui?

Eh? Eh????

 

Ecco,  se in questi giorni sono assente, disturbata, confusa come una suora in uno strip bar (cit. mooolto colta, il primo che la indovina vince un tour guidato nel mio cervello.), la colpa non è la mia.

No, assolutamente, non prendetevela  con me.

Non ho problemi, gravi intendo.

Non ho pensieri oppressivi.

No.

 

La colpa è dell’omino buffo che vive nel mio cervello.

Forse è il leader del movimento No-Tav, ha lasciato la postazione di controllo e se ne è andato.

Mi ha abbandonato e non me l’ha detto.

Forse.

Urge rimpiazzo.

 

Mandate pure i curriculum fiduciosi.

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Published by Phoebe - in paranoie
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29 febbraio 2012 3 29 /02 /febbraio /2012 19:21

vacanza.jpgSquilla un’appunto sull’agenda del cellulare: “Ricordarsi di chiamare dottoressa per certificato palestra, altrimenti mi spellano”. Consapevole che la minaccia che mi è stata fatta alla recaption della palestra ha un minimo di fondamento, faccio due rapidi conti e decido di chiamare il mio medico di base che stasera, chiaramente, dovrebbe fare ambulatorio.

Chiamo il fisso. Suona, suona, suona.

E poi entra il fax.

 

Maledicendo la mia sfiga o la mia disinformazione, chiamo mia madre per sincerarmi che il medico faccia ambulatorio.

“Mamma, scusa, ma la dottoressa non fa ambulatorio il martedì pomeriggio?”

“Sì, certo.”

“No, perché non mi risponde al fisso… mi sembrava strano!”

“Guarda, mi hanno detto che questa settimana ha trasferito l’ambulatorio, magari ancora non gli funziona il fisso. Prova al cellulare!”

 

Rinfrancata, provo al cellulare.

Al secondo squillo la mia dottoressa, famosa per solerzia ed efficienza, risponde: “Pronto?”

“Buonasera dottoressa, sono Phoebe. Mi servirebbe il certificato per la palestra…”

“Sì, certo. Domattina però che oggi non faccio ambulatorio”

“Ah, ha cambiato orari col trasferimento?”

“…”

“Non fa ambulatorio il martedì pomeriggio, mi scusi?”

“Sì, certo”

“Ah.”

“Ma oggi è mercoledì.

“…”

“Pronto?”

“Ehm… sì. Già…”

“Lo vieni a prendere domani?”

“Sì, grazie”

“Domani è giovedì, eh!”

“Ehm, sìsì”

“Non vuoi che ti segni anche le analisi del sangue? O un ricostituente? O delle vitamine?”

“…”

 

E’ una  fortuna che la dottoressa non abbia visto la mia faccia in quel momento, perché più o meno era questa qui -->    0_o

 

 

Ditemi voi se non mi serve una vacanza

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Published by Phoebe - in vita vissuta
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27 febbraio 2012 1 27 /02 /febbraio /2012 07:00

valley-of-the-blind--copia-1.jpgIn Umbria, ma in Italia in genere credo, persiste l’abitudine  (medioevale? Non so, mi dovrei documentare sul suo inizio effettivo) della benedizione delle case in tempo di Pasqua.

Questo rito sacramentale si fonda, credo, sulla rievocazione della lettura del brano riguardante la Pasqua ebraica nel libro dell’Esodo (la storia di Mosè, dei Dieci Comandamenti, la fuga dall’Egitto e tutta la compagnia cantante)che narra come  gli ebrei spalmarono gli stipiti e l’architrave della porta d’ingresso delle loro case con il sangue dell’agnello immolato per la Pasqua.

In questo modo, l’Angelo Sterminatore passò oltre le abitazioni ebraiche  risparmiandone i figli maschi primogeniti, a differenza dei bambini primogeniti del popolo egiziano che furono uccisi (le figlie femmine non se le filava nessuno). Così, accogliendo il sacerdote che reca la benedizione di Dio, nella Pasqua cristiana ci si prepara alla liberazione dalla schiavitù del peccato e della morte grazie al sacrificio di Gesù Cristo.

Credo.

Ho riassunto bene?

Sì, credo di sì.

In fondi alle elementari ho vinto le Olimpiadi del Catechismo, quindi.

 

Quello che mi chiedo in merito a quest’usanza antichissima, e che personalmente trovo molto bella perché permette di “conoscersi” col proprio parroco, è solo una.

Caro prete che vieni a benedire casa mia, possibile che tu mi chieda la bustina ancora prima di entrare?

Che mi inondi in fretta e furia casa di acqua benedetta, biascicando la benedizione alla velocità della luce e manco guardandomi in faccia fino al momento in cui infilo la mano nella tasca della giacca per estrarre l’oggetto del desiderio?

Che mi appiccichi tre caramelle e una candela e poi butti l’occhio questuante sulla tavola alla ricerca della magica busta bianca?

Ma non era un momento di condivisione?

 

Quand’ero piccola Don Bruno si piazzava in casa, si sedeva nel salotto e s’accendeva una sigaretta. Mia mamma gli faceva il caffè, mentre lui inizia a tirarmi le orecchie perché non ero andata a catechismo per ben due volte in un anno (il fatto che avessi avuto l’ebola non mi giustificava lo stesso). Chiedeva come andavano le cose, si interessava, accarezzava il cane e cercava di dare una mano nelle piccole cose.

Poi preghierina, benedizione, caramelle, candela, busta, ecc.

Ma si interessava a noi.

E ci conosceva uno per uno.

 

Ai giorni d’oggi, l’attuale prete del mio paese:

1)  Non ti dice quando passa, ma solo il periodo ipotetico perché bisogna essere sempre vigili per Gesù. Infatti non mi ci trova mai, perché devo lavorare e non posso star ad aspettare una settimana a casa il suo arrivo. Confido nella comprensione di Gesù, in fondo anche i suoi genitori lavoravano.

2)  Anche se mi trovasse in casa NON ENTREREBBE perché mi ha chiaramente detto che vivo nel peccato e o mi pento o andrò all’inferno. Credo fortemente che una busta adeguata lo farebbe cambiare idea, ma con quei soldi preferisco comprarmi un paio di scarpe, grazie.

 

Non vorrei passare per eretica, ma non penso sia un bell'atteggiamneto.

E non mi tirate fuori la storia che i preti son persone come el altre e che non mi devono scoraggiare.

Mi scoraggio eccome.

Possibile che ogni mio afflato religioso venga stroncato sul nascere?

Ma non bastavano le buone intenzioni?

Ah, no.

Ora ricordo.

 

E’ la strada per l’inferno che è lastricata di buone intenzioni…

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Published by Phoebe - in vita vissuta
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24 febbraio 2012 5 24 /02 /febbraio /2012 13:50

reading-is-cool.jpgCara Mondadori,

 

mi permetto di scriverti nonostante la tua attuale proprietà non sia esattevolmente di mio gradimento perché ho un gran rispetto per la tua storia e di quello che hai fatto per l’Italia. Ti scrivo perché con l’introduzione degli Oscar Mondadori nel 1965 hai cambiato per sempre la possibilità di accesso alla cultura, e l’hai introdotti con Addio alle armi, mica con un Moccia qualunque.

Tutti i martedì mia mamma andava in edicola e con 350 lire si portava a casa non solo un libro, ma un sogno, un grande classico, un universo nuovo e di questo ti sono grata.

Ti scrivo come se tu fossi una entità astratta, anche se forse dovrei  scrivere a qualche Manager d’alto bordo o Direttore Generale o CEO come si usa dire ora, perché stai da talmente tanto tempo in casa mia da sembrarmi una forma di vita indipendente.

Vengo al dunque, cara Mondadori. In libreria, cercando un regalino per il non-compleanno di mia sorella ho notato che hai creato una nuova collana, i cd. NUMERIPRIMI.

Queste edizioni, a detta della commessa, vengono dopo il cartonato per libri che hanno avuto un discreto successo di pubblico. Non solo, ma precludono nella maggioranza dei casa la nascita del tascabile, che così ha la sua morte civile.  

 

Cosa non mi piace? Prima di tutto, il prezzo. Mi sembra che € 13,00 sia un costo davveo eccessivo per un libro non cartonato, tenendo conto che € 13,00 corrisponde più o meno alle vecchie ventiseimilalire. Io capisco far pagare così un libro di Morelli, chi lo compra si meriterebbe di pagare pure di più, ma in generale mi sembra eccessivo.

E poi, cara Mondadori, van bene € 13,00 a libro, ma la rilegatura a caldo fatta in quel modo lì? E la carta? Lo vogliamo dire com’è questa carta? No, perché se fosse carta riciclata e eco-chic, io potrei anche starci, ma non lo è. E’ solo brutta, di pessima qualità, rigida e pesante. Lo so che per la maggioranza delle persone le pagine dei libri sono solo pagine dei libri, ma ci sono anche i malati come me, sai?

E poi questio libri c’è bisogno di scriverli in Arial 48? Solo per fare più pagine (e giustificare il prezzo)? Ora, capisco non far diventare ciechi i lettori, però una via di mezzo.

Non trovi?

 

Lo so che non sei solo tu, cara Mondadori, che fai questi prezzi, ma rivesti sempre una bella fetta del mercato dell'editoria senza contare collegate e affini, e allora qualcosina potresti farla.

Ecco.

Potresti fare la differenza.

Anche in nome della tua storia.

Ma, immagino, ci siano impossibili regole di marketing e supercazzola che te lo impediscono.

Vero?

Perchè fare tascabili dei libri più venduti se si possono guadagnare più quattrini?

 

E poi mi chiedono perché sono passata agli ebook…

 

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22 febbraio 2012 3 22 /02 /febbraio /2012 13:10

1028764732Quando lavoravo in una azienda diversa da quella di ora, diversi anni fa, passavo tutte le mattine per una strada molto trafficata  che  taglia a metà la zona industriale della mia città.

Sapete quelle vie tutte di capannoni, concessionari d’auto e aziende più o meno grandi, intervallate solo da distributori e officine? Ecco.

In mezzo a cotanta disperata brutalità visiva c’era lui, uno splendido negozio di abiti da sposa.

Non abiti da sposa qualunque, di quelli che farebbero sembrare una meringa cicciona e bulimica pure Kate Moss.

No, abiti da sposa belli, bellissimi, senza età. Spettacolari costruzioni di stoffe pregiate e lustrini, bustini avvolgenti e  gonne fruscianti.  

Quelli che li vedi in vetrina, mentre stai in coda nel traffico e sogni il principe azzurro.

O magari di vivere nel periodo della Reggenza con Jane Austen, che alla fine va bene uguale.

Che poi il principe azzurro sia quel che sia è un’altra storia, ma lì in mezzo al traffico, magari di lunedì, ti senti portata via verso luoghi ameni e meravigliosi.

Sorridi nel traffico come una beota, ecco.

E magari rischi pure di sorridere ad uno sbagliato.

Io poi all’epoca ero pure single e sfiduciata, immaginate l’anelito di speranza e di sogno che emanavano quelle vetrine per me.

Non c’era giorno che non desiderassi entrare anche solo per simulare l’acquisto di un ipotetico abito per un molto ipotetico matrimonio.

Ehm, anzi, credo anche di averlo fatto (dando un nome falso, ovviamente, state sereni).

 

Oggi, passando per quella strada dopo alcuni mesi e sopportando lo stesso medesimo traffico mi sono accorta subito che qualcosa era cambiato.

Il negozio di abiti da sposa non c’era più.

Svanito, evaporato.

Al suo posto, impenitente e dotato di una gigantesca insegna, un discount di abbigliamento che promette di vendere tutto, ma proprio tutto, a 5,10 o 15 euro.

Le stesse meravigliose vetrine riempite di paccottiglia qualunque. Il sogno svenduto sull’altare del Made in China.

 

Ma vi pare possibile? E soprattutto, vi pare giusto?

Una povera ragazza che vaga da sola nel traffico, non si merita almeno di sognare un po’?

Che mondo materialista e schifoso è mai questo?

 

Ditemi voi se questi non sono segnali dell’avvento dei Maya...

  

 

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Published by Phoebe - in sick sad world
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21 febbraio 2012 2 21 /02 /febbraio /2012 10:37

Ci sono giorni in cui guardi la tv per noia, per abitudine e per mancanza di idee. O solo per stanchezza. E il sonno sta arrivando, inesorabile. Poi, all'improvviso, la tua attenzione è colpita dalla pubblicità.
Sì, quella cosa fastidiosa, che fa rumore e interrompe il flusso dei pensieri e che spesso, ahimè, è più carina ed interessante dei programmi della televisione pubblica.

Questo fino ad oggi.
Che cosa succederebbe, infatti, se le pubblicità potessero essere scelte dalla gente? Oppure create? Certo obbrori obbrobriosi come le pubblicità di De Sica non esisterebbero di certo più. O come quelli della cameriera sexy che passa il silicone, per dire.

Sì, sarebbe bello scegliersi la pubblicità, e siccome non sono una esperta di marketing questa idea non ce l'ho avuta mica io. No, è stata Telecom Italia a pensarci per prima, realizzando uno spot dalla Rete per la Rete.
Come?

Riprendendo il concetto della pubblicità della scorsa estate, "Le emozioni non cambiano, il modo di comunicarle sì", ha chiesto ai naviganti di immaginare il mondo della bimba appena nata protagonista finale dello spot . Ve la ricordate? Io stanamente sì, perché quella pubblicità mi aveva molto colpito: basta sederi da fuori per vendere piani telefonici, andiamo sulla fantasia, cribbio!
E come me devono averlo pensato in tanti, perché almeno 700 autori hanno partecipato alla competizione, immaginando mondi alternativi e innovativi, sognando ed immaginando. Alla fine 7 autori sono stati scelti per la composizione di uno spot dedicato ad internet.

E' nato così il primo esperimento di "social advertising contest" e con lui il cortometraggio intitolato "Futura Francesca" in cui si immagina un futuro non troppo lontano, fatto di ologrammi, specchi che aiutano nei cambi d'abito (Lo voglio!!!! Se snellisce pure ne voglio due!), finestrini che diventano macchine fotografiche e una connessione alla rete praticamente continuata.
Io  trovo "Futura Francesca" molto carino e diverso dal solito, mi piacerebbe fosse collocato anche nei canali tradizionali visto che per il momento mia madre non potrebbe certo vederlo!
Mi piace l'idea positiva del mondo, specia in questo periodo in cui l'ottimismo non è ai massimi livelli e a ragione. Nel cortometraggio la  piccola Francesca cresce e riesce a concretizzare i suoi sogni, diventa astronauta in un mondo fatto di innovazioni e viaggi fantastici.

Chi non vorrebbe un futuro così per i propri figli?
Sarà davvero così il futuro?
Voi come ve lo immaginate?
Vi piace questo esperimento?
Una cosa è certa, il viaggio è appena cominciato!

 

Io, intanto, aspetto ancora la banda larga a casa...  


Video sponsorizzato    

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20 febbraio 2012 1 20 /02 /febbraio /2012 06:58

eluana_engralo.jpgSono passati già tre anni da quella mattina di febbraio, eppure non è cambiato nulla.

Sono passati tre anni dal giorno in cui Beppino Englaro prese la decisione più difficile e dolorosa della sua vita e pose fine all’esistenza biologica di sua figlia Eluana.

Ve lo ricordate?

 

All’epoca sembrava non esistesse materia più scottante, dibattito che esacerbasse più gli animi. Poi, in pieno italian style, tutto è stato accantonato e dimenticato in un angolo, tanto non importa. C’è la crisi, c’è la crisi e tutte le altre questioni sociali passano in secondo piano.

E la Chiesa fa la riverenza e ringrazia.

Ma non basta.

 

Il nostro caro ex Governo, nella persona ecomiabile dell’allora ministro Ferruccio Fazio, artefice di altre interessanti e proficue iniziative, tanto per ribadire il concetto creò nel 2010 la Giornata Nazionale degli Stati vegetativi permanenti (SVP).

Non lo trovate macabro?

Io, sì.

 

E proprio il giorno della morte definitiva di Eluana, il 9 febbraio, chiaramente. Ma non per tentare di vanificare un atto coraggioso e sofferto di suo padre, il più grande atto d’amore che un genitore possa compiere verso sua figlia, no no.

Semplicemente perché “Con questa giornata il ricordo di Eluana non sarà più una memoria che divide ma un momento di condivisione per un obiettivo che ci unisce tutti. Da oggi sarà un’occasione preziosa in più per ricordare a tutti noi quanto è degna l’esistenza di tutti coloro che vivono in stato vegetativo e non hanno voce per raccontare il loro attaccamento alla vita”.

 

Ecco, io in questa frase ci trovo tutta l’arroganza e l’ignoranza di personaggi equivoci che non sanno di che cosa si sta parlando. Altrimenti, se solo potessero immaginare cosa si prova ed il dolore di questa prova terribile, non ragionerebbero così in nome di cattolicissime pseudo-convinzioni.

Sono parole di gente che crede che vedere vegetare (e non vivere, vegetare) una persona cara sia vederla dormire, come il questa foto. La vedete? La vedete questa immagine che fa da corollario ad articoli e campagne pro-vita? Guardatela bene.

I capelli? Curati.

Le sopracciglia? Fatte e alla moda.

Truccata!

E con una bella espressione serena, sognante.

Certo. Sarebbe quasi consolante, vero? Ma la verità invece è questa.

Guardatela bene.

Vi pare ci sia qualcosa da festeggiare?

E infatti le associazioni dei parenti dei pazienti in SVP hanno disertato la manifestazione, anche per protestare contro l’abbandono in cui versano da parte del Sistema Sanitario Nazionale, che vede nella domiciliazione lo sbologna mento di un problema a lungo termine e senza soluzione che non nessuno vuole sobbarcarsi.

Ma festeggiarlo, sì, via.

 

Non sarebbe stata più opportuna una Giornata nazionale per la libertà di scelta?

Una giornata laica, aperta a tutti, di confronto e dibattito?

Una giornata che aiutasse ad affrontare questo grande dolore?

No, non si può.

Giammai.

 

Cari miei simpatici cattolici bravi a parole, sono fiera di non essere come voi. Fiera di provare ancora compassione, empatia verso chi sta soffrendo e col coraggio di aver lasciato scritto quel che vorrei per me se mai mi succedesse una cosa del genere. Per quel che vale legalmente, ovvio, visto che il testamento biologico è un’altra ENORME e vergognosa carenza italiana. Voluta, sia chiaro. Siamo il paese del Vaticano, dei cattolici che non vanno mai in Chiesa, ma son cattolici per cultura.

 

Cari cattolici, cosa penserebbe di voi Gesù?

Di voi che vedete nell’accanimento terapeutico la vita?

Di voi che vi permettete il lusso di ingerirvi nel dolore degli altri?

Di voi che volete regole morali, quando la vostra morale è la più discutibile?

 

Io andrò all’inferno, è certo, non smettete mai di ricordarmelo.

 

Ma prenderemo diversi caffè bollenti insieme, di certo…

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19 febbraio 2012 7 19 /02 /febbraio /2012 13:14

1268495514_80409495_1-Videocorso-La-Terapia-Verbale-Gabriel.jpgIn un mondo in cui il mago Otelma va all’Isola dei famosi e Vanna Marchi è un’icona, ai ciarlatani  e ai venditori di fumo siamo tutti abbastanza abituati.

Tuttavia, leggendo il giornale, mi è balzata all’occhio la singolare storia della dott. Gabriella Mereu, laureata in medicina e chirurgia, odontoiatra ed omeopata, che gira l’Italia illustrando la sua rivoluzionaria terapia verbale ed altri metodi per arrivare all’autoguarigione.

Quello della Mereu è un bizzarro attacco contro la medicina tradizionale che non funziona, è comandata dalle multinazionali,  sfregia con la chirurgia ed intossica con i farmaci.

Stai male? Vuoi guarire? Sei disperato?

Non girovagare più tra incompetenti dottori, ma fai da solo!

 

La dottoressa Mereu è assurta all’onore delle cronache per aver indicato all’interno di un evento in provincia di Vicenza, la cura definitiva per la cistite femminile: inserire una medaglietta della Madonna nella vagina e poi andare a messa.

Olè, tutto passa!

E voi maschietti che ridete, mica sarete impotenti o (peggio!!!!) invertiti?????? No, perché la soluzione c’è: basta che vi fate strizzare forte i testicoli

Per guarire da qualsiasi patologia i farmaci non servono. Basta parlare, sentire, sorridere, esternare!!!!

Ogni risposta ai malanni è già dentro di noi, secondo la dottoressa, basta riuscire a tirarla fuori.

GENIALE!!!

A che servono terapie, medicine, analisi e sofferenze inutili?

Possiamo fare da soli, basta essere sereni!

E pregare!

E andare a messa!

 

 La malattia è un’espressione che non fa altro che rivelare in maniera metaforica un vissuto emozionale che ha portato alla malattia stessa” afferma la pazz…ehm, dottoressa sul suo sito. Un sito meraviglioso, dove consiglia tante cure e atti psicomagici che sono così straordinariamente favolosi da eguagliare il mio grande maestro e guru di riferimento.

Vi invito a provare il rituale del trono, se vi necessita.

Rimarrete attoniti, ne sono certa.

 

Questa donna, mi sembra inutile dirlo, è pericolosa.

Non si tratta di una Rosemary Altea qualunque che vede i morti e le ombre dei fantasmi, e che magari vi illude di potervi mettere in comunicazione col mondo dei morti.

Questa donna istiga la gente credulona (o disperata) ad abbandonare le cure che gli sono necessarie o anche indispensabili per inseguire rituali barbari, inutili e anche un filino ridicoli. Medioevali come minimo.

Il fatto che sia un dottore con tanto di laurea e specializzazione rende il tutto mortalmente grave. Ed è grave anche che la dottoressa Mereu stia per cominciare un ricco tour per l’Italia, un giro di conferenze che sarà sicuramente affollato di curiosi e fanatici adepti, in cui vi ricorderà che vi ammalate per colpa vostra e se non riuscite a guarire da soli è perché non siete abbastanza forti. e, se siete donne, vi dirà che è colpa degli uomini. E viceversa.

 

Possibile che nel 2012 esistano ancora questi esempi di ciarlataneria aggravata?

Che la gente sia così facile da imbambolare?

 

Non ho parole…

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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