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11 agosto 2011 4 11 /08 /agosto /2011 14:51

Dunque, cominciamo con una doverosa ed obbligata premessa: io non sono una chef.
Anzi, diciamo che so cucinare quel tanto che basta per non morire di fame, così come tutte le donne della mia famiglia.
 

Ed infatti ho scelto un uomo che sa cucinare benissimo, lo fa come divertimento e con grande creatività. E sporcando tutta la cucina, ma questo è un altro discorso.
Tuttavia, anche se non sono una adepta di Gordon Ramsay, ci sono cose che mi riescono particolarmente bene.
Ed una di queste è la preparazione delle zucchine sott’olio.
Complice l’orto di mio padre, in questa stagione mi approprio delle zucchine dimenticate nell’orto, quelle così grandi da diventare scenografiche ed immangiabili e le trasformo in bontà da assaporare l’inverno freddo e noioso.
La ricetta è facilissima (se la eseguo io può farla chiunque d voi, anche con un braccio legato dietro al collo, fidatevi).
 
Ingredienti:
Zucchine
Sale grosso
Aceto
Aglio
Pepe nero in grani
Peperoncino
Olio di oliva extravergine (EVO)
Erbe aromatiche a piacere
 
Prendete le zucchine dimenticate nell’orto, quindi molto grandi e dure.
Eliminate il verde esterno con un pelapatate, scava tele della parte spugnosa e dei semi e riducetele a piccole listarelle, che andrete a deporre in uno scolapasta alternandole al sale grosso.  Terminata l’operazione (o riempito lo scolapasta) mettete sopra un peso (io ho utilizzato una pentola colma d’acqua) e lasciarle a disidratare per 24 ore.
Mettere a bollire aceto di vino e acqua in parti uguali. Quando bolle, immergere le zucchine disidratate (lavatele un po’ dal sale prima, è meglio) e aspettate finché la pentola non bolle di nuovo.
Scolare le zucchine e metterle ad asciugare sopra un panno.
Quando sono fredde, riempire i barattoli di vetro, alternando alle zucchine l’aglio, il peperoncino, il pepe e altre erbette a vostro gusto.  Io ho preso dall’orto maggiorana, erba cipollina, origano, timo e timo limone, facendone un vasetto per tipo.
Oh, non dimenticate di metterci l’olio, eh!
Poi ci sarebbe il discorso del sottovuoto.
E della sterilizzazione dei vasetti.
Magari ve lo spiego la prossima volta.
Come dite, non sono un granché come cuoca e nemmeno a spiegare le ricette?
 
Ma come vi permettete???

 

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9 agosto 2011 2 09 /08 /agosto /2011 14:01

Ci sono giorni che sembra vada tutto bene.
O quasi.

La vita ti sorride.
Fuori c’è il sole.
Il tuo compagno ti guarda come fossi la Madonna.
Incontri la donna che detesti di più e sembra esser stata ciancicata e poi sputata da un rottweiler, mentre tu sei passabilmente gnocca.
Per un giorno.
O almeno per un giorno ti ci senti.
La gente ti sorride e ti saluta, si ricorda di te ed è cordiale.
Il sole ti scalda la pelle, tutto gira come dovrebbe.
Ti senti quasi magra.
Quasi la protagonista di un telefilm.
Sorridi e cammini sicura.
Nemmeno i tacchi scalfiscono la tua falcata.
Una dea in tacco dodici.


E mentre gongoli sicura di te, pronta ad acchiappare il mondo…
…stump!!!
…ti accorgi di aver pestato una gomma, gettata a terra da un cafone s*#!!$%°o,  r#<&*o!!
Ma v*%##%*£%#o!!!
 
Addio buon umore…

 

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8 agosto 2011 1 08 /08 /agosto /2011 11:44

 …ma non vai in vacanza?
 

…ad agosto stai a casa?
... davvero????? Come mai?
…ma quando parti?          
…ma quindi non vai da nessuna parte?

Ohhh mi spiace!!!

A parte che non è vero che ti dispiace, brutta megera arpulita (ndr. arricchita, uscita da condizione di indigenza grave senza che la sua istruzione si sia elevata) e arrogante. Vuoi solo far sapere a tutto il globo terracqueo, pontificando possibilmente in un ufficio pubblico che tu vai a Porto Cervo quindici giorni a cavallo del Ferragosto. Poco importa se il resto dell’anno mangi burro e alici: a Ferragosto tu, Briatore e qualche sfigato del GF caracollate a Porto Cervo.

E lo devono sapere tutti, ma TUTTITUTTI, che sennò dov’è il bello?
Ma poi, che te ne frega?
Perché incalzi imperterrita?
Poco conta che io ti abbia spiegato che:
1) No, io d’agosto no grazie ché sono allergica al casino e soprattutto al casino fatto di italiani
2) Sono riuscita a ritagliarmi una settimana a luglio e quindi ora mi godo la mia casa e il mio lago.
3) Non sono cazzi tuoi

No, tu continui scuotendo la testa a sgranando gli occhioni, come se non fosse proprio possibile.
Che poi, coi tempi che corrono non tutti riescono a  ritagliarsi una vacanza, anzi,  e allora una volta per tutte… ma di che t’impicci?
Non saluti durante tutto l’anno, non te ne frega nulla di nulla della mia vita e all’improvviso: Ma non vai in vacanza?
Signora, se trovi uno con una giornata storta che sfatto ed esasperato dal caldo ti assesta un destro in faccia…
 
…io te lo avevo detto, eh,…

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4 agosto 2011 4 04 /08 /agosto /2011 13:56

Ero a cena con una cara amica l’altra sera, un’amica che ho poche occasioni di vedere perché la vita ed il lavoro l’hanno portata lontano dal paesello.
E tra una chiacchiera ed un pettegolezzo, ci siamo scoperte a parlare di sorelle.
Dopo aver esaurito il pettegolezzolame di medio e basso livello, ovviamente.
 
Di sorelle, dicevo.
Siamo entrambe sorelle maggiori, e tutte e due con uno scarto di diversi anni.
E tutte e due siamo scontente delle nostre sorelle.
Sì.
Perché potrebbero essere più felici, fare scelte più congrue, avere vite più interessanti.
Essenzialmente, realizzarsi di più.
 
Ora, il fatto di sentire le stesse mie idee uscire dalla sua bocca mi ha fatto riflettere.
Sarà un caso? Saranno le nostre sorelle che sono identiche senza nemmeno essere amiche?
Oppure l’esser chioccia è una condizione comune e non modificabile delle sorelle maggiori?
Ripensandoci meglio, le uniche volte che ho davvero litigato con mia sorella sono state quelle in cui ho cercato di inserirmi a gamba tesa nella sua vita. Sempre per motivi giusti, ovvio. E con le migliori intenzioni, certamente. Mai su sua richiesta, però, che è una testona mia sorella.

Questo qui non va bene per te.
Dovresti fare così.
Devi essere più sicura di te.
Lui non ti merita.

Prova a fare l’Università.
Dovresti assolutamente fare così.
 
Io mia sorella la adoro.
L’ho fortemente voluta, anzi ho tartassato mia madre finché non me l’ha regalata.
Ah, non ve l’ho detto? Mia sorella è MIA.
Sì.
Io l’ho desiderata, io ho scelto il nome (bellissimo, ispirato al mio cartone animato preferito dell’epoca: Remi. No, non si chiama Joly Couer. Le è andata bene.), a lei ci devo pensare io. Se qualcuno le fa del male potrei reagire malissimo. Anzi, ora che ci penso, HO reagito malissimo.
Non sono mai stata gelosa di lei un secondo, e ho gioito nel vederla crescere e diventare bellissima (da piccola era un mostriciattolo, ci sono prove documentali e fotografiche di una rilevanza imbarazzante che lo dimostrano, nonostante lei abbia cercato di farle sparire in più modi).
Non che sia tutto rosa e fiori. Litighiamo anche parecchio. Per i vestiti, per il nostro pessimo carattere, per motivi di concetto e per chi porta il cane dal veterinario.
Ma nel bisogno lei c'era.
Anche solo per ricordarmi quanto ero e sono tonta.

 
Ma questo è il vincolo tra sorelle.
Indissolubile, litigarello, unico.
Lei è uguale a me, ma diversa.
E’ una parte di me e lo sarà sempre.
 
Se solo fosse meno testona…
 

 

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2 agosto 2011 2 02 /08 /agosto /2011 16:18

Da un po’ non parlo di politica.
E non perché manchino gli spunti, per carità. Anzi, a non volerne.
E’ che la politica mi disgusta.
 

Mi fa venire la gastrite.

Non mi era mai successo in trentacinque anni di vita, ma sono arrivata ad evitare i telegiornali. Tutti, indipendentemente dal grado di Imminzolinimento o di lecchinaggio verso il potere. Non vedo più nemmeno il tg di Sky, per dire.
 


Mi sento svuotata, stufa.
Non riesco nemmeno a sentirmi indignata come tanto tempo fa.
Insomma, non dite che non l’avevo detto.
L'avevo pure ripetuto.
Ma non è servito proprio a niente.
A parte, forse, alla mia gastrite.

 


E parlando con persone anche di idee politiche completamente opposte alle mie la sensazione non cambia.
Sfiducia.
Disgusto.
Anche paura.
Meglio non pensarci, dicono i più.
Ci vorrebbe la rivoluzione, dicono altri più spavaldi.
Maria Pia, prendi il fucile! dice mio padre.
E io?
Non so, proprio non so.
 
Noi italiani che non siamo MAI stati in grado di fare una rivoluzione, ma che per secoli siamo stati trascinati da forze più o meno esterne che hanno lottato per noi o al nostro fianco.
Sapremo  insorgere ora?
Sapremo alzare la testa e ricominciare, liberandoci dalla zavorra?
Saremo in grado di realizzare un secondo miracolo italiano, anche senza un Piano Marshall ad allungare moneta?
(Visto che pure gli USA non è che stanno benissimo…)
 
Oppure affonderemo, ben al di sotto della Grecia?
Finiremo stritolati da una casta che ci mangiucchia sempre un po’ di più i piedi, come mio cugino da piccolo faceva alle mie Barbie?
Abbiamo le capacità, il coraggio, la forza?
 
A voi la risposta…

 

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30 luglio 2011 6 30 /07 /luglio /2011 10:22

Giovedì scorso era il compleanno di mia nonna.
La mitica nonna Spina.

O meglio, lo sarebbe stato se in un caldo giorno di agosto del 2005 l’osteoporosi non avesse vinto sul suo carattere d’acciaio.
Avrebbe compiuto 84 anni.
Sono passati sei anni, sì, ma il dolore è ancora vivo e forte.
Sembra sciocco, eppure è così.

Non passa giorno senza che io abbia voglia di sentire la sua voce, di parlarle e raccontarle i miei guai. Senza entrare in casa dei miei e sperare di trovarla lì,  a vedere l’ennesima telenovela strappalacrime smangiucchiando un cioccolatino che la vita è una sola.
Lei era la mia forza, la mia coscienza, la mia concretezza.
E anche la mia allegria.
 
Se solo sapessi ( o lo sa?) che mi viene da piangere scrivendo di lei s’arrabbierebbe come una pazza, ché la vita deve andare avanti.
Cosa fatta, capo ha mi ripeteva sempre quando non avevo voglia di sbrigare qualche incombenza, obbligandomi a fare per prima sempre la cosa più odiosa.
La adoravo, avrei fatto tutto per lei.
 
La vorrei tanto vicina, ora.
Vorrei che conoscesse l’Amoremio, li vorrei veder chiacchierare di massimi sistemi sotto il gazebo.
Vorrei fosse qui e mi mettesse una mano sulla testa e mi dicesse che andrà tutto bene.
Vorrei la sua saggezza, la sua forza.
 
Mi manca tanto, e manca anche a mia sorella. E a mia mamma.
Scommetto che manca molto anche  a mio papà, anche se non lo ammetterà mai perché con lei, suocera troppo ironica e schietta, si pizzicavano sempre.
Tra noi non parliamo mai di lei, quasi fosse un tabù.  Se qualcuno intavola il discorso, anche solo per caso, gli altri lo lasciano cadere nel silenzio.
Troppo vivo il dolore, troppo speciale l’affetto che ci legava.
 
Quando mi manca troppo, prendo e vado al cimitero a trovarla. Senza fiori, come diceva lei.
Lo vedi come starò in alto? Mi diceva quando andavamo a trovare mio nonno al cimitero Mettici i fiori di plastica quando muoio, che sennò per arrivare lassù rischi di cadere!
Questo era lei.
 
Dicono che le somiglio, e io lo spero tanto.
E spero che mi guardi da lassù, a braccetto col mio caro nonno Bruno che tanto la amava.
Lo voglio credere.
Li sento vicini.
Voglio crederci, ne ho bisogno.
 
E forse è vero…

 

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29 luglio 2011 5 29 /07 /luglio /2011 07:38

Ci sono libri che ti capiscono più di altri.
Cioè, autori, volevo dire.
No, meglio: personaggi.
E così quando ho incontrato l’Avv. Malinconico me ne sono un po’ innamorata.
Ed infatti non finirò mai di ringraziare Diego Da Silva che me lo ha regalato. Non a me personalmente, ovvio, ma anche.
Forse perché è un avvocato sui generis, senza la smania feroce dello squalo che contraddistingue la specie. Anzi. L’Avvocato Malinconico è avvocato per caso, o per casualità che non è proprio lo stesso. Non riesce a prendere decisioni, non è brillante e (resti tra noi) non è nemmeno tanto competente.
Uno dei tanti, insomma, ma incasinato con se stesso come pochi.
Come me, insomma.

Non ha un soldo, la moglie l’ha lasciato, vive in una casa arredata tutta a mobili IKEA che chiama per nome e sproloquia spesso e volentieri.
Sì, sproloquia. Nella sua testa.
Tipo che da un accadimento reale poi gli parte neurone e ci sproloquia su per trenta pagine.
Nel suo cervello.
 
Esattamente come me.
Sì.
 
E mi capita anche piuttosto di frequente, non solo che ne so, sotto la doccia o in fila alla posta, quando cioè il cervello è in modalità stand by  e si ritrova libero di vagare tra la nullità dell’accavallamento del pensiero.
Mi succede anche quando gli altri mi parlano, o aspettano una risposta da me e io non so rispondere altro che un generico “Mmmmm mmmm” di assenso o attesa, interpretatelo un po’ come vi pare.
E’ che nel mio cervello si consumano discussioni interessantissime, vengono prodotte elucubrazioni filosofiche degne della massima attenzione, vengono scritti libri che vincerebbero lo Strega a mani basse.
Solo che poi, tutte queste cose a metterle su carta mi sembrano sempre diventino cazzate. Vuote. O retoriche. Come se le parole che avevo utilizzato ed i concessi espressi avessero mutuato di significato, come se avessi perso il filo, il concetto, quella parola lì che dava un senso iconoclasta al tutto.
Esattamente come accade all’Avv. Malinconico. Tale e quale, proprio.
 
E allora mi piacerebbe che qualche mente geniale tipo Steve Jobs inventasse una specie di dittafono neuronale: io penso, lui scrive. E niente dei voli pindarici del mio cervello va perso. Ammesso ne valga la pena. Ne vale la pena?
Non so.
 
So solo che io non posso fare  ameno di ciarlare con me stessa, di raccontarmi storie, di staccarmi dalla realtà nascondendomi tra le sinapsi.
Elaboro concetti inutili, ma non solo. Da piccola ero anche in grado di rielaborare la realtà circostante modificandola a mio piacere, come fosse la sceneggiatura di una brutta telenovela brasiliana anni Ottanta. Aggiungevo piccoli drammi, grandi sentimenti, accadimenti perigliosi.
Un po’ mi accade anche ora.
Rimugino sopra gli avvenimenti, li rielaboro, immagino il continuo e me ne convinco.
Non sono normale?
Dite?
 
Ma normali ci sarete voi!

 

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28 luglio 2011 4 28 /07 /luglio /2011 15:04

Sono cliente sky da quasi tre anni, da quando cioè io l'Amoremio siamo andati a vivere insieme. E sì che io ero scettica, sia sul fatto di avere una televisione diversa da quell pubblica (A che serve? Tanto non ci siamo mai a casa!) e tanto più sull'idea per me malsana di HD (Bella scemata, sì!).

Eppure mi sono lasciata convincere ed a distanza di tutto questo tempo... che dire? La tv pubblica, per mia estrema fortuna, non so cosa sia. Ed è un peccato, perché tutti dovrebbero potersi godere i programmi di Sky, anche chi non si può permettere l'abbonamento.

Informazione, intrattenimento, sport,  cinema.
Insomma, mi sono ricreduta dando ragione all'Amoremio, ma voi non
diteglielo.

Come tutti gli anni, è arrivata la campagna estiva Sky, ironica e divertente e che permette non solo di conoscere la nuova offerta Sky, ma anche di ammirare i campioni dello sport in una veste diversa. Ed in questa nuova campagna ci sono proprio tutti: dai Totti e Pirlo, a Gerard Piquè e Eto'o per il calcio, passando per Federica Pellegrini e Danilo Gallinari

 

E poi lui, Martin Castrogiovanni: non è un mito nella Parabola del Campanile, in tunica e ciabatte?

Ma siamo in Italia, non dimentichiamolo. Non solo, siamo in Italia in un periodo molto buio della nostra storia, un momento molto medievale, fatto di ombre. Accade così che un povero piccolo spot, irriverente e sarcastico forse, ma non offensivo, si ritrovi da un giorno all'altro nell'occhio del ciclone.
Per che cosa? Ma per aver violato l'assioma tutto italiano Gioca coi fanti, ma lascia stare i santi. Così l'Avvenire trova lo spot un "esercizio spericolato che turba e ferisce".
Urca.

Mah, che posso dire?
Io non mi sono sentita né turbata né offesa dal vedere Federica Pellegrini smuovere le acque di una piscina vuota in costume olimpionico. E nemmeno Eto'o nel miracolo del fermo immagine (sempre santo sia l'inventore di MySky, la più grande invenzione dopo la lampadina!) ha molestato i miei sogni.
Anche un bambino capirebbe il significato di questi spot: gli idoli delle masse oggi sono gli sportivi, venerati e ammirati, visti come privilegiati capaci di tutto.
Ma l'ironia, signori vescovi, no eh?


Trovo che siano ben altre le campagne fastidiose: quelle che inneggiano all'anoressia, ad esempio.
Che propongono vette economiche irraggiungibili.
Che espongono chiappe poco più che maggiorenni per vendere profumi ed orologi. 

Quelle vanno bene, signori vescovi?
 


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26 luglio 2011 2 26 /07 /luglio /2011 13:38

Stamattina mi sono svegliata con la nausea.
No, calma: fermi tutti.
Non sono incinta.
Calma.
CALMA.
 
Ricominciamo.
Mi sono svegliata con la nausea, dicevo, e con la certezza che non sarei riuscita ad affrontare il resto della settimana.
Senza nessun motivo in particolare, senza nessun gravissimo problema da affrontare.
Se non una pesantezza dell’animo che mi opprime il petto.
 
E mi scopro a voler avere sei anni.
A volere la fiducia nel mondo dei sei anni. Quella certezza incondizionata che il mondo ti darà tutto quel che vuoi e che da grande sarai felice, e che non potrà essere mai diversamente.
E pensare chela gente è buona e gentile, affidabile.
Che tutto andrà bene.
 
Sì, certo.
Invece il tempo scorre e io mi sento inchiodata a terra, incapace di esprimere quel che mi porto dentro.
Un peso, un masso, la voglia di urlare che mi si smorza in gola.
 
Vorrei avere sei anni e sentirmi eccitata per la scuola, lottare per le gommine profumate e avere voglia tutti i giorni di strappare i capelli alla bionda del secondo banco che si crede tanto furba solo perché sa disegnare Creamy a mano libera.


 
Accendo la radio (ho il vizio di spegnerla lasciando il volume alto) e all’improvviso mi si spara nelle orecchie:
 
All I do each night is pray
Hoping that I'll be a part of you again someday
All I do each night is think of all the times
I close the door to keep my love within


Ahhhhh! I Take That!!!!
Come sono anziana!! Se penso che ora, hanno le rughe!
Quanti ricordi!
All’improvviso, anche se il testo della canzone non c’entra assolutamente  nulla col mio stato d’animo, mi sono sentita meglio. Invasa dalla nostalgia dei miei vent’anni, delle corse all’Università, delle serate a decidere che fare e poi chiacchierare al parcheggio e basta, della libertà da casa appena assaporata, dell’autogestione come modo di vivere.
C’ho ripensato, non voglio avere sei anni, ma venti.
Voglio credere nel futuro, lottare contro professori che si credono padroni del mondo (lo sono?) e avere come unico grande problema la lotta alla singletudine.


 

Ripensandoci, vanno bene anche i trentacinque…

 

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22 luglio 2011 5 22 /07 /luglio /2011 07:23

Io, di una vacanza, avevo proprio disperato bisogno.

Poco conta che dopo 5 giorni esatti dal rientro io sia esattevolmente nella stessa disdicevole situazione mentale di prima di partire: posso sempre ricordare questa vacanza e progettarne (a lungo termine) una nuova.
Santorini è bellissima. 
Le ferie a luglio sono bellissime.
Poca gente.
Pochi italiani, soprattutto.

Potrei raccontarvi tante storie, ma sarebbe un po’ come quelli che impongono agli amici 120 minuti di filmino del viaggio di nozze, causando collassi e svenimenti tra i presenti.

Siccome vi amo (sapevatelo), pochi sparuti e impavidi come siete, mi limiterò a farvi venire la voglia di andare a Santorini con le vostre gambe. Più o meno, insomma.
Cosa resterà nella mia mente di questa vacanza?
Tante cose.

Il mare, prima di tutto, e la superficie lunare della battigia di Perivolos.
I ciottoli di Mesa Pigadia, su cui zompetta l’ottuagenario Labros, capofamiglia e cultore della buona tavola.
I gigli di mare.
I mulini a vento dismessi ed abbandonati.
Il vento.
Il tramonto ad Oia, anche se il Trasimeno non ha nulla da invidiare.
Kristo e il suo essere poliglotta per passione a ottant’anni, il suo amore per la cultura e per il passato che vive in noi.
La White Beach e lo scafista (terribile) che ci ha portato.
L'insalata greca con le foglie di cappero dentro.
Il Gordon Space.
La piccola Anouk e gli occhi di suo padre.
Akrotiri ed i suoi siti archeologici che non abbiamo potuto vedere, perché chiusi da troppo tempo.
I somarelli.
Italiani e greci, una faccia una razza.
La caldera e lo stupore che genera.
Il sorriso e la saggezza di Mihalis della taverna Santorini Mou. E anche il suo moussaka.
I ragazzi del b&b dove alloggiavamo, così carini da farmi dimenticare quanto possano esser stronzi gli esseri umani.
I cani di Perissa.
Le sere passate in taverna a gestire conversazioni che si dipanano in almeno tre lingue.
Il wi-fi anche in capo al mondo.
Gli sterminati campi di vite.
Le piante di cappero che si arrampicano ovunque.
Il basilico.
Fare la doccia insieme, in due, e togliersi il sale accumulato dalla pelle, liberando l’abbronzatura.
 
Se volete consigli, scrivetemi.
Magari organizziamo e vi faccio da guida.
Tanto per dire che, potendo, ripartirei ora.
 
Ma proprio ora, eh…

 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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