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30 marzo 2011 3 30 /03 /marzo /2011 14:10

Avevo in mente un post divertente da scrivere, davvero.
U
n post buffo, sulle disavventure femminili con gli uomini, un post sulle disgrazie della singletudine ma anche della vita di coppia.
Per ridere, insomma.
Era tutto pronto, lì, nella mia testa.

Poi però non ce l’ho fatta, ho passato.
Perché, per dirla tutta, non mi è uscito.
Perché quest'abbozzo di primavera mi sta regalando mille rogne, forse portate dallo scirocco non lo so. Ma magari anche sì.
Perché mi sento accerchiata da mille problemi quotidiani, che mi sono esplosi intorno all’improvviso.
Secondari, niente di impossibile da risolvere e niente a che vedere con la salute, tranquilli.

Niente di grave per carità, solo l’ordinaria amministrazione che diventa straordinaria. O forse lo era anche prima, forse sono io a non aver visto il mondo intorno a me mutare, evolvere e restare sempre lo stesso, troppo presa dal lavoro, dallo scorrere incessante dei giorni, dagli impegni.
Vorrei esser bambina, non dover affronate problemi che non so o non posso risolvere, ma che poi sono sempre lì e toccano solo a me.
Ed eccomi ad affogare, a cercare di raccogliere i pezzi, a fare l’equilibrista con l’ombrellino in mano. A pensare costantemente a fare tutto, cercando di non crollare. E sorridere, perché gli altri devono credere che vada tutto bene.
Va tutto bene.
Ci sono io.
Ci penso io.

Almeno finché reggo, finché l’ansia che mi divora non prende il  sopravvento e vince.
E vorrei piangere, vorrei piangere e sentirmi abbracciata, consolata. Ma come posso essere consolata se non riesco ad esprimere il mio disagio? Se mi muore in gola, se non riesce ad uscire e riesco solo a dire Va tutto bene e continuare a macinare?
Si, va tutto bene, o almeno ci andrà.
 
Ci penso io, tranquilli…

 

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29 marzo 2011 2 29 /03 /marzo /2011 13:46

Dopo le leggi ad personam,. Dopo le notizie balenghe (Littizzetto op.cit.) di Minzolini, dopo l’informazione al colesterolo di Ferarra, ecco a voi le notizie ad minchiam di Phoebe!
 
Se Santi Licheri fosse vivo le farebbe ingoiare il martelletto a forza.
Apprendo per puro caso grazie a Caterpillar che a Forum è successo un fattaccio: pare infatti che (scandalo!!) i partecipanti siano figuranti con un copione e che (doppio scandalo!!!) sia tutto finto anche se dicono al contrario di essere un servizio sociale.
Ora, che si inventino la lite tra due vicini per una siepe mi sta bene, ma che chiamino una finta aquilana di Popoli, la facciano litigare con un finto marito e poi la facciano chiacchierare a braccio su quant’è bella e completa la ricostruzione dopo il terremoto a L’Aquila è assurdo.
La ciliegina sulla torta è stata l’innocente affermazione che “quelli che stanno ancora in albergo ci stanno perché gli fa comodo e gli piace essere serviti”.
Insurrezione popolare garantita, con Stefania Pezzopane che scende in campo e scrive a Rita Dalla Chiesa perché figlia di cotanto padre (che si rotola nella tomba da almeno un decennio). Lei risponde che a Forum si dice solo la verità.
Aziendale, ma la verità.
Clap clap clap.
 
Red button = Meltdown
Escono le radiazioni dalla centrale di Fukushima, il nocciolo fonde, il mare è inquinato mille mila volte più del consentito. Quanti reattori fanno le bizze? Però tranquilli, non è niente di grave. Stiamo tutti bene. Tranquilli. No, quello che ti sta spuntando in fronte non è u terzo occhio, ma un brufolo. Fidati, è un brufolo. Lo giuro. E trattieni questa linguaccia biforcuta!
L’ho già detto che ho paura?
Intanto la notizia scivola in terza o quarta pagina, dietro le michiate atomiche di Bossi.
Per dire.
 
Veneti si nasce, mica si diventa
Mandi tuo figlio in gita. Già stai agitato perché TU in gita ne combinavi di tutti i colori e lo sai che buon sangue non mente e combinerà un casino. Però ormai è grande. Che fai, non lo mandi? Certo, ce lo devi mandare, altrimenti farai la fine dei miei genitori che non m’hanno mandato a Parigi in terza media e io dopo più di vent’anni ancora glielo ricordo.
Però attenzione: va bene Praga, va bene Londra e pure Bengasi. Ma in Veneto no, meglio decisamente di NO. A meno che non abbiano la cittadinanza veneta.
Come dite? Non esiste?
Ancora no.
Ancora no.
 
Mamma, li turchi!!!!
Oddio, non son proprio turchi, ma tanto son tutti uguali, no? Libici, eritrei, tunisini, marocchini. Tutta gentaccia che viene in Italia solo per sporcare/rubare/depredare. O rubare il lavoro agli italiani. Sì. E ora che ne arrivano tutte ‘ste migliaia, dove le mettiamo? In casa tua, comunista del cavolo? Gli dovremmo sparare, gli dovremmo. E se son donne e bambini pazienza, che stessero a casa loro che son troppi.
E poi  son troppi, non li vogliamo, c’è la crisi e l’Europa se ne frega. Non ci aiuta, che Comunità Europea è? Come dite? La Germania s’è smazzata un milione e mezzo di profughi del Kosovo e non ha chiesto nulla a nessuno? Ma mica erano africani! Questi puzzano, sporcano, rubano! Ah, dite che se vogliamo metterla così i kossovari son zingari? E che è colpa dello Stato Italiano che non s’è organizzato?
No, no, non è vero.
Son loro che devono stare a casa loro a farsi ammazzare per i nostri interessi petroliferi e non.
E zitti anche.
 
Ora ci vorrebbe una notizia allegra.


Sì.
Certo.

 
Me la date voi che non mi viene in mente??

 

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25 marzo 2011 5 25 /03 /marzo /2011 13:54

Ho sempre amato Elif Shafak per il suo modo di scrivere e di rendere sempre partecipe della storia il lettore. Le sue parole sembrano sempre le mie, non c’è un passo o un suo personaggio con cui non abbia qualcosa in comune. Poi adoro Istanbul, sua città d’adozione e di vita, quindi ha sempre avuto una marcia in più per me. Il suo libro più famoso, La bastarda di Istanbul, ma anche le altre sue opere, l’hanno eletta nel gotha delle mie scrittrice preferite.

Il suo ultimo libro, però, mi ha letteralmente avvolta: Latte nero.

Sarà che all'inizio della storia ha 35 anni come me, sarà che ha la mia stessa passione per la lettura e la scrittura, sarà che ha esattamente i miei stessi dubbi e perplessità sulla maternità, i miei stessi desideri, le mie stesse paure.
Mi ci sono gettata, ritrovata, sentita meno sola.
Capita in tutto e per tutto.

La storia si apre con la scrittrice a bordo del Gypsy Steamboat, il battello che attraversa il Bosforo e che collega Istanbul alle isolette tutt’intorno, di ritorno da un’intervista.
Lo sguardo di Elif incontra lo sguardo della donna che le siede accanto: giovane ma con il viso segnato, due bambini chiassosi a cui badare e un terzo che cresce dentro di lei. Una madre: tutto quello che la scrittrice non sarà mai. O almeno così crede lei, single accanita, viaggiatrice e convinta che i suoi amori siano solo i suoi libri. Ma la vita a volte riserva sorprese.

Da qui si dipana la “lotta” interiore di Elif con le Pollicine che albergano nella sua coscienza. Ce ne sono diverse e sono tutte alte come un palmo: c’è l’Ambiziosa Cechoviana, la Sufista, Miss Efficienza, la Cinica Intekllettuale. Ma a sua grande sorpresa, ne scoprirà molte altre, tra cui quella che rivela il suo lato materno.
Il libro alterna le vicende private e personali di Elif e della sua coscienza poliforme con la vita e le opere di scrittrici di tutte le epoche ma che hanno affontato i temi dell’esser donna e madre (o del non esserlo) nelle proprie opere. Ed ecco che compaiono alcune delle più grandi scrittrici mai esistite e che anche io ho molto amato: Muriel Spark, Alice Walker, Louisa May Alcott, Marguerite Duras, George Eliot, solo per citarne alcune. E vogliamo poi parlare della moglie di Tolstoj?

Un libro intenso, che tocca vari nervi scoperti dell'animo femminile: dal senso di inadeguatezza generico delle donne, all'obbligo della maternità, alla depressione post partum che colpisce molte più donne di quello che ci si immagini.
La scrittrice, ora madre di due figli, arriva alla conclusione che oggi la professione di scrittrice (ma la carriera in generale) e la maternità siano conciliabili, ma solo a patto di sconfiggere i propri jinn, i propri demoni interiori. E volendolo, ovviamente. Perché non volerlo non è un peccato, ma solo una scelta che deve però essere ragionata. E’ stato bello leggere Elif, cadere dentro le sue parole che sembravano pagina dopo pagina sempre più le mie.
Sicuramente un libro da leggere per guardarsi dentro, sia che siate uomini che donne. Un libro importante, che tira fuori argomenti e motivazioni che la vita moderna spesso ci impedisce di affrontare. Per capire che nessuno è perfetto, è solo diverso e fattoa  modo proprio, non esistono situazioni o madalità univoche.

Certo che poi, prendere le decisioni e tutt’altra cosa…


 

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23 marzo 2011 3 23 /03 /marzo /2011 09:50
Io in scienza son sempre stata una pippa. Non solo non riuscivo proprio a capirla in nessun modo, ma mi faceva venire sonno. Non solo. Vista la mia totale incapacità pratica, la terza volta che ho rischiato di far saltare in aria il laboratorio di chimica la professoressa ha deciso, visti gli ottimi risultati in matematica, di regalarmi una specie di sei politico. A patto che stessi ferma con le mani.
E quindi capitolo chiuso.
Ma è un vero peccato, lo capisco solo ora.
Vorrei capire, ad esempio, cosa implica lo spostamento dell'asse terreste o perché i quanti sono colorati (Lo sono, vero? O no? Magari non è così. Non ho capito. Forse.) e invece mi sfugge. La mia mente inizia a divagare, immagino folletti che corrono su una cyclette al centro della Terra per provocare il moto terrestre. Per dire. Non sono normale. Lo so.
Ma questa mia incapacità scientifica non è male solo per me. Anche per l'umanità tutta. Sì, perché non potrò mai realizzare invenzioni utilissime per l'umanità che mi frullano continuamente in testa.
Qualche esempio? Ecco a voi.
 
Il tubo magico. 
Vi alzate stravolti dal letto? Invidiate quelle donne che appena aperti gli occhi sembrano uscite dal parrucchiere mentre voi avete i segni del cuscino in faccia, i capelli fatti col mini-pimer e nessuna idea su come diventare glamour? No problem! Il tubo magico è quel che fa per voi! Vi infilate dentro, premete un bottone, magari con l'indicazione del tipo di necessità (ufficio/cerimonia/appuntamento galante/ecc) e... ZAC! Eccovi pronte! Ovviamnete vale anche per gli uomini e funziona anche la sera quando rientrando a casa si vorrebbe buttarsi a letto vestiti. Ah, toglie anche le lenti a contatto, però attenzione!
 
Allontana-truzzi spray.
Andate alle poste e il ragazzetto impomatato col jeans calato ed elastico delle mutande a vista vi occhieggia? Uscite con le amiche e l'uomo in pashmina tenta l'approccio? Il parcheggiatore sessantenne vi allunga un pizzicotto al sedere? Se tutto questo non fa bene alla vostra autostima, ma vi irrita ecco per voi l'Allontana-truzzi spray! Inodore per le donne (ma esiste anche la versione alla vaniglia o al cocco), causa l'allontanamento coatto di tronisti e indesiderati.
Attenzione, usare con cautela e solo nelle serate in cui non si desiderano incontri molesti. L'uso eccessivo può causare zitellaggio e cattive maniere.
In estate può essere utilizzato anche come anti-zanzare.

 
Traduttore automatico uomo/donna.
Siccome gli uomini dopo millenni di evoluzione ancora non ci capiscono, questo pratico traduttore (disponibile sia da tavolo che come comodo braccialetto) permette all'uomo moderno di capire la sua compagna anche nelle situazioni che lui trova inestricabili. Ad esempio, se lei chiede: “Come mi sta questo vestito?” il traduttore automatico devierà la risposta dell'uomo (“Mmm... non saprei... ma non è uguale a quello che hai nell'armadio?”) nella risposta corretta che nello specifico è: “Sei bellissima”. Se utilizzato dalla donna, il traduttore può essere impiegato come spara-cazzate a prova di maschio. Utile ad entrambi i sessi, è disponibile anche in diversi colori-moda.
 
Che ve ne pare?
Non male, vero? Sono certa che potrebbero migliorare la vita dell'umanità. 
Qualcuno di voi le saprebbe realizzare praticamente? 
 
Ovviamente facciamo a mezzi...

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21 marzo 2011 1 21 /03 /marzo /2011 14:08
Una mail inviata all’indirizzo sbagliato fa nascere una tenera e divertente amicizia tra Emmi, sposata e madre di due figli non suo, e Leo, professore alle prese con l’ennesima delusione sentimentale. I due non si conoscono, non parlano (quasi) mai della loro vita vera, ma si scrivono centinaia di mail che formano lo scorrere incessante del libro.
Il loro patto è di non raccontarsi nulla della propria vita, di essere solo “compagni di mail”.
Ma sarà possibile? Ovviamente no.
Dall’iniziale ironia e distacco, la loro amicizia si evolve tra fiumi di parole e diversi incontri mancati. 
Come potrà evolvere la loro amicizia, che è già quasi amore? 
 
Le ho mai raccontato del vento del Nord nasce da un’idea originale di Daniel Glattauer è un giornalista e scrittore tedesco ed ha avuto un eccezionale passaparola mediatico che ne ha fatto un piccolo caso.
 
Sarà che si parla di un uso creativo del web e delle mail, sarà che il romanticismo non passa mai di moda, ma il successo di questo libro è diventato enorme specie nelle donne 2.0.
 
Con colpevole ritardo (ma anche no) alla fine ci sono arrivata anch'io.
Che dite?
Che faccio il giro di tutti i fenomeni letterari e non ne perdo nemmeno uno? 
Che ci posso fare, sono curiosa. 
 
Ed il libro nello specifico ha un solo vantaggio: si legge in due ore.
Un po' poco? Sì, certamente. Visto soprattutto il costo del libro ( € 16,00), che non mi pare sia proprio a buon mercato 
Lo stile di scrittura (che riporta fedelmente le mail di Emmi e Leo senza mai uscire da questo stile)  è divertente e piacevole, ideale per la sala d’attesa di un dottore o un viaggio in treno o aereo. Ma tanto l’idea è graziosa, così è sviluppata male. Alla fine risulta un brodo allungato troppo, reso insipido dall’inseguimento di un cliché e dall’assenza di pathos nella storia. 
Inoltre Emmi è una delle donne più odiose che la carta stampata abbia creato: perfettina, saccente e mielosa. E anche irritante. Sembra me a dirla tutta. 
Vi rendete conto quanto può essere insopportabile?
Ma siccome mi piace farmi del male, non è mica finita qui: mi sono bevuta anche l'attesissimo seguito, La settima onda. 
 
Ecco, era meglio di no. 
 
Visto che accompagna i due protagonisti verso un atteso e scivolatissimo (nel senso che si scivola sulla melassa) happy end che rende felici e soddisfatti i cuori puri e disgustati quelli irrimediabilmente cinici come il mio.
 
Quasi quasi preferisco chi fa stalking via mail...

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18 marzo 2011 5 18 /03 /marzo /2011 10:34
Me ne sto sul divano, col gatto che fa le fusa.
Fuori piove e penso a come il mondo continui a correre con le sue certezze anche se io sono qui.
 
Sono qui e non so assolutamente dove sarò tra due anni o tra due mesi.
Non che abbia in programma qualcosa in particolare, nemmeno una fuga a Cuba per sfuggire al governo Berlusconi, ma questo momento niente mi sembra certo.
 
Dall'altro capo del mondo, lontano ma non così tanto, sembra che l'Apocalisse abbia iniziato il suo show senza attendere la scesa in campo dei cavalieri predestinati e io siedo qui a guardare il mio lago increspato dal vento.
 
Serve fare la raccolta differenziata?
Serve avere solo lampadine a risparmio energetico?
Serve abolire i sacchetti di plastica e girare con una borsa di stoffa nella borsa?
Serve se poi succedono queste cose?
 
Non so dire come mi sento, ho un buco allo stomaco e non riesco a sentire le notizie che rimbalzano sui notiziari. A quelli che dicono Tranquilla, il Giappone è lontano! rispondo che siamo drammaticamente sullo stesso pianeta ed abbiamo la stessa responsabilità.
Guardo il mio lago, le colline, il delicato ecosistema in cui saltellano e svolazzano centinaia di specie diverse. Noi, esseri umani, dovremmo tutelare tutto questo, dovremmo esserne i numi e le roccaforti. 
Invece no, invece no.
Come nei peggiori disaster movie americani di serie Z la natura fa sfoggio della sua potenza che non conosce pietà e pietismi. E noi uomini invece di chinarci davanti a lei piazziamo centrali nucleari in zone sismiche.
Eh, ma chi pensava?
Ed in Italia? Noi, il nucleare non ce l'abbiamo ma in compenso seppelliamo ogni tipo di rifiuto sottoterra, creiamo mostri di ecoballe e sognamo l'indipendenza energetica bombardando atomi a caso. Di cui non sappiamo nulla. Che non sappiamo gestire.
Ma lo fanno anche gli altri, anche vicino a noi e allora andrò bene.
Sì, andrà bene.
Certo.
Vorrei aver più fiducia, vorrei credere che andrà sempre e di nuovo tutto bene. 
 
Ma non ce la faccio più.

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13 marzo 2011 7 13 /03 /marzo /2011 12:45
L’altro giorno in fila alle poste con davanti un numero imprecisato di pensionati inferociti e desiderosi di ritirare la pensione (ma perché non farsela accreditare, mi chiedo io?) per ammazzare il tempo mi rimiravo le unghie.
Sì, in un momento di estro creativo pre-adolescenziale  ho deciso di sostituire la mia abituale french manicure classica (di cui non posso più fare a meno) con una sfilza di brillantini a cascata. Lì per lì mi era parsa una idea ottima, anzi deliziosa. Poi non so, ci devo ancora riflettere.
Insomma ero lì, e non avendo molto altro da fare mi rimiravo le unghie. Poi son passata a guardarmi le dita e le mani, senza poter evitare di notare i vari graffi e graffietti dovuti agli attacchi di tenerezza improvvisa ed isterica del mio gatto.
Grazie Nevruz, davvero.
Insomma, mentre mi esaminavo cuticole e nocche ho realizzato all’improvviso una verità assoluta: le mani invecchiano.
Sì, è così.
Le mani invecchiano e le mie non fanno eccezione.
La pelle mi sembra più rugosa, più lassa e arida, nonostante i fiumi di crema per le mani spesi inutilmente, di quanto ricordassi. Temo che presto le mie mani si trasformeranno negli artigli di un vecchio ed orrido rapace.
Ora, lo so che sembra sciocco perché in fondo ho trentacinque anni e finora non ho mai avuto la necessità di confrontarmi con una ruga né con un elementare capello bianco sulle ventitré.
 
Sono fortune, ecco.
 
Ma mentre rimiravo la mia french estremamente trendy per un attimo ho avuto la grottesca nonché spiacevole  sensazione che le mie mani si stessero trasformando in quelle di mia madre.
Le stesse mani nodose e secche per cui la schernivo da bambina.
E' che no, non posso essere già così.
Non posso.
No, davvero.

 
Ho ancora troppo da fare, per iniziare già la discesa della china.
Non sono mai andata in Nuova Zelanda, per dire, né ho mai fatto bungee-jumping.
O un figlio, per dire. 
Come faccio?
Ma soprattutto, come è potuto succedere?
Non me ne sono accorta, per niente.
 
Deve essere stato mentre dormivo...

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11 marzo 2011 5 11 /03 /marzo /2011 14:18

Mancano meno di due settimane a primavera. Anzi, mancano meno di due settimane a quello che il calendario dice sia l’inizio della primavera.
Ma per quanto le perturbazioni scandinave possano opporsi al suo avanzare, la primavera sta arrivando.
E dentro di me è come se fosse arrivata all’improvviso, come se avessi aperto gli occhi e… puff!... mi fossi ritrovata all’improvviso con la luce della bella stagione negli occhi. E vedo le giornate allungarsi, le gemme sugli alberi iniziare a farsi verdi e esplodere buttando per terra le vecchie foglie rossastre delle querce rimaste appiccate per caso ai rami.
Nonostante il freddo gelido e le due dita di brina sul vetro della macchina, la primavera sta arrivando.
E io all’improvviso mi accorgo del tempo passato.
Di aver vissuto al buio quest’inverno.
Di aver fatto le cose a testa china, macinando ore e giorni.
Di aver trascurato quel che conta di più, cioè gli amici di sempre che ho nettamente messo in stand by troppo presa da milioni di cose da fare.
Il lavoro, la casa, il gatto. Anche il fidanzato, per dire, occupa tempo.
E dalla stanchezza.

Perdono.

Ma la cosa brutta non è solo questa, è che con gli amici ho iniziato anche  trascurare me stessa.
Cosa voglio io? Cos’è meglio per me?
E il tempo per me?
Dov’è?
Com’è?
Può essere meglio di così.
Meglio della routine casa-lavoro-letto per cinque giorni alla settimana senza accorgersi del mutare delle stagioni.
Meglio dei giorni uguali ai giorni.
Meglio della corsa frenetica a fare la spesa.
Meglio.
 
Speriamo nella primavera, và…

 

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9 marzo 2011 3 09 /03 /marzo /2011 20:02

Come si diventa testimonial

Sì, in un mondo come il nostro fatto solo di estetica come si diventa testimonial di un prodotto? 
La risposta più logica ed al passo con i tempi che stiamo vivendo è certamente una sola: l'aspetto fisico, il look e anche il didietro. Perché altrimenti bellone che non sanno dire nemmeno i nomi dei prodotti che reclamizzano imperversano in televisione?
Basta un bel fisico e tutti gli attributi per essere un buon testimonial?

Ma adidas non è un'azienda come le altre. 
Non a caso veste con ironia una donna tosta come Sue Sylvester, mica la prima gallinella  col cervello imbottito di miele e colesterolo che passa per strada.
Nemmeno per sogno.

Così per nuovissime  Honey Stripes Low, in vendita solo da Athletes World, adidas ha deciso di utilizzare come testimonial i blogger ed in genere gli abitanti della rete.

Selezionandoli come? Il modo per farsi notare da una delle vostre firme preferite è lo stesso che rende piacevole passare dal vostro profilo sui social network che utlizzate solitamente: Facebook e Twitter, ad esempio.
Basta andare dal 10 marzo sul sito della campagna
Are you my Honey per avere maggiori informazioni.
Sentite già puzza di bruciato ed immaginate orde di ragazzine minorenni in hot pants che vi passano avanti?
No, non è così.
Non è così facile.
Così come per diventare
popolari in rete non è sufficiente un bel visino messo lì a ridere sul proprio profilo, ma ci vuole molto di più. Ci vuole creatività, passione, ironia. Ma anche capire il momento giusto per essere seri, magari per veicolare un messaggio in cui si crede. E cos' che faccio io nei miei social network. No, non sono certo la regine della rete, ma chi mi conosce o scopre torna bene o male a trovarmi.
Ed è per questo che il Sig. adidas dovrebbe scegliere me. 
perchè io valgo, sono un tipo interessante e potrei essere un valido testimonial.
E poi perchè mi sono innamorata subito di queste nuove scarpe, così eighties da risultare subito gradevoli anche all'Amoremio, schiavo degli anni in cui si sentiva gggiovane. E poi sanno di primavera, di gita fuori porta, di vacanze!

Che dice, Sig. adidas... me le regala?




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7 marzo 2011 1 07 /03 /marzo /2011 14:34

Sono lì, in fila alla cassa del supermercato davanti a me.
Stranamente mi son portata dietro l’Amoremio, che detesta con tutta l’anima sua andare al supermercato, ma la cui virile presenza è richiesta nel caso dell’acquisto di innumerevoli confezioni da 6 di minerale. E loro sono lì, davanti a noi.
Lui avrà un’ottantina d’anni ed indossa un completo giacca e pantaloni un po’ troppo abbondante per lui. Sopra porta un cappotto color cammello stinto che di sicuro ha visto stagioni migliori di quest’inverno 2010/2011. Se ne sta fiero ed eretto allisciandosi un paio di robusti baffi bianchi a manubrio troppo grandi per il suo viso e rimira intorno a sé. Lei è più bassa di me, indossa una pelliccia che sembra visone all’odor di naftalina e un vezzoso cappellino col fiore nei toni del marrone. La sua età è indefinibile, dai settanta in su comunque. E’ truccata come una ballerina di Charleston e l’indecisione del rossetto rosso sulle sue labbra mi ipnotizza e fa tenerezza insieme.
La cassiera fa il conto alla allegra coppietta, che caccia fuori per una modesta cifra una banconota da cento euro.  Per dodici euro e quarantasei. Tutto regolare, direte voi. Sì, certo. Ma non avete fatto i conti con l’ingenua cassiera che, ignara, formula la più innocente delle domande: “Ce l’avete qualche spiccio?”
Termina la frase e già s’è pentita, ché l’arzilla signora ha tirato fuori un portamonete di tutto rispetto ed ha iniziato a contare.
I centesimi.
Uno a uno.

Uno, due, tre…
La gente in fila rumoreggia. Con la stessa velocità con cui la moglie conta gli spicci, l’uomo infila la spesa nella busta. Sono le sette e la gente vuole rientrare a casa dopo il lavoro. Come dargli torto?

…quattro, cinque, sei…
Con l’accortezza che solo le mani nodose riescono ad avere con l’artrite, lei conta e conta ancora i centesimi. Il rumoreggiare si fa più forte e nervoso. Sembra quasi un ruggito sordo che aumenta con l'aumentare della fila.

...sette, otto...
“Certo che…” mi fa l’Amoremio.
“Dai, cerca di aver pazienza. Un giorno non tanto lontano anche tu…”
“Zitta, và!”
Per magia, tra le mani stremate dal tempo della signora compare una moneta da cinquanta centesimi e la porge con un sorriso radioso ad una sollevata cassiera.
Raccoglie, sempre coi suoi tempi, le monetine tirate fuori dal borsellino e poi inizia a contare accuratamente il resto.
Sembra non esserci via d’uscita.
Quando sembra che il pernottamento nel supermercato sia obbligatorio e stiamo pianificando un accampamento degno di Los, l’attempata coppia inizia a d allontanarsi dalla cassa lanciando un saluto alla cassiera e alla combriccola tutta.
“Spero che siano venuti a piedi” sentenzia l’Amoremio previdente e premuroso verso i vecchietti “Sai trovarseli per strada davanti che guidano a 5 all’ora?”
Ah.
“Ma no, dai. Abiteranno vicino.”
E invece no. All’uscita li troviamo ancora intenti a riporre la poca spesa nel portabagagli di una fiammante macchina cabrio.
Evidentemente quello in difficoltà deve esser lui, perché la vecchina lo aiuta a salire dal lato passeggero, poi sale alla guida e parte con una leggera sgommata.
Mi hanno fatto tenerezza, li ho immaginati a passare la vita insieme e a pretendere, ancora, la loro autonomia. Insieme.
 
Chissà come saremo noi da vecchi…

 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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