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14 dicembre 2010 2 14 /12 /dicembre /2010 23:39

Bzzz…vvzzz…vvvbbbbbzzzzzzz…

“Ti rendi conto che ce l’ha fatta?”
“Ma tu ci credevi che non la spuntava?”
“Mah, io sono un cuore puro. Un po’ ci credevo. Specie poi quando ho visto le tre donne incinta”
“Sì, e la Vergine Maria no?”
“Ma che ha fatto la Mussolini? Con chi si è menata?”
“E’ che c’erano quattro traditori…”
“Sì, mancavano solo i due leocorni.”
“E comunque quei quattro bastardi li abbiamo eletti noi, erano Pd e Idv.”
“Bastardi”
“Puttana”
“Chi?!”

Bip bip! Bzzzz… vvzzzzz…bzzzzz…

“E’ che anche se sei zoccola, non è bello quando te lo dicono in pubblico”
“Sto caffè fa schifo, bleah!”
“E comunque, che giornataccia…”
“E’ perché c’hai sperato, io invece niente.”
“Peggio mio padre che stasera riattacca la storia dell’imbracciare il fucile e di salire sui monti”
“Nemmeno ce l’ha lui il fucile!”
"Secondo me questo caffè è velenoso..."
“Zitto tu, che tu padre vota Berlusconi e lo difende pure!!”

“Ihihiihihihihihhihi!”
“Oh, mica è colpa mia!”
“Ahahhahahahah!”

Bzzzz… vvzzzzz…bzzzzz… Bip bip!
“Certo che è colpa tua, le colpe dei padri ricadranno sui figli!”
“Bevi il caffè, và!”
“Che amarezza…”
“Ma la colpa è tutta della sinistra!”
“Burocrati!”
“Vecchi!”
“Morti di sonno!”
“Ah, ma alle prossime giuro che voto Vendola. Non me ne frega un cazzo se è un voto perso!”
“Lo dovrebbero denunciare questo che fa i distributori automatici. Bleah!”
“Io alle prossime elezioni sulla scheda ci faccio un fiore”
“Io voto Renzi, ho deciso”
“Ah, perché pensi che lo fanno candidare? E in quale partito?”
“Nel PDL, ovvio!”

Bzzzz… vvzzzzz…bzzzzz…

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14 dicembre 2010 2 14 /12 /dicembre /2010 10:31

Sarò bigotta io, ma bazzicando blog, social network e forum mi capita spesso di constatare con sommo orrore la morte della lingua italiana.
Va bene che si scrive veloce, va bene che è esemplificativo, va bene che non si discerne più il parlato dallo scritto, va bene tutto.  Va bene anche l’uso creativo della lingua italiana e l’abbattimento delle barriere sciocche e arcaiche che vorrebbero il periodo articolato sempre nello stesso modo.
Ma a tutto c’è un limite.
Mi dispiace pure se t’è morta la maestra di italiano in terza elementare e non te ne hanno data un’altra mai più.
Ma certe volte perdo la trebisonda e tirando fuori la penna rossa che tengo nel cassetto per le grandi occasioni mi scappa di correggere  questi sfortunati fruitori della rete. Che poi questi soggetti scrivano così anche fuori e che alcuni siano anche avvocati meriterebbe un capitolo a sé. Anzi, meriterebbe l’ergastolo e la radiazione dall’albo, ma lasciamo perdere.
 
I trasgressori della grammatica on line possono essere divisi in varie categorie:

I bimbominkia.
Quando mi salta in mente l’idea di procreare, vengo dissuasa immediatamente dall’idea di questi soggetti, dall’età indefinibile ma che spesso oscilla pericolosamente verso i trenta. Già  è un linguaggio odioso, se chi lo usa ha superato i diciotto diventa patetico.
Usano un linguaggio tutto loro, fatto di k e x. Dicono che derivi dagli sms. Ora, io a questa cosa non ci credo, visto che negli sms inserisco anche la punteggiatura. Sn malata l so, ma ke vlt da me? Per me è colpa di Moccia (colpa di questa e di moltissime altre cose) e del suo 3MSC. Sigla che, vorrei ricordare, ho decodificato solo dopo due ore e tre bicchieri di vino.
Ah, non scrivetemi mai un messaggio con le k, le x o le abbreviazioni che non vi rispondo manco morta.

I fluidificanti.
Non usano la punteggiatura nemmeno sotto tortura. Schiavi inconsapevoli dello stream of consciousness, ignorano con pervicace ostinazione punti, virgole e qualsiasi altro segno che possa rovinare il flusso costante del loro pensiero.
A questi signori (ma anche signore) vorrei ricordare una cosa: non siete James Joyce e non state scrivendo il vostro Ulisse privato. Decisamente no.  Proprio no. Quindi il vostro modo di scrivere fa si che delle vostre intelligentissime parole non si capisca un cazzo. E scusate il francesismo, ma è la realtà. Se la lingua italiana si è evoluta in questo senso, ci sarà un perché. La punteggiatura serve a rendere chiaro e leggibile un pensiero e se la eliminate allora io non vi leggo a prescindere.
E sì, sono presuntuosa.

I (re)fusi.
Avete presente quando il gatto vi cammina sulla tastiera?
Ecoc, chi ha il prolbema del refuos scriev csoì.
Poveracic.
Rileggetevi. Vi prego.
Rileggetevi sempre.
Ora c’è anche Word che li segnala sottolineandoli.
Un paio può succedere, ma otto in una frase no.

Gli sgrammaticati.
Ecco, io questi li odio. Li metterei alla gogna nella pubblica piazza, esposti al pubblico ludibrio. Se non fosse che spesso ci si ficcano gia da soli.
Se ci vuole l’acca, allora ce la devi mettere. E il fatto che sia una lettera muta, non vi autorizza a depennarla dal vostro (piccolo) vocabolario.
E la lingua italiana, per vostra opportuna conoscenza, non ha solo il presente indicativo. E’ dotata di mille sfaccettature e di tempi (ma anche modi, pensate un po’!!!) che voi neanche riuscite ad immaginare!
Vi odio, sapevatelo.
Siete di gran lunga i peggiori di tutta la combriccola.
 
E voi? Appartenete disgraziatamente a una di queste categorie? Fate qualcosa di costruttivo per uscirne?
Ne conoscete delle altre?
Siete fanatici come me e passate i pomeriggi a perplimervi dell’ignoranza altrui e a combattere coi colleghi a colpi di Accademia della Crusca?
Ma soprattutto, un paese che imbastardisce così la propria lingua, sia parlata che scritta, che futuro ha?
 
Meditate, gente, meditate…

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7 dicembre 2010 2 07 /12 /dicembre /2010 09:54

Succede che, come una maledizione italica e non solo, scompare una ragazzina.
Ancora.
Non si sono spenti del tutto i fuochi mediatici di Avetrana, che già accade ancora.
 
Tredici anni, un’atleta, una studentessa, una “brava ragazza”.
Che potrebbe essere la figlia, la nipote o la vicina di casa di tutti. L'amica dis cuola, perché no.
Con un nome strano, Yara, che la rende ancor più simpatica. Ride dalle foto con l’apparecchio in bella mostra, e non posso far a meno di pensare a quando lo portavo anch’io. Sorride nel suo body da ginnastica, e penso alla fatica ed all’impegno che ha messo in tutti questi anni di allenamento. Ai sogni, alle speranze, alle frustrazioni che uno sport così impegnativo porta con sé.
Appena sparì, vedendo in televisione la sua faccia da ragazza bambina ho sperato che fosse scappata, magari per fuggire ad un allenamento troppo oppressivo o a genitori che non la capivano. Ci sono genitori che capiscono le figlie tredicenni? No, mi dicevo. Può essere, speravo.
Ma col passare dei giorni la mia speranza s’è affievolita. I suoi genitori, refrattari al circo mediatico, non si prestano agli spettacoli televisivi e si stringono nel dolore dell’attesa.

Poi, domenica, a ciel sereno, il fermo di un sospettato: trovato il mostro, è marocchino strillavano i telegiornali.  Stava fuggendo! Fanno eco i giornali on-line. L’ha detto per telefono! Strilla Giletti.
Circola un nome, Mohammed Fikri. Bella privacy, complimentoni agli inquirenti.
E mentre il popolo leghista strideva i denti compiaciuto come una iena che sta per strappar via pezzi di carne da una carogna, Emilio fede sguazzava nel suo proprio fango. E la famiglia di Yara restava in silenzio, nel suo dolore. Magari sperando ancora, perché di Yara o del suo cadavere ancora nessuna traccia.
Brembate, paese leghista dal 1992 insorge contro il cancro dell’immigrazione. Compare un cartellone davanti a casa di Yara: “Occhio per occhio, dente per dente”, recita. Come se accusato non fosse solo lui, ma il Maghreb unito.
La televisione d’intrattenimento si frega le mani, poco importa se non è chiaro come sia avvenuto il tutto, ora hanno carne fresca. La D’Urso, bontà sua, rinuncia addirittura alle ferie con i figli per seguire l’ambaradan.
Che donna.
 
Oggi Mohammed Fikri viene liberato.
Scagionato.
Perché il suo viaggio a Tangeri era programmato da tempo.
Perché il suo datore di lavoro gli ha fornito un alibi.
Perché la telefonata era tradotta male e lui stava solo imprecando contro un interlocutore che non rispondeva al telefono.
Complimenti.
Avete infangato gratis una persona che s’è fatta uno spropositato numero di chilometri per venire in Italia a fare un lavoro che noi italiani non vogliamo fare più. Gratis.
Complimenti.
 
Stamattina Maroni difende il Nord operoso ed accogliente a spada tratta.
E io non ci sto. Non da lui. Perché se è vero che il Nord è operoso ed accogliente, che il datore di lavoro del ragazzo l’ha (giustamente) difeso ed aiutato e che non si può far di tutta l’erba un fascio, è vero anche che la Lega istiga alla xenofobia ed all’odio tra le classi sociale.
Caro Maroni, tu mi stai simpatico pure, guarda. Ma non tentare di ripulire la faccia sporca della Lega, non puoi farlo con due parole. I leghisti sono per definizione razzisti, xenofobi e anche, diciamocelo in faccia, ignoranti e gretti. Per non dire deficienti. Te lo dico col cuore stamattina, caro Maroni, perché mi sono stufata di vedervi cercare uno status più alto, nascondervi dietro la fuffa de Il Giornale. I leghisti, le camice verdi, fanno leva sulla paura, sui sentimenti più bassi dell’uomo per il loro tornaconto. Ma caro Maroni, che vai a fare il simpatico in televisione dalla Bignardi, ma non ti vergogni?
 
E la televisione? Gli sciacalli che arrivano a criticare i genitori di Yara perché non si mostrano nei programmi fogna di Mediaset e Rai? Che cuciono speciali pedinando la Protezione Civile che pattuglia coi cani le campagne sperando che salti fuori un cadavere? Che ora dicono “Il mostro è tra di noi”.
Vergogna. E vergognatevi anche voi che seguite questi programmi alla ricerca del dettaglio.
Non è una puntata di CSI né di Distretto di Polizia. Non arriva Grissom a leccare la suola di una scarpa ed ecco che, et voilà, l’assassino è servito con contorno di patate.
In gioco c’è la vita di una ragazzina, non è una sceneggiatura ben disegnata da professionisti in cui riflettere la paura che accada a noi.
C’è una ragazzina di mezzo, una ragazzina vera.
 
Vedete di non dimenticarvelo.

 

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3 dicembre 2010 5 03 /12 /dicembre /2010 10:09

Stamattina in macchina con l’Amoremioper andare in ufficio ascoltiamo come al solito il nostro programma preferito.
Durante la pubblicità passa uno spot della Lav per la nuova campagna “Senza aminali il circo è più umano”.

Già io sono sempre stata contraria sin da piccola allo sfruttamento degli animali specialmente per scopi ludici, scoprire poi che ben 16 paesi del mondo stanno vietando i’esibizione di circhi con gli animali mentre l’Italia li sovvenziona con quasi 7 milioni di euro annui non è che mi abbia fatto cominciare bene la giornata.
“Amore, vedi? Non sono la sola che pensa che il circo con gli animali sia un posto orribile!”
“Ma chi t’ha mai detto niente?”
Tu, tu, tu! E precisamente quando quest’estate volevi portare tua figlia al circo e io mi sono opposta perché è un luogo mostruoso di sfruttamento! E invece gli rispondo: “Amore, ma era per dire. E’ che in Italia si tende ancora a giustificarsi dietro il divertimento dei bambini. Come se non potessero invece vedere un bel documentario che mostra gli animali in libertà, invece di veder saltare una tigre in un cerchio!”
“Vabbè, un bambino mica lo capisce. Si diverte e basta! Vede gli animali!”
“Sì, e poi se non stai attento te lo ritrovi che vota Berlusconi!”
“Eddai!”
“Sì, invece. E comunque un mio ipotetico figlio non ce lo porterò MAI! Guarda, sono contenta che pure la Brambilla la pensa come me, dimostra che è proprio una cosa orribile e staccata dalla politica…”
“Non essere categorica, che non si sa mai”
“ E invece sì. Sono categorica. Perché penso che ai bambini si possa spiegare l’orrore di vivere in gabbie di un metroquadro! E’ vero, hanno da mangiare per carità, ma chi non si stuferebbe di mangiare filetto tutti i giorni in galera? Senza considerare poi quello che gli fanno per insegnargli ad esibirsi e l'umiliazione… guarda, non ci voglio nemmeno pensare!”
"Mi pare che tu li umanizzi un po' troppo gli animali, dandogli capacità intellettive che non sono certo abbiano..."
"Amore, è provato che glia animali del circo soffrono di depressione! E poi? Vogliamo parlare degli animali in via d'estinzione e lo smercio di specie protette?""

“Che vuoi che ti dica? Lo sai com’è in Italia! Ci vuole il doppio del tempo che negli altri paesi. Qui vale più la tradizione che il ragionamento, siccome s’è sempre fatto così allora va bene almeno per un altro po’.”
“Che paese del c@#o che siamo! Se fosse dipeso dagli italiani c’avremmo ancora il circo dei freak: la donna cannone, il nano, i gemelli siamesi e l’uomo con due piselli!”
“Amore, esiste ancora. S’è solo trasferito in tv. Dalla D’Urso, per esempio”
Quando ha ragione, ha ragione.
 
Odio quando mi lascia senza parole così….
 
 
PS. Se la pensate come me, domani 4 dicembre e domenica 5 in tutte le città d’Italia trovate i tavoli della Lav per aderire alla petizione. Per saperne di più, invece, leggete qui.
 

 

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1 dicembre 2010 3 01 /12 /dicembre /2010 22:15
Io sono calma.
Io sono educata.
Io non alzo mai la voce se non adeguatamente scatenata dal mio interlocutore.
Io sono MOLTO calma, specie sul lavoro.
Io non mi lascio alterare da te, piccolo cafoncello che lavori in un ufficio pubblico anche se t’è morta la maestra in terza elementare e non te l’hanno più sostituita.
Io non mi altero, no no.
Io sono educata.
Ma se dopo un disco, premi 5, un altro disco, attendere prego, premi tre, iesterdeiiiiiiiiiiiiiii oll mai trabol sims so far eueiiiiiii, premi due, attendere prego, nau it lùk astug teir tusteiiii, ohhh ai belìv in iesterdeiiiiii, tu mi rispondi “Oh, che c’è?”, io mi sento giustificata a mandarti affanculo.
Lo so che è facile dire che c’ha ragione Brunetta dall’alto del suo sgabello foderato di pelliccia zebrata.
Però, cavolo.
 
Io odio da morire quelli che rispondendo al telefono di un ufficio pubblico, di un’azienda, di uno studio o comunque non di casa loro ti apostrofano con un “Pronto?”. Ma pronto ché? Ma chi sei? Ti conosco? Cercavo te????
E soprattutto (perché mi succede spesso) ho sbagliato numero o ci ho preso????
Chi sei? Chi risponde?
Ma ti costa tanto accendere il motoneurone che gira come un matto tra le pagine di internet e dire: “Pronto ufficio Larillallero, sono Pippo”?
E’ molto complicato?
Non ci arrivi o sei solo cafone?
Peggio ancora quelli, e sono tanti, che rispondono: “Sììììììììììììì?”
Ma sì che cosa? Ma sì chè????
Ma ti detraggono dallo stipendio un tanto a parola?
 
Che poi io ne sono convinta, questi sono quelli che non ti salutano MAI per cortesia.
Sono quelli che non dicono mai grazie al fornaio quando gli allunga la filetta, ma anzi lo guardano male come a dirgli “M’haifattoperedretroppotempo,masbrigatideficiente”.
Io ne sono scientificamente certa.
Anche Giacobbo lo conferma.
Sì sì.
 
Ma soprattutto, sono matta io?
Sono esaurita dal lavoro, esagerata sull’orlo della pazzia?
Ho bisogno io di ferie o il mondo è diventato un luogo in cui la maleducazione spadroneggia? Dove vige la legge del più forte, della prevaricazione, del… ok, ho capito.
 
Mi sa che mi servono le ferie, è più semplice…

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30 novembre 2010 2 30 /11 /novembre /2010 22:23
Domenica. Piove.
Sembra quasi non possa esistere una domenica senza pioggia, ultimamente.
E io che vorrei fare una bella passeggiata intorno al lago, col cielo terso ed il freddo che pizzica il naso, tutta imbacuccata come l’omino Michelin sono interrotta nel mio sogno bucolico dalla realtà: piove.
Il mio gatto guarda triste fuori e miagola senza tregua. Fattene una ragione anche tu, roscio: piove.
Mi dispiace, ma piove.

 
Dopo aver terminato la visione arretrata di diversi telefilm col gatto accoccolato sulla pancia (ma sempre rancoroso, manco fosse colpa mia), lancio un’idea all’Amoremio: “Filmetto?”
Inizia la diatriba per la scelta del fortunato film tra la masnada di waiting for. “Che ne dici de I gatti persiani?” la butto là io.
Ora miagola lui: “Amore no, ti prego. A parte che mi basta il nostro di gatto, ma un film turco mentre piove a dirotto… una cosa più allegra?
Ma io rincalzo: “Amò, ci siamo visti nelle settimane passate Invictus e Cado dalle nubi. Bellini eh, per carità, ma l’hai scelti tu. Ora scelgo io.” Creo la tensione e calo la mannaia: “Agorà
L’Amoremio si butta sul divano stramazzando all’idea del polpettone storico stile Ben Hur.
Vedrai, ti piacerà” annuncio con la serenità della madre che infila in gola al figlioletto malato una cucchiaiata di ributtante sciroppo per la tosse.

 
Premo play, si va: “Se ti becco a dormire ti tiro addosso il gatto” annuncio amorevole al mio fidanzato.
Inizia così la storia contrastata (e romanzata) di Ipazia, ambientata ipoteticamente intorno al 391 d.C. ad Alessandria d’Egitto.
 
Donna aristocratica e pure belloccia, matematica e filosofa ben più brillante del padre Teone, insegnante al Museo d’Alessandria. Ambita dagli uomini, rifiuta i corteggiatori per restare libera di studiare e di essere una scienziata. Rompiballe come solo una donna intelligente e risoluta può essere per gli uomini e, come si presagisce si dalla devastazione della Biblioteca di Alessandria da parte dei cristiani, che non finirà bene.
E non finirà affatto bene, perché i cristiani appena passati da perseguitati a persecutori nel corso di soli 300 anni e spicci in virtù del riconoscimento della loro religione da parte dell’Imperatore spazzeranno via dalle strade di Alessandria ogni forma di pensiero diverso dall’asservimento alle scritture ed al vescovo Cirillo.
E tutti i protagonisti dovranno farci i conti, sia dal punto di vista politico che morale.

 
Il film, che gode della regia illuminata ed originale di Alejandro Amenàbar, non è un pippone storico ma semplicemente cerca di far giustizia a modo suo rivalutando e portando alla luce la figura di Ipazia, misconosciuta e dimenticata prima scienziata donna.
 
Ma al di là del film, che mi è molto piaciuto, alcune riflessioni:
 
1) Che differenza c’è tra i Cristiani che devastano la Biblioteca di Alessandria bruciando trattati antichissimi di scienza, storia e letteratura ed i talebani che buttano giù col tritolo i Buddha di Bamiyan? Forse che i cristiani lottavano per il VeroDio e quindi scusabili? Cirillo che legge ad alta voce la prima lettera di San Paolo a Timoteo: "Alla stessa maniera facciano le donne, vestendosi con abbigliamento decoroso: si adornino secondo verecondia e moderatezza, non con trecce ed ornamenti d'oro, oppure con perle o vesti sontuose, ma con opere buone, come conviene a donne che fanno professione di pietà. La donna impari in silenzio, con perfetta sottomissione: non permetto alla donna d'insegnare, né di dominare sull'uomo, ma (voglio) che stia in silenzio. Per primo infatti è stato formato Adamo, e quindi Eva". Non vi ricorda nulla? E’ diverso dall’imposizione del burqua? Forse è vero che una volta e fino a non moltissimo tempo fa, i talebani della fede erano i cattolici.
 
2) Non posso fare a meno di pensare che le nuove religioni si siano affermate nel corso dei secoli in maniera violenta laddove offrivano un riscatto, seppur illusorio, alle classi sottomesse. Così come nell’impero romano del 400 d.C. gli schiavi ed i reietti aderiscono con passione al Cristianesimo alla ricerca della sovversione dello status quo, così in Iran la cultura zoroastriana e persiana venne spazzata via dalla pigrizia della classe borghese soverchiata in numero da quelli che consideravano contadini e servi illetterati, capaci tuttavia di mettere la debita crocetta accanto al nome di Mahmud Ahmadinejad.
 
3) La teocrazia, in qualsiasi modo si manifesti è sempre SBAGLIATA e porta per forza di cose (la storia ce lo ha insegnato) a bagni di sangue ed ingiustizie sociali. In questo lo stato laico, che sa innalzare il proprio ordinamento al di sopra delle pressioni clericale, è l’unico degno di essere considerato uno stato moderno e equo. Come dite? Lo Stato italiano è uno stato laico? Davvero? Ma davvero??? E il crocifisso nelle scuole allora? E la ricerca tramite lo studio delle cellule staminali? E l’eutanasia? E L’omosessualità? (E potrei continuare parecchio, ma mi contengo, và).
 
Domande irrisolte, come ce ne sono tante in uno stato governato dal potere temporale del Vaticano. Ancora nel 2010 (quasi 2011). Un potere così radicato che, si mormora, nessun distributore volesse portare questo film nelle sale italiane. Caro Vaticano, il cinepattone sì e questo no. Per dire, eh. 
E’ grave. 
Ma sintomatico.
 
Che Ipazia faccia ancora paura?

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26 novembre 2010 5 26 /11 /novembre /2010 21:35
Vado a fare spesa di corsa, due cose necessarie proprio al volo (e anche il cioccolato fondente Nero Perugina all’arancia, che rientra alla grande tra i beni di prima necessità), perché l’Amoremio giace stroncato dall’influenza.
Sono stanca, temo che l’untore mi abbia contagiata e proprio adesso non sarebbe il momento e inoltre fuori piove. Se fosse anche lunedì avrei fatto scopa.

Passo prima dal mio fruttivendolo biologico di fiducia, vista la situazione le arance e le clementine sono INDISPENSABILI.
Davanti a me una famiglia musulmana.
Avranno massimo venticinque anni lui e venti lei, e hanno una bambina piccola per mano.
Avrà tre anni al massimo. Subito mi chiedo se per lei un giorno lo chador sarà automatico come per la giovane madre, magari, forse, no. Ma anche sì.
La bimba è bella come una miniatura e con un sorriso la madre mi dice che si chiama Amira. Principessa in arabo. bello.
La piccola sgrana i due occhioni nocciola e allunga la manina verso un'arancia. Ed ecco la madre, che continua a sorridere e parlarmi, veloce come un gatto le dà un colpetto sul dorso e le lancia un'occhiata di riprovazione che dura mezzo secondo. La bimba ritira la mano dietro la schiena.
Io prendo le clementine e scappo.
 
Prossima tappa, ma anche l'ultima, il supermercato. Davanti a me alla cassa una coppia con figli. Due. Maschi. Non piccolissimi, da elementari direi. Quindi, secondo l’educazione che mi è stata data, dovrebbero essere buoni e silenziosi.
Certo.
Invece urlano come aquile tibetane per tutto il supermercato, aprono confezioni di biscotti, devastano gli espositori della Kinder e si picchiano rischiando di finire sotto un transpallet che un povero commesso stava utilizzando per spostare un bancale d’acqua.
Il tutto in cinque minuti. Urlando ed infastidendo tutti gli altri clienti.
I genitori? La madre chiacchiera al cellulare, il padre (presumo sia il padre) fa lo scemo con la cassiera sfoderando il suo charme da vecchio cialtrone impenitente. La cassiera è giovane, avrà vent’anni, ed ha gli occhi verdi incorniciati in un viso da bambolina. Ma è anche sveglia, la cassiera, e non si fa corrompere da una mezza tacca di latin lover seminuovo: “Guardi” gli dice indicando l’espositore dei biscotti e poi quello degli ovetti Kinder “quelli aperti o rovinati me li deve pagare”.
Lui aggrotta le sopracciglia: “Ma io non voglio acquistarli!”
La cassiera: “Non importa, i suoi figli li hanno rovinati e noi ora non possiamo più venderli. I bambini li deve controllare lei. Quindi…”
Lui non afferra, come se non capisse perché un pacco di biscotti aperto in cui i suoi figli hanno infilato le loro manine sante non possa essere appetibile al consumatore medio.
Interviene allora la madre, finalmente libera dal telefonino, dei pupi: “Guardi che noi seguiamo il principio di libertà massima con i figli, è il modo migliore per ottenere il massimo da loro!”
E si vede, vorrei aggiungere io mentre osservo la fila dietro di me raggiungere proporzioni da esodo.
Ma la cassiera non ha bisogno del mio aiuto: “Questi, signora, sono fatti vostri. Se suo figlio fa danni qui dentro ne rispondete voi per me. Se vuole, le chiamo il direttore, altrimenti mi paga quel che hanno rovinato”
La madre, rossa in volto, fa cenno al marito che scavalca la fila e rientra poi alla cassa recando: 8 ovetti kinder maciullati (uno calpestato), un pacco di Pandistelle squartato e diversi Ringo. Sfusi.
Se ne vanno, lividi e certi di aver subito un’ingiustizia.
Il mostr…ehm, volevo dire figlio, più grande si gira e fa la linguaccia alla cassiera.
 
E poi ci lamentiamo di avere Berlusconi premier…

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24 novembre 2010 3 24 /11 /novembre /2010 22:38
… mi rendo conto parlando alla macchinetta del caffè che all’epoca della mia laurea circolava ancora la lira. Ed è subito centro sociale anziani.
 
… che a gennaio faccio 35 anni, e tutto ciò non è affatto bello. O forse sì. Forse c'è qualcosa di bello. Ma lo devo ancora trovare, cacchio.
 
… il mio gattino si è trasformato da adorabile bestiola in maschio alfa e pure culone, capace di saltarmi addosso mentre scrivo al pc reclamando Gourmet Gold (solo dadini, please).
 
… la mia macchina del 2005 inizia a fischiare come gli infissi di una baita di montagna e davvero non so che dirle. A parte supplicarla di non rompersi e pregarla in tre lingue.
 
… mi ritrovo l’unica che fa notare congiuntivi sbagliati, proprio come era usa fare la mia zia professoressa. La stessa che mi ha instillato l’uso dei TRE puntini di sospensione. Ho detto TRE, chiaro? La stessa che ora ha l’Alzheimer. Tutto ciò è incoraggiante.
 
… intorno a me sono tutte incinta. Gravide. Primipare attempate. Anche persone che mai e poi mai avresti creduto. E ti fai delle domande. TIC TAC, TIC TAC.
 
… vedo i miei impegni, le mie responsabilità ed i casini aumentare ed aumentare ed il tempo farsi sempre più piccolo piccolo.
 
… vorresti viaggiare, partire, andare. Ma il tuo conto corrente ti guarda con espressione poco convinta dal seminterrato in cui è sprofondato e tu rimandi, che c'è la TARSU e pure l'assicurazione della macchina da pagare.
 
… mia sorella non è più una bambina e va a convivere ( o quasi)  col fidanzato storico ed i miei genitori non sono più quei giovanotti vestiti anni'80 che ricordavo. E ti fanno tenerezza e paura, anche.
 
… l'ansia mi assale e controllarla è un esercizio zen
 
 
Passatemi il vasetto di Nutella, please...

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22 novembre 2010 1 22 /11 /novembre /2010 20:36

Cari Fabio e Roberto,
vi scrivo per complimentarmi, prima di tutto.
La vostra trasmissione mi piace molto, è interessante e piena di spunti. Un po’ troppo pedagogica, a volte. Magari un filino retorica altre volte. E  poi gli elenchi, tema conduttore di tutto, mi sembrano un po’ troppo Nick Hornby style. Ma non voglio pretendere la luna, m’accontento.
Nel mezzo del panorama televisivo desolante e devastante che ci offre l’Italia di oggi e tra cui le trasmissioni salvabili si contano sulla punta delle dita di una mano, m’accontento.
Ben vengano gli elenchi.
Insomma, bravi.
Fighetti, consentitemelo, ma molto bravi.
Ma non vi scrivo per questo, cari Fabio e  Bobbo (Cetto LaQualunque dixit). O meglio, non solo per questo, che volete che sia.
Vi scrivo perché voglio darvi un suggerimento. Un suggerimento piccolo piccolo: invitate Antonio Pennacchi.
No, non per stasera ché oramai è tardi e non si fa in tempo. E poi chissà che fior fiore di ospiti che c’avrete, Maroni in primis. Un’altra sera se lo ritenete opportuno, magari la prossima settimana, perché no?
Come dite? Perché Pennacchi?
Bèh, prima di tutto perché ha vinto il Premio Strega 2010. E anche sei premi mica valgono poi chissà cosa oggigiorno, ha vinto lo Strega in barba a quella raccomandata (con tutto il rispetto, eh, ma anche no) di Silvia Avallone. Sì, è vero. Noi italiani leggiamo così poco che invitare uno scrittore non è mai remunerativo. Eppure non si fa cultura da voi?
Come dite, è un attaccabrighe?
Sì, bèh, in effetti uno che è stato cacciato per ben due volte dalla CGIL qualche problemino caratteriale ce lo deve pur avere, ma chi sono io per giudicare?
Eppure, cari signori, io sono certa che un po’ di Pennacchi è quello che ci vorrebbe a questa Sinistra malconcia e zoppicante e pure all’Italia del GF elevato alla n.
Antonio Pennacchi, classe 1950, è un ex operaio della Fulgorcavi. Trent’anni in fabbrica, a fare il turno di notte. Trent’anni di attivismo politico, di lotte anche violente. Trent’anni sono un periodo lungo, talmente lungo da poterci ricavare in mezzo una laurea in lettere presa con l’occasione della CIG. Vi pare poco? Varrebbe solo un premio.
E poi la passione della scrittura, sempre presente ma esplosa tardiva e nonostante palate e palate di rifiuti.
Come dite? Ha scritto “Canale Mussolini” e tutti i giornali dell’intellighenzia comunista gli son saltati addosso?
Idioti, concedetemelo. Basta leggere il libro per capire Pennacchi.
Un uomo scomodo, rude eppure dolce, così come sapeva esserlo mio nonno, come sa esserlo anche mio padre. Con quel modo di fare contadino umile eppur orgoglioso che l’italiano medio ha dimenticato. E anche la Sinistra l’ha dimenticato, ha cancellato le sue radici, abbandonato gli ideali e anche le idee rincorrendo una cultura elitaria che non esiste e finendo per assomigliare inestricabilmente ai suoi vittoriosi rivali. Mia nonna era fiera della sua terza elementare e la sbandierava in ogni occasione quasi fosse una laurea in astrofisica. Oggi, sì proprio oggi che lei non c’è più e che lo studio ha perso valore, ho iniziato a pensare alla mia laurea come un pezzo di carta. Vendesi Laurea in Giurisprudenza seminuova. Ma non è giusto.

E allora faccio un elenco anch’io.
Io valgo per il mio studio e per le mie radici.
Per il mio amore per la lettura e per la scrittura.
Per il mio essere insindacabilmente di sinistra, nonostante le delusioni.
Per i miei nonni mezzadri che non potevano mangiare la carne tutte le settimane, ma lottavano per mandare i figli a scuola.
Valgo per il futuro che costruirò anche se ora mi sembra una montagna enorme.
Valgo perché nella penna di Antonio, vedo l’Italia che non c’è più. Oppure c’è, ma è nascosta.

Aiutatemi a tirarla fuori, ancora.

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18 novembre 2010 4 18 /11 /novembre /2010 20:40
Il film di David Fincher impazza al cinema (fino a domani, poi arriva lo tsunami e fine della storia) e un po’ per noia, un po’ per caso, ci sono finita anch’io a sgranocchiare popcorn al multisala.
Lo ammetto, ci sono andata per due motivi base: primo, David Fincher di solito mi piace, secondo Justin Timberlake. No, non mi guardate male, cercate di capirmi. Che ci posso fare?
 
Per chi ancora non lo sapesse, “The social network” è il film che racconta la creazione e lo sviluppo del più grande fenomeno che internet abbia mai prodotto finora: Facebook.
Il suo inventore, Mark Zuckerberg è il classico piccolo nerd mezzo teppista che agli attrezzi per fare buchi nei muri e spiare lo spogliatoio femminile ha sostituito la programmazione del computer.
Infantile, asociale, egocentrico  ed anche anaffettivo. Simpatico come le mutande di velcro, non c’è che dire. La sua ragazza,  prima di scaricarlo giustamente afferma: “Fare conversazione con te è come fare lezione di step”.
E non è un complimento.
Insomma, lui genietto di Hardvard inventa, senza nemmeno sforzarsi troppo, Facebook scrivendo il codice in un mese o poco più. 
Quando il fenomeno esplode e diventa prima nazionale, poi planetario, tutti si buttano sull’osso succoso tentando lo sciacallaggio. Certo, qualcuno ha anche tutte le ragioni del mondo, come Eduardo.
Poveraccio.  
Già è amico di Mark, uno così stranito ed incapace di esprimere un’emozione da assomigliare ad un freezer. E lui, Eduardo, invece gli vuole bene, lo considera un amico. Gli presta anche i soldi per avviare il suo progetto quando nessuno credeva in Facebook. E che fa Mark? Lo sbatte fuori a calci alla prima occasione, fidandosi di sciacalli e banditi che lo trattano come se fosse figo. Poi ovviamente Eduardo vince una causa a otto zeri, ma non cambia il fatto in sé: ma che merda sei Zuckerberg? Era il tuo unico amico!

E qui ti aspettavo, caro Fincher, con uno slancio finale. Che ne so, un ravvedimento tardivo, uno slancio d’ammmòre. Un flashback che mostri come Mark da bambino fosse stato preso a botte in testa con violenza dal fratello minore, con conseguenti disturbi della personalità. Guardate, andava bene pure un innamoramento platonico che gli facesse vedere il mondo rosa. O il ritorno dall’ex in ginocchio sui chip ardenti.

E invece no.
Tutto resta insipido. Bah.
 
Se uno dovesse usare Facebook per simpatia verso il suo creatore, decisamente sarebbe meno usato di Jaiku. Io, personalmente, tornando dal cinema ho anche pensato di cancellare l’account per paura di diventare come lui. Poi ci ho riflettuto meglio. E ho deciso. Ma anche no.
E’ che sembra impossibile, ma ci ha cambiato: nelle abitudini, nel linguaggio, nel modo di gestire le amicizie ed i rapporti. “Mi dai l’amicizia su FB?” oppure “Oh, ma che t’è successo? Ho letto il tuo stato su FB!” ma anche “Ci feisbùkkiamo?” sono all’ordine del giorno.
Una grande comunità, sì, ma come il suo creatore contiene in sé il seme che tarla da dentro anche il suo creatore: la paura della solitudine, combattuta a suon di isolamento fisico ma non virtuale. Incontrarsi di persona è quasi demodé: “non ci incontriamo mai, ma per fortuna c’è Facebook!”
Ah, poi c'è anche la gente che ti chiede l'amicizia e quando ti incontra dal vivo non ti saluta. 
Bella gente...

 
Per me la pagina di Facebook è come il diario delle medie. Invece di incollarci su foto di River Phoenix come in seconda media, posto link che trovo interessanti, notizie, video, foto e pensieri miei che possono esser condivisi. Ripeto, che possono essere condivisi. Quindi se cercate una foto di me in topless di sicuro non la trovate. Tutt’al più le foto delle vacanze in posa tattica da foca spiaggiata. 
E’ casa mia, insomma.
Per questo non tollero chi arriva ad insultare me e le mie idee, con inserimenti a gamba tesa sulla mia pagina. Un po’ come, sentir suonare il campanello, aprire la porta e trovarci uno che ti strilla in faccia cornuto. E’ poco carino, no? Si possono esprimere opinioni anche dissimili dalla mia, ci mancherebbe. Ma senza alzare i toni od insultare, chè non siamo mica sul Forum di Clarence, eh!

 
Per risolvere il problema avevo anche pensato di fare ordine tra le mie amicizie, cancellando gli sconosciuti, i fastidiosi, i millantatori, i troll ed i fake. Ma poi ho cambiato idea. Troppa, troppa fatica. Non me ne frega a sufficienza.
In fondo, Facebook è un divertissement e non la vita reale.
 
Vero? Eh? Verooooo????

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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