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15 giugno 2010 2 15 /06 /giugno /2010 22:44

Phoebe: “Amore, guarda che bello? Al Trasimeno Music Festival c’è un bellissimo recital su Chopin il 2 luglio.”
Amoremio: “Bello! Ci andiamo?
Phoebe: “Magari! Pensa, i residenti pagano pure la metà! Allora prenoto!”
Amoremio (smanettando sull’iPhone): “Aspè… mmm… quando hai detto che è?”
Phoebe: “Il 2 luglio. Perché?”
Amoremio: “Ehm… non puoi aspettare a prenotare? Perché forse gioca l’Italia. Sai, dipende dalla turnaz… “
Phoebe: “FORSE???”
Amoremio: “Eh!”
Phoebe: “…”
Amoremio: “…”
Phoebe: “…”


Phoebe: “Uhhhhh! Guarda che bello Amoremio! Ricomincia Ville e Giardini!”
Amoremio:”Bello! C’è qualcosa che non sia a millemila chilometri da casa?”
Phoebe: “Bèh, c’è la visita alla casa della poetessa Vittoria Aganoor Pompilj. Non ci siamo mai riusciti ad andare finora!”
Amoremio: “Ok. E poi è pure gratis! Quand’è?”
Phoebe: “L’undici luglio”
Amoremio: “Ma dico, sei matta? C’è la finale dei Mondiali!”
Phoebe: “Vabbè, ma è di pomeriggio! Che ti ci devi preparare spiritualmente???”
Amoremio: “Se gioca l’Italia, sì!”
Phoebe: “Ma v#[#[\!!@§#!!!???”
Amoremio: “Guarda che se gioca l’Italia non trovi nemmeno il custode che ti apre, altroché!”
Phoebe: “…”
Amoremio: “Ti amo”
Phoebe: “Anch'io”
Amoremio: “...”
Phoebe: “...”

 

Che palle.
I Mondiali sono cominciati l’altro giorno e già mi hanno fracassato il fracassabile.
Sì, sono noiosa. Una donnina noiosa e rompiballe. Va bene?
Senza contare le vuvuzela che mi manderanno al manicomio presto a meno che non si decida al più presto di farci un falò.
E dire che una volta ero una donna da stadio.

Che io stia diventando anziana??

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13 giugno 2010 7 13 /06 /giugno /2010 23:57
Essere donne è difficile da sempre.
Donna, moglie, madre, cameriera, psicologa, economista, pornostar, equilibrista. 
Questi sono solo alcuni dei ruoli che spettano di diritto ad una donna.
Ma noi, si sa, c’abbiamo le palle anche se Dio Creatore Onnipotente s’è sbagliato e al momento della creazione s’è distratto (succede anche a lui) inserendole nel modello sbagliato.
Non paga del ruolo polimorfico e multitasking che ci è stato affidato, la società è solita utilizzare la donna anche come punchball quando non sa su chi scaraventare la colpa, nonché ricettacolo di tutti i mali.
Forte di una tradizione catto-cristiana che vede la donna come incarnazione del peccato se non sottomessa all’uomo, se qualcosa va storto la colpa è sempre nostra. 

 
 
Discriminazioni sul lavoro? 
Macchè, è la donna che mi distrae tutto l’ufficio. Non si può!
Carriere impossibili per le donne che non vengano già da un certo ambiente (o che non la danno con maestria)? 
No, è che la donna rende di meno con tutte le beghe che deve seguire tra famiglia e figli. Vuoi mettere quanto costa una gravidanza?
Oh, che bellino che sei. Ora lo dico a tua madre che la pensi così, poi vedi se ti prepara ancora le lasagne la domenica!!!
Ma che vuol dire? La mamma è sempre la mamma!
Eccerto!
 
Violenza domestica? Molestie sessuali? Stupro?
Eh, anche tu però
Che vorresti dire?
Eh, con la gonna corta. O i jeans attillati. Insomma, se la sbatti in faccia, puoi uno…
Ah, ecco. 
 
Rimani incinta? Sei precaria e non lo puoi tenere? Semplicemente non lo vuoi?
Prima di tutto PUTTANA, poi svergognata e scomunicata. Poi, a ruota, infedele feccia della comunità.
Ma scusa, sei cattolico? E poi non c’è una legge sull’aborto? Almeno per ora, eh!
Che vuol dire? E’ sempre una creatura.
Quindi ci pensi tu a sta creatura che io non posso?
No. Io proprio no.
E allora????
Ci dovevi pensare prima.
E se mio nonno c’aveva una ruota era una cariola.
Un aborto è sempre un omicidio. Assassina! Assassina!
Ma non c’era anche la RU486 che è meno invasiva?
 
E non è vero che la società siamo noi.
La società, cari uomini, siete ancora VOI che tranne rare eccezioni ricoprite la maggior parte dei ruoli di potere. Ruoli che vi tenete ben stretti, nei vostri piccoli e muffiti circoli chiusi fatti di pacche sulle spalle e partitelle domenicali a tennis.
E noi, anche se brave il doppio, dobbiamo faticare il triplo. 
Per tutto, visto che volete mettere il becco anche dove non sapete, trincerandovi dietro lo Stato, la Chiesa o una generica morale. 
Che poi noi donne siamo bravissime a farci distrarre da mille puttanate e alla fine vi facciamo gioco è vero, ma non è che questo vi autorizzi a mettervi su un piedistallo.
Ma forse sì.
In fondo, Dio con voi è stato generoso. 
 
Nemmeno il ciclo mestruale vi ha dato…

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11 giugno 2010 5 11 /06 /giugno /2010 07:11
Io, i soldi, li ho sempre odiati. 
Vuoi mettere vivere in una comune, dove i soldi non contano nulla e si campa sul baratto?
Bellissimo.
E poi ora c’è la crisi. 
La crisi, signora mia, che ogni giorno qualcuno si porta via. 
Azienda che volano all’est.
Tagli strutturali promossi a congiunturali.
Cassa integrazione integrativa delle risorse aziendali.
La crisi come antidoto alle rivendicazioni sindacali.
 
C’è anche la crisi vera, chiaro. 
Però.
 
Però che la crisi sia un bellissimo argomento per evitare aumenti, pagamenti e affini è vero.
E così noi poveri mortali siamo costretti a palleggiare con un stipendio fermo al 2005 e prezzi aggiornati al 2012, secondi lavori che si trasformano in immaginari recuperi crediti, bollette salate come un panico del Mac, tasse e balzelli.
 
Poi dicono che l’italiano è fantasioso. E ci credo! Se così non fosse, come sarebbe possibile far bastare per tutto una pagnotta troppo piccola? Invece noi siam campioni di acrobazia, signora mia.
Tira di qua, tira di là, recitava mia nonna, il lenzuolo è sempre quello e ha da bastà. E se non basta? Tocca farlo bastare, di riff o di raff! Sentenziava da vera matrona campagnola.
E se lo diceva lei, cresciuta a pane e mezzadria, posso farcela anche io.
 
Anche noi, via, nati malati dello scintillante consumismo anni ’80 che ci ha fatto credere che tutto fosse possibile, che tutto fosse utile e che avevamo bisogno di tante tante cose. Compresa l’ennesima piastra per capelli. O il ventitreesimo paio di scarpe nere decolté.
Utili, sono sicura. 
Specie se sei  Carrie Bradshaw.
 
Si tratta solo di cambiare la nostra mentalità, per tornare ad una vita più etica.
Ce l’avevano detto gli esperti, no? La crisi ci farà ritrovare i veri valori!
E prima del 2012! Non siete contenti?
 
Un mondo diverso.
Diversamente utile.
Diversamente economico.
 
Certo.
Sì.
Come no.
 
 
Ecco, io ora avrei voglia di un Kinder Bueno diversamente porcoso (non quello bianco, che mi fa schifo. Con tutto il rispetto, eh!) e neanche quello posso mangiare, visto che sono a dieta e pure intollerante.
 
Sarà poco etico?

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9 giugno 2010 3 09 /06 /giugno /2010 21:03
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7 giugno 2010 1 07 /06 /giugno /2010 22:43
Me ne sto spaparanzata sul tavolino sotto il gazebo, rayban d’ordinanza, spritz e buona compagnia mentre il tramonto si esibisce per noi iniziando la sua discesa nel Trasimeno.
C’è poca gente, è un giorno feriale e non ci sono bambini che urlano per la spartizione del girello. 
Una bellezza.
Mentre mi godo il mio meritato relax, lo vedo. O meglio, lo sento. Si avvicina al bancone e chiede se può lasciare giù dei volantini.
Penso si tratti della solita festa sulla spiaggia, a primavera i ragazzini ne organizzano una a sera con mille scuse diverse. Così non mi muovo, agito la cannuccia nello spritz facendo tintinnare il ghiaccio e sorrido.
Quando, con la coda dell’occhio, noto un movimento.

 
Lo vedo arrivare quando è troppo tardi. Gambe lunghe da cicogna, completo beige, andatura da testimone di Geova, valigetta da impiegato anni settanta. Su tutto spicca gilet e cravatta. Verde.
Ha buttato la testa dentro il gazebo per vedere chi c’è e chissà perché ha scelto me.
Mi apostrofa con un “Ciao carissima! Posso?” 
Io rimango intontita, l’Amoremio mi guarda curioso, e mentre il mio cervello cerca di capire chi diavolo sia questo umanoide lievemente familiare che mi sorride untuoso, lui si siede. 
E inizia con una corona di  “Ma da quanto tempo che non ci  vediamo!”, “Come passa il tempo!”, “Eh, sì!” che non mi permette di inframezzare con nessuna sillaba di senso compiuto.
Poi, mentre il mio cervello si chiede disperato chi sia, mi fa: “La sai la novità? Mi sono buttato in politica!
 
E all’improvviso il mio cervello associa.
 
Associa le gambe a cicogna al ragazzino timido ed impacciato che frequentava la terza G alle medie, la classe accanto alla mia.
Tutto lo prendevano in giro, tirandogli palline di carta impastate nel vinavil del laboratorio di tecnica che gli rimanevano sempre nei capelli, facendolo assomigliare allo spaventapasseri senza cervello del Mago di Oz. Io non l’ho mai difeso, contenta che la massa se la prendesse con lui e non con me. E poi ero troppo impegnata a rimuginare sul perché non mi crescessero le tette. Periodo difficile, quello della scuola media. Per tutti. Ma com’era il suo nome? Accidenti, non ricordo.
Ma soprattutto il mio cervello ha associato con orrore e raccapriccio cravatta verde = Lega nord, e la mia faccia deve aver prodotto un’espressione così disgustata da essere equiparata solo a quella di mia nonna davanti ai sorridenti testimoni di Geova che infestavano il suo giardino.
Lui se ne accorge, e avvicinando la sedia un po’ di più mi fa: “Non devi aver paura, sai? Ci sono tanti pregiudizi sulla Lega, ma noi siamo una grande famiglia!
L’Amoremio davanti al mio orrore sta per scoppiare a ridere, beve un sorso di spritz per darsi un tono e gli fa: “Guarda, davvero. Non ci interessa. A nessuno dei due.”
Lui non si arrende, apre la valigetta e ne tira fuori un paio di opuscoli: “Leggeteli e fatevi un’idea. Poi su c’è il mio numero di telefono, se vi volete tesser…
A quel punto non ce la faccio più e scoppio in una grassa risata che gli fa sbarrare gli occhi. 
Il barista si affaccia dal bancone e scuote la testa asciugando i bicchieri caldi di lavastoviglie.
No, davvero. No.” Lo apostrofo ridendo ancora, non so se con una punta di isterismo “Non me li lasciare, che sennò li butto dove devono stare: nel riciclo della carta. Almeno saranno utili nella loro prossima vita.”
Non si arrende, avvicina ancora di più la sedia come se volesse rivelarmi un segreto. Gli puzza l’alito di sigarette. Disgusto. “Guarda che ti conviene star con noi. Noi, questa regione che nessuno la considera la faremo diventar grande!” intona sicuro, come un gatto che ha appena mangiato il topolino più grasso del granaio “Tornerà ad essere il cuore verde d’Italia, e non rossa di vergogna!!” 
 
Ecco, io mi vorrei alzare in piedi e gridare Hasta la victoria, siempre!, ma è troppa fatica.

Allora bevo un sorso e gli chiedo: “E con i tuoi amichetti al nord, come la metti? Per loro noi siamo semplice merda.
Ecco vedi,” dice tirandosi dritto sulla sedia come uno scolaro diligente “questo è un pregiudizio! La Lega non ce l’ha mica solo coi terroni, ma soprattutto con gli immigrati! Pensa, c’è anche un’umbra a Miss Padania!
“Ah, ecco. Insomma, siamo merda di serie B, ma la gnocca è sempre la gnocca! Molto berlusconiano, complimenti!
Vedo un lampo dio furia attraversare il suo viso da topo.
Chiude la valigetta e si alza. 
Ecco, s’è indignato. “Sei la solita comunista!” 
Si gira e senza salutare se ne va.
In due falcate da cicogna è fuori dal nostro campo visivo.
Ecco, brava! L’hai fatto andar via.” mi apostrofa ridendo l’Amoremio “Che peccato, era così buffo!
Sì, certo. Come no.
A me invece questa gente fa spavento.
Vuoto cosmico riempito di “valori celtici” da Bignami, odio e intolleranza spacciati per giustizia sociale. Bandiere alzate per fomentare la paura del diverso.
E’ questo quel che resta dell’Italia?
Sono loro il domani?
Dove cazzo è finita la sinistra con la S maiuscola? A far la lista delle correnti in uno scantinato, mentre il mondo gira?
Ma c’è una domanda su tutte che non mi dà pace e mi tormenta.
 
Ma com’è che si chiamava ‘sto esemplare???
 
 
 
Nb. Si tratta di pura fantasia, ovviamente. I leghisti non nidificano sul Trasimeno. In genere.
 
Nb bis: nessuna cicogna è stata maltrattata per la realizzazione di questo post.

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6 giugno 2010 7 06 /06 /giugno /2010 22:28
Si sa, c’è la crisi.
Grossa ccccrisi, signora mia.
Questo non impedisce la vendita delle Porsche, né delle Lamborghini, ma signora mia mi creda: la crisi c’è.
Striscia, si nasconde e poi ti morde alla caviglia. 
E’ latente, e nemmeno tanto.
Stia attenta, signora mia!
 
E  quindi gli stipendi sono bloccati.
E  quindi non ti paga più nessuno, c’è chi lavora gratis, ma al supermercato invece son reazionari: gli euro li vogliono,  eccome.
E quindi ecco a voi la manovrina, cadeau del nostro Governo.  Che ha negato la crisi finché ha potuto, perché eran tutte invenzioni comuniste, come la moglie che nega le corna multiple stile cervo che il marito le ha posizionato in testa come una corona.
E quindi mica noi finiremo come la Grecia, manco per niente.
Tra emendamenti, redditometri e cianfrusaglie leghiste, un provvedimento agita l’Umbria tutta: la possibilità di mettere a pagamento il raccordo autostradale Perugia-Bettolle.
 
Per chi non è mai stato in Umbria faccio una doverosa premessa:  la ridente Umbria non è attraversata da nessuna autostrada. Il motivo risiede un po’ nella scarsità della popolazione e nella sua conformazione geologica. Un po’ risiede pure nel fatto che, terra sinistrorsa in periodi democristiani, abbiamo sempre contato come il due di coppe.
Fattostà che l’unica bretella a quattro corsie sia la Perugia- Bettolle, sessanta magici chilometri che collegano la provincia di Perugia al resto del mondo e che è usata dagli autoctoni come una specie di tangenziale coi cerotti. Sì, perché che sia ben tenuta non si può dire, con il suo asfalto mangiato e buche grandi come tane di tasso.
E quando piove, poi, diventa scivolosa come una saponetta sotto la doccia.
Senza considerare che alcune storiche piazzole sono, dicono, meta perfetta per gli scambi di coppia.
 
Da luglio, pare, tutta la strada verrà messa a pagamento.
 
E io sto qui a vedere cosa succederà, visto che molti ingressi sono talmente piccoli da non poter prevedere un casello nemmeno con tutta l’immaginazione del buon Silvio.
Provateci voi ad immaginarlo, io non ci riesco.
Come faremo noi lavoratori la mattina? Intaseremo la statale o bonificheremo direttamente alla società autostrade quel che la crisi ci ha lasciato come stipendio?
Ed il turismo? Come lo incentiviamo, se l’unica strada decente viene messa sotto balzello?
E la provinciale, sgangherato residuo anni sessanta, saprà riassorbire il traffico che da decenni gli era stato tolto?
E gli scambisti? Loro come si riorganizzaranno?
 
Io sto pensando di buttarmi sull'uso dell'asinello.
Non inquina, non va sul raccordo, costa poco e va a fieno.
 
Con quel che costa la benzina, signora mia...

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4 giugno 2010 5 04 /06 /giugno /2010 15:35

Quando ero piccola e stavo male, mia nonna aveva una riposta che era la panacea di tutti i mali. Macché pillole, ma quale brodino di pollo! Ma quali suffumigi, passati di verdura o chissà che altro! Ma che ne sanno i dottori? Per rimettere in forza la nipotina non c’è che un metodo.

Stai male? Hai l’influenza? Dà retta alla nonna, che ne ha viste tante, cocchina mia!!!  Prendi Be-Total!”

Oddio, nella sua cadenza umbra completamente priva delle minime basi della lingua inglese (e in cui Ridge di “Beautiful” diventava in un attimo Frigg ed i wafer alla vaniglia i fru fru) la zuccherosa medicina assumeva più il nome di Bettotallet, ma capivo subito cosa intendeva.
E scappavo.

Perché io le cose dolci le ho sempre odiate, si da piccola.

E non c’è nulla al mondo che sia più dolce del Be-Total. Credo che sia fatto anche apposta così, in fondo a tutti i bambini piace il dolce, no? NO! A me no e mi nascondevo appena mia nonna guardava l’orologio appeso in cucina e sentenziava fosse arrivato il momento giusto per farmi trangugiare la mia dose quotidiana di vitamine B, indispensabile a farmi tornare a scuola in perfetta forma e con tutti i neuroni al posto giusto.

Sotto il letto, nell’armadio, dietro le tende. Ma lei mi trovava sempre e mi metteva sotto il naso il cucchiaio ricolmo che sapeva già di zucchero. Me lo lasciava lì davanti, a penzolare a mezza faccia, ancorando l’altro braccio al fianco enorme a mo’ di teiera ed in faccia la sua espressione tenace.
Non scappi mica, sembrava dirmi muta.
E mi rigirava la bottiglia sotto il naso.

E aspettava, finché non prendevo coraggio e lo ingoiavo tutto di un fiato, producendomi poi in smorfie degne di Jim Carrey.
Mi sembra ancora di sentirlo, quel sapore.
Così dolce da essere nauseabondo.
Appiccicoso.

Fosse oggi, magari mi avrebbe rifilato una pillola, visto che son passati trent’anni quasi, ma Be-Total esiste ancora e non è nemmeno più solo terreno da scuole elementari.

Anzi. Sì è estesa agli adulti, ma grazie a Dio con simpatiche e insapori pilloline.

O forse no, perché sarebbe rimasta comunque della convinzione che così è meglio.

Naturalmente guarivo, anche grazie alla vitamina B, e lei mi passava una mano nei capelli tutta orgogliosa della sua nipotina.
Ecco, ci son giornate come oggi in cui avrei bisogno di essere inseguita per casa, obbligata a seguire il mio bene.
Coccolata.

E invece mi giro e non è così.
Mia nonna non c’è più.
E quell’odore così dolce e speziato che mi dava la nausea, ora mi regala solo nostalgia.
Sono grande, adulta, con le mie responsabilità.
Una strada che, dritta o storta, mi son scelta da me. 

Ed ora devo percorrerla…

 


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1 giugno 2010 2 01 /06 /giugno /2010 22:22
Da piccola ero una bimba particolare.Da piccola ero una bimba particolare. Avevo un’oca che mi seguiva ovunque e che riconosceva la mia voce, per dire.
Da piccola ero una bimba particolare. Avevo un’oca che mi seguiva ovunque e che riconosceva la mia voce, per dire.
Ma a parte questo, ero particolare per tante piccole cose che avevano il potere di sconvolgere mia madre, che altro non sognava che una bimba buona e dolce,  paffuta e con le trecce.
E le trecce io ce l’avevo ed ero anche discretamente paffuta.
Ma avevo anche la tendenza a vedere il mondo a modo mio. 
Ma i miei genitori non capivano la mia sensibilità diversa, chiara solo a mio nonno ed al suo sorriso.
Il mio mondo interiore fatto di favole mute, di fate e folletti gli era sconosciuto. Io avrei voluto più libri da leggere, loro mi iscrivevano a corsi di nuoto.

 
Fu così che un giorno di vacanza, con i miei genitori e la sorellina appena nata, fui scaraventata nel meraviglioso mondo del Delfinario di Riccione. Avrò avuto sette anni e mia mamma era molto convinta che sarebbe stata una esperienza formativa per me, e anche divertente.
E infatti all’inizio ero felicissima. Il Delfinario, nei miei ricordi, era un enorme costruzione ovale e sapeva vagamente di muffa, colorata e piena di vasche di pesciolini guizzanti. E di peluche ammiccanti, morbidosissimi ed in vendita a prezzi esorbitanti. In lire, chiaro. 
Tutto bellissimo finché non suona la campana dell’inizio spettacolo.
 
Tutti di corsa a prender posto sui gradoni, entrano i delfini.
Dadaaaaan!
Mia sorella dal passeggino batte le mani, ebete.
Salti, spruzzi , giochi. Splash! 
Poi, lo spettacolo finale. Un volontario, prego, un volontario! Lì, tu! La bimba con le trecce, vieni!
Non avevo nemmeno dovuto alzare la mano, quando si dice la fortuna! 
Mi faccio forza e vado, pregando la Madonnina di non inciampare sui gradoni.
Tra il pubblico che applaude e fischia, mi mettono in mano un mazzo di fiori di plastica che lancio prontamente al delfino. Come un vero cavalier servente con un guizzo raggiunge il mazzetto che galleggia nella vasca e me lo riporta saltando sul bordo della vasca a dieci centimetri dai miei sandaletti bianchi.
Bacio! Bacio! Bacio! Urla il pubblico.
E io mi chino e bacio il delfino sul muso. E’ salato, scivoloso e freddo, ma i suoi occhi sono così dolci che mi viene da piangere. Lo vorrei abbracciare, ma ho paura di infradiciarmi la maglietta e di beccare un cazziatone da papà. Così lo accarezzo sulla testa, lui fa quel suo strano verso che sembra una risata triste e se ne va.
Torno al mio posto, ancora emozionata. Tremo, anche se è agosto.
Mia madre mi guarda e mi chiede: “Ti sei divertita?
Io annuisco e da bimba di sette anni chiedo: “Ma finito lo spettacolo dove vanno i delfini?
Mia mamma, ignara della potenza della domanda, risponde distratta ninnando mia sorella, mentre un bambino selezionato a caso fa un giro su un minigommone trascinato dal mio delfino: “Mah, credo che qui ci siano delle vasche in cui li mettono a dor…
Sgrano gli occhioni marroni:“Cioè non stanno in mare?
Mia madre intuisce l’autogol: “N-N-N-O…
Ora sono davvero terrorizzata, serro le labbra e guardo mia madre ansiosa:“Cioè… sono sempre chiusi quie  enon possono mai uscire né incontrare gli altri delfini? Vivono in una vasca che è una gabbia???? Non escono MAI???
Mia mamma tenta la parata: “Ma amore, sono felici lo stesso! Sono protetti gli danno da mangia…
Interviene mio padre, a gamba tesa: “Su, Phoebe, dai! In fondo sono solo pesci!!!
No” gli urlo in faccia mentre due lacrimoni si affacciano sulle mie guance “sono mammiferi, l’ha detto la maestra!!
Dopodiché scoppio in un pianto così sonoro da coprire la musica, gli spruzzi e le grida. L’anfiteatro si gira tutto verso di noi, ma io non smetto. I bambini seduti sui gradoni si immobilizzano, ma io ho aperto le dighe e non mi fermo. Dietro di me, per compagnia, parte mia sorella. Ora siamo bitonali. Un pianto a due dimensioni.
I miei genitori mi trascinano via minacciando ritorsioni, ma io continuo a piangere.
Piango perché quel bellissimo animale che mi ha regalato un’emozione così forte sta chiuso in uno spazio piccolissimo e non nuota libero come nei documentari di Piero Angela del pomeriggio.
Piango perché se fossi rinchiuso al posto suo sarei infelice.
 
Non ci vuole uno psicologo per capire che la mia claustrofobia, forse, è iniziata da lì.
O anche dal giorno che Tommaso mi chiuse nello sgabuzzino dell’asilo e la maestra si accorse della mia mancanza dopo tre ore. Ma questa è una storia diversa ed un trauma ancora diverso, che vi racconterò la prossima volta.

Forse, eh...
Forse, eh… Avevo un’oca che mi seguiva ovunque e che riconosceva la mia voce, per dire.
Ma a parte questo, ero particolare per tante piccole cose che avevano il potere di sconvolgere mia madre, che altro non sognava che una bimba buona e dolce,  paffuta e con le trecce. E le trecce io ce l’avevo ed ero anche discretamente paffuta. Ma avevo anche la tendenza a vedere il mondo a modo mio. 
Ma i miei genitori non capivano la mia sensibilità diversa, chiara solo a mio nonno ed al suo sorriso. Il mio mondo interiore fatto di favole mute, di fate e folletti gli era sconosciuto. Io avrei voluto più libri da leggere, loro mi iscrivevano a corsi di nuoto.
Fu così che un giorno di vacanza, con i miei genitori e la sorellina appena nata, fui scaraventata nel meraviglioso mondo del Delfinario di Riccione. Avrò avuto sette anni e mia mamma era molto convinta che sarebbe stata una esperienza formativa per me, e anche divertente. E infatti all’inizio ero felicissima. Il Delfinario, nei miei ricordi, era un enorme costruzione ovale e sapeva vagamente di muffa, colorata e piena di vasche di pesciolini guizzanti. E di peluche ammiccanti, morbidosissimi ed in vendita a prezzi esorbitanti. In lire, chiaro. 
Tutto bellissimo finché non suona la campana dell’inizio spettacolo.
Tutti di corsa a prender posto sui gradoni, entrano i delfini. Dadaaaaan! Mia sorella dal passeggino batte le mani, ebete.
Salti, spruzzi , giochi. Splash! 
Poi, lo spettacolo finale. Un volontario, prego, un volontario! Lì, tu! La bimba con le trecce, vieni!
Non avevo nemmeno dovuto alzare la mano, quando si dice la fortuna! 
Mi faccio forza e vado, pregando la Madonnina di non inciampare sui gradoni. Tra il pubblico che applaude e fischia, mi mettono in mano un mazzo di fiori di plastica che lancio prontamente al delfino. Come un vero cavalier servente con un guizzo raggiunge il mazzetto che galleggia nella vasca e me lo riporta saltando sul bordo della vasca a dieci centimetri dai miei sandaletti bianchi.
Bacio! Bacio! Bacio! Urla il pubblico.
E io mi chino e bacio il delfino sul muso. E’ salato, scivoloso e freddo, ma i suoi occhi sono così dolci che mi viene da piangere. Lo vorrei abbracciare, ma ho paura di infradiciarmi la maglietta e di beccare un cazziatone da papà. Così lo accarezzo sulla testa, lui fa quel suo strano verso che sembra una risata triste e se ne va.
Torno al mio posto, ancora emozionata. Tremo, anche se è agosto.
Mia madre mi guarda e mi chiede: “Ti sei divertita?”
Io annuisco e da bimba di sette anni chiedo: “Ma finito lo spettacolo dove vanno i delfini?”
Mia mamma, ignara della potenza della domanda, risponde distratta ninnando mia sorella, mentre un bambino selezionato a caso fa un giro su un minigommone trascinato dal mio delfino: “Mah, credo che qui ci siano delle vasche in cui li mettono a dor…”
“Cioè non stanno in mare?”
Mia madre intuisce l’autogol: “N-N-N-O…”
“Cioè… sono sempre chiusi quie  enon possono mai uscire né incontrare gli altri delfini? Vivono in una vasca che è una gabbia???? Non escono MAI???”
Mia mamma tenta la parata: “Ma amore, sono felici lo stesso! Sono protetti gli danno da mangia…”
Interviene mio padre, a gamba tesa: “Su, Silvia, dai! In fondo sono solo pesci!!!”
“No” gli urlo in faccia mentre due lacrimoni si affacciano sulle mie guance “sono mammiferi, l’ha detto la maestra!!”
Dopodiché scoppio in un pianto così sonoro da coprire la musica, gli spruzzi e le grida. L’anfiteatro si gira tutto verso di noi, ma io non smetto. I bambini seduti sui gradoni si immobilizzano, ma io ho aperto le dighe e non mi fermo. Dietro di me, per compagnia, parte mia sorella. Ora siamo bitonali. Un pianto a due dimensioni.
I miei genitori mi trascinano via minacciando ritorsioni, ma io continuo a piangere.
Piango perché quel bellissimo animale che mi ha regalato un’emozione così forte sta chiuso in uno spazio piccolissimo e non nuota libero come nei documentari di Piero Angela del pomeriggio.
Piango perché se fossi rinchiuso al posto suo sarei infelice.
Non ci vuole uno psicologo per capire che la mia claustrofobia, forse, è iniziata da lì.
O anche dal giorno che Tommaso mi chiuse nello sgabuzzino dell’asilo e la maestra si accorse della mia mancanza dopo tre ore. Ma questa è una storia diversa ed un trauma ancora diverso, che vi racconterò la prossima volta.
Forse, eh…

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28 maggio 2010 5 28 /05 /maggio /2010 19:18
Vado in libreria per il mio solito giro, era un po’ che non ricapitavo perché di libri in lista di attesa ce ne sono sempre un buon numero. 
Ma per una new entry di valore c’è sempre posto, quindi chiedo: “Senti, ma visto che è uscito l’ultimo di Zafon, non è che per caso c’è l’edizione economica di “Marina”?” 
C’è la mia amica commessa appassionata di libri, che tra un pacchetto e una signora che chiede della Clerici mi risponde sicura senza alzar la testa: “Sì, guarda là. Ne è arrivato uno scatolone intero!”
Tutta contenta mi ci tuffo e… no, ho letto male. Non può essere. Sono sconvolta. SCONVOLTA! E’ dai tempi della notizia di Moccia come scrittore full time dei bigliettini nei Baci Perugina che non sono così fuori di me.
Ne prendo uno dallo scatolone e vado dalla mia amica: “Scusa, ma ci deve  essere un errore”
Lei: “No, il libro è questo. Perché?”
Io, attonita: “Tredici?????”
Annuisce, sconsolata. 
Ma  io non mollo: “Tredici euro l’edizione economica???? E che edizione economica è, se costa 26 mila lire????”
Le viene da ridere, ma si trattiene: “Dovresti vedere l’edizione economica del libro della Mazzantini: 15 euro!!!”
Mi sto irritando, non c’è niente da ridere: “Ma scusa, ma se l’edizione cartonata costa 18 che senso ha?”
Allarga le braccia in segno di resa: “Sono le case editrici, non dipende da noi. Mi dispiace…”
E lo so che non dipende da lei, e nemmeno dalla libreria. 
Però mi girano le ovaie vorticosamente.
C’è la crisi, c’è la crisi: ma le cose non dovrebbero scendere di prezzo se la richiesta è minore?
Non capisco, non capisco.
Esco, senza comprare nulla.
Che nervi.
In Italia non si legge, e quindi gli editori alzano i prezzi per rimettere almeno le spese.  A maggior ragione per autori che sanno di sicuro successo e di rapido accesso. 
Logico. 
Così, che geni, la gente li compra sempre meno. 
Magari si fa la tessera di una biblioteca, se sta in città e ce n’è una fornita. E andrebbe pure bene, anche se non fa per me.
Oppure non legge più nemmeno quel libro all’anno che è il minimo sindacale italiano per definirsi “lettori” di un certo livello,  e si rincitrullisce davanti alla tv. Almeno, signora mia, si risparmia.
 
Che mondo schifoso…
Vado in libreria per il mio solito giro, era un po’ che non ricapitavo perché di libri in lista di attesa ce ne sono sempre un buon numero. 
Ma per una new entry di valore c’è sempre posto, quindi chiedo: “Senti, ma visto che è uscito l’ultimo di Zafon, non è che per caso c’è l’edizione economica di “Marina”?” 
C’è la mia amica commessa appassionata di libri, che tra un pacchetto e una signora che chiede della Clerici mi risponde sicura senza alzar la testa: “Sì, guarda là. Ne è arrivato uno scatolone intero!”
Tutta contenta mi ci tuffo e… no, ho letto male. Non può essere. Sono sconvolta. SCONVOLTA! E’ dai tempi della notizia di Moccia come scrittore full time dei bigliettini nei Baci Perugina che non sono così fuori di me.
Ne prendo uno dallo scatolone e vado dalla mia amica: “Scusa, ma ci deve  essere un errore”
Lei: “No, il libro è questo. Perché?”
Io, attonita: “Tredici?????”
Annuisce, sconsolata. 
Ma  io non mollo: “Tredici euro l’edizione economica???? E che edizione economica è, se costa 26 mila lire????”
Le viene da ridere, ma si trattiene: “Dovresti vedere l’edizione economica del libro della Mazzantini: 15 euro!!!”
Mi sto irritando, non c’è niente da ridere: “Ma scusa, ma se l’edizione cartonata costa 18 che senso ha?”
Allarga le braccia in segno di resa: “Sono le case editrici, non dipende da noi. Mi dispiace…”
E lo so che non dipende da lei, e nemmeno dalla libreria. 
Però mi girano le ovaie vorticosamente.
C’è la crisi, c’è la crisi: ma le cose non dovrebbero scendere di prezzo se la richiesta è minore?
Non capisco, non capisco.
Esco, senza comprare nulla.
Che nervi.
In Italia non si legge, e quindi gli editori alzano i prezzi per rimettere almeno le spese.  A maggior ragione per autori che sanno di sicuro successo e di rapido accesso. 
Logico. 
Così, che geni, la gente li compra sempre meno. 
Magari si fa la tessera di una biblioteca, se sta in città e ce n’è una fornita. E andrebbe pure bene, anche se non fa per me.
Oppure non legge più nemmeno quel libro all’anno che è il minimo sindacale italiano per definirsi “lettori” di un certo livello,  e si rincitrullisce davanti alla tv. Almeno, signora mia, si risparmia.
 
Che mondo schifoso…
Vado in libreria per il mio solito giro, era un po’ che non ricapitavo perché di libri in lista di attesa ce ne sono sempre un buon numero. 
Ma per una new entry di valore c’è sempre posto, quindi chiedo: “Senti, ma visto che è uscito l’ultimo di Zafon, non è che per caso c’è l’edizione economica di Marina”?” 
C’è la mia amica commessa appassionata di libri, che tra un pacchetto e una signora che chiede della Clerici mi risponde sicura senza alzar la testa: “Sì, guarda là. Ne è arrivato uno scatolone intero!”
Tutta contenta mi ci tuffo e… no, ho letto male.
Non può essere.
Sono sconvolta.
SCONVOLTA!
E’ dai tempi della notizia di Moccia come scrittore full time dei bigliettini nei Baci Perugina che non sono così fuori di me.
Ne prendo uno dallo scatolone e vado dalla mia amica: “Scusa, ma ci deve  essere un errore”
Lei: “No, il libro è questo. Perché?”
Io, attonita: “Tredici?????”
Annuisce, sconsolata. 
Ma  io non mollo: “Tredici euro l’edizione economica???? E che edizione economica è, se costa 26 mila lire????”
Le viene da ridere, ma si trattiene: “Dovresti vedere l’edizione economica del libro della Mazzantini: 14 euro!!!”
Mi sto irritando, non c’è niente da ridere: “Ma scusa, ma se l’edizione cartonata costa 18 che senso ha?”
Allarga le braccia in segno di resa: “Sono le case editrici, non dipende da noi. Mi dispiace…”
E lo so che non dipende da lei, e nemmeno dalla libreria. 
 
Però mi girano le ovaie. Vorticosamente.
 
C’è la crisi, c’è la crisi: ma le cose non dovrebbero scendere di prezzo se la richiesta è minore?
Non capisco, non capisco.
Esco, senza comprare nulla.
Che nervi.
In Italia non si legge, e quindi gli editori alzano i prezzi per rimettere almeno le spese.  A maggior ragione per autori che sanno di sicuro successo e di rapido accesso. 
Logico. 
Così, che geni, la gente li compra sempre meno. 
Magari si fa la tessera di una biblioteca, se sta in città e ce n’è una fornita. E andrebbe pure bene, anche se non fa per me.
Oppure non legge più nemmeno quel libro all’anno che è il minimo sindacale italiano per definirsi “lettori” di un certo livello,  e si rincitrullisce davanti alla tv. Almeno, signora mia, si risparmia.
 
Che mondo schifoso…
 

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12 maggio 2010 3 12 /05 /maggio /2010 21:42
E’ sempre stato così.
 
Alle elementari i miei temi facevano il giro della scuola e le maestre li leggevano come esempio agli altri bambini. Rendendomi simpatica come uno scarafaggio in bagno, questo c’è da dirlo.
Una volta, in seconda, mi sono azzuffata con la figa della classe che con l’arroganza di Mimi Ajuahara disse alla maestra che il racconto che avevo scritto l’avevo copiato: c’aveva le prove. Prove che, dopo 28 anni non mi ha ancora mostrato, ma che le sono costate un paio di ciocche di capelli biondi.
Alle medie i concorsi vinti e le lodi si sprecavano, ma non furono sufficienti ad impedire ai miei genitori l’iscrizione al riformatorio
 
Da qui il buio.
 
Ricominciai  a scrivere davvero solo all’Università, riaccostandomi a quello che per me è stato sempre paragonabile ad una funzione vitale. Scrivere è come la cioccolata: mi fa sentire meglio, più vitale, più viva. Nel 2003 aprii il mio primo blog. Per noia, per voglia di scrivere e farmi vedere. 
 
Nel web, si diceva, qualche editore potrebbe notarti. 
Farti pubblicare un libro. 
Diventare la nuova J.K. Rowling!
Sì certo, infatti.
Come no.
Sìsìsì.
E’ così che succede.
La gente ti legge, su carta e su internet, e ti loda. 
E così uno ci pensa.
Ci prova.
Ci spera.
 
Ma perché non scrivi per vivere?
Sei sprecata!
Buttati!Non hai coraggio, fidati delle tue grandi capacità!
Sei bravissima, dovresti dedicarti di più!
Hai talento!
Se ci credi, riuscirai!
 
Ma vaffanculo.
Certo. Perché infatti in Italia tutto ciò è possibile.
Sarà che capitano solo a me editori che propongono pubblicazioni “a contributo fisso”. Il tuo, però. Giornali che ti pagano ogni volta che passa la cometa di Halley. Gente che ti dice “Sei brava, se vuoi lavorare con noi però… non abbiamo i soldi per pagarti, quindi gratis”.
C’è la crisi.
Mi dispiace.
Vuoi essere pagata per il tuo lavoro? Ma che assurdità! C’è la fila fuori di gente che lavorerebbe gratis, e tu? Tu? TU? 
Tu ti vuoi far pagare???????
Non essere ridicola!
C’è la crisi.
 
Sarà che gira male oggi, ma il prossimo che mi dice perché non scrivo per vivere (visto che sono brava, sono un  genio, sono una scrittrice provetta) si becca una testata fortissima in faccia.
E lo so che sono fortunata: c’è la crisi e io ho due lavori. Uno pagato male e l’altro per niente, ma c’è chi sta peggio.
In fondo, c’è la crisi.
 
Ma sono scoraggiata, e non so come farmi passare questo momento grigio.
Poi magari domani mi telefona un editore/direttore onesto e comprensivo e mi cambia lo scenario.
Magari, dico.
 
 
Ma c’è la crisi, baby…

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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