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26 marzo 2010 5 26 /03 /marzo /2010 16:10

Ci sono cose che mi allibiscono.
Cose che non mi stancherò mai di ripetere.
Quello che odio di più è la NONCURANZA.
In questo siamo maestri noi italiani: aspetta che qualcuno provvederà. Finchè la barca va, lasciala andare.

Vengono create leggi aberranti? Inutili? Razziste?
Eh, ma che ne so io! Una ragione ci sarà?
I nostri governanti usano decreti legge come noccioline usando la Costituzione come carta igienica e noi caracolliamo verso il regime eclettico della Costa D’Avorio?
Eh, come sei comunista!!! E pure invidiosa!
Leggi i giornali, cavolo, ragiona! Fidato è morto, non lo sai? E’ andato alla guerra insieme a Sicuro!
Ma che vuoi che ne sappia, non mi importa.
Passami il telecomando.

La TV fa schifo? E‘ scollacciata, maschilista, gretta, di parte, vuota, orrenda?
Eh, signora mia, ma non c’è altro!
Breaking news: la tv ha un tasto di spegnimento!
Si può leggere, colorare, pensare, fare sesso, giocare coi figli, potare le piante.
SENZA TV.
Signora mia, non è obbligatorio guardare Uomini&Donne e frullarsi due neuroni al dì con la D’Urso.
Ma accesa fa rumore.
No comment.

 
Ma ieri sera è successa una cosa. Santoro (che io non amo, ci tengo a dirlo) con la sua “Raiperunanotte” ha fatto un botto di ascolti.
E’ andato in streaming su Internet, su Sky, su Current (il mio canale preferito, l’unico che merita l’epiteto di tv di pubblico servizio), ha utilizzato mezzi di comunicazione come i blog, Twitter e molto altro che un’Italia VECCHIA e LOGORA, priva in molte zone (Io! Io!) della banda larga ignorava.
C’erano tutti: Travaglio, Gad Lerner, Giovanni Floris, un Morgan leggermente fatto, gli Elii, Mario Monicelli, Milena Gabanelli, Luttazzi più in forma che mai e chi più ne ha più ne metta. Un carosello di politici, simpatizzanti, esponenti di una “cultura” sepolta tra gnocca e spettacoli da circo.

Fomentare l’odio? Ma MAGARI!
L’odio per la prevaricazione, per il nulla, per quest’Italia in cui 70 italiani su 100 sono semi-analfabeti di ritorno? L’odio per l’indifferenza, l’ignoranza, il maschilismo?
Dove devo firmare?
Ripeto, io Santoro non lo amo, ma da ieri sera ammiro il suo coraggio e la sua scaltrezza.
Ora minacciano di epurarlo dalla Rai per “non aver rispettato il contratto”. Se così accadrà se ne andrà di certo su Sky, seguito magari da Floris, e per vedere una televisione libera gli italiani dovranno pagare mentre il popolino si lambiccherà il cervello per scoprire in che pacco sta il superpremio.

 
Chiudendo vorrei rispondere al caro Aldo Grasso, che di sicuro è molto più dotto ed evoluto di me, ma certe volte le spara grosse. Se è vero che il rumore delle piazze, delle adunate, degli applausi (spesso troppo infervorati, ne convengo) ottunde le menti e copre i pensieri, non è che due veline scosciate ed un balletto sulle stelle li aprano proprio, i cervelli.
 
Peggio ancora, poi c’è il silenzio…


PS. Consigli per gli acquisti: qui trovate un post che vorrei aver scritto io. Merita, leggetelo.

 

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25 marzo 2010 4 25 /03 /marzo /2010 12:47
Io, Alice. L’ho sempre amata.
Anzi, adorata a tal punto da fantasticare di chiamare come lei una mia eventuale figlia.
Un’ossessione che mi ha portato da bambina, insieme a mia sorella, a parlare in codice con le facezie del film di Walt Disney.
E poi ovviamente i libri di Lewis Carroll letti cento volte, in una mania tutta infantile d’estraniarsi dal contesto quotidiano per volare in un mondo di sogni.

Io, Tim Burton, l’ho sempre venerato.
I suoi film li ho visti tutti, molte volte. Compreso il cantato Sweeney Todd, che non posso dire di aver compreso in toto ma sicuramente è colpa mia.
Adoro il tuo immaginario, la sua fantasia, il suo gusto nel vedere il mondo con occhi non banali.
Capite la mia reazione alla vista del primo trailer di “Alice in Wonderland”?
Capite l’ansia dell’attesa?
Le palpitazioni?
La frenesia?

 
Ecco, allora capirete anche la mia delusione.
Sarà colpa della Disney, paciosa e politically correct casa di produzione. Di una sceneggiatura zoppicante che riduce un romanzo iconoclasta ad una banale lotta tra bene e male che nemmeno i Pokemon. Sarà che le aspettative troppo alte vengono spesso infrante.
Ma a me questo sacrificio di Alice sull’altare postmoderno del 3D non mi è proprio piaciuto.
Cosa non mi è piaciuto?
Riassumiamo in pochi, sintetici punti:
1) Manca l’assurdo ed il nonsense. Tutto si incentra su una storia, ma Alice in realtà NON ha una storia. Ed è questo il bello. Lei cade nella tana del Bianconiglio e il mondo alla rovescia le viene incontro con la violenza di una quadriglia ballata dalle aragoste, sovvertendo i cardini della buona società britannica. Tranne che per l’ora del tè. Volete del tè? E’ l’ora del tè!!!!!!!
2) I personaggi sono buoni o cattivi. Ma in Alice tutti, persino la Regina Bianca o il Brucaliffo, sono semplicemente diversamente sciroccati, mai buoni e puri come in un film tv made in USA. E comunque, sempre ambigui, ammiccanti. Ah, dimenticavo: il gatto del Chelsire è il più matto di tutti, niente affatto una guida sicura, tantomeno un amico.
3) La fantasia burtoniana compare solo a tratti, ed in particolare nella creazione delle meravigliose carte-guerriero della Regina Rossa (meravigliosa anche lei).  Stupende. Avrei osato sperare in invenzioni immaginifiche dark molto più marcate, invece i mostri spaventosi ed orribili che attanagliano i protagonisti sembrano usciti da Barbie Fairytopia. Belli gli sfondi e la foresta, è vero, ma mi immaginavo comunque un altro livello.
4) Il 3D non all’altezza del post-Avatar, con gli oggetti in primo piano sfocati che rendono la visione difficile e fastidiosa.

Sorvolo poi sul fatto (aberrante) che Alice sembra addirittura invaghirsi del Cappellaio Matto in una serie incestuosa (o pedofila?) di sguardi ammiccanti. Ora, se è vero che il Cappellaio è interpretato da un Johnny Depp strepitoso su cui la maggioranza delle donne farebbe ben più di un pensiero, sarebbe un po’ come se Biancaneve facesse gli occhi dolci a Brontolo. Per dire.
In chiusura, non posso non rimandare a settembre questo film appioppandogli, con mio grande dolore, un cinque di stima e rimpianto.
Un’occasione persa, molto talento sprecato.
Un vero peccato.
Sì.
davvero.
Ma in fondo, in un mondo che sostituisce Aldo Busi (eccellente traduttore di una bellissima versione sia di Alice nel paese delle Meraviglie che di Attraverso lo specchio) con uno scarto della società come Domenico Nesci, una versione edulcorata del talentuoso Burton dovrebbe essermi più che sufficiente per tirare a campare ancora un po'.
Voi non trovate?


 
Ci volete lo zucchero nel tè?
 

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20 marzo 2010 6 20 /03 /marzo /2010 20:51
Non parlo più di politica.
Non perché non me ne importa. 
Nemmeno perché sono in par condicio.
Non mi hanno nemmeno messo il bavaglio (ancora) come ai talk show.
 
E’ che sono schifata.
Stufa.  
Stanca. 

Non so più che dire, che raccontare.
Che esempi portare?
Di che narrare?
Che raccontare? 
Vale la pena indignarsi, se per la maggioranza della popolazione va tutto bene?
Parlare di una informazione che non esiste, che plagia le menti del popolino a colpi di balletti sotto le stelle e serragli di gieffini? 
Io stessa mi sono ridotta a leggere solo le notizie easy, gossip e spettacolo o poco più.  Troppa angoscia, tristezza e rabbia leggere di quest’Italia vuota di ideali e di idealisti.
 
Ed eccomi qui a solidarizzare con la povera Sandra Bullock, portatrice sana ed ignara non solo di un novello e dicono meritato Oscar, ma anche di un paio di robuste corna tatuate. 
Oppure eccomi qui, signora mia, a scrollare il capo di fronte al nome del pupo di Briatore, perché se è vero che i bambini coi nomi strani sono meno intelligenti, il povero Nathan Falco non sarà mai un fulmine. Ma è anche vero che, figlio di cotanti genitori, non avrà problemi lo stesso.
 
Il quadretto non è entusiasmante.
Tra qualche anno invece dell’Internazionale mi troverete a leggere con interesse e premura  Dipiù TV,  con tanto di bigodini ben calcati sulla testa.
 
Paura…

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18 marzo 2010 4 18 /03 /marzo /2010 20:14
I bagni nei luoghi pubblici, si sa, sono quelli che sono.
Nei centri commerciali, poi, frequentati il sabato da adolescenti in grande spolvero e trucco sbagliato ancora di più. Di solito, io, mica ci vado in questi posti qui. Ma ieri sera sono andata a vedere Alice in Wonderland (ne parlerò, oh se ne parlerò!!!) e mi son trovata a doverne approfittare.
Ad approfittarne, per di più, senza nulla da leggere. Perché io, senza, non riesco nemmeno a  fare la pipì, sappiatelo.
O meglio, dovreste già saperlo da un pezzo.

 
Ho sopperito così, come mio solito, leggendo gli immortali graffiti con cui minorenni in preda agli ormoni impazziti hanno omaggiato i servizi pubblici.
Ora, io sono un tipo abbastanza tollerante.
Insomma, abbastanza.
Almeno un po'.
Riesco a digerire le K, anche se mi rimangono indigeste.
Capisco persino 4ever e Xsempre, in fondo ci sono sempre state.
Riesco a immaginare anche l'amore emo per i Tokio Hotel nonostante il loro taglio di capelli improponibile.
Ma una cosa mi ha scioccato più di tutto.
 
Una scritta sula porta, in basso sulla destra: ANDREA TI LOVVO TANTO.
 
Ti lovvo... L-O-V-V-O. Lovvo. 
Lovvo, lovvo, lovvo, lovvo.
E anche tanto, Andrea mio.
Un bel po'.
...
...
Perché? Perché?
Perché uccidere l'italiano in questa maniera indecorosa?
Quale mente malata può avere partorito un simile orrore?
Che direbbe il mio prof delle medie, il severo Prof. De Meis? 
Ma questi ragazzini non hanno insegnanti, genitori, tutori legali? Possibile che non ci sia nessuno disposto ad assestargli uno scappellotto?
Siamo ridotti così male???

 
 
E soprattutto... ma quanto sono anziana?

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16 marzo 2010 2 16 /03 /marzo /2010 22:24
Sono in ferie ed approfitto.
Approfitto per rilassarmi,riprendermi il mio paese, vedere se questa primavera si decide ad iniziare davvero o vuole ancora continuare ad ammiccare dietro il mio tergicristallo ghiacciato del mattino.
Vado in piazza a prendere il caffè, sono le dieci.

Il lago è placido dietro le casette basse. Occhieggia.

Il bar è piccolo, ma curato. Pieno di piante grasse, fiori, oggetti buffi, immagini del nostro lago  e odore di pizza.
La piazza è semideserta, i bambini a scuola o all’asilo, i grandi al lavoro. 
Qualche vecchietta va a fare la spesa, altre in fila all’ufficio postale aspettano ansiose il pagamento della pensione ciarlando di nipoti ed acciacchi. Le più “moderne” aggiustano la cofana attorno alle orecchie, come se la brezza potesse aggredire il lavoro paziente della parrucchiera. Le altre si calcano il fazzoletto in testa stringendo il borsello, come se la loro moralità dipendesse da quello.
Un gruppo di giovanotti novantenni si accalca intorno a tre operai intenti a bucare il manto stradale con un trapano. Li vedo, lì, intenti a dire la loro sul buco. "Bel buco, eh?". “Andava fatto lì”, “No, che dici, là”. Il capannello si anima quando uno degli operai si alza il caschetto sulla fronte e dice qualcosa che dal bar non sento, ma che provoca agitazione e scalpiccio nel capannello. Forse, immagino, li ha mandati tutti a remare.
Dalla vetrata del bar vedo mia zia, la fioraia, sistemare piante piene di fiori colorati negli espositori lungo la strada, sotto l’unico semaforo di tutto il comune. Sono record, questi.
 
“E’ pronto il caffè” mi avverte Miriam. 
Sono sola nel piccolo bar arredato a isola felice, ed è un’occasione di chiacchiera. Ci conosciamo dalle elementari, da quando alle medie io ero una ragazzina timida e sparuta e lei una delle più popolari della scuola. Ogni occasione è una rievocazione divertente: ti ricordi Tizio? E Caio? E quel professore?e com’era vecchia quella prof! Che dici, avrà avuto 35 anni! NOOOOO!
 
Avevamo grandi sogni. 
Lei voleva dipingere, io volevo scrivere.
La vita ci ha portato a fare altro, a mutare per sopravvivere ed adattarsi. 
A sorridere se il piano del destino non coincide col tuo e poi alzargli il dito medio e fare come ci pare.
 
Avevamo grandi sogni, li abbiamo ancora.
 

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7 marzo 2010 7 07 /03 /marzo /2010 09:51

Vado in farmacia con una prescrizione medica per una risonanza magnetica al ginocchio (non per me, tranquilli).
La farmacia del mio paese è piccola ma attrezzata, adeguata alle esigenze dei turisti estivi, ma da sempre lotta con la connessione internet (vi ricorda qualcuno?) e perciò per prima cosa chiedo:”Posso prenotare la visita? Sennò gliela lascio e vengo domani!

Farmacista anziano: “No, no, facciamo subito
Sparisce in uno stanzino da cui riemerge dopo un attimo:”Tra tre giorni all’Ospedale di XXXXXXXXXX (ndr. piccolo ospedale proprio sulle rive del Trasimeno), può andare alle 8 e 30?
Phoebe: “Cavoli, certo! Ma è sicuro che lì la fanno?
Farmacista anziano: “Ovvio!!!
Caspita, penso.
Tre giorni per una risonanza! Meglio che in Svezia, eh! E poi c’è chi dice male del Servizio Sanitario Nazionale. AH! Millantatori, ingrati! Me ne vado a casa tutta tronfia, orgogliosa di quest’Italia che lavora, è efficiente, corre e scalpita. Una Italia che merita.
Arrivo a casa, metto a posto la spesa ed i fogli della prenotazione… e scopro che il solerte farmacista ha scambiato RM (risonanza magnetica of course) per RX.



Ah, ecco.
Mi sembrava.

Torno in farmacia e faccio presente l’accaduto. Nel frattempo si sono fatte le 19, ma la farmacia chiude alle 20. Ed è deserta.
Phoebe: “Guardi, le lascio la prescrizione, ripasso domani!”
Direttore della  Farmacia (contrito):” Nononononono, l’abbiamo fatta anche incomodare troppo. Sistemo tutto in 2 secondi!!!” E così dicendo, sparisce nello stanzino.
Di secondi non ne passano 2, ma all’incirca 1500.
Comincio a disperare, quando sento una voce che mi chiama solerte e pungolante.
Dallo stanzino il Direttore si affanna: “Guardi c’è un problema. Il suo dottore non poteva prescriverle la prestazione, ma solo uno specialista. Credo.
Phoebe: “Mi scusi sa, ma credo che vuol dire? Poteva o no? Se non poteva telefono al mio dottore e magari lo sostituisco con un’ecografia o un altro es…
DDF: “Aehm… cioè, non…
Sbarro gli occhi, incredula: “Insomma.. che devo fare??
DDF armeggiando col pc: “Vede? Metto il codice e non succede nulla!!!
Phoebe: “E quindi?
DDF: “Bèh, compili questi moduli… no, questo, aspè… ehm… credo… oppure… chiami il numero verde che… ehm… cof cof!!!
Si sono fatte quasi le otto, sono stanca, voglio scendere dai tacchi e buttarmi sul divano a vedere un telefilm idiota. Oppure dedicarmi al cazzeggio su Facebook, è uguale. E invece sono qui, intrappolata, stralunata e sconvolta. Possibile che non abbia mai prenotato una risonanza?
DDF: “Io… forse… magari questo… se mi lascia guardare… il codice, il codice non c’è nel pc!
Phoebe: “Guardi, voi dovete chiudere e io tornare a casa. Facciamo così: io riprendo la prescrizione, le lascio il mio numero e domattina mi chiama quando ha risolto l’inghippo. Ok?
Annuisce, distrutto.
Io esco dalla farmacia maledicendo ASL, AFAS e anche l’ANAS, l’ANSA e l’AUCC che non c’azzecca nulla ma qualcosa avranno combinato pure loro.

Mi dico che non è colpa dei farmacisti, ma di uno stato burocratico e uggioso.
Piove, governo ladro!

La mattina alle nove mi suona il telefono: “Buongiorno, per quando ha detto che la vuole prenotare la risonanza?
Phoebe: “Boh, prima possibile… Ma mi scusi, ora la posso prenotare? Senza moduli, autorizzazioni, ecc?
DDF: “Ehm... Sì
Phoebe: “E perché ieri sera no?"
DDF: “Ehm…ehmm… avevo fatto un rovescino sul codice della prescrizione…

Appunto.

Piove, governo ladro!

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3 marzo 2010 3 03 /03 /marzo /2010 23:20

Vi ricordate le puntate precedenti della storia?
Allergia, asma, dottori inconcludenti… bèh, ora grazie alla medicina “alternativa” mi sembra di intravedere una luce in fondo al tunnel.
Ma andiamo per ordine.

Due settimane fa,  eccomi qui con i risultati del test citotossico alimentare.
Vado a ritirare le analisi, una gentile dietista me le spiega, indicandomi i fattori che sconvolgeranno la mia dieta. Per quattro mesi. Ma anche per tutta la vita, pare.


In pratica sono intollerante a:
- le proteine del latte
- le proteine del grano
- le solanacee e cioè pomodoro, patate, melanzane e peperoni
Meraviglioso. Perfetto.


A parte melanzane e peperoni che odio, è esattamente TUTTO ciò di cui mi nutro. Oh, che meraviglia!
Per prima cosa acchiappo l’AmoreMio e andiamo da Mc Donald’s a “festeggiare” con un CBO maxi e una montagna di patatine fritte. Col ketchup.
E via, tanto perché peggio di così non è che può andare. Assaporo ogni singolo boccone del mio ultimo pasto trash, consapevole che dal giorno dopo si cambia regime.
E infatti via pane, pasta, pizza, torta al testo, muffin, plumcake, crackers, biscotti e qualsiasi cosa buona vi venga in mente.
I Ringo, per dire.
O i Baci Perugina, anche.
Persino il Kinder Cereali. Per dire.
Senza considerare il salame o il prosciutto cotto (c’è il latte nell’impasto), le barrette di cereali (c’è il grano), le lasagne della mamma (c’è un universo quantistico parallelo dentro) e tutta una serie di schifezze a cui tutti siamo un po’ abituati e dipendenti, prima tra tutte LA NUTELLA.

La prima settimana è stata dura.
Macinare gallette di riso e mais come un criceto sulla ruota non ha aiutato il mio corpo a superare lo shock da carenza di carboidrati e zuccheri.
Mi sono trovata spesso imbambolata, scossa da brividi di freddo come una tossica, incapace di concentrarmi su un discorso poco più che elementare e col cervello di Flavia Vento. Brutto, ma ora ho provato cosa si prova, almeno.
Non dico i Bucaneve, ma le fette biscottate? No, c’è il grano?
Uno yogurtino Vitasnella? No, c’è il lattosio! Ma come, è poco più che acqua!? NO!
Una caramella? No, c’è il lattosio!
E che due palle!!!
E giù gallette.
E una fame devastante.
E per di più lo yogurt di soia fa letteralmente schifo!
Poi, quando stavo per arrendermi a provare il miglio dei canarini, una amica salutista, colta e glamour mi ha indicato la via della salvezza: Naturasì.
Appena entrata nel negozio ho scoperto talmente tanti prodotti che POSSO mangiare da avere voglia di ballare tra le corsie del supermercato come una novella Fred Astaire in preda alle convulsioni. Biscotti al kamut, al farro, ravioli al tofu, germogli di erba medica.
Un nuovo mondo.
Bio-chic dicono i denigratori. Questione di sopravvivenza, dico io.
Così, dopo l’iniziale choc a cui ho sottoposto il mio organismo ho iniziato ad adattarmi.
Mi sono sgonfiata, la gastrite che pensavo mi avrebbe attanagliato a vita è sparita e mi sento bene.
Ho iniziato anche a interessarmi al biologico, ad uno stile di vita più sano ed equilibrato, a mangiare quello che fa bene al mio corpo avendone cura. E lui, a dire il vero, sembra rispondere bene. Merito anche delle idee che ho trovato in un utile libricciuolo regalatomi da Cucina Naturale.


Cambio di vita? Miglioramento generale?


Sì, decisamente sì. Anche se difficilmente mi vedrete in camiciona fare yoga e vivere di ravanelli: mi basta stare bene.
Insieme all’Amoremio, coinvolto alla grande nel cambio di regime alimentare, abbiamo comperato la macchina per fare il pane, una Kenwood BM256, e ci siamo inventati fornai con risultati altalenanti all’inizio, poi sempre migliori con l’esperienza. Anche perché, diciamocelo, fare il pane di kamut è un casino. Non lievita e se lievita devi star sempre lì a guardare che non si sieda trasformando la tua bella pagnotta tonda in una U.
Domani provo a fare il pane di riso.
Che il patrono dei fornai mi aiuti.

Ah, dimenticavo.
L’allergia alla polvere va molto meglio e posso addirittura accarezzare il mio cane.

Vi pare poco?

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24 febbraio 2010 3 24 /02 /febbraio /2010 21:56
Viste le vicende politiche e sociali italiane che mi fanno scuotere sempre più la testa, ultimamente per annegare le piccole e grandi frustrazioni mi sono data al cinema che almeno mi rilassa e regala la possibilità di alienarmi dalle storture quotidiane.
Il ché non è poco, seppur di durata temporanea.
Qui, di seguito, le mie recensioni in ordine puramente cronologico.

La prima cosa bella
Paolo Virzì ci regala una fetta della sua vita romanzandola ma non facendola allontanare dalla vita di tutti noi. La storia di una famiglia, di una donna, dei suoi figli.
Un amore che è amore per la vita, una storia che commuove e fa sorridere, un cast stellare nella sua bravura. Meravigliose Micaela Ramazzotti (mai prima d’ora così bella) e Stefania Sandrelli. Un film che è anche un come eravamo, scandito da una colonna sonora amarcord e struggente.
Voto 9 ½

L’uomo che verrà
La mia recensione ve l’ho già regalata appena visto, tanto mi ha colpito questo film. Vorrei solo aggiungere che in una Italia che tende a dimenticare le sue origini ed il suo passato anche recente, film come questi sono importanti anche solo per ricordare che la libertà ci è costata cara ed ora ce la dobbiamo tenere bella stretta e non giocarcela al televoto.
E che troppo spesso diamo per scontato concetti che scontati non lo sono.
Bella storia, bei personaggi e incantevole colonna sonora.  Che dire di più?
Voto 8 ½

Avatar       
Ebbene sì, alla fine ho ceduto anch’io davanti al carrozzone mediatico ed ho infilato i miei occhialini 3D. A parte il fatto che quelli della Warner ti fanno subito assomigliare al cantante sfigato degli Wham, i primi cinque minuti ho assistito a scene indecorose per i maggiori di sei anni. Uomini adulti entusiasti della riscoperta tridimensionalità, urletti, sbracciamenti e gridolini da femminuccia. Sì, ok, è a tre dimensioni. E quindi? Basta!
Il film partiva svantaggiatissimo con me. Ero prevenuta, snob, certa di annoiarmi e di trovare Pocahontas altra tre metri e dipinta di blu pronta a farmi ciao con la manina. Senza considerare l’inutilità e il circo mediatico della visione in 3D. Puah!
Invece mi sono divertita, commossa, emozionata e dimenticata del 3D tanto che stavo per uscire dalla sala mascherata da Andrew Ridgeley.
Il film è bello, merita e diverte.
Solo che mi piacerebbe far notare a tutti quelli che l’hanno adorato come NOI UOMINI siamo i cattivi. Devastiamo il nostro pianeta, lo sfruttiamo e poi sputiamo i resti. Se tutti quelli che hanno visto ed amato Avatar facessero la raccolta differenziata  e dismettessero il SUV la Terra sarebbe anche più bella di Pandora. Garantito.
Voto 8 ½

Baciami ancora

I sequel non dovrebbero esistere, specie se l’originale è stato molto amato.
Ci vorrebbero trenta frustate di gatto a nove code sulla schiena di Muccino per essersi lanciato in questa operazione commerciale.
Voto 5 (ma solo perché c’è Favino, sennò…)

Il concerto
Esce il nuovo film di Radu Mihaileanu, il regista che aveva fatto ridere e commuovere con “Train De Vie”. E torna con una nuova storia, pirotecnica e commovente. Nel film si intreccia la musica struggente di Tchaikovsky con la mafia russa, le lacrime di una figlia con il sogno di un direttore d’orchestra, le macerie dell’URSS con la morte della libertà. Bello, bello e ancora bello, era da molto che non ridevo così al cinema. Assolutamente da non mancare per la grottesca ironia, la sapiente stereotipizzazione dei personaggi ed il rutilante mondo che si tira dietro.
Unico neo, il doppiaggio dei personaggi russi con un accento da Popoff. Voluto? Errore? Non lo so, ma se all’inizio infastidisce, poi lo spettatore se ne dimentica, annegato dai fumi della vodka.
NB. Per i perugini: è allo Zenith fino a giovedì 25/02, se potete non perdetevelo!!!
Voto 9.

E questo è quanto.
Per ora il film  in testa alla mia molto personale classifica del 2010 resta quello di Virzì (l’anno passato non ci fu storia, vinse il Phoebe Award “The reader” grazie ad una sempre meravigliosa Kate Winslet) .
Ma da qui alla fine dell’anno manterrà il suo primato?
Questo non è dato saperlo, sono in attesa di diversi bei film che potrebbero scalzarlo via e magari potrebbero esserci inaspettate new entry.  Per ora nella lista dei film da vedere c’è:
- “Invictus” del vecchio Clint. Come attore aveva solo le due celebri espressioni, ma come regista devo ammettere che ci sa fare. E poi si parla di rugby e di Sud Africa… come tener lontano l’Amoremio?
- “Alice nel paese delle meraviglie”, perché Tim Burton è il Cappellaio Matto dei miei sogni
- “Il figlio più piccolo” di Pupi Avati
- “Amabili resti” di Peter Jackson perché, nonostante non ami questo regista, il libro resta uno dei miei preferiti e se me l’ha maltrattato lo picchio con la banana di King Kong. Giuro.

A presto su questi schermi per altre classifiche!

Chi vincerà il Phoebe Award??

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13 febbraio 2010 6 13 /02 /febbraio /2010 12:01
Interno pomeriggio.
Libreria di un centro commerciale.
Compro due libri, chiacchiero con la commessa. Lei abituata alle bimbeminkia del sabato pomeriggio e agli idioti del cinepanettone mi fa le feste come il mio cane se gli sventolo un osso di fiorentina a venti centimetri dalla faccia.
Vado alla cassa per pagare.
Da dietro, una voce: “Scusi, ha l’ultimo libro di Antonella Clerici?
Mi volto incattivita (in fondo c’ero prima io, villana!) e vedo una trentenne occhialuta dall’aspetto dimesso e i capelli che urlano “voglio uno shampoo”.
La commessa sgrana gli occhi: “Ma è un libro di ricette?
Io penso tra me e me: “Ti prego Dio, per la sua sanità mentale, fa che risponda sì!” Ma lei uccide senza nessuna pietà  tutte le mie speranze con un: “No, no. La sua autobiografia. Esce oggi, ce l’avete?
La commessa scartabella nervosa il computer in cerca di risposte: “Mmmm… no, guardi. Non ancora. Se ripassa magari dom…
Incazzosa come una biscia d’acqua la interrompe aggiustandosi gli occhiali sul naso:”Guardi, lasci stare. Me l’avevano detto che non siete forniti!!
Io avrei voluto risponderle: “Ma pezzo di cretina coi neuroni mangiati dalla complessità del calcolo binario delle probabilità dei pacchi di Max Giusti, sei connessa?? Questa libreria è sfornita sì, ma perché non c’ha Jane Austen a volontà e nemmeno, per dire, Neil Gaiman, non certo perché non c’ha una interessantissima biografia della Clerici, uscita OGGI scritta da un povero ghostwriter frustrato! Ma perché non ti evolvi almeno al livello dei pesci tropicali che sguazzano nella vasca all’ingresso del centro commerciale?
Invece ho solo sorriso alla commessa che, basita da tanto livore, ammirava la scontenta cliente girare i tacchi rumorosamente e lasciare stizzita il negozio.
Per ulteriori commenti su questi soggetti, ho già dato.
Passo.


Interno giorno.
Spogliatoio della palestra.
Entra la professionista di grido, che in genere ha anche le mutande firmate in Arial 28 da MiuMiu, con una pelliccia di un animale a scelta lunga fino ai piedi.
Silenzio tombale.
Nonostante la funzione primaria dello spogliatoio sia, appunto, togliersi i vestiti e cambiarsi per la lezione, lei se ne sta lì a pavoneggiarsi.
Ferma.
Fino a che una ragazza osa dirle timidamente: “Posso toccarla?
Lei tutta garrula e fiera: “Ma ceeeeerto!!” e aggiunge magnanima come Papa Ratzinger “Se vuoi puoi anche provarla!
E la ragazza: “No, no, guarda. Mi fa impressione!!!
E ci credo!!
Offesa nell’orgoglio, l’impellicciata la incalza: “Eppure è così comoda!!!! Non la cambierei con null’altro al mondo! E’ di un teporino! Proprio quello giusto!
Io avrei voluto risponderle: “Chiaro, anche il povero animale a cui l’hai strappata la trovava molto comoda e di certo non l’avrebbe cambiata per niente al mondo! Ti sembra così bello andare in giro con un cadavere sulle spalle, eh? Ti sembra una cosa di cui vantarsi, piccola cretina finto-chic? Sappi che probabilmente in una dimensione parallela alla nostra c’è un cucciolo di foca che va a scuola tutte le mattine usando il tuo scalpo come cappuccio e ne è molto soddisfatto perché i tuoi capelli gli danno il giusto teporino!!
Invece ho sorriso alla ragazza con la lingua troppo lunga ed ho assistito alle sue manovre elusive per scappare ed evitare la prova dell’oggetto.
Poveraccia.


In entrambi i casi sono stata brava, non trovate???
 
Solo un'anno fa le avrei mangiate...

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4 febbraio 2010 4 04 /02 /febbraio /2010 20:54
La massificazione ci vizia sotto molti aspetti.
Prendete il cinema, ad esempio: ci hanno abituato a pensare che il cinema sia sinonimo di multisala. Drogati dall’idea che possano esistere solo sale enormi odorose di popcorn burroso e bibite gassate, con impianti futuribili e poggia bibita alla nostra destra siamo portati a credere che non esista altro. E prendendo i nostri nachos con lòa salsa piccante nella destra e il biglietto nell’altra mano ci incamminiamo verso la prossima scelta obbligata.

Però non sempre va così.
Lo scorso inverno, grazie al passaparola su Internet ed a un po' di curiosità, mi imbattei in Giorgio Diritti, regista con una marcia in più e molte cose da dire.
La sua opera prima, di cui mi spiace ammetterlo ho fruito illegalmente, mi colpì molto tanto da entrare di buon grado tra i miei cinque film preferiti di sempre (Nick Hornby dixit).
Ora, all’uscita de “L’uomo che verrà”  non ho potuto far a meno di sentire il suo richiamo.
Ma, ahimè, i bei multisala vicino a casa non lo proiettano! Sono tutti troppo presi da Avatar e dall’ultimo Muccino per dedicare una piccola saletta alla storia della piccola Martina, bambina coraggiosa di una Italia che fu. L’unico cinema che si sia preoccupato di dare voce alla sua storia è lo Zenith, storico cinema “diverso” di Perugia, l’unico che a suo tempo proiettò il vincitore dell’Oscar “Le vite degli altri”.
Lo Zenith è un cinema all’antica: una sala sola, l’intervallo, le poltroncine che si tiran giù. La sala non è inclinata, l’impianto è quel che è,e di sicuro niente 3D. Non è comodo per me da raggiungere, sta in centro dove non vado mai se non d’estate. Non c’è parcheggio, non c’è possibilità di prenotare il posto e la regola è chi tardi arriva male alloggia. Fa pure freddo in sala, ed abbiamo visto il film con il piumino stretto sulle gambe.
Ma la magia del cinema vive tutta lì.

E così ieri sera mi son vista il film che non mi volevano far vedere, distribuito a macchia di leopardo anche se vincitore del premi del pubblico al Festival di Roma.
Così ho scoperto Martina, bambina del 1943, figlia di contadini a mezzadria rimasta muta dopo che il suo fratellino di pochi giorni le è morto tra le braccia.
Ed il mondo di Martina è quello che mia nonna mi raccontava da piccola nei pomeriggi accanto alla stufa: il lavoro duro, il padrone che vuole ancora, l’umiltà e la fatica, il coraggio e l’orgoglio.  Un mondo sconosciuto, ma che vive ancora dentro di me.
E la guerra, i tedeschi, i partigiani, la giustizia che non si sa dove sia e chi la debba portare.
Il sangue, la strage, i bambini.
Il tutto sotto lo sguardo muto e innocente di Martina, che aspetta incurante di tutto il nuovo fratellino: l’uomo che verrà.
Diritti ci racconta ancora una volta una storia attraverso il suo linguaggio e non solo con i mezzi “classici”. Il dialetto diventa la chiave d’accesso agli ultimi della società, trattati come bestie, infelici di un’ignoranza che non vogliono.
Un film da vedere e far vedere. Per ricordare che la libertà che diamo per scontata non ci è stata donata. Per ricordare le vittime innocenti di tutte le guerre, vittime che non hanno chiesto nulla e che, spesso, nulla sapevano.

Grazie Giorgio

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